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🌍 SUMMIT UE-BALCANI: SOLDI E PROMESSE

🇪🇺 Porta socchiusa
Fumata grigia per un nuovo allargamento dell’UE. Nel summit di ieri tra i leader europei e dei Balcani occidentali è stata ribadita la promessa, vecchia di decenni, di un futuro ingresso dei sei paesi balcanici nel blocco dei 27. Ma di tabelle di marcia o scadenze nemmeno l’ombra.
Von der Leyen ha dichiarato che la Commissione farà del suo meglio per far avanzare questo processo di adesione “senza il quale l’Unione Europea non è completa”. Ma anche la sola menzione della parola “allargamento” nel testo della dichiarazione finale dei leader è stata ferocemente dibattuta. Non era mai stata utilizzata a margine di questi summit: un piccolo passo avanti.

🚫 L’Unione dei veti
Anche così, quasi un terzo degli Stati Membri si oppongono all’entrata di uno o più paesi balcanici. In particolare, Francia, Paesi Bassi e Danimarca temono una ripetizione dei movimenti migratori interni all’UE seguiti all’adesione di Romania e Bulgaria nel 2007. La Bulgaria stessa chiude all’ingresso della Macedonia del Nord, con cui ha diatribe culturali e linguistiche. Mentre il Kosovo non è neppure riconosciuto come stato sovrano da cinque paesi UE.
Russia e Cina non restano però a guardare e stanno espandendo la propria influenza nei Balcani. Così, nonostante i veti, le prospettive di un futuro nell’UE devono essere tenute vive. E i paesi con candidatura in stallo ricompensati: 30 i miliardi di euro promessi dalla Commissione nei prossimi sette anni.

🪖 L’esercito mai NATO
Negli anni Novanta, le guerre nell’ex Jugoslavia misero in luce l’assenza di “autonomia strategica” dell’Unione in politica estera, sollevando la questione della necessità di un esercito europeo. A distanza di quasi 30 anni, ieri la discussione è tornata centrale nel dibattito tra i leader europei, dopo che la crisi afghana ha ribadito gli stessi problemi di allora.
Pochi i progressi, molte le divisioni per un risultato anche in questo caso inconcludente. Per creare un'illusione di consenso, si è concordato per un approccio antitetico: ridurre la dipendenza dagli alleati ma rafforzando la partnership con la NATO. A Borrell il compito di redigere una “Bussola Strategica” sulla politica estera UE basata su questa linea guida. Buona fortuna.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un vaccino contro la malaria. Su ispionline.it
🌏 CINA E CARBONE: CONTRORDINE, COMPAGNI!

🇨🇳 Don’t stop me now
Ieri Pechino ha ordinato alle sue imprese di aumentare la produzione di carbone. È l’ultimo atto di una crisi che dura ormai da almeno un mese, e che sta facendo rallentare in modo brusco la crescita della seconda economia del mondo.
Alle prese con una crisi energetica, a settembre oltre metà delle province cinesi ha dovuto imporre il razionamento dei consumi, e così molte industrie hanno più volte interrotto la produzione. Anche per questo, le previsioni per il terzo trimestre 2021 ipotizzano addirittura una crescita zero del PIL cinese. La fabbrica del mondo si è fermata?

🏭 A tutto carbone
Nel corso degli ultimi dodici mesi i prezzi del carbone termico in Cina sono quasi triplicati, passando da 550 a 1.550 yuan per tonnellata. E gran parte di questo aumento è avvenuta da agosto, rendendo quasi inevitabile che il governo cinese intervenisse.
Quella dal carbone è una dipendenza che Pechino non riesce a lasciarsi alle spalle. Ancora oggi quasi il 60% dell’energia in Cina proviene dal carbone (in Ue siamo all’11%). Questo a sua volta significa che di tutto il carbone che il mondo ha consumato nel 2020, più della metà (il 54%) è stata utilizzata da Pechino.
Quando il carbone scarseggia, la Cina compensa aumentando (e molto) gli acquisti di gas naturale. State pensando anche voi alle bollette di casa?

🤔 Clima incerto
Il segnale che la Cina (di gran lunga primo emettitore globale di CO2) sta dando al mondo è preoccupante: Pechino continua ad andare a carbone, e di alternative nel breve periodo se ne vedono poche. Anzi, il numero di centrali a carbone è in continuo aumento.
Non certo la politica più efficace per arrestare l’aumento delle emissioni cinesi entro il 2030 e raggiungere la “neutralità carbonica” entro il 2060, come promesso molte volte da Xi (l’ultima meno di un mese fa all'ONU).
Ma Pechino non è da sola: l’aumento dei prezzi dell’energia in Europa rimane in alto nelle agende dei governi, che temono proteste in stile “gilet gialli”. Purtroppo, a tre settimane dall’inizio di COP26, gli interrogativi sulla velocità (e sostenibilità) della transizione verde non fanno che moltiplicarsi.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Polonia, sfida all’Unione Europea. Su ispionline.it
🌏 CINA-TAIWAN-USA: RELAZIONI PERICOLOSE

🇹🇼 Botta e risposta
Un weekend di anniversari storici e accese dichiarazioni da entrambe le sponde dello stretto di Taiwan. Sabato, in occasione dei 110 anni dal rovesciamento dell'ultima dinastia imperiale cinese, Xi Jinping ha definito come “inevitabile” e “nell’interesse di Taiwan” stessa la sua riunificazione pacifica con la Cina.
Toni che seppur più concilianti rispetto al discorso dello scorso luglio, in cui Xi giurava di "stroncare" qualsiasi tentativo di indipendenza formale, non sono piaciuti a Taiwan. Domenica, durante i festeggiamenti del giorno nazionale, la presidentessa Tsai Ing-wen ha così ribadito che Taipei “rafforzerà le sue difese e difenderà il suo stile di vita democratico”. Dalle parole si passerà ai fatti?

⚔️ Venti di guerra
Da inizio ottobre, le sortite di caccia e bombardieri cinesi all'interno della zona di difesa aerea dell'isola sono a livelli record. Così le relazioni tra i due paesi sono scivolate al loro minimo: secondo il ministro della difesa taiwanese, Pechino potrebbe essere pronta a un'invasione su larga scala entro il 2025.
Nel frattempo, Washington sta rafforzando i contatti diplomatici e la vendita di armi all’isola nel quadro del Taiwan Relations Act del 1979, che obbliga gli Stati Uniti ad aiutare Taiwan a mantenere una sufficiente capacità di autodifesa. E giovedì, il Wall Street Journal ha rivelato che da circa un anno l'esercito statunitense sta lavorando con l'esercito taiwanese per preparare i soldati a una possibile invasione: coincidenza o messaggio mezzo stampa a Pechino?

🇨🇳 Una o più Cine?
Per Biden, proteggere Taiwan significa sia dimostrare che gli Usa non sono in declino, sia ribadire il suo impegno contro l'autoritarismo e in difesa della democrazia. Un segnale forte per gli alleati, scoraggiati dalla gestione del ritiro dall’Afghanistan, ma anche per gli elettori in vista delle elezioni di metà mandato.
Ma la Casa Bianca ribadisce anche il rispetto della politica di “una sola Cina”. Una ambiguità che caratterizza da decenni la politica estera americana, e che oggi riflette il tentativo di raffreddare le crescenti tensioni con la Cina, partner necessario per poter ottenere dei risultati nei grandi vertici internazionali di questi mesi: G20 e COP26. Cosa sarà disposto ad accettare Biden per mantenere aperto il dialogo?

Registrati e segui in diretta l’evento “Cina-Taiwan: verso la resa dei conti?” domani 12 ottobre dalle 18.00. Qui: https://bit.ly/tensionicinataiwan

Ascolta “Il cielo sopra Taiwan”, la nuova puntata di Globally, il podcast di ISPI e Will sulla geopolitica. Qui: https://bit.ly/globallytaiwan
🌍 GEORGIEVA-GATE: UN MONDO SENZA “CONSENSUS”

🤔 Piena fiducia (?)
Oggi il Consiglio esecutivo del Fondo monetario internazionale ha riconfermato Kristalina Georgieva come Direttrice generale, esprimendo “piena fiducia” nei suoi confronti. La decisione arriva dopo quasi un mese di suspense e forti tensioni all’interno del FMI.
Lo scandalo era scoppiato dopo la pubblicazione di un report che accusava Georgieva di aver fatto pressioni sul personale della Banca mondiale, organizzazione di cui all’epoca era Direttrice generale, perché modificasse un ranking in senso favorevole a Pechino.

📊 Zero virgola
Il report certifica che, in effetti, nel 2018 il punteggio della Cina era stato “taroccato”: di 0,8 punti su 100. Certo, tanto era stato sufficiente perché la Banca mondiale non fosse costretta a retrocedere Pechino di sette posizioni nella classifica Doing Business, lasciandola aggrappata a un (comunque misero) 78° posto ed evitando di scontentare la leadership cinese in un momento delicato.
Momento delicato anche perché la Cina stava muovendo ben altre rimostranze, legate a un problema molto più serio per la governance economica mondiale: Pechino è fortemente sottorappresentata nelle istituzioni che contano. Al FMI, la Cina detiene il 6% dei voti totali malgrado conti per il 17% del PIL mondiale. Al contrario, ancora oggi il voto USA pesa il 16,5%: abbastanza per superare la soglia del 15% che attribuisce a Washington un diritto di veto sulle decisioni del Fondo.

🔥 Tra due fuochi
Si dice che per un mese Janet Yellen, Segretaria al tesoro americano, abbia rifiutato di rispondere alle telefonate di Georgieva, prima molto rispettata dall’amministrazione Biden. E la riconferma della Direttrice generale è arrivata appena in tempo perché potesse annunciare i nuovi dati sulla crescita mondiale da non “sfiduciata”.
Tutte evidenze di quanto la polemica sia diventata un affare politico. Washington teme di perdere la presa sulle istituzioni che da sempre ne hanno assecondato volontà e politiche. E non ha tutti i torti: stavolta, gli Usa si sono trovati isolati assieme al Giappone ad accusare Georgieva, mentre il resto dei paesi del mondo (UE e Italia incluse) la difendevano. Ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il famoso “Washington consensus” è sempre più "Washington” e sempre meno "consensus”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il G20 straordinario sull’Afghanistan. Su ispionline.it
🌍 FRANCIA: 2030 o 2022?

♻️ Investimenti elettorali
30 miliardi di euro per arrivare preparati al 2030. In un discorso di un’ora e mezza, ieri Emmanuel Macron ha svelato “France 2030”, il suo piano di investimenti pubblici per i prossimi cinque anni che dovrebbe garantire al paese un posto in prima fila nella transizione (verde e digitale).
Tra le altre cose, Macron ha promesso che la Francia costruirà due “gigafactory” per diventare leader nell’idrogeno verde, e di “investire massicciamente” per sostenere industrie a basso impatto ambientale. In pieno clima preelettorale (si vota tra sei mesi), i suoi avversari politici sono poco entusiasti. E i francesi?

🇫🇷 Make France great again
Idrogeno verde, semiconduttori, robot e AI: “France 2030” vuole investire proprio là dove tutta l’Europa è rimasta indietro. Ma l’Eliseo sembra non voler attendere il lungo negoziato a Bruxelles sulla creazione di “campioni europei”, anzi, parte in quarta. E non per spronare l’Ue all’azione, come invece fa sulla difesa (con il summit organizzato a febbraio da Macron e von der Leyen), ma per dare un vantaggio competitivo a Parigi.
Non a caso, nel suo discorso Macron ha citato espressamente i “mostri sacri” dell’industria francese: il Tgv, il Concorde, i caccia Rafale... E nel piano il presidente ha incluso anche investimenti per rilanciare una sorta di Hollywood francese. “Autonomia strategica”, dunque, ma in stile De Gaulle.

🗳 Terza via?
Resta da chiedersi: basteranno 30 miliardi di euro per realizzare i progetti annunciati? Per esempio, un miliardo sarà destinato alla costruzione di moduli nucleari all’avanguardia. Ma, rispetto alle previsioni, gli ultimi reattori francesi hanno visto i costi quadruplicare e hanno accumulato un ritardo di oltre un decennio.
In fondo forse l’obiettivo di Macron è molto più vicino rispetto al 2030. I suoi avversari più temibili alle presidenziali di aprile, Le Pen e Zemmour, insieme contano oggi sul 30% dei consensi, più del 26% di Macron. Le loro chance al secondo turno restano basse, ma la virata a destra della Francia costringe spesso Macron a uscite sempre meno europeiste e sempre più “francesi”: grandeur all’estero, difesa dell’interesse nazionale, chiusura sui migranti. Basterà France 2030 a rilanciare il Macron del “grande centro”?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera Elezioni in Iraq: ha vinto il boicottaggio. Su ispionline.it
🌎 BRASILE: L'AMAZZONIA INCENDIA LA CAMPAGNA ELETTORALE

🇧🇷 A(h)ia, Bolsonaro
Nuova denuncia contro Bolsonaro alla Corte penale internazionale dell’Aia. Sette quelle finora depositate, quest’ultima da parte dell'ONG austriaca AllRise per “crimini contro l’umanità”. Secondo l’accusatore, la politica ambientale distruttiva del leader brasiliano potrebbe essere responsabile di 180 mila morti indirette nel corso di questo secolo a causa dell'aumento delle temperature globali.
Insomma, un’accusa piuttosto ampia che si potrebbe rivolgere a mezzo mondo e che evidenzia come le denunce contro il presidente siano diventate uno strumento di protesta “comune” tra i suoi oppositori. Tuttavia, tra politiche a favore della deforestazione e dell’attività mineraria nelle riserve indigene, Bolsonaro non si è certo contraddistinto per una agenda green. E di questo passo della foresta amazzonica rimarrà ben poco.

🌳 La savana amazzonica
Numerosi studi scientifici giudicano le politiche di Bolsonaro responsabili della perdita ogni anno di circa 400.000 ettari (poco più di mezzo milione di campi da calcio) di foresta pluviale, livelli che non si registravano dai primi anni della presidenza Lula. Ma se il suo (possibile) principale rivale alle elezioni del 2022 aveva poi nel corso dei suoi due mandati diminuito la deforestazione dell’80%, con Bolsonaro registriamo un +35%.
A causa dell’azione dell’uomo e del cambiamento climatico l’Amazzonia è sempre più esposta agli incendi, più che raddoppiati dal 2013. Prendendo in considerazione la CO2 emessa dagli incendi, ad oggi la foresta amazzonica rilascia tre volte più gas serra di quanti ne assorba. Altro che polmone del pianeta.

🗳 Bolsonaro 2022?
Secondo gli ultimi sondaggi il 58% dei brasiliani disapprova la presidenza di Bolsonaro, e gli exit poll lo danno sconfitto al primo turno. Più delle politiche ambientali a essere sotto esame sono quelle economiche: inflazione ai massimi e disoccupazione ben distante dal livello pre-pandemico.
Inoltre, il Brasile è diventato il secondo paese al mondo a superare la soglia dei 600mila morti da Covid, ma il presidente si è distinto – ancora una volta - per essersi fatto cacciare dallo stadio non essendo ancora vaccinato. Per di più, a pochi giorni dall’ennesima manifestazione di massa in più di 200 città del paese che chiedeva l'impeachment del presidente. Sembra un dejà vu di quanto accaduto con The Donald: sarà così anche con le elezioni?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Omicidio Regeni, a processo. Su ispionline.it
🌍 VACCINI: IL MONDO RIMANE INDIETRO

📊 Realtà opposte
In Italia manifestazioni contro il green pass mentre nel mondo la metà della popolazione attende ancora l’iniezione della prima dose. Una contrapposizione che sintetizza le grandi disuguaglianze della più imponente campagna vaccinale nella storia umana, con più di 6 miliardi di dosi finora somministrate in 184 paesi.
Ma il 77% di queste sono state somministrate nelle economie avanzate, contro lo 0,5% riservato ai paesi a basso reddito. E così sembra quanto mai utopistico l’obiettivo dell’OMS di vaccinare il 40% della popolazione di tutti i paesi del mondo entro la fine del 2021. Anche solo il target del 10% entro fine settembre è stato fallito da 56 Stati, il 70% dei quali in Africa.

💉 (PO)COVAX
Considerando che ogni mese vengono prodotte 1,5 miliardi di dosi, è evidente come qualcosa non stia funzionando nella loro distribuzione, affidata al programma delle Nazioni Unite COVAX. Nel corso dei mesi il numero di consegne previste per i paesi più poveri entro fine anno è stato tagliato da 1,9 a 1,4 miliardi di dosi.
L’Africa si trova così con 150 milioni di dosi in meno, e di questo passo il 40% della sua popolazione sarà vaccinato solo a marzo 2022. Inoltre, lo scetticismo sui vaccini e la mancanza di infrastrutture o di sicurezza portano allo spreco delle poche dosi disponibili: 3 milioni quelle non utilizzate e a rischio di scadenza in Uganda a fronte di soli 400mila vaccinati (1% della popolazione).

🤔 Fatti o promesse?
Questa disuguaglianza nell’accesso ai vaccini ha creato una competizione tra le grandi potenze mondiali per mettere a disposizione milioni di dosi. Solidarietà ma anche soft power per una diplomazia dei vaccini che però, finora, rimane soprattutto sulla carta.
Meno del 15% del miliardo di vaccini promesso dal G7 è stato finora consegnato. Mentre il contributo cinese non è stato certo a titolo gratuito: 71 milioni le dosi donate, 1 miliardo quelle vendute. Secondo il FMI se entro il 2021 non sarà vaccinato il 40% delle persone in tutti i paesi, le perdite del PIL globale nel prossimo quinquennio ammonteranno a 5.300 miliardi di dollari, più del PIL tedesco. Che sia una argomentazione più convincente per spingere a maggiore solidarietà?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Beirut, un giorno di ordinaria follia. Su ispionline.it
🌏 NATO E ARMAMENTI: LA CINA SI AVVICINA?

🇨🇳 Lancio 78
Questo agosto la Cina avrebbe testato per la prima volta un razzo ipersonico, secondo quanto rivelato dal Financial Times nel weekend. Il razzo sarebbe in grado di viaggiare a velocità cinque volte superiori a quella del suono. Ma soprattutto di eludere tutte o quasi tutte le contraeree del mondo.
Qualche ora fa il Ministero degli esteri cinese ha categoricamente smentito che il lancio di agosto abbia testato un missile ipersonico. Ma la segretezza con cui è stata condotta l’operazione (ci sono annunci del lancio precedente e quello successivo, ma non del 78, quello incriminato) amplifica i sospetti. E così persino la Nato corre ai ripari.

🚀 Crisi dei missili?
Pechino continua a ribadire che lo sviluppo delle capacità militari nazionali ha scopi “esclusivamente difensivi”. Ma le armi ipersoniche servono principalmente all’attacco, e a un attacco che più a sorpresa non si potrebbe.
Nell'epoca dei razzi ipersonici, una “crisi dei missili” assumerebbe tutt’altri connotati. Negli anni Sessanta l’Unione sovietica rischiò di scatenare una guerra nucleare pur di piazzare dei missili a Cuba, in risposta allo schieramento Usa dei missili Jupiter in Europa. Con razzi ipersonici questo non serve più: si possono schierare nel “giardino di casa”.
Oltre alla Cina, anche Usa e Russia stanno sviluppando armi ipersoniche. Ma se davvero Pechino ne entrasse in possesso ciò sbilancerebbe ulteriormente il rapporto di forze nei confronti dei suoi vicini regionali, già allarmati dalla costruzione di oltre 200 nuovi silos di missili intercontinentali.

🎯 Un altro fronte è Nato
Dal 2019, oltre che “partner” l’UE definisce la Cina un “rivale sistemico”. Per forza: da anni Pechino ha la marina più grande al mondo, e dal 2015 spende per la difesa più dei 27 paesi Ue messi insieme.
Così ora persino la Nato inizia a mettere la Cina “nel mirino”. Secondo Jens Stoltenberg, segretario generale giunto quasi a fine mandato, quando nel 2022 i leader Nato rimetteranno mano al “concetto strategico” dell’Alleanza non potranno non menzionare (per la prima volta) Pechino. Dall’Artico all’Africa, per Stoltenberg “la Cina si sta avvicinando”.
Pechino riuscirà nell'impresa - che sembra non riuscire neppure a Biden - di ricucire le fratture tra le due sponde dell’Atlantico?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, verso la coalizione semaforo. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: KIM “COLPISCE” ANCORA

🇰🇵 Quanti missili (?)
Nuovo test missilistico della Corea del Nord. Secondo fonti sudcoreane, un sottomarino nordcoreano avrebbe lanciato un missile balistico a corto raggio nel Mare del Giappone. Mentre, secondo l’intelligence giapponese, i missili sarebbero due.
Quale che sia il numero reale, la sostanza non cambia: sono già otto i test effettuati da Pyongyang nel 2021, malgrado le sanzioni Onu. Kim Jong-un ha messo in mostra un razzo ipersonico planante, poi missili lanciati da un treno e con capacità nucleare. Sufficienti a mettere in allarme l’altra Corea, che risponde intensificando la propria spesa militare in quella che appare sempre più una tradizionale corsa agli armamenti.

🚀 38° parallelo Nord
Il mese scorso anche la Corea del Sud ha portato a termine con successo il suo primo lancio di un missile balistico da sottomarino e giovedì manderà in orbita Nuri, il suo primo razzo spaziale. All’ennesima parata militare a Pyongyang, Seoul ha risposto con la più grande esposizione militare di sempre nel paese, con circa 300 funzionari della difesa di 45 paesi impegnati tra prototipi di armi laser e veicoli futuristici.
Nonostante l'accumulo di armi, la relazione tra le due Coree è però in ripresa rispetto ai minimi toccati di recente: sono stati ripristinati i canali di comunicazione intercoreani, sospesi da mesi, e la proposta di Seul di dichiarare formalmente la fine della guerra di Corea è stata accolta favorevolmente al Nord.

🇺🇸 Ti presento Joe Biden?
Il lancio di oggi cade in giornate di colloqui tra Sud Corea, Usa e Giappone per definire una strategia comune che riporti Pyongyang al tavolo negoziale: le trattative sullo smantellamento del programma nucleare nordcoreano sono in stallo dal 2019.
L'amministrazione Biden si è detta aperta a negoziati in qualsiasi momento ma ha finora ricevuto picche da Pyongyang che intanto ha ripreso la produzione di plutonio per le armi nucleari. Il paese potrebbe ora avere più di 60 testate, e la tecnologia per miniaturizzare e montarle su missili con una gittata tale da raggiungere gli USA. Dopo mesi di crisi sanitaria ed economica per il paese, Kim torna a mostrare i muscoli. Purtroppo, il ritorno alla "normalità" post-Covid è anche questo.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Russia rompe con la NATO. Su ispionline.it
🌍 POLONIA-UE: SCONTRO FRONTALE

⚔️ Valori comuni?
“Non possiamo permettere che i nostri valori comuni siano messi in pericolo”. Questo l'attacco di ieri di von der Leyen al Parlamento europeo contro il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, nel primo faccia a faccia sul deterioramento dello stato di diritto nel paese.
La settimana scorsa, la corte suprema polacca ha sostenuto l'incompatibilità tra i trattati Ue e la costituzione nazionale: non era mai successo prima nella storia europea. Così la crisi tra Bruxelles e Varsavia, che prosegue da anni, è precipitata.

🇵🇱 Polexit
I giornali ne parlano molto, di “Polexit”. Ma la realtà è che, diversamente da Londra, Varsavia non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Ue. I sondaggi mostrano che il 53% dei polacchi ha una “immagine positiva” dell’Unione, più del 41% degli italiani (anche perché dal 2014 a oggi la Polonia ha ricevuto 91 miliardi di euro di fondi strutturali Ue). E quando giovedì scorso il tribunale costituzionale polacco si è espresso contro il primato della legislazione europea almeno 100.000 polacchi sono scesi in piazza in più di 100 città.
Non è un caso se persino Morawiecki, a capo di un governo conservatore e nazionalista sempre più in contrasto con l’Unione (su questioni che vanno dall’aborto ai diritti LGBT+, dall’indipendenza dei media a quella dei giudici) ieri abbia anche affermato che “l’UE è l’organizzazione internazionale più forte e meglio sviluppata della storia”. Salvo poi aggiungere: “ma non è uno stato”.

🤜🤛 (Dis)Unione europea
Von der Leyen ieri è stata dura, ma le carte che può giocare in questa fase sono poche. La procedura formale per proteggere lo stato di diritto (il famoso “articolo 7”) non permette azioni immediate. Così alla Commissione non restano che escamotage di dubbia legalità per ritardare l’esborso dei 36 miliardi di euro che la Polonia ha chiesto nell’ambito di Next Generation EU.
Il paradosso? La Polonia potrebbe portare Bruxelles in tribunale... alla Corte di giustizia europea. E l’Ue potrebbe perdere! Sarebbe solo l’ultima di tante piccole e grandi “picconature” alla supremazia del diritto comunitario su quello nazionale, non ultima quella della Corte costituzionale tedesca che per poco quest'anno non ha fatto lo stesso.
L’ennesima “crisi in casa” che rischia di paralizzare l’Europa?

Ascolta l’ultima puntata di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: Si va verso una “Polexit”?. Qui: https://bit.ly/GloballyPolexit

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La Libia 10 anni dopo la fine di Gheddafi. Su ispionline.it
🌏 G20 E COP: FUGA A DUE

🇨🇳🇷🇺Ghosting geopolitico
Summit G20 e COP26 senza Putin e Xi Jinping. Questo lo scenario che sta emergendo in queste ore tra conferme e indiscrezioni. L’assenza del presidente russo a Roma e Glasgow è dovuta secondo il Cremlino al nuovo picco di contagi in Russia. E anche la diplomazia cinese ha giustificato la non partecipazione fisica di Xi alludendo a misure di sicurezza nel quadro della pandemia.
Sarà, ma c’era da aspettarselo: da inizio pandemia Putin ha viaggiato all’estero solo una volta, mentre sono passati 637 giorni dall’ultimo viaggio internazionale di Xi. Tuttavia, vista l’importanza dei due vertici per rilanciare multilateralismo e lotta al cambiamento climatico, la sola (neanche sicura) partecipazione virtuale dei due leader fa rumore.

🔥 Clima rovente
Secondo gli organizzatori della COP26 saranno oltre 100 i leader politici presenti. Ma a leggere bene la lista dei partecipanti, alle defezioni di Russia e Cina potrebbero aggiungersi quelle del presidente indiano Modi e di Bolsonaro. Così mancherebbero i leader di 3 dei 5 principali emettitori mondiali di gas serra e il presidente ritenuto responsabile della deforestazione dell’Amazzonia.
Parte dunque in salita la strada per un accordo su nuovi impegni vincolanti di riduzione delle emissioni entro il 2030. Senza accordo, le emissioni diminuirebbero solo del 16% rispetto al 45% necessario per raggiungere gli obiettivi di Parigi, e il pianeta si riscalderebbe di 2,7°C invece dei soli 1,5°C auspicati.

🤝 Il nemico del mio nemico…
Il moltiplicarsi dei summit multilaterali a cui Putin e Xi non hanno fisicamente partecipato dà nuova enfasi al rapporto deteriorato di Mosca e Pechino con il “fronte” occidentale, ma anche a quello che sembra un progressivo rafforzamento del loro legame.
All’assenza alla riunione speciale del G20 sull’Afghanistan è corrisposto il Moscow Format di due giorni fa, in cui Mosca e Pechino (più altri 7 paesi della regione) concordano linee comuni sulla crisi afghana. Ad agosto, i due paesi hanno tenuto esercitazioni militari combinate, alcune chiaramente destinate a simulare il combattimento contro Usa e alleati. Biden si diceva pronto a litigare su tutto con Cina e Russia pur di trovare un accordo sulla CO2. Rischia però di trovarsi senza accordo e con più litigate.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue: i temi sul tavolo. Su ispionline.it