🌍 UK: LA LUNGA SCIA DELLA BREXIT
🚚 AAA camionisti cercasi
10 mila visti temporanei di tre mesi a lavoratori stranieri. Questa la mossa di Boris Johnson per contrastare la carenza di 100 mila camionisti e di migliaia di lavoratori nelle fabbriche di carne. Brexit ha reso più difficile l’assunzione di cittadini europei e con la pandemia molti lavoratori stranieri sono tornati nei loro paesi d’origine.
In mancanza di manodopera in questi e altri settori essenziali, il rischio è che le interruzioni della catena di approvvigionamento di questi mesi si estendano alla stagione dei consumi natalizi, rallentando la ripresa economica. Viene così meno una delle promesse cardine della Brexit: la fine dell’eccessivo affidamento sulla forza lavoro straniera a basso costo.
🇬🇧 Brexit means Brexit?
Da mesi i supermercati faticano a rifornirsi di beni primari e molti scaffali rimangono vuoti. Una situazione di emergenza a cui si è aggiunta la mancata distribuzione di carburante: in alcune aree tra il 50% e il 90% delle pompe nelle stazioni di servizio sono restate a secco questo fine settimana nonostante i tentativi di razionamento.
Già due settimane fa Downing Street ha così annunciato lo slittamento da ottobre a metà 2022 dell’inizio dei controlli sulle merci dell'UE che entrano nel Regno Unito. Se con Brexit il Regno Unito puntava a riprendere il controllo dei propri confini, al momento gli unici controlli in vigore sono quelli europei sulle esportazioni britanniche verso l'UE.
🚧 Global Britain: lavori in corso
Londra vorrebbe ora riscrivere il protocollo sull’Irlanda del Nord: pensato per preservare gli Accordi del Venerdì Santo, obbliga però le merci in arrivo a Belfast a passare sotto una moltitudine di passaggi doganali, causando ulteriori ritardi nell’approvvigionamento. Una prospettiva non gradita dall’UE ma neanche da Biden, che la scorsa settimana ha anche congelato le prospettive di un accordo commerciale USA-UK.
In mancanza di una sponda oltreoceano, il futuro commerciale del Regno Unito passa ancora una volta dal dialogo con Bruxelles. Lo ha capito anche BoJo che ha infatti subito tentato di ricucire con i francesi, infuriati per l’accordo AUKUS sui sottomarini. La strada per una normalizzazione delle relazioni con l’Europa resta però lunga, e al momento la “Global Britain” resta ancora una “European Britain”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, puzzle di governo. Su ispionline.it
🚚 AAA camionisti cercasi
10 mila visti temporanei di tre mesi a lavoratori stranieri. Questa la mossa di Boris Johnson per contrastare la carenza di 100 mila camionisti e di migliaia di lavoratori nelle fabbriche di carne. Brexit ha reso più difficile l’assunzione di cittadini europei e con la pandemia molti lavoratori stranieri sono tornati nei loro paesi d’origine.
In mancanza di manodopera in questi e altri settori essenziali, il rischio è che le interruzioni della catena di approvvigionamento di questi mesi si estendano alla stagione dei consumi natalizi, rallentando la ripresa economica. Viene così meno una delle promesse cardine della Brexit: la fine dell’eccessivo affidamento sulla forza lavoro straniera a basso costo.
🇬🇧 Brexit means Brexit?
Da mesi i supermercati faticano a rifornirsi di beni primari e molti scaffali rimangono vuoti. Una situazione di emergenza a cui si è aggiunta la mancata distribuzione di carburante: in alcune aree tra il 50% e il 90% delle pompe nelle stazioni di servizio sono restate a secco questo fine settimana nonostante i tentativi di razionamento.
Già due settimane fa Downing Street ha così annunciato lo slittamento da ottobre a metà 2022 dell’inizio dei controlli sulle merci dell'UE che entrano nel Regno Unito. Se con Brexit il Regno Unito puntava a riprendere il controllo dei propri confini, al momento gli unici controlli in vigore sono quelli europei sulle esportazioni britanniche verso l'UE.
🚧 Global Britain: lavori in corso
Londra vorrebbe ora riscrivere il protocollo sull’Irlanda del Nord: pensato per preservare gli Accordi del Venerdì Santo, obbliga però le merci in arrivo a Belfast a passare sotto una moltitudine di passaggi doganali, causando ulteriori ritardi nell’approvvigionamento. Una prospettiva non gradita dall’UE ma neanche da Biden, che la scorsa settimana ha anche congelato le prospettive di un accordo commerciale USA-UK.
In mancanza di una sponda oltreoceano, il futuro commerciale del Regno Unito passa ancora una volta dal dialogo con Bruxelles. Lo ha capito anche BoJo che ha infatti subito tentato di ricucire con i francesi, infuriati per l’accordo AUKUS sui sottomarini. La strada per una normalizzazione delle relazioni con l’Europa resta però lunga, e al momento la “Global Britain” resta ancora una “European Britain”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, puzzle di governo. Su ispionline.it
🌏 CINA: I COSTI DELLA DE-CARBONIZZAZIONE
🇨🇳 Working in the moonlight
Crisi energetica in Cina. Nel nord-est del paese, una crescente scarsità di energia ha fermato la produzione di numerose fabbriche, tra cui fornitori di Apple e Tesla, e potrebbe causare un calo del 2% nella crescita del PIL nazionale nel quarto trimestre. Alcuni negozi lavorano a lume di candela, e ai cittadini è stato chiesto di limitare l'uso di scaldabagni e forni a microonde.
Una carenza energetica che rispecchia, come in Europa e altrove, l’incapacità di rispondere al rapido aumento della domanda globale di materie prime dopo le chiusure indotte dalla pandemia. Ma anche l’agenda ambientale di Pechino ha la sua parte di responsabilità.
⚖️ Domanda e offerta
Xi Jinping vuole assicurare cieli blu alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 e intende mantenere fede agli impegni presi sulla de-carbonizzazione dell’economia. Ma solo 10 delle 30 regioni della Cina continentale hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione energetica previsti per quest’anno. Così, di fronte alla prospettiva di un fallimento, i funzionari locali hanno limitato la produzione di carbone.
Intanto, però, con l'aumento degli ordini da oltreoceano e il rimbalzo economico del paese la domanda di carbone è salita a livelli record e con essa i suoi prezzi. Ma poiché il governo mantiene bassi i prezzi dell’elettricità, alcune centrali hanno scelto di funzionare al di sotto della piena capacità per evitare di perdere più soldi.
❄️ Winter is coming
Il caso cinese è solo l’ultimo di una lunga serie. Se la Cina lotta per la mancanza di carbone, l’Europa si affanna per il gas russo e paesi OPEC come Nigeria e Angola faticano a tenere il passo con la domanda di petrolio. Con l’arrivo dell’inverno nell'emisfero settentrionale, questa congiuntura rischia così di far deragliare la ripresa economica globale e di alimentare l’inflazione.
Per molti governi, i combustibili fossili tornano dunque a essere una opzione valida e i loro prezzi si impennano: il greggio è sopra quota 80 dollari al barile dopo 3 anni. Una scelta che inevitabilmente mina gli ambiziosi obiettivi green che molti paesi si erano dati. A un mese dalla COP26 il dibattito sui costi della transizione energetica non è mai stato così attuale.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tra Kosovo e Serbia è guerra di targhe. Su ispionline.it
🇨🇳 Working in the moonlight
Crisi energetica in Cina. Nel nord-est del paese, una crescente scarsità di energia ha fermato la produzione di numerose fabbriche, tra cui fornitori di Apple e Tesla, e potrebbe causare un calo del 2% nella crescita del PIL nazionale nel quarto trimestre. Alcuni negozi lavorano a lume di candela, e ai cittadini è stato chiesto di limitare l'uso di scaldabagni e forni a microonde.
Una carenza energetica che rispecchia, come in Europa e altrove, l’incapacità di rispondere al rapido aumento della domanda globale di materie prime dopo le chiusure indotte dalla pandemia. Ma anche l’agenda ambientale di Pechino ha la sua parte di responsabilità.
⚖️ Domanda e offerta
Xi Jinping vuole assicurare cieli blu alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 e intende mantenere fede agli impegni presi sulla de-carbonizzazione dell’economia. Ma solo 10 delle 30 regioni della Cina continentale hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione energetica previsti per quest’anno. Così, di fronte alla prospettiva di un fallimento, i funzionari locali hanno limitato la produzione di carbone.
Intanto, però, con l'aumento degli ordini da oltreoceano e il rimbalzo economico del paese la domanda di carbone è salita a livelli record e con essa i suoi prezzi. Ma poiché il governo mantiene bassi i prezzi dell’elettricità, alcune centrali hanno scelto di funzionare al di sotto della piena capacità per evitare di perdere più soldi.
❄️ Winter is coming
Il caso cinese è solo l’ultimo di una lunga serie. Se la Cina lotta per la mancanza di carbone, l’Europa si affanna per il gas russo e paesi OPEC come Nigeria e Angola faticano a tenere il passo con la domanda di petrolio. Con l’arrivo dell’inverno nell'emisfero settentrionale, questa congiuntura rischia così di far deragliare la ripresa economica globale e di alimentare l’inflazione.
Per molti governi, i combustibili fossili tornano dunque a essere una opzione valida e i loro prezzi si impennano: il greggio è sopra quota 80 dollari al barile dopo 3 anni. Una scelta che inevitabilmente mina gli ambiziosi obiettivi green che molti paesi si erano dati. A un mese dalla COP26 il dibattito sui costi della transizione energetica non è mai stato così attuale.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tra Kosovo e Serbia è guerra di targhe. Su ispionline.it
🌍 EGITTO, ZAKI: LIBERTÀ RIMANDATA
👨⚖️ L’udienza è tolta
Ventidue mesi: è il tempo che sarà trascorso dal suo arresto quando, a dicembre, riprenderà il processo in Egitto contro Patrick Zaki. Ieri il giudice ha “concesso” un rinvio affinché l’avvocata di Zaki potesse studiare gli atti del processo. Un rinvio molto lungo, che Amnesty International considera una “punizione”.
Zaki, cittadino egiziano di religione copta che stava studiando a Bologna prima di essere arrestato di ritorno in Egitto, è accusato di “diffondere false informazioni” per un articolo sulle condizioni dei copti nel paese, ma anche di “istigare al rovesciamento dello stato”.
🇪🇬 Emergenza infinita
Zaki rischia dai cinque anni all’ergastolo. Il suo giudice è stato nominato dal presidente, Abdel Fattah al-Sisi. Come se non bastasse, per Zaki non ci sarà la possibilità di ricorrere in appello. Lo prevede lo stato di emergenza, cui l’Egitto di al-Sisi fa sempre più ricorso.
Dal 2017 lo stato di emergenza è stato rinnovato a ogni scadenza, aggirando il limite semestrale previsto dalla Costituzione. D’altronde per l’Egitto si tratta quasi di una “tradizione”: dal 1981 lo stato di emergenza è sempre rimasto in vigore, salvo una breve parentesi tra il 2012 e il 2017.
La pandemia ha offerto la sponda per ulteriori giri di vite: da maggio dell'anno scorso la legge consente per esempio la detenzione indefinita dei sospettati. Non è un caso se un terzo delle carceri egiziane sono state costruite sotto la presidenza al-Sisi.
🇪🇺 Egitto-Europa: se vince la realpolitik
Diritti umani e democrazia non sono gli unici motivi per cui le relazioni tra Europa ed Egitto continuano a essere complicate. Da un lato, i governi europei leggono il pugno di ferro di al-Sisi contro islamisti e “terroristi” come fattore di stabilità regionale. Dall’altro sanno che il suo aperto sostegno al generale Haftar, in Libia, ha contribuito a perpetuare la guerra civile e a mettere a rischio le fragili tregue.
Anche per l’Italia la partita è complessa. Dalla vicenda Regeni (2016) a oggi, Roma resta il primo importatore europeo di prodotti egiziani. E le grandi scoperte di giacimenti di gas sembrano cruciali soprattutto oggi, con i prezzi dell’energia alle stelle. Basterà questo a fare del Cairo un partner “inevitabile”?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Giappone ha scelto il suo nuovo premier. Su ispionline.it
👨⚖️ L’udienza è tolta
Ventidue mesi: è il tempo che sarà trascorso dal suo arresto quando, a dicembre, riprenderà il processo in Egitto contro Patrick Zaki. Ieri il giudice ha “concesso” un rinvio affinché l’avvocata di Zaki potesse studiare gli atti del processo. Un rinvio molto lungo, che Amnesty International considera una “punizione”.
Zaki, cittadino egiziano di religione copta che stava studiando a Bologna prima di essere arrestato di ritorno in Egitto, è accusato di “diffondere false informazioni” per un articolo sulle condizioni dei copti nel paese, ma anche di “istigare al rovesciamento dello stato”.
🇪🇬 Emergenza infinita
Zaki rischia dai cinque anni all’ergastolo. Il suo giudice è stato nominato dal presidente, Abdel Fattah al-Sisi. Come se non bastasse, per Zaki non ci sarà la possibilità di ricorrere in appello. Lo prevede lo stato di emergenza, cui l’Egitto di al-Sisi fa sempre più ricorso.
Dal 2017 lo stato di emergenza è stato rinnovato a ogni scadenza, aggirando il limite semestrale previsto dalla Costituzione. D’altronde per l’Egitto si tratta quasi di una “tradizione”: dal 1981 lo stato di emergenza è sempre rimasto in vigore, salvo una breve parentesi tra il 2012 e il 2017.
La pandemia ha offerto la sponda per ulteriori giri di vite: da maggio dell'anno scorso la legge consente per esempio la detenzione indefinita dei sospettati. Non è un caso se un terzo delle carceri egiziane sono state costruite sotto la presidenza al-Sisi.
🇪🇺 Egitto-Europa: se vince la realpolitik
Diritti umani e democrazia non sono gli unici motivi per cui le relazioni tra Europa ed Egitto continuano a essere complicate. Da un lato, i governi europei leggono il pugno di ferro di al-Sisi contro islamisti e “terroristi” come fattore di stabilità regionale. Dall’altro sanno che il suo aperto sostegno al generale Haftar, in Libia, ha contribuito a perpetuare la guerra civile e a mettere a rischio le fragili tregue.
Anche per l’Italia la partita è complessa. Dalla vicenda Regeni (2016) a oggi, Roma resta il primo importatore europeo di prodotti egiziani. E le grandi scoperte di giacimenti di gas sembrano cruciali soprattutto oggi, con i prezzi dell’energia alle stelle. Basterà questo a fare del Cairo un partner “inevitabile”?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Giappone ha scelto il suo nuovo premier. Su ispionline.it
🌍 PRE-COP A MILANO: CLIMA TESO
🪧♻️ Disuniti per il clima
Da oggi a sabato a Milano un selezionato gruppo di governi si incontra per la pre-COP26. L’evento parte subito dopo la fine di Youth4Climate, dove 400 giovani attivisti hanno chiesto di “chiudere le industrie alimentate da fonti fossili entro il 2030”.
La pre-COP è il calcio d'inizio di negoziati sempre più serrati che, passando per il G20 italiano di ottobre, porteranno alla COP26 di Glasgow di novembre. Sarà lì che i governi di tutti i paesi Onu dovranno dichiarare i propri nuovi obiettivi vincolanti di medio periodo nella lotta al cambiamento climatico. O almeno provarci.
🗣 “Bla, bla, bla”
Ieri Greta Thunberg non è andata per il sottile, e le sue parole di scherno nei confronti dei governi mondiali sono finite in prima pagina. Certo, dal 2020 tantissimi paesi hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica al 2050 (tra cui Ue e Usa) o “carbonica” al 2060 (la Cina). E a settembre Biden ha promesso di raddoppiare i fondi americani per aiutare i paesi più poveri ad affrontare la transizione, da 5 a 11 miliardi.
Ma siamo ancora lontani. Perché c’è chi fa poco, e persino chi rema contro. Con obiettivi “troppo ambiziosi”, a perderci sarebbero i grandi esportatori di fonti fossili: da paesi stabili come Arabia Saudita alla Russia (entrambi membri del G20), a quelli attraversati da crisi come Libia, Iran e Iraq. Per loro, il “futuro verde” sarà complicato.
📝 Eppur si muove?
Forse sì. Grazie alla fervida attività diplomatica di Roma e Londra, le promesse a livello G20 negli ultimi mesi si sono moltiplicate. Così il riscaldamento globale potrebbe fermarsi a +2,1°C nel 2100, anziché toccare i +2,8°C senza ulteriori riforme. Ma l’accordo di Parigi prevedeva uno sforzo ancora superiore (+1,5°C), e per arrivarci servirebbero investimenti per 100 trilioni di dollari in 30 anni.
E oggi c'è un altro problema: l’aumento delle bollette, in Europa e nel mondo. Che rischia di raffreddare la “voglia di transizione” proprio a ridosso di COP26, e mentre l’Ue negozia il suo pacchetto “Fit for 55” con impegni più ambiziosi al 2030. Impegni necessari per andare oltre al semplice “bla, bla, bla”.
Ascolta la nuova puntata di Globally, il podcast di ISPI e Will: Bla, bla, bla, la geopolitica del clima. Qui: https://bit.ly/globallyclima
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, la prima donna premier. Su ispionline.it
🪧♻️ Disuniti per il clima
Da oggi a sabato a Milano un selezionato gruppo di governi si incontra per la pre-COP26. L’evento parte subito dopo la fine di Youth4Climate, dove 400 giovani attivisti hanno chiesto di “chiudere le industrie alimentate da fonti fossili entro il 2030”.
La pre-COP è il calcio d'inizio di negoziati sempre più serrati che, passando per il G20 italiano di ottobre, porteranno alla COP26 di Glasgow di novembre. Sarà lì che i governi di tutti i paesi Onu dovranno dichiarare i propri nuovi obiettivi vincolanti di medio periodo nella lotta al cambiamento climatico. O almeno provarci.
🗣 “Bla, bla, bla”
Ieri Greta Thunberg non è andata per il sottile, e le sue parole di scherno nei confronti dei governi mondiali sono finite in prima pagina. Certo, dal 2020 tantissimi paesi hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica al 2050 (tra cui Ue e Usa) o “carbonica” al 2060 (la Cina). E a settembre Biden ha promesso di raddoppiare i fondi americani per aiutare i paesi più poveri ad affrontare la transizione, da 5 a 11 miliardi.
Ma siamo ancora lontani. Perché c’è chi fa poco, e persino chi rema contro. Con obiettivi “troppo ambiziosi”, a perderci sarebbero i grandi esportatori di fonti fossili: da paesi stabili come Arabia Saudita alla Russia (entrambi membri del G20), a quelli attraversati da crisi come Libia, Iran e Iraq. Per loro, il “futuro verde” sarà complicato.
📝 Eppur si muove?
Forse sì. Grazie alla fervida attività diplomatica di Roma e Londra, le promesse a livello G20 negli ultimi mesi si sono moltiplicate. Così il riscaldamento globale potrebbe fermarsi a +2,1°C nel 2100, anziché toccare i +2,8°C senza ulteriori riforme. Ma l’accordo di Parigi prevedeva uno sforzo ancora superiore (+1,5°C), e per arrivarci servirebbero investimenti per 100 trilioni di dollari in 30 anni.
E oggi c'è un altro problema: l’aumento delle bollette, in Europa e nel mondo. Che rischia di raffreddare la “voglia di transizione” proprio a ridosso di COP26, e mentre l’Ue negozia il suo pacchetto “Fit for 55” con impegni più ambiziosi al 2030. Impegni necessari per andare oltre al semplice “bla, bla, bla”.
Ascolta la nuova puntata di Globally, il podcast di ISPI e Will: Bla, bla, bla, la geopolitica del clima. Qui: https://bit.ly/globallyclima
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, la prima donna premier. Su ispionline.it
🌏 CINA: NELLA TRAPPOLA DEMOGRAFICA?
🇨🇳 Non è un paese per giovani
La popolazione cinese potrebbe dimezzarsi nel giro di 45 anni. Questo lo scenario secondo uno studio pubblicato ieri, causato da tassi di natalità in costante calo: dagli 1,6 figli per donna del 2016 agli 1,3 attuali. Se il trend dovesse proseguire si scenderebbe presto sotto “quota 1”, facendo della Cina il paese meno fecondo al mondo.
Per la prima volta in Cina si contano più ultrasessantenni che bambini. Così Pechino sta correndo ai ripari, con una serie di misure per incentivare la fecondità e “ringiovanire” la popolazione. Ma non è certo facile invertire in poco tempo gli effetti di quarant’anni di politiche di controllo delle nascite.
👨👩👦 Mio fratello è figlio unico
Dalla “politica del figlio unico” del 1979, portata avanti anche con sterilizzazioni e aborti forzati (quasi 8 milioni l’anno) si è passati nel 2016 alla possibilità per le famiglie di avere 2 figli, poi estesa a 3 nel maggio scorso. Il governo ha anche triplicato il numero di asili, prolungato il congedo di maternità e reso più complesso il divorzio.
Per la prima volta negli ultimi 40 anni, sono stati definiti dei piani per aumentare gradualmente l'età pensionabile. Una vera e propria rivoluzione delle politiche sociali, con l’obiettivo di fermare l’emorragia di cittadini in età lavorativa: meno 70 milioni nei prossimi 15 anni.
⚖️ Il tempo delle sfide
Dopo aver beneficiato del più grande dividendo demografico della storia moderna, Pechino si trova ora ad affrontare i costi della denatalità. Se nel 2000 c’erano ancora 10 lavoratori per ogni cittadino anziano, già oggi siamo scesi a meno di 6. Tanto che, di questo passo, la spesa cinese legata all'invecchiamento della popolazione triplicherà entro il 2050, passando dal 10 al 30% del PIL (oggi in Italia siamo al 17%).
Non si tratta però dell’unica sfida per l’economia cinese. Il caso Evergrande ha esposto la fragilità del settore immobiliare, uno dei pilastri della crescita del paese nell’ultimo decennio. Un decennio che ha anche visto il debito pubblico aumentare di 8 volte, e la produttività calare del 10%. Che la futura leadership economica globale della Cina non sia poi così imminente?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, Onu non grata. Su ispionline.it
🇨🇳 Non è un paese per giovani
La popolazione cinese potrebbe dimezzarsi nel giro di 45 anni. Questo lo scenario secondo uno studio pubblicato ieri, causato da tassi di natalità in costante calo: dagli 1,6 figli per donna del 2016 agli 1,3 attuali. Se il trend dovesse proseguire si scenderebbe presto sotto “quota 1”, facendo della Cina il paese meno fecondo al mondo.
Per la prima volta in Cina si contano più ultrasessantenni che bambini. Così Pechino sta correndo ai ripari, con una serie di misure per incentivare la fecondità e “ringiovanire” la popolazione. Ma non è certo facile invertire in poco tempo gli effetti di quarant’anni di politiche di controllo delle nascite.
👨👩👦 Mio fratello è figlio unico
Dalla “politica del figlio unico” del 1979, portata avanti anche con sterilizzazioni e aborti forzati (quasi 8 milioni l’anno) si è passati nel 2016 alla possibilità per le famiglie di avere 2 figli, poi estesa a 3 nel maggio scorso. Il governo ha anche triplicato il numero di asili, prolungato il congedo di maternità e reso più complesso il divorzio.
Per la prima volta negli ultimi 40 anni, sono stati definiti dei piani per aumentare gradualmente l'età pensionabile. Una vera e propria rivoluzione delle politiche sociali, con l’obiettivo di fermare l’emorragia di cittadini in età lavorativa: meno 70 milioni nei prossimi 15 anni.
⚖️ Il tempo delle sfide
Dopo aver beneficiato del più grande dividendo demografico della storia moderna, Pechino si trova ora ad affrontare i costi della denatalità. Se nel 2000 c’erano ancora 10 lavoratori per ogni cittadino anziano, già oggi siamo scesi a meno di 6. Tanto che, di questo passo, la spesa cinese legata all'invecchiamento della popolazione triplicherà entro il 2050, passando dal 10 al 30% del PIL (oggi in Italia siamo al 17%).
Non si tratta però dell’unica sfida per l’economia cinese. Il caso Evergrande ha esposto la fragilità del settore immobiliare, uno dei pilastri della crescita del paese nell’ultimo decennio. Un decennio che ha anche visto il debito pubblico aumentare di 8 volte, e la produttività calare del 10%. Che la futura leadership economica globale della Cina non sia poi così imminente?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, Onu non grata. Su ispionline.it
🌍 IL G20 DEI THINK TANK PER RIPENSARE IL FUTURO. SEGUI LA DIRETTA
Segui la diretta dell'apertura del Think20 Summit 2021 alle 14. Promosso dall'ISPI e dall'Università Bocconi, riunirà top speaker (come Kristalina Georgieva, Managing Director IMF, António Guterres, Segretario Generale ONU, Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale OMS) ed esperti di tutto il mondo per confrontarsi sulle priorità del G20 italiano: people, planet, prosperity. Il Summit si tiene da oggi fino al 6 ottobre, dalle 14 alle 17.
Segui a questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
Segui la diretta dell'apertura del Think20 Summit 2021 alle 14. Promosso dall'ISPI e dall'Università Bocconi, riunirà top speaker (come Kristalina Georgieva, Managing Director IMF, António Guterres, Segretario Generale ONU, Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale OMS) ed esperti di tutto il mondo per confrontarsi sulle priorità del G20 italiano: people, planet, prosperity. Il Summit si tiene da oggi fino al 6 ottobre, dalle 14 alle 17.
Segui a questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
🌍 PARADISI FISCALI: IL VASO DI PANDORA
💥 Fughe esplosive
12 milioni di documenti, di cui 1,2 milioni di email e mezzo milione di fogli di calcolo. Questi i file alla base dei Pandora Papers: al loro interno informazioni fiscali e finanziarie sugli affari di oltre 300 funzionari governativi e 35 capi di stato o governo attuali e passati. Tra loro anche l’ex premier britannico Blair, l’attuale premier ceco Babiš e il presidente cileno Piñera.
Quello di oggi è solo l’ultimo di una serie di leak alla base di scandali fiscali succedutisi negli ultimi anni, dai Panama Papers del 2016 ai Paradise Papers del 2017. Ma è anche la fuga di documenti più grande – e, forse, scottante – di sempre.
💸 Paradiso perduto
Ogni anno i governi mondiali perdono tra i 400 e gli 800 miliardi di dollari a causa di evasione ed elusione che passano dai paradisi fiscali. E il ruolo dei soli territori d’oltremare del Regno Unito, come le isole Cayman, è spropositato: una serie di isolette che formano lo 0,01% della superficie terrestre è responsabile del 33% delle perdite di entrate fiscali globali.
Adesso alcune ripercussioni politiche delle rivelazioni contenute nei Pandora Papers potrebbero essere rapide. Venerdì si vota in Repubblica Ceca, e il premier uscente Babiš (tra le persone più ricche del paese) è accusato di aver usato società fantasma per comprare proprietà all’estero. Ma non sono solo le elezioni in Europa centrale a preoccupare.
🤔 Tassa globale, quo vadis?
Alcuni dei leader tirati in ballo dai “Papers” sono tra quelli che presto dovranno dare il loro imprimatur formale alla tassa minima globale sulle multinazionali. A luglio era arrivato un primo okay dei ministri finanziari del G20, e si attende adesso il G20 italiano del 30-31 ottobre tra capi di stato e di governo per la ratifica definitiva.
Sull’onda dell’entusiasmo, i leader Ue avevano sospeso i loro progetti per una tassa europea sulle multinazionali digitali (che la Francia invece mantiene tutt’oggi). Ma tra i 27 ci sono posizioni più fredde di altre, come quelle di Irlanda e Cipro, che da sempre sfruttano il regime di tassazione per attrarre imprese e capitali. I Pandora Papers convinceranno anche gli ultimi scettici?
T20 Summit 2021: Il G20 dei think tank per ripensare il futuro è in diretta streaming da oggi al 6 ottobre dalle 14.00 alle 17.00. Seguilo anche domani e dopodomani a questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
💥 Fughe esplosive
12 milioni di documenti, di cui 1,2 milioni di email e mezzo milione di fogli di calcolo. Questi i file alla base dei Pandora Papers: al loro interno informazioni fiscali e finanziarie sugli affari di oltre 300 funzionari governativi e 35 capi di stato o governo attuali e passati. Tra loro anche l’ex premier britannico Blair, l’attuale premier ceco Babiš e il presidente cileno Piñera.
Quello di oggi è solo l’ultimo di una serie di leak alla base di scandali fiscali succedutisi negli ultimi anni, dai Panama Papers del 2016 ai Paradise Papers del 2017. Ma è anche la fuga di documenti più grande – e, forse, scottante – di sempre.
💸 Paradiso perduto
Ogni anno i governi mondiali perdono tra i 400 e gli 800 miliardi di dollari a causa di evasione ed elusione che passano dai paradisi fiscali. E il ruolo dei soli territori d’oltremare del Regno Unito, come le isole Cayman, è spropositato: una serie di isolette che formano lo 0,01% della superficie terrestre è responsabile del 33% delle perdite di entrate fiscali globali.
Adesso alcune ripercussioni politiche delle rivelazioni contenute nei Pandora Papers potrebbero essere rapide. Venerdì si vota in Repubblica Ceca, e il premier uscente Babiš (tra le persone più ricche del paese) è accusato di aver usato società fantasma per comprare proprietà all’estero. Ma non sono solo le elezioni in Europa centrale a preoccupare.
🤔 Tassa globale, quo vadis?
Alcuni dei leader tirati in ballo dai “Papers” sono tra quelli che presto dovranno dare il loro imprimatur formale alla tassa minima globale sulle multinazionali. A luglio era arrivato un primo okay dei ministri finanziari del G20, e si attende adesso il G20 italiano del 30-31 ottobre tra capi di stato e di governo per la ratifica definitiva.
Sull’onda dell’entusiasmo, i leader Ue avevano sospeso i loro progetti per una tassa europea sulle multinazionali digitali (che la Francia invece mantiene tutt’oggi). Ma tra i 27 ci sono posizioni più fredde di altre, come quelle di Irlanda e Cipro, che da sempre sfruttano il regime di tassazione per attrarre imprese e capitali. I Pandora Papers convinceranno anche gli ultimi scettici?
T20 Summit 2021: Il G20 dei think tank per ripensare il futuro è in diretta streaming da oggi al 6 ottobre dalle 14.00 alle 17.00. Seguilo anche domani e dopodomani a questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
🌏 CINA-TAIWAN: TENSIONE AD ALTA QUOTA
🛫 Ottobre rosso
34 caccia da combattimento e 12 bombardieri con capacità nucleare cinesi sono entrati ieri nella zona di difesa aerea di Taiwan: mai così tanti in un singolo giorno. Pechino ha spesso usato queste incursioni in risposta a specifici eventi. Una dichiarazione di Blinken di sostegno americano a Taiwan? Dispiegati 25 caccia. Un accordo USA-Taiwan per la cooperazione tra le rispettive guardie costiere? Si alzano in volo 20 jet.
Dopo quattro giorni consecutivi di sortite, le incursioni cinesi da inizio ottobre sfiorano già le 150, per un totale annuo di 393, già oltre le 380 dell’intero 2020. Segnale che i rapporti tra Cina, Taiwan e i suoi alleati sono più tesi che mai.
🇨🇳 Bocconi indigesti
L’azione di Pechino suona come una risposta alla crescente cooperazione e presenza del fronte “anticinese” nell’Indo-Pacifico. A fine agosto l’amministrazione Biden ha approvato la sua prima vendita di armi a Taiwan. A settembre poi il primo incontro di persona tra i leader del Quad e la firma del patto AUKUS tra Australia, UK e USA. E proprio in questi giorni Londra e Washington sono impegnate, assieme al Giappone, in imponenti esercitazioni militari nel Mar Cinese Meridionale.
Il tutto mentre Taiwan ha richiesto di aderire all’accordo commerciale CPTPP (come la Cina aveva fatto la settimana precedente), e si prepara ad accogliere una delegazione di senatori francesi: una parvenza di sovranità per l’isola a cui Pechino non può che opporsi.
🤝 Modello lituano?
Così Pechino ha cercato una sponda a Bruxelles. A fine settembre il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e l’Alto rappresentante Ue Borrell, hanno toccato il tema Taiwan. L’Ue ha ammesso le sue intenzioni di ampliare i propri rapporti con l’isola, ma sempre nell’alveo della “One-China policy”: senza riconoscerne una piena statualità e senza condurre scambi ufficiali.
Ma cresce la pressione del Parlamento europeo per gettare le basi di un accordo bilaterale di investimento tra Ue e Taiwan. E per la prima volta in assoluto, lo scorso luglio, uno Stato membro (la Lituania) ha ufficialmente aperto sul proprio territorio un ufficio di rappresentanza taiwanese. Dal principio di una sola Cina a una Cina sempre più sola, il passo è breve.
T20 Summit 2021: l’ultima giornata del G20 dei think tank per ripensare il futuro sarà in diretta streaming domani 6 ottobre dalle 14.00 alle 17.00. Segui a questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
🛫 Ottobre rosso
34 caccia da combattimento e 12 bombardieri con capacità nucleare cinesi sono entrati ieri nella zona di difesa aerea di Taiwan: mai così tanti in un singolo giorno. Pechino ha spesso usato queste incursioni in risposta a specifici eventi. Una dichiarazione di Blinken di sostegno americano a Taiwan? Dispiegati 25 caccia. Un accordo USA-Taiwan per la cooperazione tra le rispettive guardie costiere? Si alzano in volo 20 jet.
Dopo quattro giorni consecutivi di sortite, le incursioni cinesi da inizio ottobre sfiorano già le 150, per un totale annuo di 393, già oltre le 380 dell’intero 2020. Segnale che i rapporti tra Cina, Taiwan e i suoi alleati sono più tesi che mai.
🇨🇳 Bocconi indigesti
L’azione di Pechino suona come una risposta alla crescente cooperazione e presenza del fronte “anticinese” nell’Indo-Pacifico. A fine agosto l’amministrazione Biden ha approvato la sua prima vendita di armi a Taiwan. A settembre poi il primo incontro di persona tra i leader del Quad e la firma del patto AUKUS tra Australia, UK e USA. E proprio in questi giorni Londra e Washington sono impegnate, assieme al Giappone, in imponenti esercitazioni militari nel Mar Cinese Meridionale.
Il tutto mentre Taiwan ha richiesto di aderire all’accordo commerciale CPTPP (come la Cina aveva fatto la settimana precedente), e si prepara ad accogliere una delegazione di senatori francesi: una parvenza di sovranità per l’isola a cui Pechino non può che opporsi.
🤝 Modello lituano?
Così Pechino ha cercato una sponda a Bruxelles. A fine settembre il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e l’Alto rappresentante Ue Borrell, hanno toccato il tema Taiwan. L’Ue ha ammesso le sue intenzioni di ampliare i propri rapporti con l’isola, ma sempre nell’alveo della “One-China policy”: senza riconoscerne una piena statualità e senza condurre scambi ufficiali.
Ma cresce la pressione del Parlamento europeo per gettare le basi di un accordo bilaterale di investimento tra Ue e Taiwan. E per la prima volta in assoluto, lo scorso luglio, uno Stato membro (la Lituania) ha ufficialmente aperto sul proprio territorio un ufficio di rappresentanza taiwanese. Dal principio di una sola Cina a una Cina sempre più sola, il passo è breve.
T20 Summit 2021: l’ultima giornata del G20 dei think tank per ripensare il futuro sarà in diretta streaming domani 6 ottobre dalle 14.00 alle 17.00. Segui a questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
🌎 FACEBOOK & CO.: DA GRANDI POTERI, GRANDI RESPONSABILITÀ?
📱 Il diavolo è nei dettagli
666. Lunedì, 6 ore di blackout totale e fino al 6% di valore di mercato perso in Borsa. Ieri Frances Haugen, ex manager di Facebook che ha testimoniato davanti a una commissione del Senato americano, ha detto che almeno il 6% di utenti minorenni sarebbe stato “danneggiato psicologicamente” da Instagram.
Tre “sei” che hanno segnato la settimana terribile di Facebook, compagnia che controlla anche Instagram e WhatsApp. E che, messi in fila, sembrano far presagire che anche per i giganti del web qualcosa stia (lentamente) cambiando.
👍 I colossi dei like
Il crollo simultaneo di Facebook, WhatsApp e Instagram, tre delle piattaforme social più utilizzate al mondo, riporta alla ribalta il problema dell’eccessiva concentrazione nei mercati digitali. Questione economica, ma anche di sicurezza. Soprattutto per i “social”, piattaforme che vanno per loro natura verso la concentrazione: più persone li utilizzano, più altre faranno lo stesso.
Politica e “tecnici” (le autorità per la concorrenza) sono però state a lungo riluttanti nell’ostacolare acquisizioni e fusioni digitali. Così oggi tre gruppi (Google, Facebook e Amazon) controllano il 64% del mercato della pubblicità online in Occidente e hanno una capitalizzazione di 4.000 miliardi di dollari (il 20% di tutte le compagnie tech quotate negli Usa). Inoltre, la loro portata sociale le rende un obiettivo sempre più ghiotto anche per gli autori di eventuali attacchi informatici.
📉 “Peak Facebook”?
L’azienda di Zuckerberg è cresciuta per anni, da 1 miliardo di utenti attivi nel 2012 ai quasi 3 miliardi di oggi. A giugno, però, la Commissione europea ha aperto una grossa indagine antitrust contro Facebook, e al Congresso americano pare esserci consenso bipartisan sulla necessità di porre un freno allo strapotere delle Big Tech. Per questioni di concorrenza, certo, ma anche per regolare la libertà delle piattaforme social di influenzare il dibattito pubblico, polarizzando animi e opinioni.
Ma limitare la “potenza di fuoco” delle grandi compagnie digitali Usa ne ridurrebbe la forza a livello internazionale, e Pechino potrebbe approfittarne. La prova, se mai ce ne fosse bisogno, che il dibattito sulle Big Tech non può prescindere da quello sulle big powers.
T20 Summit 2021: rivedi la giornata conclusiva del G20 dei think tank per ripensare il futuro. A questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
📱 Il diavolo è nei dettagli
666. Lunedì, 6 ore di blackout totale e fino al 6% di valore di mercato perso in Borsa. Ieri Frances Haugen, ex manager di Facebook che ha testimoniato davanti a una commissione del Senato americano, ha detto che almeno il 6% di utenti minorenni sarebbe stato “danneggiato psicologicamente” da Instagram.
Tre “sei” che hanno segnato la settimana terribile di Facebook, compagnia che controlla anche Instagram e WhatsApp. E che, messi in fila, sembrano far presagire che anche per i giganti del web qualcosa stia (lentamente) cambiando.
👍 I colossi dei like
Il crollo simultaneo di Facebook, WhatsApp e Instagram, tre delle piattaforme social più utilizzate al mondo, riporta alla ribalta il problema dell’eccessiva concentrazione nei mercati digitali. Questione economica, ma anche di sicurezza. Soprattutto per i “social”, piattaforme che vanno per loro natura verso la concentrazione: più persone li utilizzano, più altre faranno lo stesso.
Politica e “tecnici” (le autorità per la concorrenza) sono però state a lungo riluttanti nell’ostacolare acquisizioni e fusioni digitali. Così oggi tre gruppi (Google, Facebook e Amazon) controllano il 64% del mercato della pubblicità online in Occidente e hanno una capitalizzazione di 4.000 miliardi di dollari (il 20% di tutte le compagnie tech quotate negli Usa). Inoltre, la loro portata sociale le rende un obiettivo sempre più ghiotto anche per gli autori di eventuali attacchi informatici.
📉 “Peak Facebook”?
L’azienda di Zuckerberg è cresciuta per anni, da 1 miliardo di utenti attivi nel 2012 ai quasi 3 miliardi di oggi. A giugno, però, la Commissione europea ha aperto una grossa indagine antitrust contro Facebook, e al Congresso americano pare esserci consenso bipartisan sulla necessità di porre un freno allo strapotere delle Big Tech. Per questioni di concorrenza, certo, ma anche per regolare la libertà delle piattaforme social di influenzare il dibattito pubblico, polarizzando animi e opinioni.
Ma limitare la “potenza di fuoco” delle grandi compagnie digitali Usa ne ridurrebbe la forza a livello internazionale, e Pechino potrebbe approfittarne. La prova, se mai ce ne fosse bisogno, che il dibattito sulle Big Tech non può prescindere da quello sulle big powers.
T20 Summit 2021: rivedi la giornata conclusiva del G20 dei think tank per ripensare il futuro. A questo link: https://events.ispionline.it/en/t20-summit/
🌍 SUMMIT UE-BALCANI: SOLDI E PROMESSE
🇪🇺 Porta socchiusa
Fumata grigia per un nuovo allargamento dell’UE. Nel summit di ieri tra i leader europei e dei Balcani occidentali è stata ribadita la promessa, vecchia di decenni, di un futuro ingresso dei sei paesi balcanici nel blocco dei 27. Ma di tabelle di marcia o scadenze nemmeno l’ombra.
Von der Leyen ha dichiarato che la Commissione farà del suo meglio per far avanzare questo processo di adesione “senza il quale l’Unione Europea non è completa”. Ma anche la sola menzione della parola “allargamento” nel testo della dichiarazione finale dei leader è stata ferocemente dibattuta. Non era mai stata utilizzata a margine di questi summit: un piccolo passo avanti.
🚫 L’Unione dei veti
Anche così, quasi un terzo degli Stati Membri si oppongono all’entrata di uno o più paesi balcanici. In particolare, Francia, Paesi Bassi e Danimarca temono una ripetizione dei movimenti migratori interni all’UE seguiti all’adesione di Romania e Bulgaria nel 2007. La Bulgaria stessa chiude all’ingresso della Macedonia del Nord, con cui ha diatribe culturali e linguistiche. Mentre il Kosovo non è neppure riconosciuto come stato sovrano da cinque paesi UE.
Russia e Cina non restano però a guardare e stanno espandendo la propria influenza nei Balcani. Così, nonostante i veti, le prospettive di un futuro nell’UE devono essere tenute vive. E i paesi con candidatura in stallo ricompensati: 30 i miliardi di euro promessi dalla Commissione nei prossimi sette anni.
🪖 L’esercito mai NATO
Negli anni Novanta, le guerre nell’ex Jugoslavia misero in luce l’assenza di “autonomia strategica” dell’Unione in politica estera, sollevando la questione della necessità di un esercito europeo. A distanza di quasi 30 anni, ieri la discussione è tornata centrale nel dibattito tra i leader europei, dopo che la crisi afghana ha ribadito gli stessi problemi di allora.
Pochi i progressi, molte le divisioni per un risultato anche in questo caso inconcludente. Per creare un'illusione di consenso, si è concordato per un approccio antitetico: ridurre la dipendenza dagli alleati ma rafforzando la partnership con la NATO. A Borrell il compito di redigere una “Bussola Strategica” sulla politica estera UE basata su questa linea guida. Buona fortuna.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un vaccino contro la malaria. Su ispionline.it
🇪🇺 Porta socchiusa
Fumata grigia per un nuovo allargamento dell’UE. Nel summit di ieri tra i leader europei e dei Balcani occidentali è stata ribadita la promessa, vecchia di decenni, di un futuro ingresso dei sei paesi balcanici nel blocco dei 27. Ma di tabelle di marcia o scadenze nemmeno l’ombra.
Von der Leyen ha dichiarato che la Commissione farà del suo meglio per far avanzare questo processo di adesione “senza il quale l’Unione Europea non è completa”. Ma anche la sola menzione della parola “allargamento” nel testo della dichiarazione finale dei leader è stata ferocemente dibattuta. Non era mai stata utilizzata a margine di questi summit: un piccolo passo avanti.
🚫 L’Unione dei veti
Anche così, quasi un terzo degli Stati Membri si oppongono all’entrata di uno o più paesi balcanici. In particolare, Francia, Paesi Bassi e Danimarca temono una ripetizione dei movimenti migratori interni all’UE seguiti all’adesione di Romania e Bulgaria nel 2007. La Bulgaria stessa chiude all’ingresso della Macedonia del Nord, con cui ha diatribe culturali e linguistiche. Mentre il Kosovo non è neppure riconosciuto come stato sovrano da cinque paesi UE.
Russia e Cina non restano però a guardare e stanno espandendo la propria influenza nei Balcani. Così, nonostante i veti, le prospettive di un futuro nell’UE devono essere tenute vive. E i paesi con candidatura in stallo ricompensati: 30 i miliardi di euro promessi dalla Commissione nei prossimi sette anni.
🪖 L’esercito mai NATO
Negli anni Novanta, le guerre nell’ex Jugoslavia misero in luce l’assenza di “autonomia strategica” dell’Unione in politica estera, sollevando la questione della necessità di un esercito europeo. A distanza di quasi 30 anni, ieri la discussione è tornata centrale nel dibattito tra i leader europei, dopo che la crisi afghana ha ribadito gli stessi problemi di allora.
Pochi i progressi, molte le divisioni per un risultato anche in questo caso inconcludente. Per creare un'illusione di consenso, si è concordato per un approccio antitetico: ridurre la dipendenza dagli alleati ma rafforzando la partnership con la NATO. A Borrell il compito di redigere una “Bussola Strategica” sulla politica estera UE basata su questa linea guida. Buona fortuna.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un vaccino contro la malaria. Su ispionline.it
🌏 CINA E CARBONE: CONTRORDINE, COMPAGNI!
🇨🇳 Don’t stop me now
Ieri Pechino ha ordinato alle sue imprese di aumentare la produzione di carbone. È l’ultimo atto di una crisi che dura ormai da almeno un mese, e che sta facendo rallentare in modo brusco la crescita della seconda economia del mondo.
Alle prese con una crisi energetica, a settembre oltre metà delle province cinesi ha dovuto imporre il razionamento dei consumi, e così molte industrie hanno più volte interrotto la produzione. Anche per questo, le previsioni per il terzo trimestre 2021 ipotizzano addirittura una crescita zero del PIL cinese. La fabbrica del mondo si è fermata?
🏭 A tutto carbone
Nel corso degli ultimi dodici mesi i prezzi del carbone termico in Cina sono quasi triplicati, passando da 550 a 1.550 yuan per tonnellata. E gran parte di questo aumento è avvenuta da agosto, rendendo quasi inevitabile che il governo cinese intervenisse.
Quella dal carbone è una dipendenza che Pechino non riesce a lasciarsi alle spalle. Ancora oggi quasi il 60% dell’energia in Cina proviene dal carbone (in Ue siamo all’11%). Questo a sua volta significa che di tutto il carbone che il mondo ha consumato nel 2020, più della metà (il 54%) è stata utilizzata da Pechino.
Quando il carbone scarseggia, la Cina compensa aumentando (e molto) gli acquisti di gas naturale. State pensando anche voi alle bollette di casa?
🤔 Clima incerto
Il segnale che la Cina (di gran lunga primo emettitore globale di CO2) sta dando al mondo è preoccupante: Pechino continua ad andare a carbone, e di alternative nel breve periodo se ne vedono poche. Anzi, il numero di centrali a carbone è in continuo aumento.
Non certo la politica più efficace per arrestare l’aumento delle emissioni cinesi entro il 2030 e raggiungere la “neutralità carbonica” entro il 2060, come promesso molte volte da Xi (l’ultima meno di un mese fa all'ONU).
Ma Pechino non è da sola: l’aumento dei prezzi dell’energia in Europa rimane in alto nelle agende dei governi, che temono proteste in stile “gilet gialli”. Purtroppo, a tre settimane dall’inizio di COP26, gli interrogativi sulla velocità (e sostenibilità) della transizione verde non fanno che moltiplicarsi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Polonia, sfida all’Unione Europea. Su ispionline.it
🇨🇳 Don’t stop me now
Ieri Pechino ha ordinato alle sue imprese di aumentare la produzione di carbone. È l’ultimo atto di una crisi che dura ormai da almeno un mese, e che sta facendo rallentare in modo brusco la crescita della seconda economia del mondo.
Alle prese con una crisi energetica, a settembre oltre metà delle province cinesi ha dovuto imporre il razionamento dei consumi, e così molte industrie hanno più volte interrotto la produzione. Anche per questo, le previsioni per il terzo trimestre 2021 ipotizzano addirittura una crescita zero del PIL cinese. La fabbrica del mondo si è fermata?
🏭 A tutto carbone
Nel corso degli ultimi dodici mesi i prezzi del carbone termico in Cina sono quasi triplicati, passando da 550 a 1.550 yuan per tonnellata. E gran parte di questo aumento è avvenuta da agosto, rendendo quasi inevitabile che il governo cinese intervenisse.
Quella dal carbone è una dipendenza che Pechino non riesce a lasciarsi alle spalle. Ancora oggi quasi il 60% dell’energia in Cina proviene dal carbone (in Ue siamo all’11%). Questo a sua volta significa che di tutto il carbone che il mondo ha consumato nel 2020, più della metà (il 54%) è stata utilizzata da Pechino.
Quando il carbone scarseggia, la Cina compensa aumentando (e molto) gli acquisti di gas naturale. State pensando anche voi alle bollette di casa?
🤔 Clima incerto
Il segnale che la Cina (di gran lunga primo emettitore globale di CO2) sta dando al mondo è preoccupante: Pechino continua ad andare a carbone, e di alternative nel breve periodo se ne vedono poche. Anzi, il numero di centrali a carbone è in continuo aumento.
Non certo la politica più efficace per arrestare l’aumento delle emissioni cinesi entro il 2030 e raggiungere la “neutralità carbonica” entro il 2060, come promesso molte volte da Xi (l’ultima meno di un mese fa all'ONU).
Ma Pechino non è da sola: l’aumento dei prezzi dell’energia in Europa rimane in alto nelle agende dei governi, che temono proteste in stile “gilet gialli”. Purtroppo, a tre settimane dall’inizio di COP26, gli interrogativi sulla velocità (e sostenibilità) della transizione verde non fanno che moltiplicarsi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Polonia, sfida all’Unione Europea. Su ispionline.it