🌎 USA: PROBLEMA NO-VAX
🦠 Pochi vaccini, tanti morti
Da primi a ultimi. Dopo aver rappresentato per mesi il modello globale di riferimento per inoculazione di vaccini, gli Stati Uniti ora arrancano, con il tasso di copertura vaccinale completa più basso tra i paesi G7: 53% contro, ad esempio, il 64% dell’Italia. Non solo: anche paesi molto più poveri, come Cambogia o Mongolia, hanno vaccinato una quota maggiore di persone.
Se la campagna vaccinale negli Stati Uniti rallenta, lo stesso non si può dire della pandemia: 150mila la media dei nuovi casi giornalieri, 1.500 i decessi. Ad agosto uno stato americano su cinque ha stabilito il proprio record di ricoveri Covid da inizio emergenza. Ma, nonostante questo, sul vaccino gli americani restano diffidenti.
🇺🇸 Scetticismo made in USA
Più di un americano su quattro (27%) afferma di non avere intenzione di farsi vaccinare o di non essere sicuro di farlo: circa il doppio rispetto a francesi o italiani. Dato in calo rispetto al 37% di marzo, ma tra le grandi economie mondiali solo i russi sono meno entusiasti del vaccino.
Pesa la scarsità di protezioni sociali, compreso il mancato congedo pagato per malattia: due lavoratori americani su dieci non si vaccinano per evitare la possibile breve convalescenza collegata all’iniezione. Ma pesano anche le divisioni politiche, con gli stati “repubblicani” molto meno vaccinati e schierati contro la proposta di Biden di imporre l’obbligo vaccinale per dipendenti federali e grandi aziende.
💉 L’Europa s’è desta?
Sull’altra sponda dell’Atlantico, sembrano ormai lontane anni luce le polemiche sulla campagna vaccinale, tra errori nei contratti di fornitura, tira e molla con AstraZeneca e ritardi nelle consegne. Solo a marzo il Financial Times scriveva che Bruxelles aveva «fallito la sfida vaccinale». A distanza di sei mesi, un articolo invecchiato male.
L’obiettivo, posto dalla stessa Commissione europea, di vaccinare il 70% della popolazione adulta “entro fine estate” è stato centrato già il 31 agosto, anche grazie all’introduzione di obblighi collegati al green pass. E così oggi Ursula von der Leyen, nel suo “Stato dell’Unione” che fa il verso a quello americano, ha potuto festeggiare. Adesso non resta, e non è poco, che tenere il passo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, von der Leyen e lo Stato dell’Unione. Su ispionline.it
🦠 Pochi vaccini, tanti morti
Da primi a ultimi. Dopo aver rappresentato per mesi il modello globale di riferimento per inoculazione di vaccini, gli Stati Uniti ora arrancano, con il tasso di copertura vaccinale completa più basso tra i paesi G7: 53% contro, ad esempio, il 64% dell’Italia. Non solo: anche paesi molto più poveri, come Cambogia o Mongolia, hanno vaccinato una quota maggiore di persone.
Se la campagna vaccinale negli Stati Uniti rallenta, lo stesso non si può dire della pandemia: 150mila la media dei nuovi casi giornalieri, 1.500 i decessi. Ad agosto uno stato americano su cinque ha stabilito il proprio record di ricoveri Covid da inizio emergenza. Ma, nonostante questo, sul vaccino gli americani restano diffidenti.
🇺🇸 Scetticismo made in USA
Più di un americano su quattro (27%) afferma di non avere intenzione di farsi vaccinare o di non essere sicuro di farlo: circa il doppio rispetto a francesi o italiani. Dato in calo rispetto al 37% di marzo, ma tra le grandi economie mondiali solo i russi sono meno entusiasti del vaccino.
Pesa la scarsità di protezioni sociali, compreso il mancato congedo pagato per malattia: due lavoratori americani su dieci non si vaccinano per evitare la possibile breve convalescenza collegata all’iniezione. Ma pesano anche le divisioni politiche, con gli stati “repubblicani” molto meno vaccinati e schierati contro la proposta di Biden di imporre l’obbligo vaccinale per dipendenti federali e grandi aziende.
💉 L’Europa s’è desta?
Sull’altra sponda dell’Atlantico, sembrano ormai lontane anni luce le polemiche sulla campagna vaccinale, tra errori nei contratti di fornitura, tira e molla con AstraZeneca e ritardi nelle consegne. Solo a marzo il Financial Times scriveva che Bruxelles aveva «fallito la sfida vaccinale». A distanza di sei mesi, un articolo invecchiato male.
L’obiettivo, posto dalla stessa Commissione europea, di vaccinare il 70% della popolazione adulta “entro fine estate” è stato centrato già il 31 agosto, anche grazie all’introduzione di obblighi collegati al green pass. E così oggi Ursula von der Leyen, nel suo “Stato dell’Unione” che fa il verso a quello americano, ha potuto festeggiare. Adesso non resta, e non è poco, che tenere il passo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, von der Leyen e lo Stato dell’Unione. Su ispionline.it
🌏 RUSSIA AL VOTO: PUTIN PER SEMPRE. O NO?
🗳 Russia (dis)unita
Tra domani e domenica i cittadini russi sono chiamati a rinnovare la Duma, la camera bassa del parlamento. Un passaggio che potrebbe apparire scontato, se si pensa che l’anno scorso la modifica della costituzione (che permetterà a Putin di restare al potere potenzialmente fino al 2036, più di Stalin) è passata con il 79% dei consensi.
Ma il voto arriva in un momento di grande incertezza per Mosca: nel bel mezzo della peggior crisi sanitaria da inizio pandemia e a un anno dall’affaire Navalny, il calo di consensi per Russia Unita (il partito di Putin) sembra evidente.
📉 Bersaglio di comodo
Con solo un terzo di russi vaccinati a oggi, la pandemia continua a colpire duro. Negli ultimi due mesi, Covid “versione Delta” ha ucciso 60.000 persone: quasi un terzo del totale da inizio emergenza. E persino Putin dovrà trascorrere le giornate elettorali in isolamento, dopo che alcuni dei suoi collaboratori sono stati contagiati.
Non solo: dal 2014 i redditi reali dei russi si sono ridotti dell’11%, e oggi il 14% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel frattempo, l’inflazione elevata (quasi 7% ad agosto) continua a erodere il potere d’acquisto.
Ecco perché Russia Unita continua a perdere consensi. Pur rimanendo primo partito, i sondaggi lo danno in forte calo, dal 54% del 2016 al 25-30% oggi, con la “complicità” del Cremlino: meglio lasciare che le colpe ricadano sul partito e i funzionari locali, piuttosto che intaccare la popolarità del presidente.
🇷🇺 Putin non si tocca
Popolarità di Putin che, in effetti, rimane alta: ad agosto il 61% dei russi si schierava con lui. Segnale che in sella resta un leader forte, abile a gestire il consenso (con il suo mix di avventurismo estero e repressione interna). Ma comunque in calo rispetto a tre anni fa, quando il tasso di approvazione superava l’80%. Nel “dopo Navalny”, poi, il rischio di proteste di piazza è sempre dietro l’angolo.
E l’Europa? Osserva da spettatore interessato, temendo che se Putin dovesse sentirsi “accerchiato” tornerebbe a giocarsi la carta della maggiore assertività in politica estera. Con la crisi ucraina ancora aperta e la centralità del gas russo nei consumi europei, c’è da scommettere che anche in Ue c’è chi fa il tifo per il presidente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Aukus”, Triplice alleanza per l’Indo-Pacifico. Su ispionline.it
🗳 Russia (dis)unita
Tra domani e domenica i cittadini russi sono chiamati a rinnovare la Duma, la camera bassa del parlamento. Un passaggio che potrebbe apparire scontato, se si pensa che l’anno scorso la modifica della costituzione (che permetterà a Putin di restare al potere potenzialmente fino al 2036, più di Stalin) è passata con il 79% dei consensi.
Ma il voto arriva in un momento di grande incertezza per Mosca: nel bel mezzo della peggior crisi sanitaria da inizio pandemia e a un anno dall’affaire Navalny, il calo di consensi per Russia Unita (il partito di Putin) sembra evidente.
📉 Bersaglio di comodo
Con solo un terzo di russi vaccinati a oggi, la pandemia continua a colpire duro. Negli ultimi due mesi, Covid “versione Delta” ha ucciso 60.000 persone: quasi un terzo del totale da inizio emergenza. E persino Putin dovrà trascorrere le giornate elettorali in isolamento, dopo che alcuni dei suoi collaboratori sono stati contagiati.
Non solo: dal 2014 i redditi reali dei russi si sono ridotti dell’11%, e oggi il 14% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel frattempo, l’inflazione elevata (quasi 7% ad agosto) continua a erodere il potere d’acquisto.
Ecco perché Russia Unita continua a perdere consensi. Pur rimanendo primo partito, i sondaggi lo danno in forte calo, dal 54% del 2016 al 25-30% oggi, con la “complicità” del Cremlino: meglio lasciare che le colpe ricadano sul partito e i funzionari locali, piuttosto che intaccare la popolarità del presidente.
🇷🇺 Putin non si tocca
Popolarità di Putin che, in effetti, rimane alta: ad agosto il 61% dei russi si schierava con lui. Segnale che in sella resta un leader forte, abile a gestire il consenso (con il suo mix di avventurismo estero e repressione interna). Ma comunque in calo rispetto a tre anni fa, quando il tasso di approvazione superava l’80%. Nel “dopo Navalny”, poi, il rischio di proteste di piazza è sempre dietro l’angolo.
E l’Europa? Osserva da spettatore interessato, temendo che se Putin dovesse sentirsi “accerchiato” tornerebbe a giocarsi la carta della maggiore assertività in politica estera. Con la crisi ucraina ancora aperta e la centralità del gas russo nei consumi europei, c’è da scommettere che anche in Ue c’è chi fa il tifo per il presidente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Aukus”, Triplice alleanza per l’Indo-Pacifico. Su ispionline.it
🌎🌏 USA-CINA: PATTI RIVALI
⚔️ Occhio per occhio
Giovedì la Cina ha presentato richiesta formale per entrare nel CPTPP. Sembra quasi uno scioglilingua, invece si tratta della versione senza Stati Uniti del TPP, il patto commerciale transpacifico.
Voluto dagli Usa di Obama per contenere l’espansionismo cinese, stracciato dagli Usa di Trump, portato avanti dagli “altri” senza Washington, è stato scelto quale perfetto strumento di ritorsione cinese all’AUKUS, il patto a tre tra Usa, Uk e Australia del giorno prima. Così Pechino segnala: “se Washington si sfila, arriviamo noi”.
🇨🇳 Trolling diplomatico?
Se la richiesta di ingresso nel CPTPP risponde all’AUKUS è anche perché Pechino sa che il patto tripartito per fornire sottomarini nucleari all’Australia è una mossa per controbilanciare la sempre più ingombrante presenza cinese nel Sudest asiatico.
Resta da vedere quanto ci sia di sincero nella domanda di adesione cinese. La Cina sa che ciascuno degli 11 membri attuali potrebbe porre il veto, e uno di questi è proprio l’Australia: difficile immaginare che, dopo aver firmato una “triplice alleanza” in chiave anticinese, Canberra possa acconsentire all’ingresso di Pechino.
Di certo però la presenza cinese fa gola a molti governi, visto il volume commerciale che muove e la prospettiva di cancellare il 90% dei dazi. La stessa Cina, peraltro, solo a novembre 2020 è entrata in un diverso patto commerciale con altri 14 paesi asiatici, il RCEP, che già include grandi alleati degli USA come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Chi vivrà, vedrà.
🇺🇸🇪🇺 Fuoco amico (again)
Quel che è certo è che, una volta ancora, la Casa Bianca ha fatto uno sgarro agli alleati. Dopo il ritiro dall’Afghanistan, che gli Usa hanno gestito in maniera quasi unilaterale, anche questa volta Biden si muove a sorpresa. E, da Bruxelles, si è levata una voce (per una volta!) unanime: “avremmo voluto saperlo prima”.
Tra gli alleati, i più infuriati sono i francesi: l’accordo fa saltare il “contratto del secolo” con l’Australia da 31 miliardi di euro. L’Eliseo definisce la mossa “unilaterale, brutale e imprevedibile”. Rincarando la dose: “Sembra quasi di vedere all’opera Trump”.
Se davvero è questo il “ritorno al multilateralismo” promesso da Biden, l’Europa non può che farsi qualche domanda.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Elezioni in Russia, nessuna opposizione a Putin. Su ispionline.it
⚔️ Occhio per occhio
Giovedì la Cina ha presentato richiesta formale per entrare nel CPTPP. Sembra quasi uno scioglilingua, invece si tratta della versione senza Stati Uniti del TPP, il patto commerciale transpacifico.
Voluto dagli Usa di Obama per contenere l’espansionismo cinese, stracciato dagli Usa di Trump, portato avanti dagli “altri” senza Washington, è stato scelto quale perfetto strumento di ritorsione cinese all’AUKUS, il patto a tre tra Usa, Uk e Australia del giorno prima. Così Pechino segnala: “se Washington si sfila, arriviamo noi”.
🇨🇳 Trolling diplomatico?
Se la richiesta di ingresso nel CPTPP risponde all’AUKUS è anche perché Pechino sa che il patto tripartito per fornire sottomarini nucleari all’Australia è una mossa per controbilanciare la sempre più ingombrante presenza cinese nel Sudest asiatico.
Resta da vedere quanto ci sia di sincero nella domanda di adesione cinese. La Cina sa che ciascuno degli 11 membri attuali potrebbe porre il veto, e uno di questi è proprio l’Australia: difficile immaginare che, dopo aver firmato una “triplice alleanza” in chiave anticinese, Canberra possa acconsentire all’ingresso di Pechino.
Di certo però la presenza cinese fa gola a molti governi, visto il volume commerciale che muove e la prospettiva di cancellare il 90% dei dazi. La stessa Cina, peraltro, solo a novembre 2020 è entrata in un diverso patto commerciale con altri 14 paesi asiatici, il RCEP, che già include grandi alleati degli USA come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Chi vivrà, vedrà.
🇺🇸🇪🇺 Fuoco amico (again)
Quel che è certo è che, una volta ancora, la Casa Bianca ha fatto uno sgarro agli alleati. Dopo il ritiro dall’Afghanistan, che gli Usa hanno gestito in maniera quasi unilaterale, anche questa volta Biden si muove a sorpresa. E, da Bruxelles, si è levata una voce (per una volta!) unanime: “avremmo voluto saperlo prima”.
Tra gli alleati, i più infuriati sono i francesi: l’accordo fa saltare il “contratto del secolo” con l’Australia da 31 miliardi di euro. L’Eliseo definisce la mossa “unilaterale, brutale e imprevedibile”. Rincarando la dose: “Sembra quasi di vedere all’opera Trump”.
Se davvero è questo il “ritorno al multilateralismo” promesso da Biden, l’Europa non può che farsi qualche domanda.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Elezioni in Russia, nessuna opposizione a Putin. Su ispionline.it
🌎 CANADA: L’AZZARDO DI TRUDEAU
🗳 Momento di svolta...
Oggi si vota in Canada, due anni prima della scadenza naturale della legislatura. Il premier liberal Justin Trudeau ha indetto le elezioni ad agosto, e i partiti hanno avuto solo cinque settimane per fare campagna elettorale.
Trudeau ha giustificato lo scioglimento delle camere con il fatto che la pandemia ha cambiato tutto: “è un momento di svolta”, aveva detto. In effetti da agosto a oggi molto è cambiato davvero, ma non nel senso immaginato (e sperato) da Trudeau.
🇨🇦 … o tutto come prima?
E dire che il Partito liberale di Trudeau, al potere dal 2015 ma dal 2019 costretto a guidare un governo di minoranza, sembrava avere il vento in poppa. Ad aprile i consensi per i liberal avevano persino superato il 40%, ancora più del 39% di sei anni fa.
Insomma, grazie a tassi vaccinali tra i più alti al mondo (il 75% della popolazione) e a una ripresa economica che ha permesso al paese di tornare già ai livelli pre-pandemia, tutto sembrava promettere bene per i liberali. E lo credevano anche i conservatori, primo partito di opposizione, che accusavano Trudeau di un “ingiustificato atto di forza” nell’indire elezioni così anticipate.
In poco tempo, invece, la partita si è fatta complicata: oggi i sondaggi danno liberali e conservatori appaiati al 33%, e un nuovo “Parlamento appeso” potrebbe addirittura costringere Trudeau a farsi da parte.
🛢 Passo indietro per il mondo?
I canadesi incolpano Trudeau per aver indetto elezioni nel mezzo di una quarta ondata di pandemia (anche se molto meno letale, grazie ai vaccini). E l’impegno liberal nella lotta al cambiamento climatico lascia freddi molti canadesi, che temono di perdere posti di lavoro e il loro alto tenore di vita, assicurati da petrolio e gas.
Adesso, con il declino dei liberali, molto potrebbe cambiare. O’Toole, il leader conservatore, preferisce un accordo commerciale con UK e Australia rispetto a quello siglato con l’UE, il CETA, bloccato da anni da alcuni governi europei. Per gli USA, se Trudeau si dimettesse Biden potrebbe perdere un prezioso alleato. E, senza un “alfiere” della lotta al cambiamento climatico, la strada per COP26 potrebbe farsi ancora più irta di ostacoli.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’accordo AUKUS, visto dall’Europa. Su ispionline.it
🗳 Momento di svolta...
Oggi si vota in Canada, due anni prima della scadenza naturale della legislatura. Il premier liberal Justin Trudeau ha indetto le elezioni ad agosto, e i partiti hanno avuto solo cinque settimane per fare campagna elettorale.
Trudeau ha giustificato lo scioglimento delle camere con il fatto che la pandemia ha cambiato tutto: “è un momento di svolta”, aveva detto. In effetti da agosto a oggi molto è cambiato davvero, ma non nel senso immaginato (e sperato) da Trudeau.
🇨🇦 … o tutto come prima?
E dire che il Partito liberale di Trudeau, al potere dal 2015 ma dal 2019 costretto a guidare un governo di minoranza, sembrava avere il vento in poppa. Ad aprile i consensi per i liberal avevano persino superato il 40%, ancora più del 39% di sei anni fa.
Insomma, grazie a tassi vaccinali tra i più alti al mondo (il 75% della popolazione) e a una ripresa economica che ha permesso al paese di tornare già ai livelli pre-pandemia, tutto sembrava promettere bene per i liberali. E lo credevano anche i conservatori, primo partito di opposizione, che accusavano Trudeau di un “ingiustificato atto di forza” nell’indire elezioni così anticipate.
In poco tempo, invece, la partita si è fatta complicata: oggi i sondaggi danno liberali e conservatori appaiati al 33%, e un nuovo “Parlamento appeso” potrebbe addirittura costringere Trudeau a farsi da parte.
🛢 Passo indietro per il mondo?
I canadesi incolpano Trudeau per aver indetto elezioni nel mezzo di una quarta ondata di pandemia (anche se molto meno letale, grazie ai vaccini). E l’impegno liberal nella lotta al cambiamento climatico lascia freddi molti canadesi, che temono di perdere posti di lavoro e il loro alto tenore di vita, assicurati da petrolio e gas.
Adesso, con il declino dei liberali, molto potrebbe cambiare. O’Toole, il leader conservatore, preferisce un accordo commerciale con UK e Australia rispetto a quello siglato con l’UE, il CETA, bloccato da anni da alcuni governi europei. Per gli USA, se Trudeau si dimettesse Biden potrebbe perdere un prezioso alleato. E, senza un “alfiere” della lotta al cambiamento climatico, la strada per COP26 potrebbe farsi ancora più irta di ostacoli.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’accordo AUKUS, visto dall’Europa. Su ispionline.it
🌏 EVERGRANDE “CONTAGIA” I MERCATI
🏘 Una nuova Lehman Brothers?
Il possibile fallimento di Evergrande spaventa i mercati globali. A Milano ieri la seconda peggiore seduta del 2021, mentre Dow Jones registra le perdite più significative da maggio. Il colosso dell’immobiliare cinese è in crisi di liquidità e potrebbe non essere in grado di onorare i suoi debiti: 300 miliardi di dollari verso creditori di tutto il mondo.
Le azioni di Evergrande, crollate del 90% nell’ultimo anno, sono incluse nei principali indici quotati di tutta l’Asia. E non solo: tra gli investitori della società compaiono anche molti fondi di investimento occidentali. Tra questi BlackRock, uno dei principali creditori di Lehman Brothers nel 2008.
🇨🇳 Too big to fail?
Di salvataggi per ora non se ne parla. Una delle principali battaglie del governo cinese è infatti quella contro l’eccessivo indebitamento del settore privato, e si vorrebbe quindi evitare un intervento statale su un caso di così alto profilo. Tuttavia, un default di Evergrande e del settore immobiliare, da cui dipende il 25% del PIL cinese, non sembra realistico.
Quasi 4 milioni di cinesi lavorano direttamente o indirettamente per la società, e sono migliaia i piccoli investitori che rischiano di perdere i loro soldi. Le oltre 200 banche e istituzioni finanziarie con cui Evergrande è indebitata andrebbero sotto stress, riducendo la concessione di credito proprio durante il rimbalzo post-pandemia. Che l’unica soluzione disponibile sia proprio la nazionalizzazione di Evergrande?
📈 Tutto oro quello che luccica?
Nonostante una possibile crisi finanziaria "in vista”, l’economia cinese continua a crescere. Le ultime stime dell’OCSE, pubblicate oggi, danno il PIL in aumento dell’8,5% nel 2021 e di quasi il 6% nel 2022. Percentuali ben più alte dei paesi OCSE. Stati Uniti e Eurozona a confronto si fermano intorno al 6% per il 2021 e al 4% per il 2022.
Attenzione però: le vendite al dettaglio e degli immobili, indicatori chiave dell'economia cinese, hanno fatto registrare ad agosto i valori più bassi dell’anno. Un segnale di come la situazione di Evergrande non vada sottovalutata. Dagli investitori, certo, ma neanche da Pechino.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La prima volta di Biden all’Onu. Su ispionline.it
🏘 Una nuova Lehman Brothers?
Il possibile fallimento di Evergrande spaventa i mercati globali. A Milano ieri la seconda peggiore seduta del 2021, mentre Dow Jones registra le perdite più significative da maggio. Il colosso dell’immobiliare cinese è in crisi di liquidità e potrebbe non essere in grado di onorare i suoi debiti: 300 miliardi di dollari verso creditori di tutto il mondo.
Le azioni di Evergrande, crollate del 90% nell’ultimo anno, sono incluse nei principali indici quotati di tutta l’Asia. E non solo: tra gli investitori della società compaiono anche molti fondi di investimento occidentali. Tra questi BlackRock, uno dei principali creditori di Lehman Brothers nel 2008.
🇨🇳 Too big to fail?
Di salvataggi per ora non se ne parla. Una delle principali battaglie del governo cinese è infatti quella contro l’eccessivo indebitamento del settore privato, e si vorrebbe quindi evitare un intervento statale su un caso di così alto profilo. Tuttavia, un default di Evergrande e del settore immobiliare, da cui dipende il 25% del PIL cinese, non sembra realistico.
Quasi 4 milioni di cinesi lavorano direttamente o indirettamente per la società, e sono migliaia i piccoli investitori che rischiano di perdere i loro soldi. Le oltre 200 banche e istituzioni finanziarie con cui Evergrande è indebitata andrebbero sotto stress, riducendo la concessione di credito proprio durante il rimbalzo post-pandemia. Che l’unica soluzione disponibile sia proprio la nazionalizzazione di Evergrande?
📈 Tutto oro quello che luccica?
Nonostante una possibile crisi finanziaria "in vista”, l’economia cinese continua a crescere. Le ultime stime dell’OCSE, pubblicate oggi, danno il PIL in aumento dell’8,5% nel 2021 e di quasi il 6% nel 2022. Percentuali ben più alte dei paesi OCSE. Stati Uniti e Eurozona a confronto si fermano intorno al 6% per il 2021 e al 4% per il 2022.
Attenzione però: le vendite al dettaglio e degli immobili, indicatori chiave dell'economia cinese, hanno fatto registrare ad agosto i valori più bassi dell’anno. Un segnale di come la situazione di Evergrande non vada sottovalutata. Dagli investitori, certo, ma neanche da Pechino.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La prima volta di Biden all’Onu. Su ispionline.it
CRISI DEL GAS: INVERNO EUROPEO
📈 Bollette alle stelle
Continua la scalata dei prezzi del gas naturale, mai così alti durante i mesi non invernali degli ultimi dieci anni. I paesi europei sono quelli più colpiti dal rincaro, con un +280% rispetto a gennaio. Ma aumenti dei prezzi a due o tre cifre si registrano ovunque, dagli Stati Uniti alla Corea del Sud.
Proprio oggi i ministri dell'energia dei paesi UE avrebbero dovuto fare passi avanti sul pacchetto “Fit for 55”, gli impegni europei contro il cambiamento climatico al 2030, e invece si ritroveranno a discutere dell’impennata dei prezzi. Che spinge l'inflazione nell’eurozona al 3%, danneggiando i consumatori e minacciando la ripresa. E che, soprattutto, getta dubbi sulla sostenibilità della transizione energetica.
🇷🇺 Lo zampino di Mosca?
Le cause della crisi sono tante: i bassi livelli di stoccaggio dovuti ai lockdown invernali, l’improvviso aumento della domanda mondiale e lo scarso contributo dell’eolico. Ma anche Mosca potrebbe avere la sua parte di responsabilità.
La Russia è il principale fornitore di gas dell’Ue (43% delle importazioni totali), e secondo alcuni avrebbe volontariamente ridotto le esportazioni di gas verso l’Europa e lasciato gli impianti di stoccaggio che gestisce sul continente a livelli molto bassi.
Di certo questa è la versione sostenuta da circa 40 europarlamentari, che accusano Mosca di voler spingere al rialzo i prezzi per fare pressione sui governi europei – compreso il futuro esecutivo tedesco – affinché approvino definitivamente l’avvio del Nord Stream 2.
⚖️ Tra pragmatismo e sostenibilità
Al di là delle presunte responsabilità russe, la crisi odierna porta allo scoperto tutte le difficoltà della transizione verde. Per disincentivare i consumi delle fonti fossili, è inevitabile che i loro prezzi aumentino. Ma il rischio è che questi aumenti colpiscano soprattutto gli strati sociali più poveri: già oggi quasi il 10% dei cittadini europei è “energy poor” e non può permettersi di riscaldarsi adeguatamente d’inverno.
Per l’Ue la sfida è duplice. Da un lato, evitare che la propria dipendenza energetica dai grandi produttori di gas porti a scelte poco ponderate in politica estera. Dall’altro, non abdicare al ruolo di guida mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Un imperativo ancora più forte, visto che la COP26 di Glasgow è già dietro l’angolo...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, elezioni a rischio. Su ispionline.it
📈 Bollette alle stelle
Continua la scalata dei prezzi del gas naturale, mai così alti durante i mesi non invernali degli ultimi dieci anni. I paesi europei sono quelli più colpiti dal rincaro, con un +280% rispetto a gennaio. Ma aumenti dei prezzi a due o tre cifre si registrano ovunque, dagli Stati Uniti alla Corea del Sud.
Proprio oggi i ministri dell'energia dei paesi UE avrebbero dovuto fare passi avanti sul pacchetto “Fit for 55”, gli impegni europei contro il cambiamento climatico al 2030, e invece si ritroveranno a discutere dell’impennata dei prezzi. Che spinge l'inflazione nell’eurozona al 3%, danneggiando i consumatori e minacciando la ripresa. E che, soprattutto, getta dubbi sulla sostenibilità della transizione energetica.
🇷🇺 Lo zampino di Mosca?
Le cause della crisi sono tante: i bassi livelli di stoccaggio dovuti ai lockdown invernali, l’improvviso aumento della domanda mondiale e lo scarso contributo dell’eolico. Ma anche Mosca potrebbe avere la sua parte di responsabilità.
La Russia è il principale fornitore di gas dell’Ue (43% delle importazioni totali), e secondo alcuni avrebbe volontariamente ridotto le esportazioni di gas verso l’Europa e lasciato gli impianti di stoccaggio che gestisce sul continente a livelli molto bassi.
Di certo questa è la versione sostenuta da circa 40 europarlamentari, che accusano Mosca di voler spingere al rialzo i prezzi per fare pressione sui governi europei – compreso il futuro esecutivo tedesco – affinché approvino definitivamente l’avvio del Nord Stream 2.
⚖️ Tra pragmatismo e sostenibilità
Al di là delle presunte responsabilità russe, la crisi odierna porta allo scoperto tutte le difficoltà della transizione verde. Per disincentivare i consumi delle fonti fossili, è inevitabile che i loro prezzi aumentino. Ma il rischio è che questi aumenti colpiscano soprattutto gli strati sociali più poveri: già oggi quasi il 10% dei cittadini europei è “energy poor” e non può permettersi di riscaldarsi adeguatamente d’inverno.
Per l’Ue la sfida è duplice. Da un lato, evitare che la propria dipendenza energetica dai grandi produttori di gas porti a scelte poco ponderate in politica estera. Dall’altro, non abdicare al ruolo di guida mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Un imperativo ancora più forte, visto che la COP26 di Glasgow è già dietro l’angolo...
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, elezioni a rischio. Su ispionline.it
🌍 GERMANIA AL VOTO: RISIKO EUROPEO
🗳 Mutti blues
“Angela, ci manchi”, hanno fatto sapere gli elettori a Merkel, impegnata in uno stoico (quanto spento) tour de force pre-elettorale al fianco di Armin Laschet, candidato cancelliere per la CDU. “Salvate il soldato Laschet” è l’imperativo di queste ore, mentre i socialdemocratici cercano di imporre il loro candidato, Olaf Scholz, come unico vero erede di Merkel.
La situazione per la CDU sembra disperata: dal 40% sfiorato ad aprile, nei sondaggi è sprofondata al minimo storico (22%). Ma le vicissitudini elettorali dei singoli partiti nascondono una verità neanche troppo scomoda: per la Germania, queste sono le elezioni della continuità.
🇩🇪 Wirtschaftswunder
Non è un caso se in queste ore si parli molto, nel dibattito sull’eredità di Merkel, del “secondo miracolo economico” tedesco. Dal 2005 la Germania ha attraversato la grande recessione, la crisi dell’euro e il tracollo pandemico, eppure il reddito pro capite dei tedeschi è oggi di quasi il 20% superiore.
Un successo della cancelliera, ma frutto anche della continuità con le scelte economiche del passato: da Kohl (CDU), che ha traghettato la Germania nell’euro (più svalutato rispetto al marco e dunque volano per l’export), a Schröder (SPD), padrino delle riforme del mercato del lavoro.
Certo, la pandemia è stata un punto di svolta. Da “falco” dei conti pubblici, Berlino è diventata “colomba”, acconsentendo a sospendere il Patto di stabilità e, poi, a lanciare un Next Generation EU che tra le sue pieghe nasconde un trasferimento netto da 70 miliardi dalla Germania agli altri paesi dell’UE. Ma durerà?
🇪🇺 Le stelle si riallineano
Quel che sembra chiaro è che, dopo il voto, ci vorranno mesi di negoziati per formare un nuovo governo. E che la Germania che ne uscirà, per quanto influente, avrà un cancelliere che dovrà riguadagnare lustro e rispettabilità.
Non a caso von der Leyen, tedesca ancor prima che presidente della Commissione, guarda ora alla Francia di Macron. Citandola esplicitamente quando annuncia un vertice sulla Difesa a inizio 2022. E schierandosi con Parigi nella disputa su Aukus, mentre altri governi Ue osservano con freddezza.
E Ursula sa bene che, per gestire la transizione post-Merkel, avrà bisogno dell’apporto cruciale di Roma. Perché anche Parigi va al voto, a inizio 2022. E la Francia che arriva alle urne è ben più divisa, pronta a dar battaglia all’Europa.
Segui l’evento di questa sera: Germania al voto, fine di un’era? Su https://bit.ly/votoGermania
Leggi il nostro Focus Speciale: 15 grafici per raccontare Merkel e la sua Germania. Su https://bit.ly/15graficiMerkel
🗳 Mutti blues
“Angela, ci manchi”, hanno fatto sapere gli elettori a Merkel, impegnata in uno stoico (quanto spento) tour de force pre-elettorale al fianco di Armin Laschet, candidato cancelliere per la CDU. “Salvate il soldato Laschet” è l’imperativo di queste ore, mentre i socialdemocratici cercano di imporre il loro candidato, Olaf Scholz, come unico vero erede di Merkel.
La situazione per la CDU sembra disperata: dal 40% sfiorato ad aprile, nei sondaggi è sprofondata al minimo storico (22%). Ma le vicissitudini elettorali dei singoli partiti nascondono una verità neanche troppo scomoda: per la Germania, queste sono le elezioni della continuità.
🇩🇪 Wirtschaftswunder
Non è un caso se in queste ore si parli molto, nel dibattito sull’eredità di Merkel, del “secondo miracolo economico” tedesco. Dal 2005 la Germania ha attraversato la grande recessione, la crisi dell’euro e il tracollo pandemico, eppure il reddito pro capite dei tedeschi è oggi di quasi il 20% superiore.
Un successo della cancelliera, ma frutto anche della continuità con le scelte economiche del passato: da Kohl (CDU), che ha traghettato la Germania nell’euro (più svalutato rispetto al marco e dunque volano per l’export), a Schröder (SPD), padrino delle riforme del mercato del lavoro.
Certo, la pandemia è stata un punto di svolta. Da “falco” dei conti pubblici, Berlino è diventata “colomba”, acconsentendo a sospendere il Patto di stabilità e, poi, a lanciare un Next Generation EU che tra le sue pieghe nasconde un trasferimento netto da 70 miliardi dalla Germania agli altri paesi dell’UE. Ma durerà?
🇪🇺 Le stelle si riallineano
Quel che sembra chiaro è che, dopo il voto, ci vorranno mesi di negoziati per formare un nuovo governo. E che la Germania che ne uscirà, per quanto influente, avrà un cancelliere che dovrà riguadagnare lustro e rispettabilità.
Non a caso von der Leyen, tedesca ancor prima che presidente della Commissione, guarda ora alla Francia di Macron. Citandola esplicitamente quando annuncia un vertice sulla Difesa a inizio 2022. E schierandosi con Parigi nella disputa su Aukus, mentre altri governi Ue osservano con freddezza.
E Ursula sa bene che, per gestire la transizione post-Merkel, avrà bisogno dell’apporto cruciale di Roma. Perché anche Parigi va al voto, a inizio 2022. E la Francia che arriva alle urne è ben più divisa, pronta a dar battaglia all’Europa.
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🌎 USA, MIGRANTI: CRISI SENZA CONFINI?
🇺🇸 No man’s land
Oggi si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli Usa ad Haiti. Dimissioni che arrivano dopo una settimana in cui l’amministrazione Biden ha rimpatriato centinaia dei 13.000 migranti – molti dei quali haitiani – che si erano raccolti sotto a un ponte al confine tra Usa e Messico.
Una drammatica rappresentazione di ciò che succede da mesi alla frontiera tra Usa e Messico, dove nei primi otto mesi dell’anno sono stati intercettati 1,3 milioni di migranti. Numeri che non si registravano da vent’anni, il triplo rispetto alla media del decennio appena trascorso. E il 2021 non è ancora finito.
🦠 Pandemia ed espulsioni
I rimpatri arrivano a due mesi dal brutale assassinio del presidente Moïse, e a uno dal terremoto di quest’anno. Ma molti dei migranti rimpatriati negli ultimi giorni avevano già lasciato Haiti dopo il terremoto del 2010. Il loro ammassarsi alla frontiera statunitense rievoca le immagini delle “carovane” di migranti che nel 2018-2019 avevano messo sotto forte pressione l’amministrazione Trump.
Ma oggi c’è anche l’emergenza pandemica. Covid ha aggravato situazioni di povertà e degrado preesistenti, e la chiusura dei confini ha convinto molti migranti a rimandare la partenza fino a oggi. Inoltre, con un ordine esecutivo firmato da Trump, da marzo 2020 i migranti intercettati alla frontiera possono essere immediatamente espulsi.
È stato così per il 57% dei migranti fermati quest’anno. Persone che, però, difficilmente non tenteranno di passare di nuovo.
⛔️ Do not come. Please?
La Casa Bianca è tra l’incudine e il martello: vorrebbe marcare le differenze da Trump (e ci ha provato con l’evacuazione da Kabul, accogliendo quasi 70.000 afghani in due settimane) ma è costretta a cercare di scoraggiare nuovi arrivi.
Da qui il “non venite” pronunciato dalla vicepresidente Kamala Harris a giugno. Adesso, i rimpatri degli haitiani. E quando settimana scorsa un giudice federale ha sospeso il permesso di espulsione immediata "trumpiano", l'amministrazione Biden si è subito attivata per ripristinarlo.
Segnali che le tensioni politiche sui migranti prescindono da Trump. E che, come in politica estera (il bilaterale con Putin, l’Afghanistan, Aukus), anche sul fronte interno si contano più affinità che divergenze tra le due amministrazioni.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, si apre il dopo Merkel. Su ispionline.it
🇺🇸 No man’s land
Oggi si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli Usa ad Haiti. Dimissioni che arrivano dopo una settimana in cui l’amministrazione Biden ha rimpatriato centinaia dei 13.000 migranti – molti dei quali haitiani – che si erano raccolti sotto a un ponte al confine tra Usa e Messico.
Una drammatica rappresentazione di ciò che succede da mesi alla frontiera tra Usa e Messico, dove nei primi otto mesi dell’anno sono stati intercettati 1,3 milioni di migranti. Numeri che non si registravano da vent’anni, il triplo rispetto alla media del decennio appena trascorso. E il 2021 non è ancora finito.
🦠 Pandemia ed espulsioni
I rimpatri arrivano a due mesi dal brutale assassinio del presidente Moïse, e a uno dal terremoto di quest’anno. Ma molti dei migranti rimpatriati negli ultimi giorni avevano già lasciato Haiti dopo il terremoto del 2010. Il loro ammassarsi alla frontiera statunitense rievoca le immagini delle “carovane” di migranti che nel 2018-2019 avevano messo sotto forte pressione l’amministrazione Trump.
Ma oggi c’è anche l’emergenza pandemica. Covid ha aggravato situazioni di povertà e degrado preesistenti, e la chiusura dei confini ha convinto molti migranti a rimandare la partenza fino a oggi. Inoltre, con un ordine esecutivo firmato da Trump, da marzo 2020 i migranti intercettati alla frontiera possono essere immediatamente espulsi.
È stato così per il 57% dei migranti fermati quest’anno. Persone che, però, difficilmente non tenteranno di passare di nuovo.
⛔️ Do not come. Please?
La Casa Bianca è tra l’incudine e il martello: vorrebbe marcare le differenze da Trump (e ci ha provato con l’evacuazione da Kabul, accogliendo quasi 70.000 afghani in due settimane) ma è costretta a cercare di scoraggiare nuovi arrivi.
Da qui il “non venite” pronunciato dalla vicepresidente Kamala Harris a giugno. Adesso, i rimpatri degli haitiani. E quando settimana scorsa un giudice federale ha sospeso il permesso di espulsione immediata "trumpiano", l'amministrazione Biden si è subito attivata per ripristinarlo.
Segnali che le tensioni politiche sui migranti prescindono da Trump. E che, come in politica estera (il bilaterale con Putin, l’Afghanistan, Aukus), anche sul fronte interno si contano più affinità che divergenze tra le due amministrazioni.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, si apre il dopo Merkel. Su ispionline.it
🌍 UK: LA LUNGA SCIA DELLA BREXIT
🚚 AAA camionisti cercasi
10 mila visti temporanei di tre mesi a lavoratori stranieri. Questa la mossa di Boris Johnson per contrastare la carenza di 100 mila camionisti e di migliaia di lavoratori nelle fabbriche di carne. Brexit ha reso più difficile l’assunzione di cittadini europei e con la pandemia molti lavoratori stranieri sono tornati nei loro paesi d’origine.
In mancanza di manodopera in questi e altri settori essenziali, il rischio è che le interruzioni della catena di approvvigionamento di questi mesi si estendano alla stagione dei consumi natalizi, rallentando la ripresa economica. Viene così meno una delle promesse cardine della Brexit: la fine dell’eccessivo affidamento sulla forza lavoro straniera a basso costo.
🇬🇧 Brexit means Brexit?
Da mesi i supermercati faticano a rifornirsi di beni primari e molti scaffali rimangono vuoti. Una situazione di emergenza a cui si è aggiunta la mancata distribuzione di carburante: in alcune aree tra il 50% e il 90% delle pompe nelle stazioni di servizio sono restate a secco questo fine settimana nonostante i tentativi di razionamento.
Già due settimane fa Downing Street ha così annunciato lo slittamento da ottobre a metà 2022 dell’inizio dei controlli sulle merci dell'UE che entrano nel Regno Unito. Se con Brexit il Regno Unito puntava a riprendere il controllo dei propri confini, al momento gli unici controlli in vigore sono quelli europei sulle esportazioni britanniche verso l'UE.
🚧 Global Britain: lavori in corso
Londra vorrebbe ora riscrivere il protocollo sull’Irlanda del Nord: pensato per preservare gli Accordi del Venerdì Santo, obbliga però le merci in arrivo a Belfast a passare sotto una moltitudine di passaggi doganali, causando ulteriori ritardi nell’approvvigionamento. Una prospettiva non gradita dall’UE ma neanche da Biden, che la scorsa settimana ha anche congelato le prospettive di un accordo commerciale USA-UK.
In mancanza di una sponda oltreoceano, il futuro commerciale del Regno Unito passa ancora una volta dal dialogo con Bruxelles. Lo ha capito anche BoJo che ha infatti subito tentato di ricucire con i francesi, infuriati per l’accordo AUKUS sui sottomarini. La strada per una normalizzazione delle relazioni con l’Europa resta però lunga, e al momento la “Global Britain” resta ancora una “European Britain”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, puzzle di governo. Su ispionline.it
🚚 AAA camionisti cercasi
10 mila visti temporanei di tre mesi a lavoratori stranieri. Questa la mossa di Boris Johnson per contrastare la carenza di 100 mila camionisti e di migliaia di lavoratori nelle fabbriche di carne. Brexit ha reso più difficile l’assunzione di cittadini europei e con la pandemia molti lavoratori stranieri sono tornati nei loro paesi d’origine.
In mancanza di manodopera in questi e altri settori essenziali, il rischio è che le interruzioni della catena di approvvigionamento di questi mesi si estendano alla stagione dei consumi natalizi, rallentando la ripresa economica. Viene così meno una delle promesse cardine della Brexit: la fine dell’eccessivo affidamento sulla forza lavoro straniera a basso costo.
🇬🇧 Brexit means Brexit?
Da mesi i supermercati faticano a rifornirsi di beni primari e molti scaffali rimangono vuoti. Una situazione di emergenza a cui si è aggiunta la mancata distribuzione di carburante: in alcune aree tra il 50% e il 90% delle pompe nelle stazioni di servizio sono restate a secco questo fine settimana nonostante i tentativi di razionamento.
Già due settimane fa Downing Street ha così annunciato lo slittamento da ottobre a metà 2022 dell’inizio dei controlli sulle merci dell'UE che entrano nel Regno Unito. Se con Brexit il Regno Unito puntava a riprendere il controllo dei propri confini, al momento gli unici controlli in vigore sono quelli europei sulle esportazioni britanniche verso l'UE.
🚧 Global Britain: lavori in corso
Londra vorrebbe ora riscrivere il protocollo sull’Irlanda del Nord: pensato per preservare gli Accordi del Venerdì Santo, obbliga però le merci in arrivo a Belfast a passare sotto una moltitudine di passaggi doganali, causando ulteriori ritardi nell’approvvigionamento. Una prospettiva non gradita dall’UE ma neanche da Biden, che la scorsa settimana ha anche congelato le prospettive di un accordo commerciale USA-UK.
In mancanza di una sponda oltreoceano, il futuro commerciale del Regno Unito passa ancora una volta dal dialogo con Bruxelles. Lo ha capito anche BoJo che ha infatti subito tentato di ricucire con i francesi, infuriati per l’accordo AUKUS sui sottomarini. La strada per una normalizzazione delle relazioni con l’Europa resta però lunga, e al momento la “Global Britain” resta ancora una “European Britain”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, puzzle di governo. Su ispionline.it
🌏 CINA: I COSTI DELLA DE-CARBONIZZAZIONE
🇨🇳 Working in the moonlight
Crisi energetica in Cina. Nel nord-est del paese, una crescente scarsità di energia ha fermato la produzione di numerose fabbriche, tra cui fornitori di Apple e Tesla, e potrebbe causare un calo del 2% nella crescita del PIL nazionale nel quarto trimestre. Alcuni negozi lavorano a lume di candela, e ai cittadini è stato chiesto di limitare l'uso di scaldabagni e forni a microonde.
Una carenza energetica che rispecchia, come in Europa e altrove, l’incapacità di rispondere al rapido aumento della domanda globale di materie prime dopo le chiusure indotte dalla pandemia. Ma anche l’agenda ambientale di Pechino ha la sua parte di responsabilità.
⚖️ Domanda e offerta
Xi Jinping vuole assicurare cieli blu alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 e intende mantenere fede agli impegni presi sulla de-carbonizzazione dell’economia. Ma solo 10 delle 30 regioni della Cina continentale hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione energetica previsti per quest’anno. Così, di fronte alla prospettiva di un fallimento, i funzionari locali hanno limitato la produzione di carbone.
Intanto, però, con l'aumento degli ordini da oltreoceano e il rimbalzo economico del paese la domanda di carbone è salita a livelli record e con essa i suoi prezzi. Ma poiché il governo mantiene bassi i prezzi dell’elettricità, alcune centrali hanno scelto di funzionare al di sotto della piena capacità per evitare di perdere più soldi.
❄️ Winter is coming
Il caso cinese è solo l’ultimo di una lunga serie. Se la Cina lotta per la mancanza di carbone, l’Europa si affanna per il gas russo e paesi OPEC come Nigeria e Angola faticano a tenere il passo con la domanda di petrolio. Con l’arrivo dell’inverno nell'emisfero settentrionale, questa congiuntura rischia così di far deragliare la ripresa economica globale e di alimentare l’inflazione.
Per molti governi, i combustibili fossili tornano dunque a essere una opzione valida e i loro prezzi si impennano: il greggio è sopra quota 80 dollari al barile dopo 3 anni. Una scelta che inevitabilmente mina gli ambiziosi obiettivi green che molti paesi si erano dati. A un mese dalla COP26 il dibattito sui costi della transizione energetica non è mai stato così attuale.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tra Kosovo e Serbia è guerra di targhe. Su ispionline.it
🇨🇳 Working in the moonlight
Crisi energetica in Cina. Nel nord-est del paese, una crescente scarsità di energia ha fermato la produzione di numerose fabbriche, tra cui fornitori di Apple e Tesla, e potrebbe causare un calo del 2% nella crescita del PIL nazionale nel quarto trimestre. Alcuni negozi lavorano a lume di candela, e ai cittadini è stato chiesto di limitare l'uso di scaldabagni e forni a microonde.
Una carenza energetica che rispecchia, come in Europa e altrove, l’incapacità di rispondere al rapido aumento della domanda globale di materie prime dopo le chiusure indotte dalla pandemia. Ma anche l’agenda ambientale di Pechino ha la sua parte di responsabilità.
⚖️ Domanda e offerta
Xi Jinping vuole assicurare cieli blu alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 e intende mantenere fede agli impegni presi sulla de-carbonizzazione dell’economia. Ma solo 10 delle 30 regioni della Cina continentale hanno raggiunto gli obiettivi di riduzione energetica previsti per quest’anno. Così, di fronte alla prospettiva di un fallimento, i funzionari locali hanno limitato la produzione di carbone.
Intanto, però, con l'aumento degli ordini da oltreoceano e il rimbalzo economico del paese la domanda di carbone è salita a livelli record e con essa i suoi prezzi. Ma poiché il governo mantiene bassi i prezzi dell’elettricità, alcune centrali hanno scelto di funzionare al di sotto della piena capacità per evitare di perdere più soldi.
❄️ Winter is coming
Il caso cinese è solo l’ultimo di una lunga serie. Se la Cina lotta per la mancanza di carbone, l’Europa si affanna per il gas russo e paesi OPEC come Nigeria e Angola faticano a tenere il passo con la domanda di petrolio. Con l’arrivo dell’inverno nell'emisfero settentrionale, questa congiuntura rischia così di far deragliare la ripresa economica globale e di alimentare l’inflazione.
Per molti governi, i combustibili fossili tornano dunque a essere una opzione valida e i loro prezzi si impennano: il greggio è sopra quota 80 dollari al barile dopo 3 anni. Una scelta che inevitabilmente mina gli ambiziosi obiettivi green che molti paesi si erano dati. A un mese dalla COP26 il dibattito sui costi della transizione energetica non è mai stato così attuale.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tra Kosovo e Serbia è guerra di targhe. Su ispionline.it