ISPI - Geopolitica
27.6K subscribers
1.75K photos
1.81K links
Resta aggiornato sulle ultime analisi e discussioni sulla politica internazionale, le crisi globali e le dinamiche geopolitiche direttamente dalla voce autorevole dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

www.ispionline.it
Download Telegram
🌎🌏 BIDEN CHIAMA XI: MOLTO RUMORE PER NULLA?

☎️ 90 minuti di distensione
Joe Biden chiama, Xi Jinping risponde. Ieri c’è stata la prima telefonata in sette mesi tra i due leader, la seconda in assoluto dall’inaugurazione del presidente americano. Secondo fonti Usa, il colloquio è avvenuto su iniziativa di un Biden "esasperato" dalla riluttanza dei funzionari cinesi a tenere colloqui con la sua amministrazione.
Da entrambe le parti si è parlato di discussione "franca e ampia", volta a evitare che la competizione tra le due maggiori economie del mondo sfoci in conflitto aperto. La telefonata avrebbe toccato "temi su cui gli interessi, le prospettive e i valori dei due paesi convergono e temi su cui divergono”. Ma, a parte i toni concilianti, le divisioni restano intatte.

⚔️ I nodi della discordia
Sono mesi che Washington critica Pechino per il mancato rispetto dei diritti umani
degli uiguri nella provincia di Xinjiang e di quelli democratici a Hong Kong. Pechino risponde citando gli abusi a Guantanamo. Intanto (manu militari) nel Mar Cinese Meridionale la Cina continua a ribadire la propria (contestata) sovranità, mentre gli Usa espandono le operazioni di “libertà di navigazione” sia lì che nello stretto di Taiwan.
Su tutto, continua ad aleggiare la trade war. Anche dopo Trump, le tensioni commerciali tra Usa e Pechino restano realtà: 360 miliardi di dollari di beni cinesi e 110 miliardi di dollari di prodotti statunitensi sono ancora sottoposti a dazi. Più guerra fredda che vera distensione, insomma.

🇺🇸 11 settembre
Anche sull’Afghanistan i due paesi sono agli antipodi. Settimana scorsa, il ministro degli esteri cinese ha rinfacciato agli Stati Uniti che le modalità del ritiro dal paese hanno inflitto "gravi danni al popolo afgano”.
A ridosso del ventennale dell'attacco alle Torri Gemelle, anticamera dell’invasione americana, è inevitabile che Washington si interroghi sulla fine del sogno di diventare il “poliziotto del mondo”. Altrettanto inevitabile che questo anniversario venga letto in maniera opposta a Pechino, galvanizzata da un “recupero” economico sul rivale che prosegue malgrado la pandemia.
Una semplice telefonata non può ricucire queste differenze. E se il clima è da guerra fredda, forse quello che serve è una vera e propria hotline.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un governo per il Libano. Su ispionline.it
🌍 NORVEGIA AL VOTO: VERDE (O) PETROLIO

🇳🇴 Clima elettorale
Non sempre le elezioni in un paese di 4 milioni di abitanti meritano l’attenzione del mondo. Così sarebbe potuto essere anche per la Norvegia, dove oggi si vota per il rinnovo del Parlamento. Stavolta, però, di motivi ce ne sono almeno due.
In primis perché la politica norvegese ha alcune interessanti analogie con quella tedesca, dove si vota tra poco più di dieci giorni. E poi perché proprio dalla Norvegia, uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo, arrivano segnali di “resistenza” popolare alla transizione verde.

🛢 Donne e petrolio
Da stasera, una leader conservatrice che ha governato un paese europeo per anni potrebbe dover lasciare l’incarico. No, non Angela Merkel, pronta all’annunciato “pensionamento” dopo 16 anni al potere. Ma Erna Solberg, premier della Norvegia dal 2013 e leader del Partito conservatore dal 2004, l’anno prima che Merkel diventasse cancelliera. Anche a Oslo, inoltre, le sorti della “donna al comando” sembrano destinate a scontrarsi contro una muraglia “rossa”: i socialisti in Germania, i laburisti in Norvegia.
Le analogie però finiscono qui: la Norvegia è un petro-stato, in cui il settore oil rappresenta il 60% delle esportazioni e foraggia il più grande fondo sovrano al mondo (1.300 miliardi di dollari). E i cittadini lo sanno, tanto che se qualche mese fa in Germania i Verdi erano temporaneamente diventati primo partito, gli omologhi norvegesi (tra i pochi favorevoli allo stop alle trivelle) languono al 4%.

♻️ Da Oslo a Bruxelles
Il disinteresse dei norvegesi per la lotta al cambiamento climatico sembra in contrasto con le tendenze del resto del continente. Solo a luglio la Commissione europea ha presentato “Fit for 55”, il programma per accelerare il taglio delle emissioni già entro il 2030.
A ben guardare, invece, le rimostranze contro una transizione “troppo veloce” potrebbero moltiplicarsi anche sul continente. Già nella "verdissima” Germania, dove nel dibattito elettorale persino il socialista Scholz ha preso le distanze dall’“ambientalismo ingenuo” (parole sue). E nel resto d’Europa, dove i prezzi di gas ed elettricità sono ai massimi da anni e l’arrivo del freddo non potrà che farli aumentare. Così, proprio mentre COP si avvicina, un autunno caldo sembra alle porte.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Corea del Nord, il ritorno di Rocket man. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: FAME O DIRITTI

🇦🇫 ONU vs talebani
1,2 miliardi di dollari in aiuti per l’Afghanistan: questa è la cifra concordata dai rappresentanti di circa 40 paesi donatori, riunitisi ieri a Ginevra. Si tratta del doppio di quanto l'ONU aveva indicato come somma necessaria entro fine anno per scongiurare una carestia che avrebbe colpito circa un terzo della popolazione afghana.
Neanche un centesimo passerà però dalle casse del governo talebano: i finanziamenti saranno gestiti direttamente dalle Nazioni Unite. Tuttavia, il regime può sempre ostacolare e fermare l’azione dell'ONU nel paese se non ottiene ciò che vuole. Un vero e proprio dilemma per la comunità internazionale: come evitare una crisi umanitaria senza però dare ai talebani legittimità e risorse.

💰 Bastone e carota
Con la nascita dell’emirato islamico, governi occidentali e istituzioni internazionali hanno sospeso gli aiuti umanitari, che rappresentavano il 40% del PIL afghano (77 i miliardi di dollari ricevuti negli ultimi vent’anni). Da questi fondi dipendeva il sostentamento di circa la metà della popolazione, ora esposta alla povertà estrema anche a causa della grave siccità che ha spazzato via il 40% del raccolto di grano del paese.
Ma l’Occidente non vuole (ancora) sbloccare i 10 miliardi di dollari delle riserve della banca centrale afghana, congelati all’estero (in gran parte negli Usa): uno strumento chiave per fare pressione sui talebani e costringerli a un impegno condizionato. Soldi, in cambio del rispetto dei diritti di base degli afghani. Good luck...

✈️ The Terminal
Altra questione chiave riguarda l’ingresso degli aiuti umanitari in Afghanistan (e l’uscita delle persone ancora da evacuare). Turchia e Qatar stanno lavorando per garantire il ripristino completo del traffico aereo nel paese ma, a causa dell’opposizione talebana, non possono assicurare le condizioni base di sicurezza, attualmente precarie come dimostrato dal caotico ritiro di fine agosto.
Ritiro di cui ieri e oggi Blinken ha risposto al Congresso USA: tra prevedibili accuse alla presidenza Trump (“abbiamo ereditato una scadenza, non un piano”) e riferimenti alla Cina (“ci avrebbe voluti distratti lì per un altro decennio”), l’amministrazione Biden è oggi costretta a cercare di ripulire la propria offuscata immagine internazionale. La gestione del dialogo “obbligato” con i talebani sarà il primo banco di prova.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Egitto-Israele, pragmatismo al vertice. Su ispionline.it
🌎 USA: PROBLEMA NO-VAX

🦠 Pochi vaccini, tanti morti
Da primi a ultimi. Dopo aver rappresentato per mesi il modello globale di riferimento per inoculazione di vaccini, gli Stati Uniti ora arrancano, con il tasso di copertura vaccinale completa più basso tra i paesi G7: 53% contro, ad esempio, il 64% dell’Italia. Non solo: anche paesi molto più poveri, come Cambogia o Mongolia, hanno vaccinato una quota maggiore di persone.
Se la campagna vaccinale negli Stati Uniti rallenta, lo stesso non si può dire della pandemia: 150mila la media dei nuovi casi giornalieri, 1.500 i decessi. Ad agosto uno stato americano su cinque ha stabilito il proprio record di ricoveri Covid da inizio emergenza. Ma, nonostante questo, sul vaccino gli americani restano diffidenti.

🇺🇸 Scetticismo made in USA
Più di un americano su quattro (27%) afferma di non avere intenzione di farsi vaccinare o di non essere sicuro di farlo: circa il doppio rispetto a francesi o italiani. Dato in calo rispetto al 37% di marzo, ma tra le grandi economie mondiali solo i russi sono meno entusiasti del vaccino.
Pesa la scarsità di protezioni sociali, compreso il mancato congedo pagato per malattia: due lavoratori americani su dieci non si vaccinano per evitare la possibile breve convalescenza collegata all’iniezione. Ma pesano anche le divisioni politiche, con gli stati “repubblicani” molto meno vaccinati e schierati contro la proposta di Biden di imporre l’obbligo vaccinale per dipendenti federali e grandi aziende.

💉 L’Europa s’è desta?
Sull’altra sponda dell’Atlantico, sembrano ormai lontane anni luce le polemiche sulla campagna vaccinale, tra errori nei contratti di fornitura, tira e molla con AstraZeneca e ritardi nelle consegne. Solo a marzo il Financial Times scriveva che Bruxelles aveva «fallito la sfida vaccinale». A distanza di sei mesi, un articolo invecchiato male.
L’obiettivo, posto dalla stessa Commissione europea, di vaccinare il 70% della popolazione adulta “entro fine estate” è stato centrato già il 31 agosto, anche grazie all’introduzione di obblighi collegati al green pass. E così oggi Ursula von der Leyen, nel suo “Stato dell’Unione” che fa il verso a quello americano, ha potuto festeggiare. Adesso non resta, e non è poco, che tenere il passo.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, von der Leyen e lo Stato dell’Unione. Su ispionline.it
🌏 RUSSIA AL VOTO: PUTIN PER SEMPRE. O NO?

🗳 Russia (dis)unita
Tra domani e domenica i cittadini russi sono chiamati a rinnovare la Duma, la camera bassa del parlamento. Un passaggio che potrebbe apparire scontato, se si pensa che l’anno scorso la modifica della costituzione (che permetterà a Putin di restare al potere potenzialmente fino al 2036, più di Stalin) è passata con il 79% dei consensi.
Ma il voto arriva in un momento di grande incertezza per Mosca: nel bel mezzo della peggior crisi sanitaria da inizio pandemia e a un anno dall’affaire Navalny, il calo di consensi per Russia Unita (il partito di Putin) sembra evidente.

📉 Bersaglio di comodo
Con solo un terzo di russi vaccinati a oggi, la pandemia continua a colpire duro. Negli ultimi due mesi, Covid “versione Delta” ha ucciso 60.000 persone: quasi un terzo del totale da inizio emergenza. E persino Putin dovrà trascorrere le giornate elettorali in isolamento, dopo che alcuni dei suoi collaboratori sono stati contagiati.
Non solo: dal 2014 i redditi reali dei russi si sono ridotti dell’11%, e oggi il 14% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel frattempo, l’inflazione elevata (quasi 7% ad agosto) continua a erodere il potere d’acquisto.
Ecco perché Russia Unita continua a perdere consensi. Pur rimanendo primo partito, i sondaggi lo danno in forte calo, dal 54% del 2016 al 25-30% oggi, con la “complicità” del Cremlino: meglio lasciare che le colpe ricadano sul partito e i funzionari locali, piuttosto che intaccare la popolarità del presidente.

🇷🇺 Putin non si tocca
Popolarità di Putin che, in effetti, rimane alta: ad agosto il 61% dei russi si schierava con lui. Segnale che in sella resta un leader forte, abile a gestire il consenso (con il suo mix di avventurismo estero e repressione interna). Ma comunque in calo rispetto a tre anni fa, quando il tasso di approvazione superava l’80%. Nel “dopo Navalny”, poi, il rischio di proteste di piazza è sempre dietro l’angolo.
E l’Europa? Osserva da spettatore interessato, temendo che se Putin dovesse sentirsi “accerchiato” tornerebbe a giocarsi la carta della maggiore assertività in politica estera. Con la crisi ucraina ancora aperta e la centralità del gas russo nei consumi europei, c’è da scommettere che anche in Ue c’è chi fa il tifo per il presidente.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Aukus”, Triplice alleanza per l’Indo-Pacifico. Su ispionline.it
🌎🌏 USA-CINA: PATTI RIVALI

⚔️ Occhio per occhio
Giovedì la Cina ha presentato richiesta formale per entrare nel CPTPP. Sembra quasi uno scioglilingua, invece si tratta della versione senza Stati Uniti del TPP, il patto commerciale transpacifico.
Voluto dagli Usa di Obama per contenere l’espansionismo cinese, stracciato dagli Usa di Trump, portato avanti dagli “altri” senza Washington, è stato scelto quale perfetto strumento di ritorsione cinese all’AUKUS, il patto a tre tra Usa, Uk e Australia del giorno prima. Così Pechino segnala: “se Washington si sfila, arriviamo noi”.

🇨🇳 Trolling diplomatico?
Se la richiesta di ingresso nel CPTPP risponde all’AUKUS è anche perché Pechino sa che il patto tripartito per fornire sottomarini nucleari all’Australia è una mossa per controbilanciare la sempre più ingombrante presenza cinese nel Sudest asiatico.
Resta da vedere quanto ci sia di sincero nella domanda di adesione cinese. La Cina sa che ciascuno degli 11 membri attuali potrebbe porre il veto, e uno di questi è proprio l’Australia: difficile immaginare che, dopo aver firmato una “triplice alleanza” in chiave anticinese, Canberra possa acconsentire all’ingresso di Pechino.
Di certo però la presenza cinese fa gola a molti governi, visto il volume commerciale che muove e la prospettiva di cancellare il 90% dei dazi. La stessa Cina, peraltro, solo a novembre 2020 è entrata in un diverso patto commerciale con altri 14 paesi asiatici, il RCEP, che già include grandi alleati degli USA come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Chi vivrà, vedrà.

🇺🇸🇪🇺 Fuoco amico (again)
Quel che è certo è che, una volta ancora, la Casa Bianca ha fatto uno sgarro agli alleati. Dopo il ritiro dall’Afghanistan, che gli Usa hanno gestito in maniera quasi unilaterale, anche questa volta Biden si muove a sorpresa. E, da Bruxelles, si è levata una voce (per una volta!) unanime: “avremmo voluto saperlo prima”.
Tra gli alleati, i più infuriati sono i francesi: l’accordo fa saltare il “contratto del secolo” con l’Australia da 31 miliardi di euro. L’Eliseo definisce la mossa “unilaterale, brutale e imprevedibile”. Rincarando la dose: “Sembra quasi di vedere all’opera Trump”.
Se davvero è questo il “ritorno al multilateralismo” promesso da Biden, l’Europa non può che farsi qualche domanda.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Elezioni in Russia, nessuna opposizione a Putin. Su ispionline.it
🌎 CANADA: L’AZZARDO DI TRUDEAU

🗳 Momento di svolta...
Oggi si vota in Canada, due anni prima della scadenza naturale della legislatura. Il premier liberal Justin Trudeau ha indetto le elezioni ad agosto, e i partiti hanno avuto solo cinque settimane per fare campagna elettorale.
Trudeau ha giustificato lo scioglimento delle camere con il fatto che la pandemia ha cambiato tutto: “è un momento di svolta”, aveva detto. In effetti da agosto a oggi molto è cambiato davvero, ma non nel senso immaginato (e sperato) da Trudeau.

🇨🇦 … o tutto come prima?
E dire che il Partito liberale di Trudeau, al potere dal 2015 ma dal 2019 costretto a guidare un governo di minoranza, sembrava avere il vento in poppa. Ad aprile i consensi per i liberal avevano persino superato il 40%, ancora più del 39% di sei anni fa.
Insomma, grazie a tassi vaccinali tra i più alti al mondo (il 75% della popolazione) e a una ripresa economica che ha permesso al paese di tornare già ai livelli pre-pandemia, tutto sembrava promettere bene per i liberali. E lo credevano anche i conservatori, primo partito di opposizione, che accusavano Trudeau di un “ingiustificato atto di forza” nell’indire elezioni così anticipate.
In poco tempo, invece, la partita si è fatta complicata: oggi i sondaggi danno liberali e conservatori appaiati al 33%, e un nuovo “Parlamento appeso” potrebbe addirittura costringere Trudeau a farsi da parte.

🛢 Passo indietro per il mondo?
I canadesi incolpano Trudeau per aver indetto elezioni nel mezzo di una quarta ondata di pandemia (anche se molto meno letale, grazie ai vaccini). E l’impegno liberal nella lotta al cambiamento climatico lascia freddi molti canadesi, che temono di perdere posti di lavoro e il loro alto tenore di vita, assicurati da petrolio e gas.
Adesso, con il declino dei liberali, molto potrebbe cambiare. O’Toole, il leader conservatore, preferisce un accordo commerciale con UK e Australia rispetto a quello siglato con l’UE, il CETA, bloccato da anni da alcuni governi europei. Per gli USA, se Trudeau si dimettesse Biden potrebbe perdere un prezioso alleato. E, senza un “alfiere” della lotta al cambiamento climatico, la strada per COP26 potrebbe farsi ancora più irta di ostacoli.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’accordo AUKUS, visto dall’Europa. Su ispionline.it
🌏 EVERGRANDE “CONTAGIA” I MERCATI

🏘 Una nuova Lehman Brothers?
Il possibile fallimento di Evergrande spaventa i mercati globali. A Milano ieri la seconda peggiore seduta del 2021, mentre Dow Jones registra le perdite più significative da maggio. Il colosso dell’immobiliare cinese è in crisi di liquidità e potrebbe non essere in grado di onorare i suoi debiti: 300 miliardi di dollari verso creditori di tutto il mondo.
Le azioni di Evergrande, crollate del 90% nell’ultimo anno, sono incluse nei principali indici quotati di tutta l’Asia. E non solo: tra gli investitori della società compaiono anche molti fondi di investimento occidentali. Tra questi BlackRock, uno dei principali creditori di Lehman Brothers nel 2008.

🇨🇳 Too big to fail?
Di salvataggi per ora non se ne parla. Una delle principali battaglie del governo cinese è infatti quella contro l’eccessivo indebitamento del settore privato, e si vorrebbe quindi evitare un intervento statale su un caso di così alto profilo. Tuttavia, un default di Evergrande e del settore immobiliare, da cui dipende il 25% del PIL cinese, non sembra realistico.
Quasi 4 milioni di cinesi lavorano direttamente o indirettamente per la società, e sono migliaia i piccoli investitori che rischiano di perdere i loro soldi. Le oltre 200 banche e istituzioni finanziarie con cui Evergrande è indebitata andrebbero sotto stress, riducendo la concessione di credito proprio durante il rimbalzo post-pandemia. Che l’unica soluzione disponibile sia proprio la nazionalizzazione di Evergrande?

📈 Tutto oro quello che luccica?
Nonostante una possibile crisi finanziaria "in vista”, l’economia cinese continua a crescere. Le ultime stime dell’OCSE, pubblicate oggi, danno il PIL in aumento dell’8,5% nel 2021 e di quasi il 6% nel 2022. Percentuali ben più alte dei paesi OCSE. Stati Uniti e Eurozona a confronto si fermano intorno al 6% per il 2021 e al 4% per il 2022.
Attenzione però: le vendite al dettaglio e degli immobili, indicatori chiave dell'economia cinese, hanno fatto registrare ad agosto i valori più bassi dell’anno. Un segnale di come la situazione di Evergrande non vada sottovalutata. Dagli investitori, certo, ma neanche da Pechino.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: La prima volta di Biden all’Onu. Su ispionline.it
CRISI DEL GAS: INVERNO EUROPEO
📈 Bollette alle stelle
Continua la scalata dei prezzi del gas naturale, mai così alti durante i mesi non invernali degli ultimi dieci anni. I paesi europei sono quelli più colpiti dal rincaro, con un +280% rispetto a gennaio. Ma aumenti dei prezzi a due o tre cifre si registrano ovunque, dagli Stati Uniti alla Corea del Sud.
Proprio oggi i ministri dell'energia dei paesi UE avrebbero dovuto fare passi avanti sul pacchetto “Fit for 55”, gli impegni europei contro il cambiamento climatico al 2030, e invece si ritroveranno a discutere dell’impennata dei prezzi. Che spinge l'inflazione nell’eurozona al 3%, danneggiando i consumatori e minacciando la ripresa. E che, soprattutto, getta dubbi sulla sostenibilità della transizione energetica.

🇷🇺 Lo zampino di Mosca?
Le cause della crisi sono tante: i bassi livelli di stoccaggio dovuti ai lockdown invernali, l’improvviso aumento della domanda mondiale e lo scarso contributo dell’eolico. Ma anche Mosca potrebbe avere la sua parte di responsabilità.
La Russia è il principale fornitore di gas dell’Ue (43% delle importazioni totali), e secondo alcuni avrebbe volontariamente ridotto le esportazioni di gas verso l’Europa e lasciato gli impianti di stoccaggio che gestisce sul continente a livelli molto bassi.
Di certo questa è la versione sostenuta da circa 40 europarlamentari, che accusano Mosca di voler spingere al rialzo i prezzi per fare pressione sui governi europei – compreso il futuro esecutivo tedesco – affinché approvino definitivamente l’avvio del Nord Stream 2.

⚖️ Tra pragmatismo e sostenibilità
Al di là delle presunte responsabilità russe, la crisi odierna porta allo scoperto tutte le difficoltà della transizione verde. Per disincentivare i consumi delle fonti fossili, è inevitabile che i loro prezzi aumentino. Ma il rischio è che questi aumenti colpiscano soprattutto gli strati sociali più poveri: già oggi quasi il 10% dei cittadini europei è “energy poor” e non può permettersi di riscaldarsi adeguatamente d’inverno.
Per l’Ue la sfida è duplice. Da un lato, evitare che la propria dipendenza energetica dai grandi produttori di gas porti a scelte poco ponderate in politica estera. Dall’altro, non abdicare al ruolo di guida mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Un imperativo ancora più forte, visto che la COP26 di Glasgow è già dietro l’angolo...

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, elezioni a rischio. Su ispionline.it
🌍 GERMANIA AL VOTO: RISIKO EUROPEO

🗳 Mutti blues
“Angela, ci manchi”, hanno fatto sapere gli elettori a Merkel, impegnata in uno stoico (quanto spento) tour de force pre-elettorale al fianco di Armin Laschet, candidato cancelliere per la CDU. “Salvate il soldato Laschet” è l’imperativo di queste ore, mentre i socialdemocratici cercano di imporre il loro candidato, Olaf Scholz, come unico vero erede di Merkel.
La situazione per la CDU sembra disperata: dal 40% sfiorato ad aprile, nei sondaggi è sprofondata al minimo storico (22%). Ma le vicissitudini elettorali dei singoli partiti nascondono una verità neanche troppo scomoda: per la Germania, queste sono le elezioni della continuità.

🇩🇪 Wirtschaftswunder
Non è un caso se in queste ore si parli molto, nel dibattito sull’eredità di Merkel, del “secondo miracolo economico” tedesco. Dal 2005 la Germania ha attraversato la grande recessione, la crisi dell’euro e il tracollo pandemico, eppure il reddito pro capite dei tedeschi è oggi di quasi il 20% superiore.
Un successo della cancelliera, ma frutto anche della continuità con le scelte economiche del passato: da Kohl (CDU), che ha traghettato la Germania nell’euro (più svalutato rispetto al marco e dunque volano per l’export), a Schröder (SPD), padrino delle riforme del mercato del lavoro.
Certo, la pandemia è stata un punto di svolta. Da “falco” dei conti pubblici, Berlino è diventata “colomba”, acconsentendo a sospendere il Patto di stabilità e, poi, a lanciare un Next Generation EU che tra le sue pieghe nasconde un trasferimento netto da 70 miliardi dalla Germania agli altri paesi dell’UE. Ma durerà?

🇪🇺 Le stelle si riallineano
Quel che sembra chiaro è che, dopo il voto, ci vorranno mesi di negoziati per formare un nuovo governo. E che la Germania che ne uscirà, per quanto influente, avrà un cancelliere che dovrà riguadagnare lustro e rispettabilità.
Non a caso von der Leyen, tedesca ancor prima che presidente della Commissione, guarda ora alla Francia di Macron. Citandola esplicitamente quando annuncia un vertice sulla Difesa a inizio 2022. E schierandosi con Parigi nella disputa su Aukus, mentre altri governi Ue osservano con freddezza.
E Ursula sa bene che, per gestire la transizione post-Merkel, avrà bisogno dell’apporto cruciale di Roma. Perché anche Parigi va al voto, a inizio 2022. E la Francia che arriva alle urne è ben più divisa, pronta a dar battaglia all’Europa.

Segui l’evento di questa sera: Germania al voto, fine di un’era? Su https://bit.ly/votoGermania

Leggi il nostro Focus Speciale: 15 grafici per raccontare Merkel e la sua Germania. Su https://bit.ly/15graficiMerkel
🌎 USA, MIGRANTI: CRISI SENZA CONFINI?

🇺🇸 No man’s land
Oggi si è dimesso Daniel Foote, inviato speciale degli Usa ad Haiti. Dimissioni che arrivano dopo una settimana in cui l’amministrazione Biden ha rimpatriato centinaia dei 13.000 migranti – molti dei quali haitiani – che si erano raccolti sotto a un ponte al confine tra Usa e Messico.
Una drammatica rappresentazione di ciò che succede da mesi alla frontiera tra Usa e Messico, dove nei primi otto mesi dell’anno sono stati intercettati 1,3 milioni di migranti. Numeri che non si registravano da vent’anni, il triplo rispetto alla media del decennio appena trascorso. E il 2021 non è ancora finito.

🦠 Pandemia ed espulsioni
I rimpatri arrivano a due mesi dal brutale assassinio del presidente Moïse, e a uno dal terremoto di quest’anno. Ma molti dei migranti rimpatriati negli ultimi giorni avevano già lasciato Haiti dopo il terremoto del 2010. Il loro ammassarsi alla frontiera statunitense rievoca le immagini delle “carovane” di migranti che nel 2018-2019 avevano messo sotto forte pressione l’amministrazione Trump.
Ma oggi c’è anche l’emergenza pandemica. Covid ha aggravato situazioni di povertà e degrado preesistenti, e la chiusura dei confini ha convinto molti migranti a rimandare la partenza fino a oggi. Inoltre, con un ordine esecutivo firmato da Trump, da marzo 2020 i migranti intercettati alla frontiera possono essere immediatamente espulsi.
È stato così per il 57% dei migranti fermati quest’anno. Persone che, però, difficilmente non tenteranno di passare di nuovo.

⛔️ Do not come. Please?
La Casa Bianca è tra l’incudine e il martello: vorrebbe marcare le differenze da Trump (e ci ha provato con l’evacuazione da Kabul, accogliendo quasi 70.000 afghani in due settimane) ma è costretta a cercare di scoraggiare nuovi arrivi.
Da qui il “non venite” pronunciato dalla vicepresidente Kamala Harris a giugno. Adesso, i rimpatri degli haitiani. E quando settimana scorsa un giudice federale ha sospeso il permesso di espulsione immediata "trumpiano", l'amministrazione Biden si è subito attivata per ripristinarlo.
Segnali che le tensioni politiche sui migranti prescindono da Trump. E che, come in politica estera (il bilaterale con Putin, l’Afghanistan, Aukus), anche sul fronte interno si contano più affinità che divergenze tra le due amministrazioni.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, si apre il dopo Merkel. Su ispionline.it