🌍 VACCINI: L’EUROPA SCEGLIE LA LINEA DURA DI DRAGHI
💉 Dopo molte proteste europee per i ritardi nelle consegne dei vaccini, si cambia strategia. L'Italia infatti, in accordo con Bruxelles, ha bloccato una spedizione di 250mila dosi di vaccino AstraZeneca destinate all'Australia.
🇪🇺 Il nostro diventa così il primo paese a mettere in atto il regolamento europeo, approvato a fine gennaio, per controllare la spedizione dei vaccini fuori dai confini europei.
⚔️ È una linea dura, quella europea inaugurata da Mario Draghi, nei confronti delle case farmaceutiche che non rispettano i contratti. Un azzardo, secondo alcuni, che minaccia di innescare una guerra di veti incrociati all’export dei vaccini, ma che in realtà non fa altro che replicare la strategia di USA e Regno Unito. Intanto, per i paesi europei (e per l'Italia) resta un'altra sfida: quella di recuperare i ritardi che le campagne vaccinali stanno subendo, a prescindere dalle dosi disponibili.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vaccini-leuropa-sceglie-la-linea-dura-di-draghi-29542
💉 Dopo molte proteste europee per i ritardi nelle consegne dei vaccini, si cambia strategia. L'Italia infatti, in accordo con Bruxelles, ha bloccato una spedizione di 250mila dosi di vaccino AstraZeneca destinate all'Australia.
🇪🇺 Il nostro diventa così il primo paese a mettere in atto il regolamento europeo, approvato a fine gennaio, per controllare la spedizione dei vaccini fuori dai confini europei.
⚔️ È una linea dura, quella europea inaugurata da Mario Draghi, nei confronti delle case farmaceutiche che non rispettano i contratti. Un azzardo, secondo alcuni, che minaccia di innescare una guerra di veti incrociati all’export dei vaccini, ma che in realtà non fa altro che replicare la strategia di USA e Regno Unito. Intanto, per i paesi europei (e per l'Italia) resta un'altra sfida: quella di recuperare i ritardi che le campagne vaccinali stanno subendo, a prescindere dalle dosi disponibili.
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🌎 ECONOMIA USA: IL BAZOOKA DI BIDEN
🇺🇸 Via libera del Senato Usa al maxi piano di stimolo da 1.900 miliardi di dollari per risollevare l'economia, voluto da Joe Biden e ostacolato fino all'ultimo dai Repubblicani. Il provvedimento dovrà tornare alla Camera dei Rappresentanti per un ultimo passaggio prima di essere promulgato dal presidente.
🏆 È il primo successo interno della nuova amministrazione, anche se non include il raddoppio del salario minimo federale (da 7,5 a 15 dollari all’ora), cavallo di battaglia dell’ala più progressista dei Dem. Dall’inizio della pandemia gli Usa hanno investito oltre 5000 miliardi di dollari pubblici.
💵 Ma se gli Usa scommettono con un "all in" più ambizioso di quello Ue, i mercati reagiscono con incertezza: il timore è che un eccesso di stimoli risvegli l’inflazione con effetti imprevedibili su economie mondiali ancora in affanno.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/economia-usa-il-bazooka-di-biden-29557
🇺🇸 Via libera del Senato Usa al maxi piano di stimolo da 1.900 miliardi di dollari per risollevare l'economia, voluto da Joe Biden e ostacolato fino all'ultimo dai Repubblicani. Il provvedimento dovrà tornare alla Camera dei Rappresentanti per un ultimo passaggio prima di essere promulgato dal presidente.
🏆 È il primo successo interno della nuova amministrazione, anche se non include il raddoppio del salario minimo federale (da 7,5 a 15 dollari all’ora), cavallo di battaglia dell’ala più progressista dei Dem. Dall’inizio della pandemia gli Usa hanno investito oltre 5000 miliardi di dollari pubblici.
💵 Ma se gli Usa scommettono con un "all in" più ambizioso di quello Ue, i mercati reagiscono con incertezza: il timore è che un eccesso di stimoli risvegli l’inflazione con effetti imprevedibili su economie mondiali ancora in affanno.
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ISPI
Economia USA: il bazooka di Biden | ISPI
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🌎 BRASILE, IL RITORNO DI LULA
🗳️ Una sentenza della Corte Suprema del Brasile annulla le condanne contro Lula, che potrà così candidarsi alle elezioni del 2022; il presidente Jair Bolsonaro - in difficoltà nei sondaggi e con un’economia che stenta a riprendersi dallo shock pandemico - reagisce gridando a una ‘sentenza politica’.
🇧🇷 Il Brasile e l’America Latina ritrovano così - proprio in uno dei momenti più difficili della loro storia - quello che Obama definì “il politico più popolare del mondo”.
💰 I mercati reagiscono male all’eventualità di un ritorno del leader progressista e per paura che Bolsonaro - in cerca di popolarità nel rinnovato duello con Lula - rilanci la spesa pubblica e introduca nuovi sussidi, non più sostenibili per le finanze del paese.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/brasile-il-ritorno-di-lula-29564
🗳️ Una sentenza della Corte Suprema del Brasile annulla le condanne contro Lula, che potrà così candidarsi alle elezioni del 2022; il presidente Jair Bolsonaro - in difficoltà nei sondaggi e con un’economia che stenta a riprendersi dallo shock pandemico - reagisce gridando a una ‘sentenza politica’.
🇧🇷 Il Brasile e l’America Latina ritrovano così - proprio in uno dei momenti più difficili della loro storia - quello che Obama definì “il politico più popolare del mondo”.
💰 I mercati reagiscono male all’eventualità di un ritorno del leader progressista e per paura che Bolsonaro - in cerca di popolarità nel rinnovato duello con Lula - rilanci la spesa pubblica e introduca nuovi sussidi, non più sostenibili per le finanze del paese.
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ISPI
Brasile, il ritorno di Lula
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🌏 L’ORA DI SPUTNIK
💉 La casa farmaceutica italo-svizzera Adienne con sede vicino Monza produrrà il vaccino russo Sputnik V. È la prima in Europa, e altre due aziende nel Lazio starebbero per fare altrettanto. Nel mondo, tra gli altri, già lo producono India, Cina, Corea del Sud e Brasile.
🇷🇺 Gelo dall’Ema che non ha ancora dato l’autorizzazione alla commercializzazione del siero in Europa, mentre Mosca chiede scuse ufficiali dopo che l’Agenzia europea aveva definito l’uso dello Sputnik, senza ulteriori indagini, “una roulette russa”.
🧱 Ma la vicenda va oltre i dubbi di natura scientifica e all'estremo bisogno di vaccini nel Vecchio Continente: riflette l’ambiguità con cui Europa e Russia continuano a guardarsi, tre decenni dopo la caduta del muro (e, forse, il ruolo di “broker” che da sempre l’Italia prova a giocare).
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vaccino-lora-di-sputnik-29582
💉 La casa farmaceutica italo-svizzera Adienne con sede vicino Monza produrrà il vaccino russo Sputnik V. È la prima in Europa, e altre due aziende nel Lazio starebbero per fare altrettanto. Nel mondo, tra gli altri, già lo producono India, Cina, Corea del Sud e Brasile.
🇷🇺 Gelo dall’Ema che non ha ancora dato l’autorizzazione alla commercializzazione del siero in Europa, mentre Mosca chiede scuse ufficiali dopo che l’Agenzia europea aveva definito l’uso dello Sputnik, senza ulteriori indagini, “una roulette russa”.
🧱 Ma la vicenda va oltre i dubbi di natura scientifica e all'estremo bisogno di vaccini nel Vecchio Continente: riflette l’ambiguità con cui Europa e Russia continuano a guardarsi, tre decenni dopo la caduta del muro (e, forse, il ruolo di “broker” che da sempre l’Italia prova a giocare).
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🌍 LIBIA: LA VOLTA BUONA?
🇱🇾 Il governo di unità del premier Dbeibah ottiene la fiducia dal parlamento libico, riunito per la prima volta a Sirte, lungo la linea del fronte che divide Cirenaica e Tripolitania.
🗳️ L’esecutivo, che ha promesso di rimanere in carica solo fino al prossimo 24 dicembre, data fissata per le elezioni presidenziali e legislative nazionali, è stato accolto come un segnale di speranza per il futuro di una Libia unita dopo anni di divisioni.
🚨 Il timore però è che le priorità degli attori in campo siano sempre più distanti tra loro. A partire da quelle di Russia e Turchia – entrambi presenti sul terreno con milizie armate – il cui appoggio sarà necessario perché il nuovo governo possa portare avanti un'azione davvero incisiva.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-la-volta-buona-29598
🇱🇾 Il governo di unità del premier Dbeibah ottiene la fiducia dal parlamento libico, riunito per la prima volta a Sirte, lungo la linea del fronte che divide Cirenaica e Tripolitania.
🗳️ L’esecutivo, che ha promesso di rimanere in carica solo fino al prossimo 24 dicembre, data fissata per le elezioni presidenziali e legislative nazionali, è stato accolto come un segnale di speranza per il futuro di una Libia unita dopo anni di divisioni.
🚨 Il timore però è che le priorità degli attori in campo siano sempre più distanti tra loro. A partire da quelle di Russia e Turchia – entrambi presenti sul terreno con milizie armate – il cui appoggio sarà necessario perché il nuovo governo possa portare avanti un'azione davvero incisiva.
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ISPI
Libia: la volta buona? | ISPI
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🌏 FLY ME TO THE MOON
🌙 Cina e Russia annunciano la firma di un memorandum d'intesa per costruire insieme una stazione internazionale sulla superficie o nell’orbita lunare.
🇨🇳 Dopo Stati Uniti e Russia un nuovo protagonista si affaccia sulla scena per la competizione spaziale: Pechino, che se non era tra i pionieri della prima corsa allo spazio, sembra ormai aver recuperato il tempo perduto.
🚀 Finora solo gli americani hanno messo piede sulla Luna, oltre mezzo secolo fa: oggi vogliono tornare per ribadire quel primato, mentre la Cina vuole andarci per contestarlo. E per andarci ha scelto pragmaticamente di essere accompagnata dalla Russia: Pechino dispone di capitale economico e Mosca dell’expertise necessaria per provare a battere il rivale comune.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/russia-e-cina-sulla-luna-29609
🌙 Cina e Russia annunciano la firma di un memorandum d'intesa per costruire insieme una stazione internazionale sulla superficie o nell’orbita lunare.
🇨🇳 Dopo Stati Uniti e Russia un nuovo protagonista si affaccia sulla scena per la competizione spaziale: Pechino, che se non era tra i pionieri della prima corsa allo spazio, sembra ormai aver recuperato il tempo perduto.
🚀 Finora solo gli americani hanno messo piede sulla Luna, oltre mezzo secolo fa: oggi vogliono tornare per ribadire quel primato, mentre la Cina vuole andarci per contestarlo. E per andarci ha scelto pragmaticamente di essere accompagnata dalla Russia: Pechino dispone di capitale economico e Mosca dell’expertise necessaria per provare a battere il rivale comune.
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🌎 VACCINI - BIDEN “RISPONDE” A CINA E RUSSIA. ENOUGH?
🇺🇸 Un miliardo di vaccini ai paesi del Sudest asiatico
L’iniziativa annunciata da Joe Biden, assieme ai primi ministri di Giappone, India e Australia (i paesi che formano il Quad - Quadrilateral security dialogue) punta a contrastare l’influenza cinese nella regione. Finanziato da Stati Uniti e Giappone il vaccino sarà prodotto in India e distribuito con l’aiuto dell’Australia.
⛩️ Tutti pazzi per Quad?
Creato nel 2004 per gestire il post tsunami, il Quad era rimasto sopito per anni, in seguito ai timori australiani e indiani di contrariare la crescente assertività cinese. Oggi torna centrale con Biden nell’ambito della strategia di contenimento cinese, anche se molti temono che le diverse visioni dei 4 sul rapporto con Pechino (e Il timore di compromettere gli affari con la Cina) continueranno a pesare più dei timori per la sicurezza.
💉 Una coperta corta
La doccia fredda arriva però subito dalle aziende indiane che dovrebbero produrre il vaccino e che denunciano che le limitazioni sulle esportazioni USA - col ricorso al Defence Production Act, prima da parte di Trump e poi di Biden - bloccano il progetto impedendo, di fatto, l’afflusso di materiali essenziali per la produzione di vaccini.
Tutto ciò mentre l’Europa non riesce a sbloccare 30 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca - non ancora approvato dall’Agenzia del farmaco americana e quindi inutilizzato - sempre stoccate nei magazzini Usa.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vaccini-biden-risponde-cina-e-russia-enough-29634
🇺🇸 Un miliardo di vaccini ai paesi del Sudest asiatico
L’iniziativa annunciata da Joe Biden, assieme ai primi ministri di Giappone, India e Australia (i paesi che formano il Quad - Quadrilateral security dialogue) punta a contrastare l’influenza cinese nella regione. Finanziato da Stati Uniti e Giappone il vaccino sarà prodotto in India e distribuito con l’aiuto dell’Australia.
⛩️ Tutti pazzi per Quad?
Creato nel 2004 per gestire il post tsunami, il Quad era rimasto sopito per anni, in seguito ai timori australiani e indiani di contrariare la crescente assertività cinese. Oggi torna centrale con Biden nell’ambito della strategia di contenimento cinese, anche se molti temono che le diverse visioni dei 4 sul rapporto con Pechino (e Il timore di compromettere gli affari con la Cina) continueranno a pesare più dei timori per la sicurezza.
💉 Una coperta corta
La doccia fredda arriva però subito dalle aziende indiane che dovrebbero produrre il vaccino e che denunciano che le limitazioni sulle esportazioni USA - col ricorso al Defence Production Act, prima da parte di Trump e poi di Biden - bloccano il progetto impedendo, di fatto, l’afflusso di materiali essenziali per la produzione di vaccini.
Tutto ciò mentre l’Europa non riesce a sbloccare 30 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca - non ancora approvato dall’Agenzia del farmaco americana e quindi inutilizzato - sempre stoccate nei magazzini Usa.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/vaccini-biden-risponde-cina-e-russia-enough-29634
ISPI
Vaccini: Biden “risponde” a Cina e Russia. Enough?
Grandi manovre di diplomazia vaccinale in corso: Stati Uniti e Giappone pronti a finanziare un miliardo di dosi di prodotte in India e distribuite dall'Australia in tutto il sud-est asiatico. Ma è un
🌍 GERMANIA: OCCHIO AL SEMAFORO
🇩🇪 Débacle CDU
Doppia delusione elettorale per i Cristiano-democratici nel voto di domenica in Baden-Württemberg e in Renania Palatinato: il partito di Angela Merkel incassa il peggior risultato nella storia dei rispettivi Laender. Sia a Stoccarda che a Magonza potrebbero restare fuori dalle coalizioni di governo ‘a semaforo’ composte da Verdi, Spd e liberali.
🗳️ Prova generale per il voto di settembre?
Le due elezioni, prime di una serie di scrutini regionali, sono considerate un banco di prova in vista del voto nazionale del 26 settembre anche se la popolarità dei governatori uscenti ha giocato un ruolo importante. Come ha subito commentato il leader dei socialdemocratici “si può governare senza la CDU”, con una colazione “semaforo” fatta di Verdi, liberali e socialdemocratici. Un inedito assoluto per Berlino dove la CDU ha governato (con partners che si sono alternati) per ben 52 anni dal dopoguerra a oggi.
🌿 Verde speranza…
Uno scenario che alimenta le speranze dei Verdi in ascesa e che sognano addirittura di esprimere il prossimo cancelliere che succederà ad Angela Merkel nella guida della Germania. Sarebbe un governo a trazione europeista e green ma con i liberali della FDP come elemento di freno sui cruciali capitoli delle finanze pubbliche e monetarie.
Dossier cruciali per l’Italia, come già in passato...
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/germania-occhio-al-semaforo-29647
🇩🇪 Débacle CDU
Doppia delusione elettorale per i Cristiano-democratici nel voto di domenica in Baden-Württemberg e in Renania Palatinato: il partito di Angela Merkel incassa il peggior risultato nella storia dei rispettivi Laender. Sia a Stoccarda che a Magonza potrebbero restare fuori dalle coalizioni di governo ‘a semaforo’ composte da Verdi, Spd e liberali.
🗳️ Prova generale per il voto di settembre?
Le due elezioni, prime di una serie di scrutini regionali, sono considerate un banco di prova in vista del voto nazionale del 26 settembre anche se la popolarità dei governatori uscenti ha giocato un ruolo importante. Come ha subito commentato il leader dei socialdemocratici “si può governare senza la CDU”, con una colazione “semaforo” fatta di Verdi, liberali e socialdemocratici. Un inedito assoluto per Berlino dove la CDU ha governato (con partners che si sono alternati) per ben 52 anni dal dopoguerra a oggi.
🌿 Verde speranza…
Uno scenario che alimenta le speranze dei Verdi in ascesa e che sognano addirittura di esprimere il prossimo cancelliere che succederà ad Angela Merkel nella guida della Germania. Sarebbe un governo a trazione europeista e green ma con i liberali della FDP come elemento di freno sui cruciali capitoli delle finanze pubbliche e monetarie.
Dossier cruciali per l’Italia, come già in passato...
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ISPI
Germania: occhio al semaforo
La CDU subisce una clamorosa doppia sconfitta alle elezioni regionali mentre sale l’astro dei Verdi. E si fa strada l’ipotesi che a settembre il partito, orfano di Angela Merkel, possa perdere anche
🌎 USA E MIGRANTI: EMERGENZA AL CONFINE
🇺🇸 Grane in vista per Biden?
Aumenta la pressione dei migranti al confine tra USA e Messico. Sono più di 100mila quelli arrestati alla frontiera a febbraio. Tra loro ci sono quasi 10mila bambini: l’amministrazione Biden ha sospeso la pratica dell’espulsione per i minori non accompagnati, ma riapre i centri di detenzione. E i repubblicani che già guardano al voto di mid-term attaccano: “È colpa delle politiche di Biden che li incoraggiano”.
🌊 Un’onda lunga
L’afflusso dei migranti, in realtà, è in linea con un trend di crescita costante degli ultimi mesi. Ed è cominciato già prima dell’insediamento di Biden, dopo un calo durato solo alcuni mesi nella prima fase della pandemia: tra le cause ci sono povertà, criminalità, e ben due uragani che hanno causato enormi danni. A cui si aggiungono ora anche gli effetti del Covid sulle fragili economie dell’America Latina e le attese per la fine dell’emergenza sanitaria ed economica statunitense.
🔴 Don’t come!
“Non venite. Non lasciate le vostre città, le vostre comunità” dice Biden rivolgendosi ai migranti. Una sterzata che non piace all’ala dura della sinistra democratica ma che non produrrà spaccature, almeno per ora: l’amministrazione ha adottato una serie di misure economiche a sostegno dei redditi più bassi e punta a tassare le corporation per finanziare le politiche sociali, in linea con le istanze più progressiste dei democratici.
Ora Washington può puntare su diverse strategie: di breve (aumentare le strutture di accoglienza al confine), medio (stringere accordi con paesi di provenienza e transito) e lungo periodo (qualcuno chiede un “Piano Marshall” per l’America Latina). Ma dopo il muro di Trump nessuno si illude ancora che esistano soluzioni rapide per blindare la frontiera.
Leggi il nuovo Daily Focus: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-e-migranti-emergenza-al-confine-29652
🇺🇸 Grane in vista per Biden?
Aumenta la pressione dei migranti al confine tra USA e Messico. Sono più di 100mila quelli arrestati alla frontiera a febbraio. Tra loro ci sono quasi 10mila bambini: l’amministrazione Biden ha sospeso la pratica dell’espulsione per i minori non accompagnati, ma riapre i centri di detenzione. E i repubblicani che già guardano al voto di mid-term attaccano: “È colpa delle politiche di Biden che li incoraggiano”.
🌊 Un’onda lunga
L’afflusso dei migranti, in realtà, è in linea con un trend di crescita costante degli ultimi mesi. Ed è cominciato già prima dell’insediamento di Biden, dopo un calo durato solo alcuni mesi nella prima fase della pandemia: tra le cause ci sono povertà, criminalità, e ben due uragani che hanno causato enormi danni. A cui si aggiungono ora anche gli effetti del Covid sulle fragili economie dell’America Latina e le attese per la fine dell’emergenza sanitaria ed economica statunitense.
🔴 Don’t come!
“Non venite. Non lasciate le vostre città, le vostre comunità” dice Biden rivolgendosi ai migranti. Una sterzata che non piace all’ala dura della sinistra democratica ma che non produrrà spaccature, almeno per ora: l’amministrazione ha adottato una serie di misure economiche a sostegno dei redditi più bassi e punta a tassare le corporation per finanziare le politiche sociali, in linea con le istanze più progressiste dei democratici.
Ora Washington può puntare su diverse strategie: di breve (aumentare le strutture di accoglienza al confine), medio (stringere accordi con paesi di provenienza e transito) e lungo periodo (qualcuno chiede un “Piano Marshall” per l’America Latina). Ma dopo il muro di Trump nessuno si illude ancora che esistano soluzioni rapide per blindare la frontiera.
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ISPI
USA e migranti: emergenza al confine
Decine di migliaia di migranti dall’America Centrale si ammassano alle frontiere Usa. Il presidente Biden chiede di non lasciare i loro paesi, ma i repubblicani lo attaccano: “è colpa
🌍 UK - VACCINI: ANCHE I RICCHI PIANGONO?
🇮🇳 Johnson “tradito” dagli indiani
Guai all’orizzonte per il Regno Unito. Grazie al vaccino AstraZeneca (di cui ha ricevuto 14 milioni di dosi, quanto tutti i paesi europei messi insieme), il paese si è intestato nelle scorse settimane un modello vaccinale di successo e ha annunciato ai suoi cittadini e al mondo un piano dettagliato di riaperture e il progressivo ritorno “alla normalità”.
Il produttore indiano Serum - che ha già rifornito Londra di 5 milioni di dosi AstraZeneca - ha però annunciato che le altre 5 milioni di dosi attese per la fine di marzo subiranno ritardi.
🇬🇧 Crepe nel modello inglese?
No, dice Londra. L’India ritarderà le consegne di 4 settimane, rallentando ma senza interrompere la campagna vaccinale, lasciando così immutato il primato inglese sugli altri paesi europei. E soprattutto senza scalfire la narrativa imposta da Boris Johnson in patria e all’estero: “Brexit is beautiful”, alla faccia dei profeti di sventura del disastro in cui il paese sarebbe precipitato una volta uscito dall’Unione. Una narrativa che gli restituisce popolarità e che potrebbe riaccendere la fascinazione per “l’andar da soli” in alcuni paesi del blocco e ridare slancio ai sovranisti anti-europei.
🇪🇺 Von der Leyen non ci sta
La Commissione Europea, alle prese con una strategia vaccinale in crisi e sotto scacco per le accuse di lentezza, non è disposta a lasciare il podio del ‘best in Europe’ a Londra. Senza mai citarla, Ursula von der Leyen ha lanciato un messaggio chiaro “a chi non rispetta la reciprocità”: potrebbero esserci blocchi perfino superiori a quello imposto dall’Italia (che a inizio marzo ha bloccato 250mila dosi di vaccino in partenza per l’Australia). Un tema serio, alla prova dei numeri: dall’inizio della pandemia ben 10 milioni di vaccini hanno lasciato il Vecchio continente (Belgio in primis) per raggiungere il Regno Unito, mentre non ci sono dati ufficiali su quanti abbiano percorso la strada inversa.
L’avvertimento, neppure tanto subliminale, che la Presidente della Commissione manda a Boris Johnson è: “facile fare i primi della classe (anche) con i vaccini degli altri; magari siamo lenti (nelle autorizzazioni e nella distribuzione) ma non siamo fessi...”
Leggi tutti gli approfondimenti dell'ISPI e il Daily Focus qui: ispionline.it
🇮🇳 Johnson “tradito” dagli indiani
Guai all’orizzonte per il Regno Unito. Grazie al vaccino AstraZeneca (di cui ha ricevuto 14 milioni di dosi, quanto tutti i paesi europei messi insieme), il paese si è intestato nelle scorse settimane un modello vaccinale di successo e ha annunciato ai suoi cittadini e al mondo un piano dettagliato di riaperture e il progressivo ritorno “alla normalità”.
Il produttore indiano Serum - che ha già rifornito Londra di 5 milioni di dosi AstraZeneca - ha però annunciato che le altre 5 milioni di dosi attese per la fine di marzo subiranno ritardi.
🇬🇧 Crepe nel modello inglese?
No, dice Londra. L’India ritarderà le consegne di 4 settimane, rallentando ma senza interrompere la campagna vaccinale, lasciando così immutato il primato inglese sugli altri paesi europei. E soprattutto senza scalfire la narrativa imposta da Boris Johnson in patria e all’estero: “Brexit is beautiful”, alla faccia dei profeti di sventura del disastro in cui il paese sarebbe precipitato una volta uscito dall’Unione. Una narrativa che gli restituisce popolarità e che potrebbe riaccendere la fascinazione per “l’andar da soli” in alcuni paesi del blocco e ridare slancio ai sovranisti anti-europei.
🇪🇺 Von der Leyen non ci sta
La Commissione Europea, alle prese con una strategia vaccinale in crisi e sotto scacco per le accuse di lentezza, non è disposta a lasciare il podio del ‘best in Europe’ a Londra. Senza mai citarla, Ursula von der Leyen ha lanciato un messaggio chiaro “a chi non rispetta la reciprocità”: potrebbero esserci blocchi perfino superiori a quello imposto dall’Italia (che a inizio marzo ha bloccato 250mila dosi di vaccino in partenza per l’Australia). Un tema serio, alla prova dei numeri: dall’inizio della pandemia ben 10 milioni di vaccini hanno lasciato il Vecchio continente (Belgio in primis) per raggiungere il Regno Unito, mentre non ci sono dati ufficiali su quanti abbiano percorso la strada inversa.
L’avvertimento, neppure tanto subliminale, che la Presidente della Commissione manda a Boris Johnson è: “facile fare i primi della classe (anche) con i vaccini degli altri; magari siamo lenti (nelle autorizzazioni e nella distribuzione) ma non siamo fessi...”
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🌍 OLANDA: C’È CHI BALLA SUL TAVOLO
🇳🇱 La quarta volta di Rutte
Mark Rutte verso il primato: sarà premier per la quarta volta, 15 anni in totale, dopo la vittoria di questa settimana che vede il suo partito primo fra i ben 17 che entreranno in parlamento: ai tavoli europei sarà così il leader più longevo dopo Merkel (in scadenza) e Orbán. Il doppio rigore, quello personale (non visitò la madre morente per rispettare il lockdown) e quello fiscale (fino al famoso “niente soldi agli italiani”) ha convinto gli elettori olandesi nonostante un bilancio incerto nella gestione della pandemia (16mila morti su 17 milioni), lo scandalo dei sussidi alle famiglie indigenti e nonostante il rallentamento, anche in Olanda, dell’economia (-4,4% nel 2020).
💥 La sorpresa
Il vero vincitore - a sorpresa - di questa elezione dall’affluenza record (nonostante la pandemia), è però il partito europeista D66 che guadagna 8 seggi e scalza il secondo posto al partito euroscettico e anti-islam di Geert Wilders. La sua leader Sigrid Kaag - ex diplomatico Onu, sposata con un palestinese, fluente in 6 lingue, arabo incluso - è stata il bersaglio primario di Wilders in questa corsa: lei ha però prevalso soprattutto fra i giovani delle città, strappando voti ai Verdi (nell’anno della svolta green) e alla sinistra (nell’anno del “ritorno dello Stato che assiste”). Il suo partito - membro dei liberali europei di Macron, come Rutte - sarà il partner primario della coalizione del Rutte IV. La Kaag festeggia il successo ballando sul tavolo: se la prassi fosse rispettata, spetterà al D66 il ministero delle finanze, da sempre tempio dell’euroscetticismo e dell’anti-federalismo economico olandese. Della famosa “frugalità”, in altre parole.
💪 Frugal: no more beautiful?
Probabilmente no. Se anche Wilders arretra, la destra radicale e populista si rafforza con la crescita di altri partiti. E D66, seppure chiaramente pro-europeo, non trasformerà necessariamente l’Olanda in un campione dell’integrazione fiscale, dei bond comunitari, degli aiuti a fondo perduto...
Ciò che è certo è che sui prossimi passi politici di Rutte peserà più Kaag - l’europeista che balla sul tavolo - che Wilders, l’euroscettico che vuole bandire il Corano equiparandolo al Mein Kampf di Hitler. Good start...
Leggi tutti gli approfondimenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🇳🇱 La quarta volta di Rutte
Mark Rutte verso il primato: sarà premier per la quarta volta, 15 anni in totale, dopo la vittoria di questa settimana che vede il suo partito primo fra i ben 17 che entreranno in parlamento: ai tavoli europei sarà così il leader più longevo dopo Merkel (in scadenza) e Orbán. Il doppio rigore, quello personale (non visitò la madre morente per rispettare il lockdown) e quello fiscale (fino al famoso “niente soldi agli italiani”) ha convinto gli elettori olandesi nonostante un bilancio incerto nella gestione della pandemia (16mila morti su 17 milioni), lo scandalo dei sussidi alle famiglie indigenti e nonostante il rallentamento, anche in Olanda, dell’economia (-4,4% nel 2020).
💥 La sorpresa
Il vero vincitore - a sorpresa - di questa elezione dall’affluenza record (nonostante la pandemia), è però il partito europeista D66 che guadagna 8 seggi e scalza il secondo posto al partito euroscettico e anti-islam di Geert Wilders. La sua leader Sigrid Kaag - ex diplomatico Onu, sposata con un palestinese, fluente in 6 lingue, arabo incluso - è stata il bersaglio primario di Wilders in questa corsa: lei ha però prevalso soprattutto fra i giovani delle città, strappando voti ai Verdi (nell’anno della svolta green) e alla sinistra (nell’anno del “ritorno dello Stato che assiste”). Il suo partito - membro dei liberali europei di Macron, come Rutte - sarà il partner primario della coalizione del Rutte IV. La Kaag festeggia il successo ballando sul tavolo: se la prassi fosse rispettata, spetterà al D66 il ministero delle finanze, da sempre tempio dell’euroscetticismo e dell’anti-federalismo economico olandese. Della famosa “frugalità”, in altre parole.
💪 Frugal: no more beautiful?
Probabilmente no. Se anche Wilders arretra, la destra radicale e populista si rafforza con la crescita di altri partiti. E D66, seppure chiaramente pro-europeo, non trasformerà necessariamente l’Olanda in un campione dell’integrazione fiscale, dei bond comunitari, degli aiuti a fondo perduto...
Ciò che è certo è che sui prossimi passi politici di Rutte peserà più Kaag - l’europeista che balla sul tavolo - che Wilders, l’euroscettico che vuole bandire il Corano equiparandolo al Mein Kampf di Hitler. Good start...
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🌎 USA-CINA: GELO IN ALASKA. E ORA?
💥 Una questione di minuti
La buona notizia: a soli due mesi dall’insediamento di Biden, c’è già stato un primo incontro ad alto livello tra Cina e Usa. La cattiva? A soli due mesi dall’insediamento di Biden tra Cina e Usa... c’è già stato un primo scontro ad alto livello!
Uno scontro terminato 2 a 17. Due, i minuti che ha impiegato il segretario di Stato Antony Blinken per parlare della minaccia per la stabilità globale rappresentata da Pechino. Diciassette, i minuti che si è preso Yang Jiechi, ministro degli esteri cinese, per parlare della minaccia per la stabilità globale rappresentata da Washington.
Il tutto a beneficio dei giornalisti presenti e delle rispettive audience domestiche, per dimostrare di non lasciarsi dettare l’agenda. E l’agenda, appunto, è stata la vittima sacrificale del vertice: nessuna decisione di rilievo, neppure simboliche aperture al dialogo.
⚔️ Non poteva andare diversamente
Quella tra Cina e Stati Uniti è la sfida del secolo: un gigante che cresce e un “egemone” che si racconta (e si sente?) in declino. E se Trump aveva scelto di giocarla tutta sul piano commerciale, con i dazi medi USA sulle esportazioni cinesi cresciuti in due anni dal 3% (2018) al 21% (2020), Biden sembra volersi giocare la carta dei valori. La democrazia a Hong Kong, la “sovranità” a Taiwan, il rispetto dei diritti umani nello Xinjiang.
Sul piano coreografico, l’azione di Biden prosegue e anzi ostenta il tentativo che fu di Obama e poi di Trump di accerchiare Pechino, a partire dal Quad (il forum di dialogo USA-Australia-Giappone-India) il cui vertice si è - simbolicamente - tenuto proprio prima dell’incontro Usa-Cina.
Non certo musica per le orecchie cinesi. Da qui i 17 minuti di puntualizzazioni a Blinken...
🤝 E ora? Alleanze (e carote) alla prova dei fatti
Il vertice in Alaska è solo l’inizio, l’avvio di un rapporto che per la nuova amministrazione Usa sarà fatto di “confronto” - anche duro - senza però chiudere al “dialogo”: bastone e carota.
Al momento abbiamo visto in scena soprattutto il bastone (anzi, i bastoni): lo stesso bastone che, proprio oggi, anche i ministri degli esteri dell’Ue hanno mostrato approvando misure “punitive” verso Pechino sul tema dei diritti umani, tanto da suscitare l'immediata reazione cinese con controsanzioni. Mentre Blinken atterra sul Vecchio continente, “casualmente” proprio dopo il giro asiatico.
Si tratterà di capire se la linea Biden verso la Cina troverà consenso unanime in Europa - come peraltro in Asia - considerato che Pechino surclassa gli Usa come partner commerciale in quasi tutti i paesi Ue e asiatici. Sfidare le ire di Pechino in una fase pesante per l’economia può essere difficile per alcuni.
Resta soprattutto da capire se, alla fine del “teatro”, le carote proposte ai cinesi (a cominciare dal dialogo sul clima fino alla distensione sulla guerra tecnologica) troveranno denti pronti a morderle, o se le bastonate su temi molto sensibili (per i cinesi) avranno tolto loro ogni appetito.
Tutti gli approfondimenti ISPI qui: ispionline.it
💥 Una questione di minuti
La buona notizia: a soli due mesi dall’insediamento di Biden, c’è già stato un primo incontro ad alto livello tra Cina e Usa. La cattiva? A soli due mesi dall’insediamento di Biden tra Cina e Usa... c’è già stato un primo scontro ad alto livello!
Uno scontro terminato 2 a 17. Due, i minuti che ha impiegato il segretario di Stato Antony Blinken per parlare della minaccia per la stabilità globale rappresentata da Pechino. Diciassette, i minuti che si è preso Yang Jiechi, ministro degli esteri cinese, per parlare della minaccia per la stabilità globale rappresentata da Washington.
Il tutto a beneficio dei giornalisti presenti e delle rispettive audience domestiche, per dimostrare di non lasciarsi dettare l’agenda. E l’agenda, appunto, è stata la vittima sacrificale del vertice: nessuna decisione di rilievo, neppure simboliche aperture al dialogo.
⚔️ Non poteva andare diversamente
Quella tra Cina e Stati Uniti è la sfida del secolo: un gigante che cresce e un “egemone” che si racconta (e si sente?) in declino. E se Trump aveva scelto di giocarla tutta sul piano commerciale, con i dazi medi USA sulle esportazioni cinesi cresciuti in due anni dal 3% (2018) al 21% (2020), Biden sembra volersi giocare la carta dei valori. La democrazia a Hong Kong, la “sovranità” a Taiwan, il rispetto dei diritti umani nello Xinjiang.
Sul piano coreografico, l’azione di Biden prosegue e anzi ostenta il tentativo che fu di Obama e poi di Trump di accerchiare Pechino, a partire dal Quad (il forum di dialogo USA-Australia-Giappone-India) il cui vertice si è - simbolicamente - tenuto proprio prima dell’incontro Usa-Cina.
Non certo musica per le orecchie cinesi. Da qui i 17 minuti di puntualizzazioni a Blinken...
🤝 E ora? Alleanze (e carote) alla prova dei fatti
Il vertice in Alaska è solo l’inizio, l’avvio di un rapporto che per la nuova amministrazione Usa sarà fatto di “confronto” - anche duro - senza però chiudere al “dialogo”: bastone e carota.
Al momento abbiamo visto in scena soprattutto il bastone (anzi, i bastoni): lo stesso bastone che, proprio oggi, anche i ministri degli esteri dell’Ue hanno mostrato approvando misure “punitive” verso Pechino sul tema dei diritti umani, tanto da suscitare l'immediata reazione cinese con controsanzioni. Mentre Blinken atterra sul Vecchio continente, “casualmente” proprio dopo il giro asiatico.
Si tratterà di capire se la linea Biden verso la Cina troverà consenso unanime in Europa - come peraltro in Asia - considerato che Pechino surclassa gli Usa come partner commerciale in quasi tutti i paesi Ue e asiatici. Sfidare le ire di Pechino in una fase pesante per l’economia può essere difficile per alcuni.
Resta soprattutto da capire se, alla fine del “teatro”, le carote proposte ai cinesi (a cominciare dal dialogo sul clima fino alla distensione sulla guerra tecnologica) troveranno denti pronti a morderle, o se le bastonate su temi molto sensibili (per i cinesi) avranno tolto loro ogni appetito.
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🌍 ISRAELE AL VOTO: NON C’È IL TRE SENZA IL QUATTRO?
🗳️ Vota, vota, vota!
Il voto di oggi in Israele conferma il record elettorale del paese: quattro elezioni in due anni, complici gli intrighi della politica locale e la straordinaria resistenza al potere del leader del Likud Benjamin “Bibi” Netanyahu.
E ciò malgrado i processi per corruzione e la defezione di importanti alleati (che hanno lanciato formazioni rivali, come le recenti Yamina e Nuova Speranza) della costellazione di partiti di destra e ultraortodossi che lo ha tenuto al potere per 12 anni consecutivi (altro record).
💉 Il vaccino “resuscita” Netanyahu
Fino a dicembre il destino di Bibi sembrava segnato: in patria le accuse di corruzione ma soprattutto l’impatto di Covid-19 (Israele tra i paesi più colpiti del mondo nel corso della seconda ondata); all’estero l’uscita di scena di Donald Trump, grande alleato.
Poi la svolta sui vaccini con il “modello Israele” (forniture rapide delle case farmaceutiche in cambio di dati sanitari per studiare i vaccini); la tenuta dell’economia; la ripresa nei sondaggi (dal 26% al 32%) con una campagna muscolare indirizzata, anche, a conquistare il voto degli arabi di Israele (demonizzati da Netanyahu nei precedenti cicli elettorali).
Il risultato? Bibi potrebbe essere di nuovo la figura centrale nella formazione del nuovo governo post-voto.
➡️ Svolta a destra? Chissà...
L’ago della bilancia, stavolta, potrebbe non essere più il centrista Benny Gantz, crollato nei sondaggi proprio a causa dell’alleanza con Netanyahu in un “governo di salvezza nazionale”, ma il partito sionista di destra Yamina di Naftali Bennett, ex ministro di Netanyahu ed ex membro del Likud.
Sarebbe il governo più di destra della storia israeliana, favorevole all’annessione di alcune zone della Cisgiordania, contrario a un nuovo accordo con l’Iran e pronto, forse, a inimicarsi ulteriormente i democratici a Washington.
Ma all’orizzonte si profila anche un altro scenario: quello di un nuovo stallo, come da due anni a questa parte, che porterebbe il paese al quinto voto consecutivo... un record davvero imbattibile!
Leggi tutti gli approfondimenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🗳️ Vota, vota, vota!
Il voto di oggi in Israele conferma il record elettorale del paese: quattro elezioni in due anni, complici gli intrighi della politica locale e la straordinaria resistenza al potere del leader del Likud Benjamin “Bibi” Netanyahu.
E ciò malgrado i processi per corruzione e la defezione di importanti alleati (che hanno lanciato formazioni rivali, come le recenti Yamina e Nuova Speranza) della costellazione di partiti di destra e ultraortodossi che lo ha tenuto al potere per 12 anni consecutivi (altro record).
💉 Il vaccino “resuscita” Netanyahu
Fino a dicembre il destino di Bibi sembrava segnato: in patria le accuse di corruzione ma soprattutto l’impatto di Covid-19 (Israele tra i paesi più colpiti del mondo nel corso della seconda ondata); all’estero l’uscita di scena di Donald Trump, grande alleato.
Poi la svolta sui vaccini con il “modello Israele” (forniture rapide delle case farmaceutiche in cambio di dati sanitari per studiare i vaccini); la tenuta dell’economia; la ripresa nei sondaggi (dal 26% al 32%) con una campagna muscolare indirizzata, anche, a conquistare il voto degli arabi di Israele (demonizzati da Netanyahu nei precedenti cicli elettorali).
Il risultato? Bibi potrebbe essere di nuovo la figura centrale nella formazione del nuovo governo post-voto.
➡️ Svolta a destra? Chissà...
L’ago della bilancia, stavolta, potrebbe non essere più il centrista Benny Gantz, crollato nei sondaggi proprio a causa dell’alleanza con Netanyahu in un “governo di salvezza nazionale”, ma il partito sionista di destra Yamina di Naftali Bennett, ex ministro di Netanyahu ed ex membro del Likud.
Sarebbe il governo più di destra della storia israeliana, favorevole all’annessione di alcune zone della Cisgiordania, contrario a un nuovo accordo con l’Iran e pronto, forse, a inimicarsi ulteriormente i democratici a Washington.
Ma all’orizzonte si profila anche un altro scenario: quello di un nuovo stallo, come da due anni a questa parte, che porterebbe il paese al quinto voto consecutivo... un record davvero imbattibile!
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🌍 IL “TESORO” DI ANAGNI
💉 29 milioni di dosi sotto casa
Alla vigilia del Consiglio europeo un’ispezione dei NAS trova 29 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca stoccate in uno stabilimento di Anagni (Roma). Bruxelles si è subito detta pronta a impedirne l’esportazione se la loro destinazione fosse stata esterna al blocco dei 27.
Nel pomeriggio AstraZeneca ha dichiarato che 13 milioni di dosi erano destinate a COVAX, l’alleanza dei vaccini per i paesi in via di sviluppo, e 16 milioni all’UE. Ma lo scalpore suscitato dalla notizia, e le reazioni politiche in vari paesi, danno il polso delle tensioni crescenti sulla campagna vaccinale.
🔁 Do ut des
La polemica monta da giorni, alimentata dal successo della campagna vaccinale UK e dalla fragilità europea, che sconta problemi di distribuzione nazionali ma, soprattutto, la scarsità di dosi: ed è proprio qui che entra in gioco l’export di vaccini. L’Europa ne ha distribuiti 71 milioni ma ne ha esportati 43 (di cui quasi 11 verso il Regno Unito). UK e USA invece hanno somministrato 159 milioni di dosi. Esportate verso l’Europa? Zero.
La situazione si fa incandescente: dopo la prima scaramuccia (250 mila dosi bloccate dall’Italia pochi giorni fa), la scoperta del “tesoro di Anagni” ha fatto subito pensare a un radicale cambio di passo. Magari non un blocco dell’export tout court, ma l’applicazione ferrea delle nuove regole anticipate dalla Commissione UE, ovvero reciprocità (se tu non esporti, da me non ricevi nulla) e proporzionalità (ti aiuto solo se sei messo male).
⚔️ À la guerre?
La vicenda – che vede tutti con nervi tesi per la rilevanza (anche in politica interna) dei vaccini – rischia di intersecarsi con Brexit (che ha già visto anni interminabili di nervi tesi in Europa) e si innesta su una situazione esplosiva.
Oltremanica, l’imposizione europea di un regime “controllato” sull’export di vaccini prodotti nel Vecchio continente è percepita come una ritorsione contro l'intero Regno Unito: sproporzionata, secondo Londra, perché la vertenza dovrebbe in realtà riguardare la sola AstraZeneca e non l’intero paese. Il rischio sarebbe quello di alimentare una spirale di blocchi incrociati difficili da rimuovere anche quando le forniture cominceranno ad andare a regime.
Dopo la diplomazia, è “guerra dei vaccini”?
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💉 29 milioni di dosi sotto casa
Alla vigilia del Consiglio europeo un’ispezione dei NAS trova 29 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca stoccate in uno stabilimento di Anagni (Roma). Bruxelles si è subito detta pronta a impedirne l’esportazione se la loro destinazione fosse stata esterna al blocco dei 27.
Nel pomeriggio AstraZeneca ha dichiarato che 13 milioni di dosi erano destinate a COVAX, l’alleanza dei vaccini per i paesi in via di sviluppo, e 16 milioni all’UE. Ma lo scalpore suscitato dalla notizia, e le reazioni politiche in vari paesi, danno il polso delle tensioni crescenti sulla campagna vaccinale.
🔁 Do ut des
La polemica monta da giorni, alimentata dal successo della campagna vaccinale UK e dalla fragilità europea, che sconta problemi di distribuzione nazionali ma, soprattutto, la scarsità di dosi: ed è proprio qui che entra in gioco l’export di vaccini. L’Europa ne ha distribuiti 71 milioni ma ne ha esportati 43 (di cui quasi 11 verso il Regno Unito). UK e USA invece hanno somministrato 159 milioni di dosi. Esportate verso l’Europa? Zero.
La situazione si fa incandescente: dopo la prima scaramuccia (250 mila dosi bloccate dall’Italia pochi giorni fa), la scoperta del “tesoro di Anagni” ha fatto subito pensare a un radicale cambio di passo. Magari non un blocco dell’export tout court, ma l’applicazione ferrea delle nuove regole anticipate dalla Commissione UE, ovvero reciprocità (se tu non esporti, da me non ricevi nulla) e proporzionalità (ti aiuto solo se sei messo male).
⚔️ À la guerre?
La vicenda – che vede tutti con nervi tesi per la rilevanza (anche in politica interna) dei vaccini – rischia di intersecarsi con Brexit (che ha già visto anni interminabili di nervi tesi in Europa) e si innesta su una situazione esplosiva.
Oltremanica, l’imposizione europea di un regime “controllato” sull’export di vaccini prodotti nel Vecchio continente è percepita come una ritorsione contro l'intero Regno Unito: sproporzionata, secondo Londra, perché la vertenza dovrebbe in realtà riguardare la sola AstraZeneca e non l’intero paese. Il rischio sarebbe quello di alimentare una spirale di blocchi incrociati difficili da rimuovere anche quando le forniture cominceranno ad andare a regime.
Dopo la diplomazia, è “guerra dei vaccini”?
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🌏 COREA DEL NORD: KIM C’È E BATTE UN COLPO
🇰🇵 Ci risiamo
Ieri la Corea del Nord ha condotto un secondo test nel mare del Giappone dopo quello di domenica scorsa, lanciando missili Cruise. È la prima vera sfida di Pyongyang all’amministrazione Usa e ai suoi alleati in Asia (Corea del Sud e Giappone) da quando Biden è presidente.
Biden ha risposto rapidamente, ridimensionando l’accaduto: “Business as usual”.
Ma è davvero così?
🚀 A (very) long story
In gran parte sì. Negli ultimi quarant’anni la Corea del Nord ha condotto almeno 194 test missilistici, il 68% dei quali concentrato nell’ultimo decennio. Pyongyang ha un certo gusto per testare missili nei momenti più caldi del confronto, per alzare la posta e provocare reazioni, soprattutto da parte di Washington.
Dagli anni Ottanta a oggi cinque presidenti Usa prima di Biden hanno provato a far sedere i “tre Kim” nordcoreani al tavolo del negoziato, con format diversi: dialogo allargato con Obama, bilaterali tra leader con il “negoziatore” Trump. Risultato? Al più temporanee sospensioni, ma poi i lanci ripartono e il programma nucleare prosegue. Anche più di prima: come sempre per mandare messaggi e nascondere crisi interne (in questo caso la crisi economica post-Covid e la penuria alimentare).
🇺🇸 Biden: che fare?
Per ora l’amministrazione americana ridimensiona l’accaduto, anche perché Pyongyang ha lanciato missili cruise e non balistici, e dunque non ha violato le molte risoluzioni Onu. Ma i lanci di questa settimana arrivano a pochi giorni dalle annuali esercitazioni militari congiunte Usa-Corea del Sud.
“Tutto ok” quindi, per ora: anche perché dopo l’uno-due su Russia e Cina della scorsa settimana per Biden è preferibile attendere prima di aprire un altro fronte.
Un fronte sul quale tutti i suoi predecessori hanno portato a casa ben pochi risultati.
Leggi tutti gli approfondimenti ISPI qui: ispionline.it
🇰🇵 Ci risiamo
Ieri la Corea del Nord ha condotto un secondo test nel mare del Giappone dopo quello di domenica scorsa, lanciando missili Cruise. È la prima vera sfida di Pyongyang all’amministrazione Usa e ai suoi alleati in Asia (Corea del Sud e Giappone) da quando Biden è presidente.
Biden ha risposto rapidamente, ridimensionando l’accaduto: “Business as usual”.
Ma è davvero così?
🚀 A (very) long story
In gran parte sì. Negli ultimi quarant’anni la Corea del Nord ha condotto almeno 194 test missilistici, il 68% dei quali concentrato nell’ultimo decennio. Pyongyang ha un certo gusto per testare missili nei momenti più caldi del confronto, per alzare la posta e provocare reazioni, soprattutto da parte di Washington.
Dagli anni Ottanta a oggi cinque presidenti Usa prima di Biden hanno provato a far sedere i “tre Kim” nordcoreani al tavolo del negoziato, con format diversi: dialogo allargato con Obama, bilaterali tra leader con il “negoziatore” Trump. Risultato? Al più temporanee sospensioni, ma poi i lanci ripartono e il programma nucleare prosegue. Anche più di prima: come sempre per mandare messaggi e nascondere crisi interne (in questo caso la crisi economica post-Covid e la penuria alimentare).
🇺🇸 Biden: che fare?
Per ora l’amministrazione americana ridimensiona l’accaduto, anche perché Pyongyang ha lanciato missili cruise e non balistici, e dunque non ha violato le molte risoluzioni Onu. Ma i lanci di questa settimana arrivano a pochi giorni dalle annuali esercitazioni militari congiunte Usa-Corea del Sud.
“Tutto ok” quindi, per ora: anche perché dopo l’uno-due su Russia e Cina della scorsa settimana per Biden è preferibile attendere prima di aprire un altro fronte.
Un fronte sul quale tutti i suoi predecessori hanno portato a casa ben pochi risultati.
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🌏 INDIA: “SIGNORI, SI CHIUDE”
🇮🇳 Stop all‘export
L’India, uno dei più grandi produttori di vaccini contro Covid-19 al mondo, ha di fatto imposto un blocco alle esportazioni per dare priorità alla vaccinazione della popolazione locale.
Il motivo? L’accelerazione della seconda ondata di Covid nel paese. I contagi al giorno sono in rapida risalita (da 10.000 a febbraio a 50.000 nei giorni scorsi), e lo stesso vale per i morti (da circa 100 a 200 al giorno). Numeri lontani da quelli europei (ieri 2.900 decessi su una popolazione che è un terzo di quella indiana) ma sufficienti ad aumentare le preoccupazioni del governo per la salute di 1,4 miliardi di indiani (e per la “salute” del governo stesso).
💉 La fabbrica (di vaccini) del mondo
A oggi l’India ha immesso in commercio circa 120 milioni di dosi di vaccini. Appena sotto all’Ue e agli Usa (entrambi intorno ai 140 milioni), e staccata solo dalla Cina (circa 180 milioni). Ma l’Ue e l’India sono gli unici due “blocchi” ad aver esportato una quota significativa della propria produzione interna di vaccini. New Delhi, in particolare, ha esportato 60 milioni di dosi: la metà del totale.
L’India è così importante da essere stata messa anche al centro del piano Quad lanciato da Biden: finanziare la produzione in India di un miliardo di dosi di vaccini Usa da distribuire nel sudest asiatico per contrastare la diplomazia del vaccino di Pechino.
💰 Chi paga il conto?
Non andrà così, almeno per ora. Da fabbrica del mondo, l’India torna fabbrica solo per sé. Il governo ha bloccato la consegna di almeno 5 milioni di dosi al Regno Unito, aumentando la pressione su Londra proprio mentre anche l’Ue stringe i cordoni del suo export.
E ha bloccato anche le consegne a COVAX, il grande piano per fornire dosi ai paesi a basso reddito, e che per ora ha visto la consegna di sole 32 milioni di dosi. L’India avrebbe dovuto fare la differenza; questi paesi dovranno invece aspettare ancora.
Leggi tutti gli aggiornamenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🇮🇳 Stop all‘export
L’India, uno dei più grandi produttori di vaccini contro Covid-19 al mondo, ha di fatto imposto un blocco alle esportazioni per dare priorità alla vaccinazione della popolazione locale.
Il motivo? L’accelerazione della seconda ondata di Covid nel paese. I contagi al giorno sono in rapida risalita (da 10.000 a febbraio a 50.000 nei giorni scorsi), e lo stesso vale per i morti (da circa 100 a 200 al giorno). Numeri lontani da quelli europei (ieri 2.900 decessi su una popolazione che è un terzo di quella indiana) ma sufficienti ad aumentare le preoccupazioni del governo per la salute di 1,4 miliardi di indiani (e per la “salute” del governo stesso).
💉 La fabbrica (di vaccini) del mondo
A oggi l’India ha immesso in commercio circa 120 milioni di dosi di vaccini. Appena sotto all’Ue e agli Usa (entrambi intorno ai 140 milioni), e staccata solo dalla Cina (circa 180 milioni). Ma l’Ue e l’India sono gli unici due “blocchi” ad aver esportato una quota significativa della propria produzione interna di vaccini. New Delhi, in particolare, ha esportato 60 milioni di dosi: la metà del totale.
L’India è così importante da essere stata messa anche al centro del piano Quad lanciato da Biden: finanziare la produzione in India di un miliardo di dosi di vaccini Usa da distribuire nel sudest asiatico per contrastare la diplomazia del vaccino di Pechino.
💰 Chi paga il conto?
Non andrà così, almeno per ora. Da fabbrica del mondo, l’India torna fabbrica solo per sé. Il governo ha bloccato la consegna di almeno 5 milioni di dosi al Regno Unito, aumentando la pressione su Londra proprio mentre anche l’Ue stringe i cordoni del suo export.
E ha bloccato anche le consegne a COVAX, il grande piano per fornire dosi ai paesi a basso reddito, e che per ora ha visto la consegna di sole 32 milioni di dosi. L’India avrebbe dovuto fare la differenza; questi paesi dovranno invece aspettare ancora.
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🌏 MYANMAR: FESTA NEL SANGUE
🇲🇲 Come se nulla fosse
Sabato è stata la festa delle forze armate in Myanmar. Una festa celebrata nel sangue. L’esercito ha aperto il fuoco sui manifestanti anti-golpe in diverse zone del paese, uccidendone oltre 100 (inclusi diversi minori), in quella che è stata la giornata più sanguinosa dal colpo di stato del 1° febbraio.
Migliaia gli arrestati dall’inizio delle proteste. Tra questi anche Aung San Suu Kyi, dal 2016 leader di fatto del primo esecutivo civile eletto democraticamente (seppure con poteri fortemente limitati), dopo essere rimasta agli arresti domiciliari per 15 anni (ma sempre attiva politicamente) e dopo mezzo secolo di regime militare. Un’icona per il mondo, un esempio di lotta per la libertà.
⚖️ Un bilancio pesante per una democrazia debole
Dal 1° febbraio a oggi i morti sono oltre 400 e circa 3000 gli arresti, ma le proteste non sembrano placarsi. Tra i manifestanti arrestati ci sono studenti, volontari nella lotta al coronavirus, venditori ambulanti. E, ovviamente, politici.
Le motivazioni dell’arresto di San Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991, sono visibili agli occhi del mondo: i militari le imputano l'importazione illegale di alcuni walkie-talkie. Una accusa tutta “interna” che arriva però dopo anni in cui l’immagine internazionale del Premio Nobel si era incrinata per aver tollerato le violenze contro la minoranza musulmana dei Rohingya.
🌏 Il mondo si indigna con “il regno del terrore”: e poi?
I ministri della Difesa di 12 paesi (fra cui UK, Giappone e Italia) hanno condannato i fatti di sangue, mentre gli Usa di Biden hanno denunciato il “regno del terrore” imponendo nuove sanzioni dopo quelle Ue di settimana scorsa.
Quasi impossibile attendersi una reazione forte e coordinata dall’Onu: la Cina, che ha molti interessi nel paese, opporrebbe il suo veto. E proprio sabato il viceministro della difesa russo era in Myanmar a incontrare i leader militari: occasione ghiotta per Mosca per mettere piede in Asia come già fece in America Latina con il Venezuela di Maduro?
Insomma, la cartina di tornasole del mondo di oggi: diviso e bloccato, anche di fronte a chiare violazioni del diritto internazionale da parte di un piccolo paese, non certo una grande potenza.
Leggi tutti gli approfondimenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🇲🇲 Come se nulla fosse
Sabato è stata la festa delle forze armate in Myanmar. Una festa celebrata nel sangue. L’esercito ha aperto il fuoco sui manifestanti anti-golpe in diverse zone del paese, uccidendone oltre 100 (inclusi diversi minori), in quella che è stata la giornata più sanguinosa dal colpo di stato del 1° febbraio.
Migliaia gli arrestati dall’inizio delle proteste. Tra questi anche Aung San Suu Kyi, dal 2016 leader di fatto del primo esecutivo civile eletto democraticamente (seppure con poteri fortemente limitati), dopo essere rimasta agli arresti domiciliari per 15 anni (ma sempre attiva politicamente) e dopo mezzo secolo di regime militare. Un’icona per il mondo, un esempio di lotta per la libertà.
⚖️ Un bilancio pesante per una democrazia debole
Dal 1° febbraio a oggi i morti sono oltre 400 e circa 3000 gli arresti, ma le proteste non sembrano placarsi. Tra i manifestanti arrestati ci sono studenti, volontari nella lotta al coronavirus, venditori ambulanti. E, ovviamente, politici.
Le motivazioni dell’arresto di San Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991, sono visibili agli occhi del mondo: i militari le imputano l'importazione illegale di alcuni walkie-talkie. Una accusa tutta “interna” che arriva però dopo anni in cui l’immagine internazionale del Premio Nobel si era incrinata per aver tollerato le violenze contro la minoranza musulmana dei Rohingya.
🌏 Il mondo si indigna con “il regno del terrore”: e poi?
I ministri della Difesa di 12 paesi (fra cui UK, Giappone e Italia) hanno condannato i fatti di sangue, mentre gli Usa di Biden hanno denunciato il “regno del terrore” imponendo nuove sanzioni dopo quelle Ue di settimana scorsa.
Quasi impossibile attendersi una reazione forte e coordinata dall’Onu: la Cina, che ha molti interessi nel paese, opporrebbe il suo veto. E proprio sabato il viceministro della difesa russo era in Myanmar a incontrare i leader militari: occasione ghiotta per Mosca per mettere piede in Asia come già fece in America Latina con il Venezuela di Maduro?
Insomma, la cartina di tornasole del mondo di oggi: diviso e bloccato, anche di fronte a chiare violazioni del diritto internazionale da parte di un piccolo paese, non certo una grande potenza.
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🌍 SUEZ, PERICOLO SCAMPATO
🚢 Se un mega cargo si mette di mezzo...
Quasi sette giorni, ma alla fine le operazioni per rimuovere la portacontainer “Ever Given”, incagliata all’imboccatura meridionale del Canale di Suez, sono andate a buon fine. Il transito delle navi è stato ripristinato, consentendo alle oltre 350 imbarcazioni in attesa di riprendere il tragitto.
Un prolungamento del blocco avrebbe probabilmente costretto le navi in attesa a circumnavigare l’intero continente africano, allungando fino a due settimane i tempi di percorrenza e facendo lievitare i costi di trasporto.
💰 Brutta storia
10 miliardi di dollari. È il valore delle merci che transita quotidianamente dal Canale, e la misura dell’importanza strategica dello stretto. Perché Suez collega due continenti, Asia ed Europa, che pesano economicamente e commercialmente. E perché per muovere merci tra questi due continenti il trasporto navale – più lento ma meno costoso – è ancora la soluzione preferita rispetto a quello via terra.
Una rotta fondamentale anche per l’Italia, dato che da Suez passa circa il 40% del nostro interscambio con l’Asia. E l’incidente non ha causato danni solo agli operatori commerciali ma anche all’Egitto, che dai diritti di passaggio nel Canale ricava ogni anno quasi il 2% del PIL.
🌍 Geography is back!
Basta che una nave portacontainer “si metta di traverso” per ricordarci che la geografia conta ancora nel mondo digital di oggi, e per riportare alla luce tutte le fragilità del commercio internazionale.
Da anni le filiere si sono allungate, con componenti prodotte in diverse parti del mondo e scorte minime per ridurre i costi: il trionfo del “just in time". La pandemia ci aveva già ricordato che il meccanismo può incepparsi: blocchi temporanei alle produzioni, porti paralizzati dal contagio tra il personale, prezzi dei noli alle stelle.
Una nave di traverso ci dà un secondo monito, che riaccenderà il dibattito sul reshoring e sul nearshoring: tornare a produrre sotto casa o più vicino a casa propria, per evitare che una crisi dall’altra parte del mondo abbia così tante conseguenze su ciò che succede al supermercato all’angolo.
Domani la tavola rotonda dell’ISPI su Suez e il commercio internazionale: https://www.ispionline.it/suezevergiven
🚢 Se un mega cargo si mette di mezzo...
Quasi sette giorni, ma alla fine le operazioni per rimuovere la portacontainer “Ever Given”, incagliata all’imboccatura meridionale del Canale di Suez, sono andate a buon fine. Il transito delle navi è stato ripristinato, consentendo alle oltre 350 imbarcazioni in attesa di riprendere il tragitto.
Un prolungamento del blocco avrebbe probabilmente costretto le navi in attesa a circumnavigare l’intero continente africano, allungando fino a due settimane i tempi di percorrenza e facendo lievitare i costi di trasporto.
💰 Brutta storia
10 miliardi di dollari. È il valore delle merci che transita quotidianamente dal Canale, e la misura dell’importanza strategica dello stretto. Perché Suez collega due continenti, Asia ed Europa, che pesano economicamente e commercialmente. E perché per muovere merci tra questi due continenti il trasporto navale – più lento ma meno costoso – è ancora la soluzione preferita rispetto a quello via terra.
Una rotta fondamentale anche per l’Italia, dato che da Suez passa circa il 40% del nostro interscambio con l’Asia. E l’incidente non ha causato danni solo agli operatori commerciali ma anche all’Egitto, che dai diritti di passaggio nel Canale ricava ogni anno quasi il 2% del PIL.
🌍 Geography is back!
Basta che una nave portacontainer “si metta di traverso” per ricordarci che la geografia conta ancora nel mondo digital di oggi, e per riportare alla luce tutte le fragilità del commercio internazionale.
Da anni le filiere si sono allungate, con componenti prodotte in diverse parti del mondo e scorte minime per ridurre i costi: il trionfo del “just in time". La pandemia ci aveva già ricordato che il meccanismo può incepparsi: blocchi temporanei alle produzioni, porti paralizzati dal contagio tra il personale, prezzi dei noli alle stelle.
Una nave di traverso ci dà un secondo monito, che riaccenderà il dibattito sul reshoring e sul nearshoring: tornare a produrre sotto casa o più vicino a casa propria, per evitare che una crisi dall’altra parte del mondo abbia così tante conseguenze su ciò che succede al supermercato all’angolo.
Domani la tavola rotonda dell’ISPI su Suez e il commercio internazionale: https://www.ispionline.it/suezevergiven
ISPI
Suez e commercio internazionale: una globalizzazione “fragile”?
L’incidente della portacontainer “Ever Given”, incagliata all’imboccatura del Canale di Suez, ha messo a nudo le fragilità di un sistema commerciale estremamente interconnesso e globalizzato. È
🌎 BRASILE: BOLSONARO PERDE PEZZI
🇧🇷 Anche i generali scaricano capitan Bolsonaro
“Rompete le righe”. I vertici di esercito, marina e aviazione si sono dimessi ieri, proprio nella giornata più nera della pandemia. Una protesta alla decisione di Bolsonaro di sostituire sei suoi ministri, incluso quello della Difesa; un duro colpo per il Presidente, ex ufficiale dell’esercito che ha fatto forte affidamento sulle forze armate per il suo esecutivo (7 ministri e il vicepresidente).
Oltre ai generali di ieri, salgono così a 12 i ministri “persi”, inclusi tre ministri della Salute in piena pandemia e il ministro della Giustizia Sergio Moro, che era stato a capo dell’indagine anticorruzione, la Mani Pulite brasiliana. Solo una settimana fa, la lettera aperta contro la sua gestione della pandemia di economisti e imprenditori, suoi sostenitori del passato.
🇺🇸 Come Trump, più di Trump
Bolsonaro ricorda Trump nel “modello politico”, soprattutto la tendenza a circondarsi di fedelissimi e il timore di tradimento. Di qui, i frequenti cambi di ministri: 15 in quattro anni per Trump, 12 in due anni per Bolsonaro.
Lo ricorda anche nei rapporti con la giustizia: l’anno scorso il Presidente brasiliano ha sostituito il capo della polizia che indagava sulla sua famiglia, spingendo alle dimissioni Moro.
E lo ricorda, soprattutto, per la gestione di Covid-19: una “piccola influenza” (gripezinha) per Bolsonaro, un virus che si cura con l’idrossiclorochina per Trump. E così il Brasile, con una popolazione relativamente giovane, si ritrova con un numero di decessi pro capite superiore alla già alta media Ue.
🗳️ Back to Lula?
A ottobre 2022 si vota per le presidenziali: un traguardo che sembra lontano (Bolsonaro ha appena doppiato la boa di metà mandato) e sul quale incombe già l’ombra di Lula, ex presidente dal 2003 al 2010.
Certo, Lula non è lo stesso di un tempo (compirà 75 anni nel 2022) e l’economia brasiliana sta soffrendo meno di altri paesi della regione: vantaggi per Bolsonaro. Ma il recente annullamento delle condanne che gli erano state inflitte spiana a Lula la strada per ripresentarsi nel 2022. Al momento i sondaggi lo danno in leggero ma significativo vantaggio: 34%, contro il 30% di Bolsonaro. Il palazzo trema?
Leggi tutti gli aggiornamenti dell’ISPI qui: ispionline.it
🇧🇷 Anche i generali scaricano capitan Bolsonaro
“Rompete le righe”. I vertici di esercito, marina e aviazione si sono dimessi ieri, proprio nella giornata più nera della pandemia. Una protesta alla decisione di Bolsonaro di sostituire sei suoi ministri, incluso quello della Difesa; un duro colpo per il Presidente, ex ufficiale dell’esercito che ha fatto forte affidamento sulle forze armate per il suo esecutivo (7 ministri e il vicepresidente).
Oltre ai generali di ieri, salgono così a 12 i ministri “persi”, inclusi tre ministri della Salute in piena pandemia e il ministro della Giustizia Sergio Moro, che era stato a capo dell’indagine anticorruzione, la Mani Pulite brasiliana. Solo una settimana fa, la lettera aperta contro la sua gestione della pandemia di economisti e imprenditori, suoi sostenitori del passato.
🇺🇸 Come Trump, più di Trump
Bolsonaro ricorda Trump nel “modello politico”, soprattutto la tendenza a circondarsi di fedelissimi e il timore di tradimento. Di qui, i frequenti cambi di ministri: 15 in quattro anni per Trump, 12 in due anni per Bolsonaro.
Lo ricorda anche nei rapporti con la giustizia: l’anno scorso il Presidente brasiliano ha sostituito il capo della polizia che indagava sulla sua famiglia, spingendo alle dimissioni Moro.
E lo ricorda, soprattutto, per la gestione di Covid-19: una “piccola influenza” (gripezinha) per Bolsonaro, un virus che si cura con l’idrossiclorochina per Trump. E così il Brasile, con una popolazione relativamente giovane, si ritrova con un numero di decessi pro capite superiore alla già alta media Ue.
🗳️ Back to Lula?
A ottobre 2022 si vota per le presidenziali: un traguardo che sembra lontano (Bolsonaro ha appena doppiato la boa di metà mandato) e sul quale incombe già l’ombra di Lula, ex presidente dal 2003 al 2010.
Certo, Lula non è lo stesso di un tempo (compirà 75 anni nel 2022) e l’economia brasiliana sta soffrendo meno di altri paesi della regione: vantaggi per Bolsonaro. Ma il recente annullamento delle condanne che gli erano state inflitte spiana a Lula la strada per ripresentarsi nel 2022. Al momento i sondaggi lo danno in leggero ma significativo vantaggio: 34%, contro il 30% di Bolsonaro. Il palazzo trema?
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🌎 BIDEN: L’ORA DI PORTI, STRADE (E AMBIENTE)
💵 Sempre più trillions
Dopo gli oltre 5 trilioni di Trump nel 2020, dopo il suo stimolo da 1,9 trilioni del mese scorso, Biden “raddoppia” presentando in Pennsylvania l’American Jobs Plan da 2,2 trilioni in otto anni; 600 miliardi per le infrastrutture, con 20.000 miglia di strade e 10.000 ponti, ma anche misure per contrastare la crisi climatica, ridurre le diseguaglianze (case popolari, sostegno alle minoranze) e rafforzare la competitività americana (ricerca e sviluppo, riqualificazione professionale).
Non tutto “a debito”, come per gli stimoli precedenti, ma coperto anche da un aumento delle tasse (a partire da quelle sulle imprese, dal 21% dopo i tagli di Trump, al 28%) e da minori esenzioni per finanza e combustibili fossili.
🇺🇸 Big government is back
25 anni dopo che Clinton, democratico come Biden, ha annunciato “la fine del big government” denunciando gli eccessi degli anni Sessanta e Settanta, il piano di Biden lo rilancia con riferimenti espliciti al New Deal di Roosevelt e alla Great Society di Johnson: più infrastrutture, meno disuguaglianze.
Certo, con la pandemia è cambiato tutto e a dimostrarlo stanno proprio i 5 trilioni di aiuti proposti da Trump e approvati dal Congresso. Ma un conto è proporre stimoli per contrastare gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria; tutt’altro farlo pensando a come ripartire. Su questo si giocherà la partita, e lo scontro.
⚔️ La sfida ai repubblicani
Investire in infrastrutture è un bisogno reale per gli USA: lo era per Obama (che aveva chiesto “solo” 50 miliardi, negati dal Congresso), lo è stato per Trump che aveva lanciato un piano da 1,5 trilioni (molto teorico, visto che poggiava su fondi privati mai materializzatisi).
Consenso bipartisan, dunque? Difficile. Gli elementi per renderlo indigesto ai repubblicani, che controllano metà dei seggi al Senato, non mancano: contiene miliardi per iniziative care ai democratici e soprattutto propone nuove tasse. Un vero tabù per i Rep.
Non a caso il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha subito tuonato al “cavallo di Troia” escogitato da Biden per scardinare i valori repubblicani. Senza considerare che questa è solo la prima parte del piano di Biden: la seconda dovrebbe arrivare a metà aprile. Ne vedremo delle belle...
ISPI Telegram torna martedì 6 aprile. Buone feste
💵 Sempre più trillions
Dopo gli oltre 5 trilioni di Trump nel 2020, dopo il suo stimolo da 1,9 trilioni del mese scorso, Biden “raddoppia” presentando in Pennsylvania l’American Jobs Plan da 2,2 trilioni in otto anni; 600 miliardi per le infrastrutture, con 20.000 miglia di strade e 10.000 ponti, ma anche misure per contrastare la crisi climatica, ridurre le diseguaglianze (case popolari, sostegno alle minoranze) e rafforzare la competitività americana (ricerca e sviluppo, riqualificazione professionale).
Non tutto “a debito”, come per gli stimoli precedenti, ma coperto anche da un aumento delle tasse (a partire da quelle sulle imprese, dal 21% dopo i tagli di Trump, al 28%) e da minori esenzioni per finanza e combustibili fossili.
🇺🇸 Big government is back
25 anni dopo che Clinton, democratico come Biden, ha annunciato “la fine del big government” denunciando gli eccessi degli anni Sessanta e Settanta, il piano di Biden lo rilancia con riferimenti espliciti al New Deal di Roosevelt e alla Great Society di Johnson: più infrastrutture, meno disuguaglianze.
Certo, con la pandemia è cambiato tutto e a dimostrarlo stanno proprio i 5 trilioni di aiuti proposti da Trump e approvati dal Congresso. Ma un conto è proporre stimoli per contrastare gli effetti immediati dell’emergenza sanitaria; tutt’altro farlo pensando a come ripartire. Su questo si giocherà la partita, e lo scontro.
⚔️ La sfida ai repubblicani
Investire in infrastrutture è un bisogno reale per gli USA: lo era per Obama (che aveva chiesto “solo” 50 miliardi, negati dal Congresso), lo è stato per Trump che aveva lanciato un piano da 1,5 trilioni (molto teorico, visto che poggiava su fondi privati mai materializzatisi).
Consenso bipartisan, dunque? Difficile. Gli elementi per renderlo indigesto ai repubblicani, che controllano metà dei seggi al Senato, non mancano: contiene miliardi per iniziative care ai democratici e soprattutto propone nuove tasse. Un vero tabù per i Rep.
Non a caso il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha subito tuonato al “cavallo di Troia” escogitato da Biden per scardinare i valori repubblicani. Senza considerare che questa è solo la prima parte del piano di Biden: la seconda dovrebbe arrivare a metà aprile. Ne vedremo delle belle...
ISPI Telegram torna martedì 6 aprile. Buone feste