🌏 AFGHANISTAN: FINE DELLA RESISTENZA
⚔️ Leoni vs talebani
Oggi i talebani hanno annunciato la conquista della valle del Panjshir, l'ultimo tassello che li separava dal controllo completo dell’Afghanistan. Un annuncio arrivato e smentito già due giorni fa, ma ora confermato da fonti interne allo stesso Fronte nazionale di Resistenza (circa 2500 unità tra ex soldati e membri delle forze di sicurezza afgane che erano arroccati nella valle).
C’è dunque un motivo per il cui il cessate il fuoco immediato proposto ieri ai talebani dal leader del Fronte, Ahmad Massoud, sia rimasto inascoltato. Crolla così l’ultimo baluardo di una storica resistenza, che si era invece opposto con efficacia all'occupazione sovietica degli anni Ottanta e al governo dei talebani negli anni Novanta.
🇵🇰 Pakistan, attore (non) protagonista
Negli ultimi giorni, l’aviazione pachistana avrebbe bombardato il Panjshir per aiutare i talebani a catturare la provincia ribelle. Portando così allo scoperto le “relazioni pericolose” tra la Kabul talebana e Islamabad. Benché ufficialmente alleato degli Stati Uniti, da anni il Pakistan è il principale “protettore” dei talebani, visti come alleati strategici contro l’India e interlocutori necessari per evitare una nuova ondata di profughi afghani (già oggi 1,4 milioni in Pakistan).
Non a caso ieri il capo dell'intelligence pachistana era in visita a Kabul, dove ha incontrato i leader talebani impegnati nella formazione del nuovo governo. Tra questi Hibatullah Akhundzada, fuggito proprio in Pakistan dopo l’invasione americana e ora indicato come potenziale guida suprema del neonato “emirato islamico”.
🇶🇦 Tutti a Doha. O quasi
Intanto il “fronte occidentale” si sta riorganizzando a Doha. Da anni il Qatar ricopre un ruolo chiave da intermediario tra i talebani, che qui hanno una ambasciata de facto, e diversi governi occidentali. Governi che hanno annunciato l’intenzione di ricollocare qui le loro missioni diplomatiche prima in Afghanistan.
Il ripiegamento dell’Occidente è una scelta opposta al “pragmatismo” con cui Cina, Russia e Pakistan hanno accolto il ritorno dei talebani, tenendo aperte le ambasciate a Kabul. Pragmatismo che mette in evidenza la chiara volontà di riempire il vuoto lasciato dagli Usa e dalla “loro” coalizione internazionale. Che poi ci riesca, è tutt’altro che scontato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Salute, un patto per vaccinare il mondo. Su ispionline.it
⚔️ Leoni vs talebani
Oggi i talebani hanno annunciato la conquista della valle del Panjshir, l'ultimo tassello che li separava dal controllo completo dell’Afghanistan. Un annuncio arrivato e smentito già due giorni fa, ma ora confermato da fonti interne allo stesso Fronte nazionale di Resistenza (circa 2500 unità tra ex soldati e membri delle forze di sicurezza afgane che erano arroccati nella valle).
C’è dunque un motivo per il cui il cessate il fuoco immediato proposto ieri ai talebani dal leader del Fronte, Ahmad Massoud, sia rimasto inascoltato. Crolla così l’ultimo baluardo di una storica resistenza, che si era invece opposto con efficacia all'occupazione sovietica degli anni Ottanta e al governo dei talebani negli anni Novanta.
🇵🇰 Pakistan, attore (non) protagonista
Negli ultimi giorni, l’aviazione pachistana avrebbe bombardato il Panjshir per aiutare i talebani a catturare la provincia ribelle. Portando così allo scoperto le “relazioni pericolose” tra la Kabul talebana e Islamabad. Benché ufficialmente alleato degli Stati Uniti, da anni il Pakistan è il principale “protettore” dei talebani, visti come alleati strategici contro l’India e interlocutori necessari per evitare una nuova ondata di profughi afghani (già oggi 1,4 milioni in Pakistan).
Non a caso ieri il capo dell'intelligence pachistana era in visita a Kabul, dove ha incontrato i leader talebani impegnati nella formazione del nuovo governo. Tra questi Hibatullah Akhundzada, fuggito proprio in Pakistan dopo l’invasione americana e ora indicato come potenziale guida suprema del neonato “emirato islamico”.
🇶🇦 Tutti a Doha. O quasi
Intanto il “fronte occidentale” si sta riorganizzando a Doha. Da anni il Qatar ricopre un ruolo chiave da intermediario tra i talebani, che qui hanno una ambasciata de facto, e diversi governi occidentali. Governi che hanno annunciato l’intenzione di ricollocare qui le loro missioni diplomatiche prima in Afghanistan.
Il ripiegamento dell’Occidente è una scelta opposta al “pragmatismo” con cui Cina, Russia e Pakistan hanno accolto il ritorno dei talebani, tenendo aperte le ambasciate a Kabul. Pragmatismo che mette in evidenza la chiara volontà di riempire il vuoto lasciato dagli Usa e dalla “loro” coalizione internazionale. Che poi ci riesca, è tutt’altro che scontato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Salute, un patto per vaccinare il mondo. Su ispionline.it
🌍 GUINEA: UN GOLPE DI METALLO
🇬🇳 Regime contro regime
Domenica i militari hanno deposto Alpha Condé, presidente della Guinea e leader del paese da 11 anni. Condé, eletto nelle prime elezioni libere della Guinea, aveva promesso riforme che non sono mai arrivate, portando anzi rapidamente il paese verso una deriva sempre più autoritaria.
Oggi anche il leader dell’opposizione si è schierato con i militari, sostenendo che un golpe è preferibile a una “dittatura mascherata”. Ma le vicende della piccola Guinea, paese di 12 milioni di abitanti dell’Africa occidentale, si spingono oltre i confini del paese, dimostrando una volta di più che ciò che accade in zone remote del globo può avere significative ripercussioni sul resto del mondo.
📈 Verso l’infinito (e oltre?)
Alla notizia del golpe militare in Guinea, i prezzi dell’alluminio sono immediatamente schizzati verso l’alto (+3%). D’altronde la Guinea è il secondo produttore mondiale di bauxite, dopo l’Australia, e ne detiene le prime riserve mondiali. Bauxite che in gran parte serve proprio per produrre alluminio: l’effetto era inevitabile.
Tanto più che il golpe arriva in un periodo in cui i prezzi delle materie prime sono già in forte aumento, a causa dell’alta richiesta delle industrie che, a loro volta, tentano di tener testa a una domanda dei consumatori in forte ripresa. In dodici mesi i prezzi dell’alluminio sono raddoppiati, facendo impallidire gli aumenti degli ultimi giorni.
🇨🇳 Sotto la lente di Pechino
Per l’Africa, il colpo di stato in Guinea è solo uno dei tredici tentati (di cui cinque riusciti) nell’ultimo quinquennio. Per l’Africa occidentale è addirittura il quarto tentativo di colpo di stato in dodici mesi. Insomma, l’ennesima conferma che l’instabilità politica continua a perseguitare il continente, assieme al personalismo dei suoi leader e alla corruzione diffusa.
Questa instabilità spaventa i principali investitori del continente, su tutti la Cina, i cui finanziamenti contribuiscono a circa il 20% della crescita economica dell'Africa. Guarda caso, Pechino è anche il primo importatore di bauxite dalla Guinea, e il paese è un tassello fondamentale della Belt and Road Initiative, il mastodontico progetto infrastrutturale cinese. I danni economici per Pechino, e a cascata anche per chi importa alluminio cinese, potrebbero essere ingenti: abbastanza da evitare nuovi golpe in futuro?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Italia e la lunga strada per un G20 sull’Afghanistan. Su ispionline.it
🇬🇳 Regime contro regime
Domenica i militari hanno deposto Alpha Condé, presidente della Guinea e leader del paese da 11 anni. Condé, eletto nelle prime elezioni libere della Guinea, aveva promesso riforme che non sono mai arrivate, portando anzi rapidamente il paese verso una deriva sempre più autoritaria.
Oggi anche il leader dell’opposizione si è schierato con i militari, sostenendo che un golpe è preferibile a una “dittatura mascherata”. Ma le vicende della piccola Guinea, paese di 12 milioni di abitanti dell’Africa occidentale, si spingono oltre i confini del paese, dimostrando una volta di più che ciò che accade in zone remote del globo può avere significative ripercussioni sul resto del mondo.
📈 Verso l’infinito (e oltre?)
Alla notizia del golpe militare in Guinea, i prezzi dell’alluminio sono immediatamente schizzati verso l’alto (+3%). D’altronde la Guinea è il secondo produttore mondiale di bauxite, dopo l’Australia, e ne detiene le prime riserve mondiali. Bauxite che in gran parte serve proprio per produrre alluminio: l’effetto era inevitabile.
Tanto più che il golpe arriva in un periodo in cui i prezzi delle materie prime sono già in forte aumento, a causa dell’alta richiesta delle industrie che, a loro volta, tentano di tener testa a una domanda dei consumatori in forte ripresa. In dodici mesi i prezzi dell’alluminio sono raddoppiati, facendo impallidire gli aumenti degli ultimi giorni.
🇨🇳 Sotto la lente di Pechino
Per l’Africa, il colpo di stato in Guinea è solo uno dei tredici tentati (di cui cinque riusciti) nell’ultimo quinquennio. Per l’Africa occidentale è addirittura il quarto tentativo di colpo di stato in dodici mesi. Insomma, l’ennesima conferma che l’instabilità politica continua a perseguitare il continente, assieme al personalismo dei suoi leader e alla corruzione diffusa.
Questa instabilità spaventa i principali investitori del continente, su tutti la Cina, i cui finanziamenti contribuiscono a circa il 20% della crescita economica dell'Africa. Guarda caso, Pechino è anche il primo importatore di bauxite dalla Guinea, e il paese è un tassello fondamentale della Belt and Road Initiative, il mastodontico progetto infrastrutturale cinese. I danni economici per Pechino, e a cascata anche per chi importa alluminio cinese, potrebbero essere ingenti: abbastanza da evitare nuovi golpe in futuro?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Italia e la lunga strada per un G20 sull’Afghanistan. Su ispionline.it
Forwarded from ISPI
🌎 EL SALVADOR: AZZARDO DIGITALE
🇸🇻 Un salto nel futuro?
Ieri El Salvador ha adottato il Bitcoin come valuta legale. Un progetto pioneristico unico al mondo. Ma il prezzo della criptovaluta è crollato del 18% in un giorno e per molte ore l'app necessaria per effettuare pagamenti e accumulare risparmi in Bitcoin, è rimasta inaccessibile.
Per stimolarne l’adozione, il governo ha regalato ai salvadoregni 30 dollari a testa in Bitcoin, e promette risparmi di 400 milioni di dollari l’anno in commissioni sui fondi inviati dall'estero (6 miliardi di dollari di rimesse lo scorso anno). Ma regali e promesse non sono bastati a evitare proteste in piazza contro il giovane presidente Nayib Bukele, 40 anni, non nuovo a proposte politiche e comportamenti fuori dagli schemi.
👨💻 Il presidente millennial
A inizio 2020, dopo aver fatto il suo ingresso nell’assemblea legislativa scortato da soldati armati, Bukele ha caricato un video su TikTok di lui che scivola in un veicolo militare mentre centinaia di soldati salutano: 2,6 milioni di visualizzazioni. Una popolarità che trascende i social, tanto che il sostegno popolare di cui gode, è pari al 90 per cento: superiore a quello di qualsiasi altro leader latino-americano.
Questo successo non sembra neppure intaccato dal suo progressivo accentramento di potere. Appena entrato in carica, Bukele ha sostituito i magistrati della Corte Suprema che non a caso proprio ieri ha stabilito, con una sentenza bollata come incostituzionale dalle opposizioni, la possibilità per il presidente di candidarsi per un secondo mandato consecutivo, aprendo così la strada alla sua rielezione nel 2024.
₿ Criptovaluta = libertà?
Per la prima volta nella storia una nazione ha adottato una valuta che non è controllata né da lei né da nessun altro. La scelta di El Salvador, la cui unica valuta ufficiale era prima il dollaro americano (una "dollarizzazione” dell’economia non rara in America Latina), vorrebbe così ridurre l’influenza degli Stati Uniti.
Ma non è tutto (cripto)oro quello che luccica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione di una criptovaluta come moneta ufficiale mette a rischio la stabilità macroeconomica e l'integrità finanziaria favorendo l’evasione e il riciclaggio. Senza dimenticare il problema della sua volatilità: ci si può fidare di una moneta che in un giorno può perdere quasi il 20% del suo valore?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il governo dei talebani. Su ispionline.it
🇸🇻 Un salto nel futuro?
Ieri El Salvador ha adottato il Bitcoin come valuta legale. Un progetto pioneristico unico al mondo. Ma il prezzo della criptovaluta è crollato del 18% in un giorno e per molte ore l'app necessaria per effettuare pagamenti e accumulare risparmi in Bitcoin, è rimasta inaccessibile.
Per stimolarne l’adozione, il governo ha regalato ai salvadoregni 30 dollari a testa in Bitcoin, e promette risparmi di 400 milioni di dollari l’anno in commissioni sui fondi inviati dall'estero (6 miliardi di dollari di rimesse lo scorso anno). Ma regali e promesse non sono bastati a evitare proteste in piazza contro il giovane presidente Nayib Bukele, 40 anni, non nuovo a proposte politiche e comportamenti fuori dagli schemi.
👨💻 Il presidente millennial
A inizio 2020, dopo aver fatto il suo ingresso nell’assemblea legislativa scortato da soldati armati, Bukele ha caricato un video su TikTok di lui che scivola in un veicolo militare mentre centinaia di soldati salutano: 2,6 milioni di visualizzazioni. Una popolarità che trascende i social, tanto che il sostegno popolare di cui gode, è pari al 90 per cento: superiore a quello di qualsiasi altro leader latino-americano.
Questo successo non sembra neppure intaccato dal suo progressivo accentramento di potere. Appena entrato in carica, Bukele ha sostituito i magistrati della Corte Suprema che non a caso proprio ieri ha stabilito, con una sentenza bollata come incostituzionale dalle opposizioni, la possibilità per il presidente di candidarsi per un secondo mandato consecutivo, aprendo così la strada alla sua rielezione nel 2024.
₿ Criptovaluta = libertà?
Per la prima volta nella storia una nazione ha adottato una valuta che non è controllata né da lei né da nessun altro. La scelta di El Salvador, la cui unica valuta ufficiale era prima il dollaro americano (una "dollarizzazione” dell’economia non rara in America Latina), vorrebbe così ridurre l’influenza degli Stati Uniti.
Ma non è tutto (cripto)oro quello che luccica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione di una criptovaluta come moneta ufficiale mette a rischio la stabilità macroeconomica e l'integrità finanziaria favorendo l’evasione e il riciclaggio. Senza dimenticare il problema della sua volatilità: ci si può fidare di una moneta che in un giorno può perdere quasi il 20% del suo valore?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il governo dei talebani. Su ispionline.it
🌍 COVID: AUTUNNO DELTA?
🦠 Non è finita
“Sono molto preoccupato”, anche perché “si tratta di contagi e morti evitabili”. Così ieri Antony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, è tornato a commentare i rischi che un ritorno alla normalità rappresenterebbe di fronte a “mezza America” ancora non vaccinata.
I numeri sono impietosi, in Usa come in Unione europea. Malgrado in Ue il 65% dei cittadini sia vaccinato, il numero di morti giornaliere è più che doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e in crescita. Torna ad aleggiare lo spettro del lockdown?
🤜🤛 Racconto di due pandemie
L’arrivo della variante Delta (due volte più trasmissibile e un po’ più letale rispetto alla versione “originale” del virus) sta contribuendo all’insorgere di due diverse “pandemie”. Una tra i vaccinati, tra i quali il virus circola ancora, ma facendo molti meno danni (a parità di contagi, il 95% di decessi in meno). Una seconda pandemia, tra i non vaccinati, ancora più pericolosa e mortale.
Se le pandemie diventano due, è naturale che anche le politiche per affrontarle cambino. In Europa diversi paesi (Italia inclusa) hanno agganciato al “green pass” il godimento di alcuni diritti, tagliando fuori i non vaccinati da una parte di vita sociale. Per alcune categorie professionali (dai lavoratori federali negli Usa al personale medico quasi ovunque) sono stati introdotti obblighi vaccinali. E in Austria il cancelliere Kurz ha persino proposto un lockdown per i soli non vaccinati.
💉 Qualcosa è cambiato
Da un punto di vista sanitario, è indubbio che le vaccinazioni stiano riducendo l’impatto della pandemia. Ma lo stanno facendo solo là dove i vaccini sono arrivati: il 75% delle vaccinazioni è stato somministrato in 10 paesi del mondo.
Sul piano economico, inoltre, i paesi più ricchi (ma anche più anziani) non possono più permettersi lockdown generalizzati. Per evitare che la “recessione da lockdown” colpisse troppo le persone, l’anno scorso abbiamo speso 16 trilioni di dollari. Così il debito pubblico è esploso, passando nei paesi avanzati dal 100% al 120% del PIL.
A queste condizioni, è inevitabile che si cerchino misure alternative in vista di un autunno in cui il dubbio più grande sarà un altro: quanto dura l’immunità.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile in tumulto. Su ispionline.it
🦠 Non è finita
“Sono molto preoccupato”, anche perché “si tratta di contagi e morti evitabili”. Così ieri Antony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, è tornato a commentare i rischi che un ritorno alla normalità rappresenterebbe di fronte a “mezza America” ancora non vaccinata.
I numeri sono impietosi, in Usa come in Unione europea. Malgrado in Ue il 65% dei cittadini sia vaccinato, il numero di morti giornaliere è più che doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e in crescita. Torna ad aleggiare lo spettro del lockdown?
🤜🤛 Racconto di due pandemie
L’arrivo della variante Delta (due volte più trasmissibile e un po’ più letale rispetto alla versione “originale” del virus) sta contribuendo all’insorgere di due diverse “pandemie”. Una tra i vaccinati, tra i quali il virus circola ancora, ma facendo molti meno danni (a parità di contagi, il 95% di decessi in meno). Una seconda pandemia, tra i non vaccinati, ancora più pericolosa e mortale.
Se le pandemie diventano due, è naturale che anche le politiche per affrontarle cambino. In Europa diversi paesi (Italia inclusa) hanno agganciato al “green pass” il godimento di alcuni diritti, tagliando fuori i non vaccinati da una parte di vita sociale. Per alcune categorie professionali (dai lavoratori federali negli Usa al personale medico quasi ovunque) sono stati introdotti obblighi vaccinali. E in Austria il cancelliere Kurz ha persino proposto un lockdown per i soli non vaccinati.
💉 Qualcosa è cambiato
Da un punto di vista sanitario, è indubbio che le vaccinazioni stiano riducendo l’impatto della pandemia. Ma lo stanno facendo solo là dove i vaccini sono arrivati: il 75% delle vaccinazioni è stato somministrato in 10 paesi del mondo.
Sul piano economico, inoltre, i paesi più ricchi (ma anche più anziani) non possono più permettersi lockdown generalizzati. Per evitare che la “recessione da lockdown” colpisse troppo le persone, l’anno scorso abbiamo speso 16 trilioni di dollari. Così il debito pubblico è esploso, passando nei paesi avanzati dal 100% al 120% del PIL.
A queste condizioni, è inevitabile che si cerchino misure alternative in vista di un autunno in cui il dubbio più grande sarà un altro: quanto dura l’immunità.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile in tumulto. Su ispionline.it
🌎🌏 BIDEN CHIAMA XI: MOLTO RUMORE PER NULLA?
☎️ 90 minuti di distensione
Joe Biden chiama, Xi Jinping risponde. Ieri c’è stata la prima telefonata in sette mesi tra i due leader, la seconda in assoluto dall’inaugurazione del presidente americano. Secondo fonti Usa, il colloquio è avvenuto su iniziativa di un Biden "esasperato" dalla riluttanza dei funzionari cinesi a tenere colloqui con la sua amministrazione.
Da entrambe le parti si è parlato di discussione "franca e ampia", volta a evitare che la competizione tra le due maggiori economie del mondo sfoci in conflitto aperto. La telefonata avrebbe toccato "temi su cui gli interessi, le prospettive e i valori dei due paesi convergono e temi su cui divergono”. Ma, a parte i toni concilianti, le divisioni restano intatte.
⚔️ I nodi della discordia
Sono mesi che Washington critica Pechino per il mancato rispetto dei diritti umani degli uiguri nella provincia di Xinjiang e di quelli democratici a Hong Kong. Pechino risponde citando gli abusi a Guantanamo. Intanto (manu militari) nel Mar Cinese Meridionale la Cina continua a ribadire la propria (contestata) sovranità, mentre gli Usa espandono le operazioni di “libertà di navigazione” sia lì che nello stretto di Taiwan.
Su tutto, continua ad aleggiare la trade war. Anche dopo Trump, le tensioni commerciali tra Usa e Pechino restano realtà: 360 miliardi di dollari di beni cinesi e 110 miliardi di dollari di prodotti statunitensi sono ancora sottoposti a dazi. Più guerra fredda che vera distensione, insomma.
🇺🇸 11 settembre
Anche sull’Afghanistan i due paesi sono agli antipodi. Settimana scorsa, il ministro degli esteri cinese ha rinfacciato agli Stati Uniti che le modalità del ritiro dal paese hanno inflitto "gravi danni al popolo afgano”.
A ridosso del ventennale dell'attacco alle Torri Gemelle, anticamera dell’invasione americana, è inevitabile che Washington si interroghi sulla fine del sogno di diventare il “poliziotto del mondo”. Altrettanto inevitabile che questo anniversario venga letto in maniera opposta a Pechino, galvanizzata da un “recupero” economico sul rivale che prosegue malgrado la pandemia.
Una semplice telefonata non può ricucire queste differenze. E se il clima è da guerra fredda, forse quello che serve è una vera e propria hotline.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un governo per il Libano. Su ispionline.it
☎️ 90 minuti di distensione
Joe Biden chiama, Xi Jinping risponde. Ieri c’è stata la prima telefonata in sette mesi tra i due leader, la seconda in assoluto dall’inaugurazione del presidente americano. Secondo fonti Usa, il colloquio è avvenuto su iniziativa di un Biden "esasperato" dalla riluttanza dei funzionari cinesi a tenere colloqui con la sua amministrazione.
Da entrambe le parti si è parlato di discussione "franca e ampia", volta a evitare che la competizione tra le due maggiori economie del mondo sfoci in conflitto aperto. La telefonata avrebbe toccato "temi su cui gli interessi, le prospettive e i valori dei due paesi convergono e temi su cui divergono”. Ma, a parte i toni concilianti, le divisioni restano intatte.
⚔️ I nodi della discordia
Sono mesi che Washington critica Pechino per il mancato rispetto dei diritti umani degli uiguri nella provincia di Xinjiang e di quelli democratici a Hong Kong. Pechino risponde citando gli abusi a Guantanamo. Intanto (manu militari) nel Mar Cinese Meridionale la Cina continua a ribadire la propria (contestata) sovranità, mentre gli Usa espandono le operazioni di “libertà di navigazione” sia lì che nello stretto di Taiwan.
Su tutto, continua ad aleggiare la trade war. Anche dopo Trump, le tensioni commerciali tra Usa e Pechino restano realtà: 360 miliardi di dollari di beni cinesi e 110 miliardi di dollari di prodotti statunitensi sono ancora sottoposti a dazi. Più guerra fredda che vera distensione, insomma.
🇺🇸 11 settembre
Anche sull’Afghanistan i due paesi sono agli antipodi. Settimana scorsa, il ministro degli esteri cinese ha rinfacciato agli Stati Uniti che le modalità del ritiro dal paese hanno inflitto "gravi danni al popolo afgano”.
A ridosso del ventennale dell'attacco alle Torri Gemelle, anticamera dell’invasione americana, è inevitabile che Washington si interroghi sulla fine del sogno di diventare il “poliziotto del mondo”. Altrettanto inevitabile che questo anniversario venga letto in maniera opposta a Pechino, galvanizzata da un “recupero” economico sul rivale che prosegue malgrado la pandemia.
Una semplice telefonata non può ricucire queste differenze. E se il clima è da guerra fredda, forse quello che serve è una vera e propria hotline.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un governo per il Libano. Su ispionline.it
🌍 NORVEGIA AL VOTO: VERDE (O) PETROLIO
🇳🇴 Clima elettorale
Non sempre le elezioni in un paese di 4 milioni di abitanti meritano l’attenzione del mondo. Così sarebbe potuto essere anche per la Norvegia, dove oggi si vota per il rinnovo del Parlamento. Stavolta, però, di motivi ce ne sono almeno due.
In primis perché la politica norvegese ha alcune interessanti analogie con quella tedesca, dove si vota tra poco più di dieci giorni. E poi perché proprio dalla Norvegia, uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo, arrivano segnali di “resistenza” popolare alla transizione verde.
🛢 Donne e petrolio
Da stasera, una leader conservatrice che ha governato un paese europeo per anni potrebbe dover lasciare l’incarico. No, non Angela Merkel, pronta all’annunciato “pensionamento” dopo 16 anni al potere. Ma Erna Solberg, premier della Norvegia dal 2013 e leader del Partito conservatore dal 2004, l’anno prima che Merkel diventasse cancelliera. Anche a Oslo, inoltre, le sorti della “donna al comando” sembrano destinate a scontrarsi contro una muraglia “rossa”: i socialisti in Germania, i laburisti in Norvegia.
Le analogie però finiscono qui: la Norvegia è un petro-stato, in cui il settore oil rappresenta il 60% delle esportazioni e foraggia il più grande fondo sovrano al mondo (1.300 miliardi di dollari). E i cittadini lo sanno, tanto che se qualche mese fa in Germania i Verdi erano temporaneamente diventati primo partito, gli omologhi norvegesi (tra i pochi favorevoli allo stop alle trivelle) languono al 4%.
♻️ Da Oslo a Bruxelles
Il disinteresse dei norvegesi per la lotta al cambiamento climatico sembra in contrasto con le tendenze del resto del continente. Solo a luglio la Commissione europea ha presentato “Fit for 55”, il programma per accelerare il taglio delle emissioni già entro il 2030.
A ben guardare, invece, le rimostranze contro una transizione “troppo veloce” potrebbero moltiplicarsi anche sul continente. Già nella "verdissima” Germania, dove nel dibattito elettorale persino il socialista Scholz ha preso le distanze dall’“ambientalismo ingenuo” (parole sue). E nel resto d’Europa, dove i prezzi di gas ed elettricità sono ai massimi da anni e l’arrivo del freddo non potrà che farli aumentare. Così, proprio mentre COP si avvicina, un autunno caldo sembra alle porte.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Corea del Nord, il ritorno di Rocket man. Su ispionline.it
🇳🇴 Clima elettorale
Non sempre le elezioni in un paese di 4 milioni di abitanti meritano l’attenzione del mondo. Così sarebbe potuto essere anche per la Norvegia, dove oggi si vota per il rinnovo del Parlamento. Stavolta, però, di motivi ce ne sono almeno due.
In primis perché la politica norvegese ha alcune interessanti analogie con quella tedesca, dove si vota tra poco più di dieci giorni. E poi perché proprio dalla Norvegia, uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo, arrivano segnali di “resistenza” popolare alla transizione verde.
🛢 Donne e petrolio
Da stasera, una leader conservatrice che ha governato un paese europeo per anni potrebbe dover lasciare l’incarico. No, non Angela Merkel, pronta all’annunciato “pensionamento” dopo 16 anni al potere. Ma Erna Solberg, premier della Norvegia dal 2013 e leader del Partito conservatore dal 2004, l’anno prima che Merkel diventasse cancelliera. Anche a Oslo, inoltre, le sorti della “donna al comando” sembrano destinate a scontrarsi contro una muraglia “rossa”: i socialisti in Germania, i laburisti in Norvegia.
Le analogie però finiscono qui: la Norvegia è un petro-stato, in cui il settore oil rappresenta il 60% delle esportazioni e foraggia il più grande fondo sovrano al mondo (1.300 miliardi di dollari). E i cittadini lo sanno, tanto che se qualche mese fa in Germania i Verdi erano temporaneamente diventati primo partito, gli omologhi norvegesi (tra i pochi favorevoli allo stop alle trivelle) languono al 4%.
♻️ Da Oslo a Bruxelles
Il disinteresse dei norvegesi per la lotta al cambiamento climatico sembra in contrasto con le tendenze del resto del continente. Solo a luglio la Commissione europea ha presentato “Fit for 55”, il programma per accelerare il taglio delle emissioni già entro il 2030.
A ben guardare, invece, le rimostranze contro una transizione “troppo veloce” potrebbero moltiplicarsi anche sul continente. Già nella "verdissima” Germania, dove nel dibattito elettorale persino il socialista Scholz ha preso le distanze dall’“ambientalismo ingenuo” (parole sue). E nel resto d’Europa, dove i prezzi di gas ed elettricità sono ai massimi da anni e l’arrivo del freddo non potrà che farli aumentare. Così, proprio mentre COP si avvicina, un autunno caldo sembra alle porte.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Corea del Nord, il ritorno di Rocket man. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: FAME O DIRITTI
🇦🇫 ONU vs talebani
1,2 miliardi di dollari in aiuti per l’Afghanistan: questa è la cifra concordata dai rappresentanti di circa 40 paesi donatori, riunitisi ieri a Ginevra. Si tratta del doppio di quanto l'ONU aveva indicato come somma necessaria entro fine anno per scongiurare una carestia che avrebbe colpito circa un terzo della popolazione afghana.
Neanche un centesimo passerà però dalle casse del governo talebano: i finanziamenti saranno gestiti direttamente dalle Nazioni Unite. Tuttavia, il regime può sempre ostacolare e fermare l’azione dell'ONU nel paese se non ottiene ciò che vuole. Un vero e proprio dilemma per la comunità internazionale: come evitare una crisi umanitaria senza però dare ai talebani legittimità e risorse.
💰 Bastone e carota
Con la nascita dell’emirato islamico, governi occidentali e istituzioni internazionali hanno sospeso gli aiuti umanitari, che rappresentavano il 40% del PIL afghano (77 i miliardi di dollari ricevuti negli ultimi vent’anni). Da questi fondi dipendeva il sostentamento di circa la metà della popolazione, ora esposta alla povertà estrema anche a causa della grave siccità che ha spazzato via il 40% del raccolto di grano del paese.
Ma l’Occidente non vuole (ancora) sbloccare i 10 miliardi di dollari delle riserve della banca centrale afghana, congelati all’estero (in gran parte negli Usa): uno strumento chiave per fare pressione sui talebani e costringerli a un impegno condizionato. Soldi, in cambio del rispetto dei diritti di base degli afghani. Good luck...
✈️ The Terminal
Altra questione chiave riguarda l’ingresso degli aiuti umanitari in Afghanistan (e l’uscita delle persone ancora da evacuare). Turchia e Qatar stanno lavorando per garantire il ripristino completo del traffico aereo nel paese ma, a causa dell’opposizione talebana, non possono assicurare le condizioni base di sicurezza, attualmente precarie come dimostrato dal caotico ritiro di fine agosto.
Ritiro di cui ieri e oggi Blinken ha risposto al Congresso USA: tra prevedibili accuse alla presidenza Trump (“abbiamo ereditato una scadenza, non un piano”) e riferimenti alla Cina (“ci avrebbe voluti distratti lì per un altro decennio”), l’amministrazione Biden è oggi costretta a cercare di ripulire la propria offuscata immagine internazionale. La gestione del dialogo “obbligato” con i talebani sarà il primo banco di prova.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Egitto-Israele, pragmatismo al vertice. Su ispionline.it
🇦🇫 ONU vs talebani
1,2 miliardi di dollari in aiuti per l’Afghanistan: questa è la cifra concordata dai rappresentanti di circa 40 paesi donatori, riunitisi ieri a Ginevra. Si tratta del doppio di quanto l'ONU aveva indicato come somma necessaria entro fine anno per scongiurare una carestia che avrebbe colpito circa un terzo della popolazione afghana.
Neanche un centesimo passerà però dalle casse del governo talebano: i finanziamenti saranno gestiti direttamente dalle Nazioni Unite. Tuttavia, il regime può sempre ostacolare e fermare l’azione dell'ONU nel paese se non ottiene ciò che vuole. Un vero e proprio dilemma per la comunità internazionale: come evitare una crisi umanitaria senza però dare ai talebani legittimità e risorse.
💰 Bastone e carota
Con la nascita dell’emirato islamico, governi occidentali e istituzioni internazionali hanno sospeso gli aiuti umanitari, che rappresentavano il 40% del PIL afghano (77 i miliardi di dollari ricevuti negli ultimi vent’anni). Da questi fondi dipendeva il sostentamento di circa la metà della popolazione, ora esposta alla povertà estrema anche a causa della grave siccità che ha spazzato via il 40% del raccolto di grano del paese.
Ma l’Occidente non vuole (ancora) sbloccare i 10 miliardi di dollari delle riserve della banca centrale afghana, congelati all’estero (in gran parte negli Usa): uno strumento chiave per fare pressione sui talebani e costringerli a un impegno condizionato. Soldi, in cambio del rispetto dei diritti di base degli afghani. Good luck...
✈️ The Terminal
Altra questione chiave riguarda l’ingresso degli aiuti umanitari in Afghanistan (e l’uscita delle persone ancora da evacuare). Turchia e Qatar stanno lavorando per garantire il ripristino completo del traffico aereo nel paese ma, a causa dell’opposizione talebana, non possono assicurare le condizioni base di sicurezza, attualmente precarie come dimostrato dal caotico ritiro di fine agosto.
Ritiro di cui ieri e oggi Blinken ha risposto al Congresso USA: tra prevedibili accuse alla presidenza Trump (“abbiamo ereditato una scadenza, non un piano”) e riferimenti alla Cina (“ci avrebbe voluti distratti lì per un altro decennio”), l’amministrazione Biden è oggi costretta a cercare di ripulire la propria offuscata immagine internazionale. La gestione del dialogo “obbligato” con i talebani sarà il primo banco di prova.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Egitto-Israele, pragmatismo al vertice. Su ispionline.it
🌎 USA: PROBLEMA NO-VAX
🦠 Pochi vaccini, tanti morti
Da primi a ultimi. Dopo aver rappresentato per mesi il modello globale di riferimento per inoculazione di vaccini, gli Stati Uniti ora arrancano, con il tasso di copertura vaccinale completa più basso tra i paesi G7: 53% contro, ad esempio, il 64% dell’Italia. Non solo: anche paesi molto più poveri, come Cambogia o Mongolia, hanno vaccinato una quota maggiore di persone.
Se la campagna vaccinale negli Stati Uniti rallenta, lo stesso non si può dire della pandemia: 150mila la media dei nuovi casi giornalieri, 1.500 i decessi. Ad agosto uno stato americano su cinque ha stabilito il proprio record di ricoveri Covid da inizio emergenza. Ma, nonostante questo, sul vaccino gli americani restano diffidenti.
🇺🇸 Scetticismo made in USA
Più di un americano su quattro (27%) afferma di non avere intenzione di farsi vaccinare o di non essere sicuro di farlo: circa il doppio rispetto a francesi o italiani. Dato in calo rispetto al 37% di marzo, ma tra le grandi economie mondiali solo i russi sono meno entusiasti del vaccino.
Pesa la scarsità di protezioni sociali, compreso il mancato congedo pagato per malattia: due lavoratori americani su dieci non si vaccinano per evitare la possibile breve convalescenza collegata all’iniezione. Ma pesano anche le divisioni politiche, con gli stati “repubblicani” molto meno vaccinati e schierati contro la proposta di Biden di imporre l’obbligo vaccinale per dipendenti federali e grandi aziende.
💉 L’Europa s’è desta?
Sull’altra sponda dell’Atlantico, sembrano ormai lontane anni luce le polemiche sulla campagna vaccinale, tra errori nei contratti di fornitura, tira e molla con AstraZeneca e ritardi nelle consegne. Solo a marzo il Financial Times scriveva che Bruxelles aveva «fallito la sfida vaccinale». A distanza di sei mesi, un articolo invecchiato male.
L’obiettivo, posto dalla stessa Commissione europea, di vaccinare il 70% della popolazione adulta “entro fine estate” è stato centrato già il 31 agosto, anche grazie all’introduzione di obblighi collegati al green pass. E così oggi Ursula von der Leyen, nel suo “Stato dell’Unione” che fa il verso a quello americano, ha potuto festeggiare. Adesso non resta, e non è poco, che tenere il passo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, von der Leyen e lo Stato dell’Unione. Su ispionline.it
🦠 Pochi vaccini, tanti morti
Da primi a ultimi. Dopo aver rappresentato per mesi il modello globale di riferimento per inoculazione di vaccini, gli Stati Uniti ora arrancano, con il tasso di copertura vaccinale completa più basso tra i paesi G7: 53% contro, ad esempio, il 64% dell’Italia. Non solo: anche paesi molto più poveri, come Cambogia o Mongolia, hanno vaccinato una quota maggiore di persone.
Se la campagna vaccinale negli Stati Uniti rallenta, lo stesso non si può dire della pandemia: 150mila la media dei nuovi casi giornalieri, 1.500 i decessi. Ad agosto uno stato americano su cinque ha stabilito il proprio record di ricoveri Covid da inizio emergenza. Ma, nonostante questo, sul vaccino gli americani restano diffidenti.
🇺🇸 Scetticismo made in USA
Più di un americano su quattro (27%) afferma di non avere intenzione di farsi vaccinare o di non essere sicuro di farlo: circa il doppio rispetto a francesi o italiani. Dato in calo rispetto al 37% di marzo, ma tra le grandi economie mondiali solo i russi sono meno entusiasti del vaccino.
Pesa la scarsità di protezioni sociali, compreso il mancato congedo pagato per malattia: due lavoratori americani su dieci non si vaccinano per evitare la possibile breve convalescenza collegata all’iniezione. Ma pesano anche le divisioni politiche, con gli stati “repubblicani” molto meno vaccinati e schierati contro la proposta di Biden di imporre l’obbligo vaccinale per dipendenti federali e grandi aziende.
💉 L’Europa s’è desta?
Sull’altra sponda dell’Atlantico, sembrano ormai lontane anni luce le polemiche sulla campagna vaccinale, tra errori nei contratti di fornitura, tira e molla con AstraZeneca e ritardi nelle consegne. Solo a marzo il Financial Times scriveva che Bruxelles aveva «fallito la sfida vaccinale». A distanza di sei mesi, un articolo invecchiato male.
L’obiettivo, posto dalla stessa Commissione europea, di vaccinare il 70% della popolazione adulta “entro fine estate” è stato centrato già il 31 agosto, anche grazie all’introduzione di obblighi collegati al green pass. E così oggi Ursula von der Leyen, nel suo “Stato dell’Unione” che fa il verso a quello americano, ha potuto festeggiare. Adesso non resta, e non è poco, che tenere il passo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, von der Leyen e lo Stato dell’Unione. Su ispionline.it
🌏 RUSSIA AL VOTO: PUTIN PER SEMPRE. O NO?
🗳 Russia (dis)unita
Tra domani e domenica i cittadini russi sono chiamati a rinnovare la Duma, la camera bassa del parlamento. Un passaggio che potrebbe apparire scontato, se si pensa che l’anno scorso la modifica della costituzione (che permetterà a Putin di restare al potere potenzialmente fino al 2036, più di Stalin) è passata con il 79% dei consensi.
Ma il voto arriva in un momento di grande incertezza per Mosca: nel bel mezzo della peggior crisi sanitaria da inizio pandemia e a un anno dall’affaire Navalny, il calo di consensi per Russia Unita (il partito di Putin) sembra evidente.
📉 Bersaglio di comodo
Con solo un terzo di russi vaccinati a oggi, la pandemia continua a colpire duro. Negli ultimi due mesi, Covid “versione Delta” ha ucciso 60.000 persone: quasi un terzo del totale da inizio emergenza. E persino Putin dovrà trascorrere le giornate elettorali in isolamento, dopo che alcuni dei suoi collaboratori sono stati contagiati.
Non solo: dal 2014 i redditi reali dei russi si sono ridotti dell’11%, e oggi il 14% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel frattempo, l’inflazione elevata (quasi 7% ad agosto) continua a erodere il potere d’acquisto.
Ecco perché Russia Unita continua a perdere consensi. Pur rimanendo primo partito, i sondaggi lo danno in forte calo, dal 54% del 2016 al 25-30% oggi, con la “complicità” del Cremlino: meglio lasciare che le colpe ricadano sul partito e i funzionari locali, piuttosto che intaccare la popolarità del presidente.
🇷🇺 Putin non si tocca
Popolarità di Putin che, in effetti, rimane alta: ad agosto il 61% dei russi si schierava con lui. Segnale che in sella resta un leader forte, abile a gestire il consenso (con il suo mix di avventurismo estero e repressione interna). Ma comunque in calo rispetto a tre anni fa, quando il tasso di approvazione superava l’80%. Nel “dopo Navalny”, poi, il rischio di proteste di piazza è sempre dietro l’angolo.
E l’Europa? Osserva da spettatore interessato, temendo che se Putin dovesse sentirsi “accerchiato” tornerebbe a giocarsi la carta della maggiore assertività in politica estera. Con la crisi ucraina ancora aperta e la centralità del gas russo nei consumi europei, c’è da scommettere che anche in Ue c’è chi fa il tifo per il presidente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Aukus”, Triplice alleanza per l’Indo-Pacifico. Su ispionline.it
🗳 Russia (dis)unita
Tra domani e domenica i cittadini russi sono chiamati a rinnovare la Duma, la camera bassa del parlamento. Un passaggio che potrebbe apparire scontato, se si pensa che l’anno scorso la modifica della costituzione (che permetterà a Putin di restare al potere potenzialmente fino al 2036, più di Stalin) è passata con il 79% dei consensi.
Ma il voto arriva in un momento di grande incertezza per Mosca: nel bel mezzo della peggior crisi sanitaria da inizio pandemia e a un anno dall’affaire Navalny, il calo di consensi per Russia Unita (il partito di Putin) sembra evidente.
📉 Bersaglio di comodo
Con solo un terzo di russi vaccinati a oggi, la pandemia continua a colpire duro. Negli ultimi due mesi, Covid “versione Delta” ha ucciso 60.000 persone: quasi un terzo del totale da inizio emergenza. E persino Putin dovrà trascorrere le giornate elettorali in isolamento, dopo che alcuni dei suoi collaboratori sono stati contagiati.
Non solo: dal 2014 i redditi reali dei russi si sono ridotti dell’11%, e oggi il 14% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel frattempo, l’inflazione elevata (quasi 7% ad agosto) continua a erodere il potere d’acquisto.
Ecco perché Russia Unita continua a perdere consensi. Pur rimanendo primo partito, i sondaggi lo danno in forte calo, dal 54% del 2016 al 25-30% oggi, con la “complicità” del Cremlino: meglio lasciare che le colpe ricadano sul partito e i funzionari locali, piuttosto che intaccare la popolarità del presidente.
🇷🇺 Putin non si tocca
Popolarità di Putin che, in effetti, rimane alta: ad agosto il 61% dei russi si schierava con lui. Segnale che in sella resta un leader forte, abile a gestire il consenso (con il suo mix di avventurismo estero e repressione interna). Ma comunque in calo rispetto a tre anni fa, quando il tasso di approvazione superava l’80%. Nel “dopo Navalny”, poi, il rischio di proteste di piazza è sempre dietro l’angolo.
E l’Europa? Osserva da spettatore interessato, temendo che se Putin dovesse sentirsi “accerchiato” tornerebbe a giocarsi la carta della maggiore assertività in politica estera. Con la crisi ucraina ancora aperta e la centralità del gas russo nei consumi europei, c’è da scommettere che anche in Ue c’è chi fa il tifo per il presidente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Aukus”, Triplice alleanza per l’Indo-Pacifico. Su ispionline.it
🌎🌏 USA-CINA: PATTI RIVALI
⚔️ Occhio per occhio
Giovedì la Cina ha presentato richiesta formale per entrare nel CPTPP. Sembra quasi uno scioglilingua, invece si tratta della versione senza Stati Uniti del TPP, il patto commerciale transpacifico.
Voluto dagli Usa di Obama per contenere l’espansionismo cinese, stracciato dagli Usa di Trump, portato avanti dagli “altri” senza Washington, è stato scelto quale perfetto strumento di ritorsione cinese all’AUKUS, il patto a tre tra Usa, Uk e Australia del giorno prima. Così Pechino segnala: “se Washington si sfila, arriviamo noi”.
🇨🇳 Trolling diplomatico?
Se la richiesta di ingresso nel CPTPP risponde all’AUKUS è anche perché Pechino sa che il patto tripartito per fornire sottomarini nucleari all’Australia è una mossa per controbilanciare la sempre più ingombrante presenza cinese nel Sudest asiatico.
Resta da vedere quanto ci sia di sincero nella domanda di adesione cinese. La Cina sa che ciascuno degli 11 membri attuali potrebbe porre il veto, e uno di questi è proprio l’Australia: difficile immaginare che, dopo aver firmato una “triplice alleanza” in chiave anticinese, Canberra possa acconsentire all’ingresso di Pechino.
Di certo però la presenza cinese fa gola a molti governi, visto il volume commerciale che muove e la prospettiva di cancellare il 90% dei dazi. La stessa Cina, peraltro, solo a novembre 2020 è entrata in un diverso patto commerciale con altri 14 paesi asiatici, il RCEP, che già include grandi alleati degli USA come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Chi vivrà, vedrà.
🇺🇸🇪🇺 Fuoco amico (again)
Quel che è certo è che, una volta ancora, la Casa Bianca ha fatto uno sgarro agli alleati. Dopo il ritiro dall’Afghanistan, che gli Usa hanno gestito in maniera quasi unilaterale, anche questa volta Biden si muove a sorpresa. E, da Bruxelles, si è levata una voce (per una volta!) unanime: “avremmo voluto saperlo prima”.
Tra gli alleati, i più infuriati sono i francesi: l’accordo fa saltare il “contratto del secolo” con l’Australia da 31 miliardi di euro. L’Eliseo definisce la mossa “unilaterale, brutale e imprevedibile”. Rincarando la dose: “Sembra quasi di vedere all’opera Trump”.
Se davvero è questo il “ritorno al multilateralismo” promesso da Biden, l’Europa non può che farsi qualche domanda.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Elezioni in Russia, nessuna opposizione a Putin. Su ispionline.it
⚔️ Occhio per occhio
Giovedì la Cina ha presentato richiesta formale per entrare nel CPTPP. Sembra quasi uno scioglilingua, invece si tratta della versione senza Stati Uniti del TPP, il patto commerciale transpacifico.
Voluto dagli Usa di Obama per contenere l’espansionismo cinese, stracciato dagli Usa di Trump, portato avanti dagli “altri” senza Washington, è stato scelto quale perfetto strumento di ritorsione cinese all’AUKUS, il patto a tre tra Usa, Uk e Australia del giorno prima. Così Pechino segnala: “se Washington si sfila, arriviamo noi”.
🇨🇳 Trolling diplomatico?
Se la richiesta di ingresso nel CPTPP risponde all’AUKUS è anche perché Pechino sa che il patto tripartito per fornire sottomarini nucleari all’Australia è una mossa per controbilanciare la sempre più ingombrante presenza cinese nel Sudest asiatico.
Resta da vedere quanto ci sia di sincero nella domanda di adesione cinese. La Cina sa che ciascuno degli 11 membri attuali potrebbe porre il veto, e uno di questi è proprio l’Australia: difficile immaginare che, dopo aver firmato una “triplice alleanza” in chiave anticinese, Canberra possa acconsentire all’ingresso di Pechino.
Di certo però la presenza cinese fa gola a molti governi, visto il volume commerciale che muove e la prospettiva di cancellare il 90% dei dazi. La stessa Cina, peraltro, solo a novembre 2020 è entrata in un diverso patto commerciale con altri 14 paesi asiatici, il RCEP, che già include grandi alleati degli USA come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Chi vivrà, vedrà.
🇺🇸🇪🇺 Fuoco amico (again)
Quel che è certo è che, una volta ancora, la Casa Bianca ha fatto uno sgarro agli alleati. Dopo il ritiro dall’Afghanistan, che gli Usa hanno gestito in maniera quasi unilaterale, anche questa volta Biden si muove a sorpresa. E, da Bruxelles, si è levata una voce (per una volta!) unanime: “avremmo voluto saperlo prima”.
Tra gli alleati, i più infuriati sono i francesi: l’accordo fa saltare il “contratto del secolo” con l’Australia da 31 miliardi di euro. L’Eliseo definisce la mossa “unilaterale, brutale e imprevedibile”. Rincarando la dose: “Sembra quasi di vedere all’opera Trump”.
Se davvero è questo il “ritorno al multilateralismo” promesso da Biden, l’Europa non può che farsi qualche domanda.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Elezioni in Russia, nessuna opposizione a Putin. Su ispionline.it
🌎 CANADA: L’AZZARDO DI TRUDEAU
🗳 Momento di svolta...
Oggi si vota in Canada, due anni prima della scadenza naturale della legislatura. Il premier liberal Justin Trudeau ha indetto le elezioni ad agosto, e i partiti hanno avuto solo cinque settimane per fare campagna elettorale.
Trudeau ha giustificato lo scioglimento delle camere con il fatto che la pandemia ha cambiato tutto: “è un momento di svolta”, aveva detto. In effetti da agosto a oggi molto è cambiato davvero, ma non nel senso immaginato (e sperato) da Trudeau.
🇨🇦 … o tutto come prima?
E dire che il Partito liberale di Trudeau, al potere dal 2015 ma dal 2019 costretto a guidare un governo di minoranza, sembrava avere il vento in poppa. Ad aprile i consensi per i liberal avevano persino superato il 40%, ancora più del 39% di sei anni fa.
Insomma, grazie a tassi vaccinali tra i più alti al mondo (il 75% della popolazione) e a una ripresa economica che ha permesso al paese di tornare già ai livelli pre-pandemia, tutto sembrava promettere bene per i liberali. E lo credevano anche i conservatori, primo partito di opposizione, che accusavano Trudeau di un “ingiustificato atto di forza” nell’indire elezioni così anticipate.
In poco tempo, invece, la partita si è fatta complicata: oggi i sondaggi danno liberali e conservatori appaiati al 33%, e un nuovo “Parlamento appeso” potrebbe addirittura costringere Trudeau a farsi da parte.
🛢 Passo indietro per il mondo?
I canadesi incolpano Trudeau per aver indetto elezioni nel mezzo di una quarta ondata di pandemia (anche se molto meno letale, grazie ai vaccini). E l’impegno liberal nella lotta al cambiamento climatico lascia freddi molti canadesi, che temono di perdere posti di lavoro e il loro alto tenore di vita, assicurati da petrolio e gas.
Adesso, con il declino dei liberali, molto potrebbe cambiare. O’Toole, il leader conservatore, preferisce un accordo commerciale con UK e Australia rispetto a quello siglato con l’UE, il CETA, bloccato da anni da alcuni governi europei. Per gli USA, se Trudeau si dimettesse Biden potrebbe perdere un prezioso alleato. E, senza un “alfiere” della lotta al cambiamento climatico, la strada per COP26 potrebbe farsi ancora più irta di ostacoli.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’accordo AUKUS, visto dall’Europa. Su ispionline.it
🗳 Momento di svolta...
Oggi si vota in Canada, due anni prima della scadenza naturale della legislatura. Il premier liberal Justin Trudeau ha indetto le elezioni ad agosto, e i partiti hanno avuto solo cinque settimane per fare campagna elettorale.
Trudeau ha giustificato lo scioglimento delle camere con il fatto che la pandemia ha cambiato tutto: “è un momento di svolta”, aveva detto. In effetti da agosto a oggi molto è cambiato davvero, ma non nel senso immaginato (e sperato) da Trudeau.
🇨🇦 … o tutto come prima?
E dire che il Partito liberale di Trudeau, al potere dal 2015 ma dal 2019 costretto a guidare un governo di minoranza, sembrava avere il vento in poppa. Ad aprile i consensi per i liberal avevano persino superato il 40%, ancora più del 39% di sei anni fa.
Insomma, grazie a tassi vaccinali tra i più alti al mondo (il 75% della popolazione) e a una ripresa economica che ha permesso al paese di tornare già ai livelli pre-pandemia, tutto sembrava promettere bene per i liberali. E lo credevano anche i conservatori, primo partito di opposizione, che accusavano Trudeau di un “ingiustificato atto di forza” nell’indire elezioni così anticipate.
In poco tempo, invece, la partita si è fatta complicata: oggi i sondaggi danno liberali e conservatori appaiati al 33%, e un nuovo “Parlamento appeso” potrebbe addirittura costringere Trudeau a farsi da parte.
🛢 Passo indietro per il mondo?
I canadesi incolpano Trudeau per aver indetto elezioni nel mezzo di una quarta ondata di pandemia (anche se molto meno letale, grazie ai vaccini). E l’impegno liberal nella lotta al cambiamento climatico lascia freddi molti canadesi, che temono di perdere posti di lavoro e il loro alto tenore di vita, assicurati da petrolio e gas.
Adesso, con il declino dei liberali, molto potrebbe cambiare. O’Toole, il leader conservatore, preferisce un accordo commerciale con UK e Australia rispetto a quello siglato con l’UE, il CETA, bloccato da anni da alcuni governi europei. Per gli USA, se Trudeau si dimettesse Biden potrebbe perdere un prezioso alleato. E, senza un “alfiere” della lotta al cambiamento climatico, la strada per COP26 potrebbe farsi ancora più irta di ostacoli.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’accordo AUKUS, visto dall’Europa. Su ispionline.it