🌏 AFGHANISTAN: IL VUOTO CHE RESTA
🇺🇸 Fine di un'era
"È finita l’era delle operazioni militari che speravano di ricostruire i paesi”. E il ritiro è stato “un grande successo”. Così ieri Biden ha deciso di chiudere il capitolo Afghanistan, lungo una linea già tracciata nelle ultime settimane: rivendicando i benefici del ritiro e riconoscendo solo in subordine i problemi che lo hanno accompagnato.
A undici giorni dal ventennale dell’11 settembre, gli Usa archiviano così una guerra costata 2.300 miliardi di dollari e oltre 100.000 vittime.
💰 Un vuoto da riempire
Da settimane lo stato afghano non ha un governo o un esercito, un sistema bancario funzionante o un’amministrazione pubblica. Da parte sua, Washington ha sospeso gli aiuti e congelato 9 miliardi di dollari di riserve della Banca centrale afghana. Anche il Fondo monetario internazionale ha bloccato 460 milioni di dollari di finanziamenti urgenti.
Per un paese in cui l’80% delle entrate pubbliche dipendeva da aiuti esteri, la situazione si fa di ora in ora più drammatica. Nell’immediato, 3,5 milioni di afghani (il 9% della popolazione) hanno dovuto abbandonare la propria casa, e 14 milioni (il 37%) rischiano la fame. Nel medio periodo, poi, per sanità e istruzione servirebbero 2,5 miliardi di dollari l’anno: tantissimi per un paese la cui spesa pubblica, senza aiuti, si fermerebbe a 3 miliardi.
Adesso il rischio è che, se non si interviene presto, questo “vuoto” venga riempito da quel che resta: oppio, armi e signori della guerra.
🗺 Il vuoto che verrà?
Con la fine delle “forever wars” tramonta anche – definitivamente – il sogno dell’esportazione della democrazia. Previsto e inevitabile, il ritiro dall’Afghanistan fa riaffiorare le maggiori contraddizioni del primo anno di presidenza Biden.
Una presidenza americana che vuole difendere le democrazie, organizzando persino un “Summit” speciale per dicembre, ma che ha fallito nel suo più lungo esperimento di transizione. E che chiede di fidarsi di nuovo di Washington, ma si coordina in maniera pessima con gli alleati e allude quotidianamente alla necessità di disimpegno (quantomeno in Medio Oriente).
Per questo a Bruxelles torna a riecheggiare l’“autonomia strategica”. Un concetto forse evanescente, ma che ben dipinge la necessità per l’Ue di “diventare grande”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ucraina, Zelensky a Washington teme ‘l’effetto Afghanistan’. Su ispionline.it
🇺🇸 Fine di un'era
"È finita l’era delle operazioni militari che speravano di ricostruire i paesi”. E il ritiro è stato “un grande successo”. Così ieri Biden ha deciso di chiudere il capitolo Afghanistan, lungo una linea già tracciata nelle ultime settimane: rivendicando i benefici del ritiro e riconoscendo solo in subordine i problemi che lo hanno accompagnato.
A undici giorni dal ventennale dell’11 settembre, gli Usa archiviano così una guerra costata 2.300 miliardi di dollari e oltre 100.000 vittime.
💰 Un vuoto da riempire
Da settimane lo stato afghano non ha un governo o un esercito, un sistema bancario funzionante o un’amministrazione pubblica. Da parte sua, Washington ha sospeso gli aiuti e congelato 9 miliardi di dollari di riserve della Banca centrale afghana. Anche il Fondo monetario internazionale ha bloccato 460 milioni di dollari di finanziamenti urgenti.
Per un paese in cui l’80% delle entrate pubbliche dipendeva da aiuti esteri, la situazione si fa di ora in ora più drammatica. Nell’immediato, 3,5 milioni di afghani (il 9% della popolazione) hanno dovuto abbandonare la propria casa, e 14 milioni (il 37%) rischiano la fame. Nel medio periodo, poi, per sanità e istruzione servirebbero 2,5 miliardi di dollari l’anno: tantissimi per un paese la cui spesa pubblica, senza aiuti, si fermerebbe a 3 miliardi.
Adesso il rischio è che, se non si interviene presto, questo “vuoto” venga riempito da quel che resta: oppio, armi e signori della guerra.
🗺 Il vuoto che verrà?
Con la fine delle “forever wars” tramonta anche – definitivamente – il sogno dell’esportazione della democrazia. Previsto e inevitabile, il ritiro dall’Afghanistan fa riaffiorare le maggiori contraddizioni del primo anno di presidenza Biden.
Una presidenza americana che vuole difendere le democrazie, organizzando persino un “Summit” speciale per dicembre, ma che ha fallito nel suo più lungo esperimento di transizione. E che chiede di fidarsi di nuovo di Washington, ma si coordina in maniera pessima con gli alleati e allude quotidianamente alla necessità di disimpegno (quantomeno in Medio Oriente).
Per questo a Bruxelles torna a riecheggiare l’“autonomia strategica”. Un concetto forse evanescente, ma che ben dipinge la necessità per l’Ue di “diventare grande”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ucraina, Zelensky a Washington teme ‘l’effetto Afghanistan’. Su ispionline.it
🌍 PROFUGHI AFGHANI, CHE FARE?
⚖️ Cena delicata
Quando stasera Draghi incontrerà Macron, l’Afghanistan sarà ancora una delle più grandi questioni sul tavolo. Dopo le evacuazioni di emergenza, che hanno portato in Europa più di 20.000 persone (di cui quasi 5.000 in Italia e 2.800 in Francia), c’è da capire come aiutare chi rimane nel paese e chi raggiunge i paesi confinanti.
Roma sembra favorevole alla proposta di Parigi e Londra di istituire una “safe zone” intorno all’aeroporto di Kabul per consentire evacuazioni sicure. Ma all’Onu Cina e Russia l’hanno già respinta. E i dubbi non si fermano lì.
🇦🇫 Bloccati all’inferno
Malgrado la vittoria talebana, la stragrande maggioranza dei 38 milioni di afghani è rimasta “a casa propria”. Oltre a chi guarda con favore all’ascesa dei talebani, ci sono milioni di persone che non hanno mezzi per abbandonare il loro paese o che scelgono comunque di restare, malgrado la crisi umanitaria, alimentare e finanziaria che si sta abbattendo sul paese.
Certo, a ostacolare i movimenti in uscita ci sono anche le azioni degli altri, in particolare dei paesi confinanti. Pakistan e Iran, che già oggi ospitano rispettivamente 1,5 milioni e 800 mila rifugiati afghani, sanno che dovranno farsi carico della maggior parte dei flussi. Per questo da settimane l’esercito iraniano presidia il confine respingendo chi arriva, e il Pakistan tiene sotto stretto controllo i maggiori valichi di frontiera.
🇹🇷 L’Europa trema?
Forse, ma non per i motivi che si possono immaginare. L’Agenzia Onu per i rifugiati non si attende grandi movimenti in uscita dall’Afghanistan quest’anno. E d’altronde così era accaduto dopo il 1996, quando la presa talebana di Kabul aveva fatto aumentare solo di poco le richieste d’asilo in Europa.
Ma qualcosa si muove più vicino ai confini dell’Ue. La Turchia di Erdogan, che ha fatto costruire un muro di quasi 100 km al confine con l’Iran per scoraggiare nuovi arrivi, già prima della presa del potere da parte talebana ospitava 180.000 afghani registrati, che salgono a 400.000 includendo gli irregolari.
Se molti di loro si mettessero in viaggio, presto gli occhi dei governi europei tornerebbero a concentrarsi sulla Turchia. Con il rischio di dimenticarsi che il grosso dell’emergenza è, e resterà, altrove.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Texas ‘vieta’ l’aborto. L’ira di Biden. Su ispionline.it
⚖️ Cena delicata
Quando stasera Draghi incontrerà Macron, l’Afghanistan sarà ancora una delle più grandi questioni sul tavolo. Dopo le evacuazioni di emergenza, che hanno portato in Europa più di 20.000 persone (di cui quasi 5.000 in Italia e 2.800 in Francia), c’è da capire come aiutare chi rimane nel paese e chi raggiunge i paesi confinanti.
Roma sembra favorevole alla proposta di Parigi e Londra di istituire una “safe zone” intorno all’aeroporto di Kabul per consentire evacuazioni sicure. Ma all’Onu Cina e Russia l’hanno già respinta. E i dubbi non si fermano lì.
🇦🇫 Bloccati all’inferno
Malgrado la vittoria talebana, la stragrande maggioranza dei 38 milioni di afghani è rimasta “a casa propria”. Oltre a chi guarda con favore all’ascesa dei talebani, ci sono milioni di persone che non hanno mezzi per abbandonare il loro paese o che scelgono comunque di restare, malgrado la crisi umanitaria, alimentare e finanziaria che si sta abbattendo sul paese.
Certo, a ostacolare i movimenti in uscita ci sono anche le azioni degli altri, in particolare dei paesi confinanti. Pakistan e Iran, che già oggi ospitano rispettivamente 1,5 milioni e 800 mila rifugiati afghani, sanno che dovranno farsi carico della maggior parte dei flussi. Per questo da settimane l’esercito iraniano presidia il confine respingendo chi arriva, e il Pakistan tiene sotto stretto controllo i maggiori valichi di frontiera.
🇹🇷 L’Europa trema?
Forse, ma non per i motivi che si possono immaginare. L’Agenzia Onu per i rifugiati non si attende grandi movimenti in uscita dall’Afghanistan quest’anno. E d’altronde così era accaduto dopo il 1996, quando la presa talebana di Kabul aveva fatto aumentare solo di poco le richieste d’asilo in Europa.
Ma qualcosa si muove più vicino ai confini dell’Ue. La Turchia di Erdogan, che ha fatto costruire un muro di quasi 100 km al confine con l’Iran per scoraggiare nuovi arrivi, già prima della presa del potere da parte talebana ospitava 180.000 afghani registrati, che salgono a 400.000 includendo gli irregolari.
Se molti di loro si mettessero in viaggio, presto gli occhi dei governi europei tornerebbero a concentrarsi sulla Turchia. Con il rischio di dimenticarsi che il grosso dell’emergenza è, e resterà, altrove.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Texas ‘vieta’ l’aborto. L’ira di Biden. Su ispionline.it
🌏 CINA-AFGHANISTAN: RELAZIONI PERICOLOSE
🇦🇫 Bombe vs investimenti?
Ieri il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, è stato netto: “Pechino sarà il nostro partner principale e ci aiuterà a ricostruire il paese”. Per poi aggiungere: “gli americani hanno portato le bombe, la Cina porterà investimenti”.
In effetti già a luglio il ministro degli esteri cinese aveva ricevuto una delegazione talebana. E ad agosto, sull’onda del disastroso ritiro americano, Pechino si è subito affrettata a leggere la vittoria dei talebani come una sconfitta dell’“imperialismo occidentale”. Ma è davvero così?
♟ Una scommessa per tutti
La Cina è stata tra i pochi paesi a non chiudere l’ambasciata a Kabul e a dichiarare subito di volere relazioni “amichevoli” con i talebani. Ma neanche Pechino ha ancora riconosciuto il governo entrante, e non c’è dubbio che avrebbe preferito una pace negoziata rispetto a una presa di potere incontrollata: negli anni Novanta furono proprio i mujaheddin afghani a ispirare la “resistenza” uigura nello Xinjiang.
Ai talebani Pechino invece interessa soprattutto per la sua riluttanza a interventi militari. E per i soldi: Kabul ha urgente bisogno di iniezioni di capitali, dopo che gli Usa hanno congelato le riserve estere della banca centrale e l’Fmi ha sospeso gli aiuti. Alla Cina basterebbero pochi miliardi per ergersi a “salvatrice” del paese.
Ma a che pro? L’Afghanistan resta un paese povero, le “terre rare” vanno trovate ed estratte, e anche gli aiuti cinesi non potranno scongiurare per sempre il rischio che il paese si trasformi in base logistica per terroristi e separatisti.
🇨🇳 Un’Asia sempre più “cinese”?
Di sicuro, dopo il ritiro l’influenza degli Usa sull’Asia centrale si è ridotta. E se Biden sostiene che il ritiro era necessario anche per concentrarsi sulla vera sfida del secolo (la Cina), è anche vero che adesso Pechino potrà approfittarne.
Ma non è detto che il vuoto lasciato dagli americani venga riempito rapidamente. Anzi, la Cina ha temuto per anni che il ritiro Usa fosse troppo affrettato, e fino a pochi mesi fa non ha esitato a farlo presente in discussioni ad alto livello con Washington. Insomma, tra speranze e realtà, tra Pechino e Kabul la distanza rimane profonda. Forse, al momento, incolmabile.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Europa alla ricerca di una difesa comune. Su ispionline.it
🇦🇫 Bombe vs investimenti?
Ieri il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, è stato netto: “Pechino sarà il nostro partner principale e ci aiuterà a ricostruire il paese”. Per poi aggiungere: “gli americani hanno portato le bombe, la Cina porterà investimenti”.
In effetti già a luglio il ministro degli esteri cinese aveva ricevuto una delegazione talebana. E ad agosto, sull’onda del disastroso ritiro americano, Pechino si è subito affrettata a leggere la vittoria dei talebani come una sconfitta dell’“imperialismo occidentale”. Ma è davvero così?
♟ Una scommessa per tutti
La Cina è stata tra i pochi paesi a non chiudere l’ambasciata a Kabul e a dichiarare subito di volere relazioni “amichevoli” con i talebani. Ma neanche Pechino ha ancora riconosciuto il governo entrante, e non c’è dubbio che avrebbe preferito una pace negoziata rispetto a una presa di potere incontrollata: negli anni Novanta furono proprio i mujaheddin afghani a ispirare la “resistenza” uigura nello Xinjiang.
Ai talebani Pechino invece interessa soprattutto per la sua riluttanza a interventi militari. E per i soldi: Kabul ha urgente bisogno di iniezioni di capitali, dopo che gli Usa hanno congelato le riserve estere della banca centrale e l’Fmi ha sospeso gli aiuti. Alla Cina basterebbero pochi miliardi per ergersi a “salvatrice” del paese.
Ma a che pro? L’Afghanistan resta un paese povero, le “terre rare” vanno trovate ed estratte, e anche gli aiuti cinesi non potranno scongiurare per sempre il rischio che il paese si trasformi in base logistica per terroristi e separatisti.
🇨🇳 Un’Asia sempre più “cinese”?
Di sicuro, dopo il ritiro l’influenza degli Usa sull’Asia centrale si è ridotta. E se Biden sostiene che il ritiro era necessario anche per concentrarsi sulla vera sfida del secolo (la Cina), è anche vero che adesso Pechino potrà approfittarne.
Ma non è detto che il vuoto lasciato dagli americani venga riempito rapidamente. Anzi, la Cina ha temuto per anni che il ritiro Usa fosse troppo affrettato, e fino a pochi mesi fa non ha esitato a farlo presente in discussioni ad alto livello con Washington. Insomma, tra speranze e realtà, tra Pechino e Kabul la distanza rimane profonda. Forse, al momento, incolmabile.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Europa alla ricerca di una difesa comune. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: FINE DELLA RESISTENZA
⚔️ Leoni vs talebani
Oggi i talebani hanno annunciato la conquista della valle del Panjshir, l'ultimo tassello che li separava dal controllo completo dell’Afghanistan. Un annuncio arrivato e smentito già due giorni fa, ma ora confermato da fonti interne allo stesso Fronte nazionale di Resistenza (circa 2500 unità tra ex soldati e membri delle forze di sicurezza afgane che erano arroccati nella valle).
C’è dunque un motivo per il cui il cessate il fuoco immediato proposto ieri ai talebani dal leader del Fronte, Ahmad Massoud, sia rimasto inascoltato. Crolla così l’ultimo baluardo di una storica resistenza, che si era invece opposto con efficacia all'occupazione sovietica degli anni Ottanta e al governo dei talebani negli anni Novanta.
🇵🇰 Pakistan, attore (non) protagonista
Negli ultimi giorni, l’aviazione pachistana avrebbe bombardato il Panjshir per aiutare i talebani a catturare la provincia ribelle. Portando così allo scoperto le “relazioni pericolose” tra la Kabul talebana e Islamabad. Benché ufficialmente alleato degli Stati Uniti, da anni il Pakistan è il principale “protettore” dei talebani, visti come alleati strategici contro l’India e interlocutori necessari per evitare una nuova ondata di profughi afghani (già oggi 1,4 milioni in Pakistan).
Non a caso ieri il capo dell'intelligence pachistana era in visita a Kabul, dove ha incontrato i leader talebani impegnati nella formazione del nuovo governo. Tra questi Hibatullah Akhundzada, fuggito proprio in Pakistan dopo l’invasione americana e ora indicato come potenziale guida suprema del neonato “emirato islamico”.
🇶🇦 Tutti a Doha. O quasi
Intanto il “fronte occidentale” si sta riorganizzando a Doha. Da anni il Qatar ricopre un ruolo chiave da intermediario tra i talebani, che qui hanno una ambasciata de facto, e diversi governi occidentali. Governi che hanno annunciato l’intenzione di ricollocare qui le loro missioni diplomatiche prima in Afghanistan.
Il ripiegamento dell’Occidente è una scelta opposta al “pragmatismo” con cui Cina, Russia e Pakistan hanno accolto il ritorno dei talebani, tenendo aperte le ambasciate a Kabul. Pragmatismo che mette in evidenza la chiara volontà di riempire il vuoto lasciato dagli Usa e dalla “loro” coalizione internazionale. Che poi ci riesca, è tutt’altro che scontato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Salute, un patto per vaccinare il mondo. Su ispionline.it
⚔️ Leoni vs talebani
Oggi i talebani hanno annunciato la conquista della valle del Panjshir, l'ultimo tassello che li separava dal controllo completo dell’Afghanistan. Un annuncio arrivato e smentito già due giorni fa, ma ora confermato da fonti interne allo stesso Fronte nazionale di Resistenza (circa 2500 unità tra ex soldati e membri delle forze di sicurezza afgane che erano arroccati nella valle).
C’è dunque un motivo per il cui il cessate il fuoco immediato proposto ieri ai talebani dal leader del Fronte, Ahmad Massoud, sia rimasto inascoltato. Crolla così l’ultimo baluardo di una storica resistenza, che si era invece opposto con efficacia all'occupazione sovietica degli anni Ottanta e al governo dei talebani negli anni Novanta.
🇵🇰 Pakistan, attore (non) protagonista
Negli ultimi giorni, l’aviazione pachistana avrebbe bombardato il Panjshir per aiutare i talebani a catturare la provincia ribelle. Portando così allo scoperto le “relazioni pericolose” tra la Kabul talebana e Islamabad. Benché ufficialmente alleato degli Stati Uniti, da anni il Pakistan è il principale “protettore” dei talebani, visti come alleati strategici contro l’India e interlocutori necessari per evitare una nuova ondata di profughi afghani (già oggi 1,4 milioni in Pakistan).
Non a caso ieri il capo dell'intelligence pachistana era in visita a Kabul, dove ha incontrato i leader talebani impegnati nella formazione del nuovo governo. Tra questi Hibatullah Akhundzada, fuggito proprio in Pakistan dopo l’invasione americana e ora indicato come potenziale guida suprema del neonato “emirato islamico”.
🇶🇦 Tutti a Doha. O quasi
Intanto il “fronte occidentale” si sta riorganizzando a Doha. Da anni il Qatar ricopre un ruolo chiave da intermediario tra i talebani, che qui hanno una ambasciata de facto, e diversi governi occidentali. Governi che hanno annunciato l’intenzione di ricollocare qui le loro missioni diplomatiche prima in Afghanistan.
Il ripiegamento dell’Occidente è una scelta opposta al “pragmatismo” con cui Cina, Russia e Pakistan hanno accolto il ritorno dei talebani, tenendo aperte le ambasciate a Kabul. Pragmatismo che mette in evidenza la chiara volontà di riempire il vuoto lasciato dagli Usa e dalla “loro” coalizione internazionale. Che poi ci riesca, è tutt’altro che scontato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Salute, un patto per vaccinare il mondo. Su ispionline.it
🌍 GUINEA: UN GOLPE DI METALLO
🇬🇳 Regime contro regime
Domenica i militari hanno deposto Alpha Condé, presidente della Guinea e leader del paese da 11 anni. Condé, eletto nelle prime elezioni libere della Guinea, aveva promesso riforme che non sono mai arrivate, portando anzi rapidamente il paese verso una deriva sempre più autoritaria.
Oggi anche il leader dell’opposizione si è schierato con i militari, sostenendo che un golpe è preferibile a una “dittatura mascherata”. Ma le vicende della piccola Guinea, paese di 12 milioni di abitanti dell’Africa occidentale, si spingono oltre i confini del paese, dimostrando una volta di più che ciò che accade in zone remote del globo può avere significative ripercussioni sul resto del mondo.
📈 Verso l’infinito (e oltre?)
Alla notizia del golpe militare in Guinea, i prezzi dell’alluminio sono immediatamente schizzati verso l’alto (+3%). D’altronde la Guinea è il secondo produttore mondiale di bauxite, dopo l’Australia, e ne detiene le prime riserve mondiali. Bauxite che in gran parte serve proprio per produrre alluminio: l’effetto era inevitabile.
Tanto più che il golpe arriva in un periodo in cui i prezzi delle materie prime sono già in forte aumento, a causa dell’alta richiesta delle industrie che, a loro volta, tentano di tener testa a una domanda dei consumatori in forte ripresa. In dodici mesi i prezzi dell’alluminio sono raddoppiati, facendo impallidire gli aumenti degli ultimi giorni.
🇨🇳 Sotto la lente di Pechino
Per l’Africa, il colpo di stato in Guinea è solo uno dei tredici tentati (di cui cinque riusciti) nell’ultimo quinquennio. Per l’Africa occidentale è addirittura il quarto tentativo di colpo di stato in dodici mesi. Insomma, l’ennesima conferma che l’instabilità politica continua a perseguitare il continente, assieme al personalismo dei suoi leader e alla corruzione diffusa.
Questa instabilità spaventa i principali investitori del continente, su tutti la Cina, i cui finanziamenti contribuiscono a circa il 20% della crescita economica dell'Africa. Guarda caso, Pechino è anche il primo importatore di bauxite dalla Guinea, e il paese è un tassello fondamentale della Belt and Road Initiative, il mastodontico progetto infrastrutturale cinese. I danni economici per Pechino, e a cascata anche per chi importa alluminio cinese, potrebbero essere ingenti: abbastanza da evitare nuovi golpe in futuro?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Italia e la lunga strada per un G20 sull’Afghanistan. Su ispionline.it
🇬🇳 Regime contro regime
Domenica i militari hanno deposto Alpha Condé, presidente della Guinea e leader del paese da 11 anni. Condé, eletto nelle prime elezioni libere della Guinea, aveva promesso riforme che non sono mai arrivate, portando anzi rapidamente il paese verso una deriva sempre più autoritaria.
Oggi anche il leader dell’opposizione si è schierato con i militari, sostenendo che un golpe è preferibile a una “dittatura mascherata”. Ma le vicende della piccola Guinea, paese di 12 milioni di abitanti dell’Africa occidentale, si spingono oltre i confini del paese, dimostrando una volta di più che ciò che accade in zone remote del globo può avere significative ripercussioni sul resto del mondo.
📈 Verso l’infinito (e oltre?)
Alla notizia del golpe militare in Guinea, i prezzi dell’alluminio sono immediatamente schizzati verso l’alto (+3%). D’altronde la Guinea è il secondo produttore mondiale di bauxite, dopo l’Australia, e ne detiene le prime riserve mondiali. Bauxite che in gran parte serve proprio per produrre alluminio: l’effetto era inevitabile.
Tanto più che il golpe arriva in un periodo in cui i prezzi delle materie prime sono già in forte aumento, a causa dell’alta richiesta delle industrie che, a loro volta, tentano di tener testa a una domanda dei consumatori in forte ripresa. In dodici mesi i prezzi dell’alluminio sono raddoppiati, facendo impallidire gli aumenti degli ultimi giorni.
🇨🇳 Sotto la lente di Pechino
Per l’Africa, il colpo di stato in Guinea è solo uno dei tredici tentati (di cui cinque riusciti) nell’ultimo quinquennio. Per l’Africa occidentale è addirittura il quarto tentativo di colpo di stato in dodici mesi. Insomma, l’ennesima conferma che l’instabilità politica continua a perseguitare il continente, assieme al personalismo dei suoi leader e alla corruzione diffusa.
Questa instabilità spaventa i principali investitori del continente, su tutti la Cina, i cui finanziamenti contribuiscono a circa il 20% della crescita economica dell'Africa. Guarda caso, Pechino è anche il primo importatore di bauxite dalla Guinea, e il paese è un tassello fondamentale della Belt and Road Initiative, il mastodontico progetto infrastrutturale cinese. I danni economici per Pechino, e a cascata anche per chi importa alluminio cinese, potrebbero essere ingenti: abbastanza da evitare nuovi golpe in futuro?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Italia e la lunga strada per un G20 sull’Afghanistan. Su ispionline.it
Forwarded from ISPI
🌎 EL SALVADOR: AZZARDO DIGITALE
🇸🇻 Un salto nel futuro?
Ieri El Salvador ha adottato il Bitcoin come valuta legale. Un progetto pioneristico unico al mondo. Ma il prezzo della criptovaluta è crollato del 18% in un giorno e per molte ore l'app necessaria per effettuare pagamenti e accumulare risparmi in Bitcoin, è rimasta inaccessibile.
Per stimolarne l’adozione, il governo ha regalato ai salvadoregni 30 dollari a testa in Bitcoin, e promette risparmi di 400 milioni di dollari l’anno in commissioni sui fondi inviati dall'estero (6 miliardi di dollari di rimesse lo scorso anno). Ma regali e promesse non sono bastati a evitare proteste in piazza contro il giovane presidente Nayib Bukele, 40 anni, non nuovo a proposte politiche e comportamenti fuori dagli schemi.
👨💻 Il presidente millennial
A inizio 2020, dopo aver fatto il suo ingresso nell’assemblea legislativa scortato da soldati armati, Bukele ha caricato un video su TikTok di lui che scivola in un veicolo militare mentre centinaia di soldati salutano: 2,6 milioni di visualizzazioni. Una popolarità che trascende i social, tanto che il sostegno popolare di cui gode, è pari al 90 per cento: superiore a quello di qualsiasi altro leader latino-americano.
Questo successo non sembra neppure intaccato dal suo progressivo accentramento di potere. Appena entrato in carica, Bukele ha sostituito i magistrati della Corte Suprema che non a caso proprio ieri ha stabilito, con una sentenza bollata come incostituzionale dalle opposizioni, la possibilità per il presidente di candidarsi per un secondo mandato consecutivo, aprendo così la strada alla sua rielezione nel 2024.
₿ Criptovaluta = libertà?
Per la prima volta nella storia una nazione ha adottato una valuta che non è controllata né da lei né da nessun altro. La scelta di El Salvador, la cui unica valuta ufficiale era prima il dollaro americano (una "dollarizzazione” dell’economia non rara in America Latina), vorrebbe così ridurre l’influenza degli Stati Uniti.
Ma non è tutto (cripto)oro quello che luccica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione di una criptovaluta come moneta ufficiale mette a rischio la stabilità macroeconomica e l'integrità finanziaria favorendo l’evasione e il riciclaggio. Senza dimenticare il problema della sua volatilità: ci si può fidare di una moneta che in un giorno può perdere quasi il 20% del suo valore?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il governo dei talebani. Su ispionline.it
🇸🇻 Un salto nel futuro?
Ieri El Salvador ha adottato il Bitcoin come valuta legale. Un progetto pioneristico unico al mondo. Ma il prezzo della criptovaluta è crollato del 18% in un giorno e per molte ore l'app necessaria per effettuare pagamenti e accumulare risparmi in Bitcoin, è rimasta inaccessibile.
Per stimolarne l’adozione, il governo ha regalato ai salvadoregni 30 dollari a testa in Bitcoin, e promette risparmi di 400 milioni di dollari l’anno in commissioni sui fondi inviati dall'estero (6 miliardi di dollari di rimesse lo scorso anno). Ma regali e promesse non sono bastati a evitare proteste in piazza contro il giovane presidente Nayib Bukele, 40 anni, non nuovo a proposte politiche e comportamenti fuori dagli schemi.
👨💻 Il presidente millennial
A inizio 2020, dopo aver fatto il suo ingresso nell’assemblea legislativa scortato da soldati armati, Bukele ha caricato un video su TikTok di lui che scivola in un veicolo militare mentre centinaia di soldati salutano: 2,6 milioni di visualizzazioni. Una popolarità che trascende i social, tanto che il sostegno popolare di cui gode, è pari al 90 per cento: superiore a quello di qualsiasi altro leader latino-americano.
Questo successo non sembra neppure intaccato dal suo progressivo accentramento di potere. Appena entrato in carica, Bukele ha sostituito i magistrati della Corte Suprema che non a caso proprio ieri ha stabilito, con una sentenza bollata come incostituzionale dalle opposizioni, la possibilità per il presidente di candidarsi per un secondo mandato consecutivo, aprendo così la strada alla sua rielezione nel 2024.
₿ Criptovaluta = libertà?
Per la prima volta nella storia una nazione ha adottato una valuta che non è controllata né da lei né da nessun altro. La scelta di El Salvador, la cui unica valuta ufficiale era prima il dollaro americano (una "dollarizzazione” dell’economia non rara in America Latina), vorrebbe così ridurre l’influenza degli Stati Uniti.
Ma non è tutto (cripto)oro quello che luccica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione di una criptovaluta come moneta ufficiale mette a rischio la stabilità macroeconomica e l'integrità finanziaria favorendo l’evasione e il riciclaggio. Senza dimenticare il problema della sua volatilità: ci si può fidare di una moneta che in un giorno può perdere quasi il 20% del suo valore?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il governo dei talebani. Su ispionline.it
🌍 COVID: AUTUNNO DELTA?
🦠 Non è finita
“Sono molto preoccupato”, anche perché “si tratta di contagi e morti evitabili”. Così ieri Antony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, è tornato a commentare i rischi che un ritorno alla normalità rappresenterebbe di fronte a “mezza America” ancora non vaccinata.
I numeri sono impietosi, in Usa come in Unione europea. Malgrado in Ue il 65% dei cittadini sia vaccinato, il numero di morti giornaliere è più che doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e in crescita. Torna ad aleggiare lo spettro del lockdown?
🤜🤛 Racconto di due pandemie
L’arrivo della variante Delta (due volte più trasmissibile e un po’ più letale rispetto alla versione “originale” del virus) sta contribuendo all’insorgere di due diverse “pandemie”. Una tra i vaccinati, tra i quali il virus circola ancora, ma facendo molti meno danni (a parità di contagi, il 95% di decessi in meno). Una seconda pandemia, tra i non vaccinati, ancora più pericolosa e mortale.
Se le pandemie diventano due, è naturale che anche le politiche per affrontarle cambino. In Europa diversi paesi (Italia inclusa) hanno agganciato al “green pass” il godimento di alcuni diritti, tagliando fuori i non vaccinati da una parte di vita sociale. Per alcune categorie professionali (dai lavoratori federali negli Usa al personale medico quasi ovunque) sono stati introdotti obblighi vaccinali. E in Austria il cancelliere Kurz ha persino proposto un lockdown per i soli non vaccinati.
💉 Qualcosa è cambiato
Da un punto di vista sanitario, è indubbio che le vaccinazioni stiano riducendo l’impatto della pandemia. Ma lo stanno facendo solo là dove i vaccini sono arrivati: il 75% delle vaccinazioni è stato somministrato in 10 paesi del mondo.
Sul piano economico, inoltre, i paesi più ricchi (ma anche più anziani) non possono più permettersi lockdown generalizzati. Per evitare che la “recessione da lockdown” colpisse troppo le persone, l’anno scorso abbiamo speso 16 trilioni di dollari. Così il debito pubblico è esploso, passando nei paesi avanzati dal 100% al 120% del PIL.
A queste condizioni, è inevitabile che si cerchino misure alternative in vista di un autunno in cui il dubbio più grande sarà un altro: quanto dura l’immunità.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile in tumulto. Su ispionline.it
🦠 Non è finita
“Sono molto preoccupato”, anche perché “si tratta di contagi e morti evitabili”. Così ieri Antony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, è tornato a commentare i rischi che un ritorno alla normalità rappresenterebbe di fronte a “mezza America” ancora non vaccinata.
I numeri sono impietosi, in Usa come in Unione europea. Malgrado in Ue il 65% dei cittadini sia vaccinato, il numero di morti giornaliere è più che doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e in crescita. Torna ad aleggiare lo spettro del lockdown?
🤜🤛 Racconto di due pandemie
L’arrivo della variante Delta (due volte più trasmissibile e un po’ più letale rispetto alla versione “originale” del virus) sta contribuendo all’insorgere di due diverse “pandemie”. Una tra i vaccinati, tra i quali il virus circola ancora, ma facendo molti meno danni (a parità di contagi, il 95% di decessi in meno). Una seconda pandemia, tra i non vaccinati, ancora più pericolosa e mortale.
Se le pandemie diventano due, è naturale che anche le politiche per affrontarle cambino. In Europa diversi paesi (Italia inclusa) hanno agganciato al “green pass” il godimento di alcuni diritti, tagliando fuori i non vaccinati da una parte di vita sociale. Per alcune categorie professionali (dai lavoratori federali negli Usa al personale medico quasi ovunque) sono stati introdotti obblighi vaccinali. E in Austria il cancelliere Kurz ha persino proposto un lockdown per i soli non vaccinati.
💉 Qualcosa è cambiato
Da un punto di vista sanitario, è indubbio che le vaccinazioni stiano riducendo l’impatto della pandemia. Ma lo stanno facendo solo là dove i vaccini sono arrivati: il 75% delle vaccinazioni è stato somministrato in 10 paesi del mondo.
Sul piano economico, inoltre, i paesi più ricchi (ma anche più anziani) non possono più permettersi lockdown generalizzati. Per evitare che la “recessione da lockdown” colpisse troppo le persone, l’anno scorso abbiamo speso 16 trilioni di dollari. Così il debito pubblico è esploso, passando nei paesi avanzati dal 100% al 120% del PIL.
A queste condizioni, è inevitabile che si cerchino misure alternative in vista di un autunno in cui il dubbio più grande sarà un altro: quanto dura l’immunità.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile in tumulto. Su ispionline.it
🌎🌏 BIDEN CHIAMA XI: MOLTO RUMORE PER NULLA?
☎️ 90 minuti di distensione
Joe Biden chiama, Xi Jinping risponde. Ieri c’è stata la prima telefonata in sette mesi tra i due leader, la seconda in assoluto dall’inaugurazione del presidente americano. Secondo fonti Usa, il colloquio è avvenuto su iniziativa di un Biden "esasperato" dalla riluttanza dei funzionari cinesi a tenere colloqui con la sua amministrazione.
Da entrambe le parti si è parlato di discussione "franca e ampia", volta a evitare che la competizione tra le due maggiori economie del mondo sfoci in conflitto aperto. La telefonata avrebbe toccato "temi su cui gli interessi, le prospettive e i valori dei due paesi convergono e temi su cui divergono”. Ma, a parte i toni concilianti, le divisioni restano intatte.
⚔️ I nodi della discordia
Sono mesi che Washington critica Pechino per il mancato rispetto dei diritti umani degli uiguri nella provincia di Xinjiang e di quelli democratici a Hong Kong. Pechino risponde citando gli abusi a Guantanamo. Intanto (manu militari) nel Mar Cinese Meridionale la Cina continua a ribadire la propria (contestata) sovranità, mentre gli Usa espandono le operazioni di “libertà di navigazione” sia lì che nello stretto di Taiwan.
Su tutto, continua ad aleggiare la trade war. Anche dopo Trump, le tensioni commerciali tra Usa e Pechino restano realtà: 360 miliardi di dollari di beni cinesi e 110 miliardi di dollari di prodotti statunitensi sono ancora sottoposti a dazi. Più guerra fredda che vera distensione, insomma.
🇺🇸 11 settembre
Anche sull’Afghanistan i due paesi sono agli antipodi. Settimana scorsa, il ministro degli esteri cinese ha rinfacciato agli Stati Uniti che le modalità del ritiro dal paese hanno inflitto "gravi danni al popolo afgano”.
A ridosso del ventennale dell'attacco alle Torri Gemelle, anticamera dell’invasione americana, è inevitabile che Washington si interroghi sulla fine del sogno di diventare il “poliziotto del mondo”. Altrettanto inevitabile che questo anniversario venga letto in maniera opposta a Pechino, galvanizzata da un “recupero” economico sul rivale che prosegue malgrado la pandemia.
Una semplice telefonata non può ricucire queste differenze. E se il clima è da guerra fredda, forse quello che serve è una vera e propria hotline.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un governo per il Libano. Su ispionline.it
☎️ 90 minuti di distensione
Joe Biden chiama, Xi Jinping risponde. Ieri c’è stata la prima telefonata in sette mesi tra i due leader, la seconda in assoluto dall’inaugurazione del presidente americano. Secondo fonti Usa, il colloquio è avvenuto su iniziativa di un Biden "esasperato" dalla riluttanza dei funzionari cinesi a tenere colloqui con la sua amministrazione.
Da entrambe le parti si è parlato di discussione "franca e ampia", volta a evitare che la competizione tra le due maggiori economie del mondo sfoci in conflitto aperto. La telefonata avrebbe toccato "temi su cui gli interessi, le prospettive e i valori dei due paesi convergono e temi su cui divergono”. Ma, a parte i toni concilianti, le divisioni restano intatte.
⚔️ I nodi della discordia
Sono mesi che Washington critica Pechino per il mancato rispetto dei diritti umani degli uiguri nella provincia di Xinjiang e di quelli democratici a Hong Kong. Pechino risponde citando gli abusi a Guantanamo. Intanto (manu militari) nel Mar Cinese Meridionale la Cina continua a ribadire la propria (contestata) sovranità, mentre gli Usa espandono le operazioni di “libertà di navigazione” sia lì che nello stretto di Taiwan.
Su tutto, continua ad aleggiare la trade war. Anche dopo Trump, le tensioni commerciali tra Usa e Pechino restano realtà: 360 miliardi di dollari di beni cinesi e 110 miliardi di dollari di prodotti statunitensi sono ancora sottoposti a dazi. Più guerra fredda che vera distensione, insomma.
🇺🇸 11 settembre
Anche sull’Afghanistan i due paesi sono agli antipodi. Settimana scorsa, il ministro degli esteri cinese ha rinfacciato agli Stati Uniti che le modalità del ritiro dal paese hanno inflitto "gravi danni al popolo afgano”.
A ridosso del ventennale dell'attacco alle Torri Gemelle, anticamera dell’invasione americana, è inevitabile che Washington si interroghi sulla fine del sogno di diventare il “poliziotto del mondo”. Altrettanto inevitabile che questo anniversario venga letto in maniera opposta a Pechino, galvanizzata da un “recupero” economico sul rivale che prosegue malgrado la pandemia.
Una semplice telefonata non può ricucire queste differenze. E se il clima è da guerra fredda, forse quello che serve è una vera e propria hotline.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Un governo per il Libano. Su ispionline.it
🌍 NORVEGIA AL VOTO: VERDE (O) PETROLIO
🇳🇴 Clima elettorale
Non sempre le elezioni in un paese di 4 milioni di abitanti meritano l’attenzione del mondo. Così sarebbe potuto essere anche per la Norvegia, dove oggi si vota per il rinnovo del Parlamento. Stavolta, però, di motivi ce ne sono almeno due.
In primis perché la politica norvegese ha alcune interessanti analogie con quella tedesca, dove si vota tra poco più di dieci giorni. E poi perché proprio dalla Norvegia, uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo, arrivano segnali di “resistenza” popolare alla transizione verde.
🛢 Donne e petrolio
Da stasera, una leader conservatrice che ha governato un paese europeo per anni potrebbe dover lasciare l’incarico. No, non Angela Merkel, pronta all’annunciato “pensionamento” dopo 16 anni al potere. Ma Erna Solberg, premier della Norvegia dal 2013 e leader del Partito conservatore dal 2004, l’anno prima che Merkel diventasse cancelliera. Anche a Oslo, inoltre, le sorti della “donna al comando” sembrano destinate a scontrarsi contro una muraglia “rossa”: i socialisti in Germania, i laburisti in Norvegia.
Le analogie però finiscono qui: la Norvegia è un petro-stato, in cui il settore oil rappresenta il 60% delle esportazioni e foraggia il più grande fondo sovrano al mondo (1.300 miliardi di dollari). E i cittadini lo sanno, tanto che se qualche mese fa in Germania i Verdi erano temporaneamente diventati primo partito, gli omologhi norvegesi (tra i pochi favorevoli allo stop alle trivelle) languono al 4%.
♻️ Da Oslo a Bruxelles
Il disinteresse dei norvegesi per la lotta al cambiamento climatico sembra in contrasto con le tendenze del resto del continente. Solo a luglio la Commissione europea ha presentato “Fit for 55”, il programma per accelerare il taglio delle emissioni già entro il 2030.
A ben guardare, invece, le rimostranze contro una transizione “troppo veloce” potrebbero moltiplicarsi anche sul continente. Già nella "verdissima” Germania, dove nel dibattito elettorale persino il socialista Scholz ha preso le distanze dall’“ambientalismo ingenuo” (parole sue). E nel resto d’Europa, dove i prezzi di gas ed elettricità sono ai massimi da anni e l’arrivo del freddo non potrà che farli aumentare. Così, proprio mentre COP si avvicina, un autunno caldo sembra alle porte.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Corea del Nord, il ritorno di Rocket man. Su ispionline.it
🇳🇴 Clima elettorale
Non sempre le elezioni in un paese di 4 milioni di abitanti meritano l’attenzione del mondo. Così sarebbe potuto essere anche per la Norvegia, dove oggi si vota per il rinnovo del Parlamento. Stavolta, però, di motivi ce ne sono almeno due.
In primis perché la politica norvegese ha alcune interessanti analogie con quella tedesca, dove si vota tra poco più di dieci giorni. E poi perché proprio dalla Norvegia, uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo, arrivano segnali di “resistenza” popolare alla transizione verde.
🛢 Donne e petrolio
Da stasera, una leader conservatrice che ha governato un paese europeo per anni potrebbe dover lasciare l’incarico. No, non Angela Merkel, pronta all’annunciato “pensionamento” dopo 16 anni al potere. Ma Erna Solberg, premier della Norvegia dal 2013 e leader del Partito conservatore dal 2004, l’anno prima che Merkel diventasse cancelliera. Anche a Oslo, inoltre, le sorti della “donna al comando” sembrano destinate a scontrarsi contro una muraglia “rossa”: i socialisti in Germania, i laburisti in Norvegia.
Le analogie però finiscono qui: la Norvegia è un petro-stato, in cui il settore oil rappresenta il 60% delle esportazioni e foraggia il più grande fondo sovrano al mondo (1.300 miliardi di dollari). E i cittadini lo sanno, tanto che se qualche mese fa in Germania i Verdi erano temporaneamente diventati primo partito, gli omologhi norvegesi (tra i pochi favorevoli allo stop alle trivelle) languono al 4%.
♻️ Da Oslo a Bruxelles
Il disinteresse dei norvegesi per la lotta al cambiamento climatico sembra in contrasto con le tendenze del resto del continente. Solo a luglio la Commissione europea ha presentato “Fit for 55”, il programma per accelerare il taglio delle emissioni già entro il 2030.
A ben guardare, invece, le rimostranze contro una transizione “troppo veloce” potrebbero moltiplicarsi anche sul continente. Già nella "verdissima” Germania, dove nel dibattito elettorale persino il socialista Scholz ha preso le distanze dall’“ambientalismo ingenuo” (parole sue). E nel resto d’Europa, dove i prezzi di gas ed elettricità sono ai massimi da anni e l’arrivo del freddo non potrà che farli aumentare. Così, proprio mentre COP si avvicina, un autunno caldo sembra alle porte.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Corea del Nord, il ritorno di Rocket man. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: FAME O DIRITTI
🇦🇫 ONU vs talebani
1,2 miliardi di dollari in aiuti per l’Afghanistan: questa è la cifra concordata dai rappresentanti di circa 40 paesi donatori, riunitisi ieri a Ginevra. Si tratta del doppio di quanto l'ONU aveva indicato come somma necessaria entro fine anno per scongiurare una carestia che avrebbe colpito circa un terzo della popolazione afghana.
Neanche un centesimo passerà però dalle casse del governo talebano: i finanziamenti saranno gestiti direttamente dalle Nazioni Unite. Tuttavia, il regime può sempre ostacolare e fermare l’azione dell'ONU nel paese se non ottiene ciò che vuole. Un vero e proprio dilemma per la comunità internazionale: come evitare una crisi umanitaria senza però dare ai talebani legittimità e risorse.
💰 Bastone e carota
Con la nascita dell’emirato islamico, governi occidentali e istituzioni internazionali hanno sospeso gli aiuti umanitari, che rappresentavano il 40% del PIL afghano (77 i miliardi di dollari ricevuti negli ultimi vent’anni). Da questi fondi dipendeva il sostentamento di circa la metà della popolazione, ora esposta alla povertà estrema anche a causa della grave siccità che ha spazzato via il 40% del raccolto di grano del paese.
Ma l’Occidente non vuole (ancora) sbloccare i 10 miliardi di dollari delle riserve della banca centrale afghana, congelati all’estero (in gran parte negli Usa): uno strumento chiave per fare pressione sui talebani e costringerli a un impegno condizionato. Soldi, in cambio del rispetto dei diritti di base degli afghani. Good luck...
✈️ The Terminal
Altra questione chiave riguarda l’ingresso degli aiuti umanitari in Afghanistan (e l’uscita delle persone ancora da evacuare). Turchia e Qatar stanno lavorando per garantire il ripristino completo del traffico aereo nel paese ma, a causa dell’opposizione talebana, non possono assicurare le condizioni base di sicurezza, attualmente precarie come dimostrato dal caotico ritiro di fine agosto.
Ritiro di cui ieri e oggi Blinken ha risposto al Congresso USA: tra prevedibili accuse alla presidenza Trump (“abbiamo ereditato una scadenza, non un piano”) e riferimenti alla Cina (“ci avrebbe voluti distratti lì per un altro decennio”), l’amministrazione Biden è oggi costretta a cercare di ripulire la propria offuscata immagine internazionale. La gestione del dialogo “obbligato” con i talebani sarà il primo banco di prova.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Egitto-Israele, pragmatismo al vertice. Su ispionline.it
🇦🇫 ONU vs talebani
1,2 miliardi di dollari in aiuti per l’Afghanistan: questa è la cifra concordata dai rappresentanti di circa 40 paesi donatori, riunitisi ieri a Ginevra. Si tratta del doppio di quanto l'ONU aveva indicato come somma necessaria entro fine anno per scongiurare una carestia che avrebbe colpito circa un terzo della popolazione afghana.
Neanche un centesimo passerà però dalle casse del governo talebano: i finanziamenti saranno gestiti direttamente dalle Nazioni Unite. Tuttavia, il regime può sempre ostacolare e fermare l’azione dell'ONU nel paese se non ottiene ciò che vuole. Un vero e proprio dilemma per la comunità internazionale: come evitare una crisi umanitaria senza però dare ai talebani legittimità e risorse.
💰 Bastone e carota
Con la nascita dell’emirato islamico, governi occidentali e istituzioni internazionali hanno sospeso gli aiuti umanitari, che rappresentavano il 40% del PIL afghano (77 i miliardi di dollari ricevuti negli ultimi vent’anni). Da questi fondi dipendeva il sostentamento di circa la metà della popolazione, ora esposta alla povertà estrema anche a causa della grave siccità che ha spazzato via il 40% del raccolto di grano del paese.
Ma l’Occidente non vuole (ancora) sbloccare i 10 miliardi di dollari delle riserve della banca centrale afghana, congelati all’estero (in gran parte negli Usa): uno strumento chiave per fare pressione sui talebani e costringerli a un impegno condizionato. Soldi, in cambio del rispetto dei diritti di base degli afghani. Good luck...
✈️ The Terminal
Altra questione chiave riguarda l’ingresso degli aiuti umanitari in Afghanistan (e l’uscita delle persone ancora da evacuare). Turchia e Qatar stanno lavorando per garantire il ripristino completo del traffico aereo nel paese ma, a causa dell’opposizione talebana, non possono assicurare le condizioni base di sicurezza, attualmente precarie come dimostrato dal caotico ritiro di fine agosto.
Ritiro di cui ieri e oggi Blinken ha risposto al Congresso USA: tra prevedibili accuse alla presidenza Trump (“abbiamo ereditato una scadenza, non un piano”) e riferimenti alla Cina (“ci avrebbe voluti distratti lì per un altro decennio”), l’amministrazione Biden è oggi costretta a cercare di ripulire la propria offuscata immagine internazionale. La gestione del dialogo “obbligato” con i talebani sarà il primo banco di prova.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Egitto-Israele, pragmatismo al vertice. Su ispionline.it