ISPI - Geopolitica
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🌎 L’AMERICA CHE VERRÀ

💨 Boccata di ossigeno per Biden
Prende forma l’America di Biden. La House of Representatives ha approvato ieri un piano di bilancio fino a 3500 miliardi di dollari, tassello fondamentale dell’agenda economica della nuova presidenza. I fondi, da finanziare tramite un aumento delle tasse per multinazionali e investitori, saranno principalmente destinati a rafforzare i programmi di sicurezza sociale per le famiglie a basso reddito e Medicare, l’assicurazione sanitaria per gli over 65. In un momento complicato per la sua amministrazione, Biden incassa un importante successo domestico (nonostante le spaccature anche all’interno degli stessi dem).

😦 Sul filo del rasoio
L’approvazione del piano di bilancio, pur senza valore di legge, è importante perché permette ai democratici di scrivere e far passare una futura legge di bilancio, in entrambe le camere, senza alcun voto repubblicano. Un espediente politico necessario considerata la maggioranza risicata nel Congresso (3 voti alla Camera, 0 al Senato), confermata anche ieri: 220 favorevoli, 212 contrari. Tutti i repubblicani hanno bocciato il piano (temendo che un nuovo peggioramento del deficit federale causi un’ulteriore ondata inflazionaria). Mentre tutti i democratici hanno votato per la mozione, nonostante le divisioni tra l’ala progressista – a favore di nuova spesa - e quella moderata – più vicina alle posizioni repubblicane.

📈 L’inflazione colpisce ancora?
Le divisioni all’interno del partito democratico riflettono le contraddizioni dello scenario economico americano. Da un lato, l’economia è già tornata al suo livello pre-pandemico, mentre furono necessari due anni per riprendersi dalla Grande Recessione (l’UE dovrebbe invece tornare al suo livello precrisi solo a fine 2021). Tuttavia, la crescita del PIL si è rivelata più debole del previsto nel secondo trimestre (6,5% vs 8,5%), e il tasso di inflazione risulta significativamente più alto che negli altri paesi sviluppati (+5,4% annuo a luglio rispetto al +2,2% dell’Eurozona). La visione di Biden dell’America del futuro si gioca in questi mesi: prevarrà l’inflazione, i moderati e una legge di bilancio più austera, o la crescita, i progressisti e il potenziamento del sistema di welfare?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il destino dei rifugiati. Su ispionline.it
🌎 SPECIALE AFGHANISTAN: ESPLOSIONI A KABUL

💥 Oggi due forti esplosioni presso gli ingressi dell’aeroporto internazionale di Kabul hanno causato decine di morti e feriti (anche tra i soldati statunitensi). Secondo alcuni testimoni, tra loro ci sarebbero almeno tre soldati americani. Finora non ci sono state rivendicazioni ufficiali, ma i sospetti ricadono sull’Islamic State’s Khorasan Province (ISKP), gruppo terroristico dell'Asia Centrale affiliato al cosiddetto Stato islamico.

🇺🇸 Sospetti condivisi anche da Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente USA Joe Biden, che già domenica scorsa parlava di una “persistente” minaccia sulle operazioni di evacuazioni dall’aeroporto Hamid Karzai da parte dell’ISKP. I Talebani condannano l’attacco e riferiscono essere avvenuto in una zona controllata dalle truppe USA.

💣 Secondo altri, la dinamica degli attentati include vari colpi d’arma da fuoco ed esplosioni. Una tipologia di attacco già impiegata in precedenti attacchi in Afghanistan e che potrebbe confermare i sospetti sulla matrice terrorista. Mentre scriviamo, il presidente USA Joe Biden si trova nella “Situation room” della Casa Bianca, dove è stato informato delle due esplosioni.

➡️ LEGGI I COMMENTI A CALDO DEI NOSTRI ESPERTI SU https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-esplosioni-allaeroporto-di-kabul-31405
🌎🌍 SUMMIT USA-ISRAELE: I PRESIDENTI CAMBIANO, LE PRIORITA’ NO

🤔 “Ossessione” Iran
Si è appena concluso, alla Casa Bianca, il primo incontro tra il premier israeliano Bennett e Joe Biden dopo 12 anni di governo Netanyahu. Bennett ha richiesto fondi e sostegno alla strategia israeliana per porre fine alle aspirazioni nucleari dell’Iran. Un vero e proprio piano B rispetto alla via diplomatica internazionale per ristabilire l'accordo nucleare del 2015 (da tre mesi in stand-by dopo l’insediamento in Iran del conservatore Raisi) considerata da Israele come potenzialmente superata visto che Teheran si dice essere non distante dall’ottenere l’atomica. Washington non chiude la porta ma ribadisce la propria diversità di vedute su questo e altri punti dell’agenda dell’incontro.

📏 Alleati sì, ma..
Per Biden, l’opzione diplomatica resta prioritaria e centrale per la riuscita del suo programma di politica estera. E dopo la débacle afghana, non può mancare questo appuntamento per convincere gli alleati che “America is back”. Divisioni si registrano anche sulla Cina, rivale numero uno per gli USA ma importante partner economico per Israele (oltre 20 miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi due decenni). Mentre ancora più netta è la contrapposizione sulla questione palestinese. Biden è a favore di una Palestina indipendente e vorrebbe riaprire il consolato per i palestinesi a Gerusalemme: tutto quello a cui Bennett e due terzi del suo parlamento si oppongono.

📁 I piani di Tel Aviv
Il viaggio di Bennett risponde ai timori di Israele (e non solo) che il disimpegno Usa nella regione apra le porte a un rafforzamento dell’assertività iraniana. Parallelamente, l’urgenza nel fermare il programma nucleare iraniano cela la volontà israeliana di proteggere il proprio status di unico stato mediorientale dotato di armi atomiche. Dato questo contesto, a prescindere dal sostegno americano, Tel Aviv intende formare una coalizione regionale di Paesi arabi con interessi comuni che respinga le mire espansionistiche di Teheran. Forse un’utopia in un Medio Oriente sempre più diviso.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Intervista esclusiva al generale John Allen, presidente di Brookings (maggiore think tank Usa) ed ex comandante delle forze NATO in Afghanistan. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: LA BOMBA NELL’ARMADIO

☢️ Cinque minuti a mezzanotte
Dopo anni di ibernazione, a luglio la Corea del Nord avrebbe riattivato il reattore nucleare di Yongbyon. Una notizia giunta “in sordina”, ma che ha messo in allerta molti paesi.
Era infatti dal 2018 che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, espulsa dalla Corea del Nord nel 2009 pur continuando a monitorare la situazione via satellite, non rilevava tracce di attività nucleare nella centrale. Non a caso, lo stesso anno del primo vertice tra Kim Jong-un e Trump, a Singapore. Perché a Pyongyang geopolitica e nucleare vanno a braccetto.

🇰🇵 Kim, l’attention freak?
Nel 2019 i negoziati diretti tra Usa e Corea del Nord sul nucleare erano finiti su un binario morto proprio a causa del reattore di Yongbyon: in cambio del suo pensionamento, Kim chiedeva la fine delle sanzioni. Dagli anni Ottanta a oggi i negoziati con Pyongyang non hanno mai portato a un vero cambiamento, nonostante abbiano visti impegnati sette presidenti americani e tre generazioni di “Kim”.
Dal dialogo allargato con Obama ai bilaterali tra leader di Trump, ogni format ha suscitato grandi speranze prima che gli “sgarri” nordcoreani ne compromettessero i progressi o, addirittura, lo interrompessero anzitempo. I risultati? Al massimo qualche temporanea sospensione del programma nucleare nordcoreano e dei test missilistici. Che però poi sono sempre ripresi, specie quando il regime si è sentito “ignorato” dalla comunità internazionale e ha dovuto distogliere l’attenzione da crisi interne.

Time will tell
E le crisi a Kim proprio non mancano, oggigiorno. Dalle sanzioni alla pandemia (nascosta dal regime, che continua a sostenere che nel paese ci siano “zero casi”), dai tifoni dell’anno scorso alle inondazioni delle ultime settimane. Crisi che hanno portato il paese sull’orlo del collasso alimentare: un pacco di caffè costa 100 dollari, e la FAO stima che le riserve di grano potrebbero bastare solo fino a novembre.
Con la riattivazione dell’impianto nucleare, la strategia di Kim (che si avvicina al suo decimo anno al potere) sembra la stessa di quella adottata dal padre e dal nonno: alzare la posta per tornare rapidamente nei radar di Washington. Che, di certo, di questi tempi sono sin troppo affollati.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, vigilia amara per Biden. Su ispionline.it
🌎🌍 USA-UE: TENSIONE VIRALE

🚫 È stato bello finché è durato
Due mesi e mezzo: è quanto è durato il periodo in cui i cittadini americani hanno potuto compiere viaggi “non essenziali” verso l’UE con il benestare di Bruxelles. Ieri invece l’Unione europea ha rimosso gli Usa (e altri cinque paesi, tra cui Israele) dalla sua lista di “paesi sicuri”.
Adesso nella lista dell’Ue restano solo 19 stati al mondo, cinque dei quali comunque sul continente europeo. E così l’Europa torna a chiudersi.

💉 Vaccini e sospetti
E dire che speravamo che con i vaccini la pandemia fosse in fase calante. O, quantomeno, che la tregua concessa sarebbe stata maggiore. A metà giugno, l’Ue aveva incluso gli Stati Uniti tra i paesi sicuri: un enorme passo avanti, considerato che fino a febbraio il paese era nel pieno della sua seconda ondata. Ma da inizio luglio le infezioni giornaliere negli Usa sono tornate a crescere, e oggi sono decuplicate.
Cos’è successo? Primo, l’America più “trumpiana” ha uno zoccolo duro di persone che non vuole vaccinarsi (il 23% dei repubblicani dichiara che non si vaccinerà “di sicuro”). Secondo, la variante Delta è tre volte più contagiosa e due volte più letale dell’originale. Terzo, la protezione dall’infezione generata dal vaccino sembra decadere più velocemente del previsto, e il 29% degli americani è stato vaccinato più di sei mesi fa.
E così, inevitabilmente, da questa parte dell'Atlantico si guarda agli Usa con maggiore sospetto. Ma non c’è soltanto questo.

⚔️ Dente per dente?
Certo, le ragioni sanitarie giustificano la marcia indietro europea. Di sicuro però a giugno istituzioni Ue e governi europei erano rimasti scottati dalla scelta di Washington di non agire “con reciprocità”, includendo a sua volta i paesi Ue nella sua lista di paesi sicuri.
Una decisione del tutto inattesa, tanto che a Bruxelles non si erano neppure premurati di inserire la reciprocità tra le condizioni necessarie per aprire ai viaggi dagli States, come invece era stato fatto con Pechino. Insomma, al di là delle belle parole, l'amministrazione Biden non è sempre morbida con gli alleati. E nelle ultime settimane in Europa sembrano essersene accorti.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, via da Kabul. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: IL VUOTO CHE RESTA

🇺🇸 Fine di un'era
"È finita l’era delle operazioni militari che speravano di ricostruire i paesi”. E il ritiro è stato “un grande successo”. Così ieri Biden ha deciso di chiudere il capitolo Afghanistan, lungo una linea già tracciata nelle ultime settimane: rivendicando i benefici del ritiro e riconoscendo solo in subordine i problemi che lo hanno accompagnato.
A undici giorni dal ventennale dell’11 settembre, gli Usa archiviano così una guerra costata 2.300 miliardi di dollari e oltre 100.000 vittime.

💰 Un vuoto da riempire
Da settimane lo stato afghano non ha un governo o un esercito, un sistema bancario funzionante o un’amministrazione pubblica. Da parte sua, Washington ha sospeso gli aiuti e congelato 9 miliardi di dollari di riserve della Banca centrale afghana. Anche il Fondo monetario internazionale ha bloccato 460 milioni di dollari di finanziamenti urgenti.
Per un paese in cui l’80% delle entrate pubbliche dipendeva da aiuti esteri, la situazione si fa di ora in ora più drammatica. Nell’immediato, 3,5 milioni di afghani (il 9% della popolazione) hanno dovuto abbandonare la propria casa, e 14 milioni (il 37%) rischiano la fame. Nel medio periodo, poi, per sanità e istruzione servirebbero 2,5 miliardi di dollari l’anno: tantissimi per un paese la cui spesa pubblica, senza aiuti, si fermerebbe a 3 miliardi.
Adesso il rischio è che, se non si interviene presto, questo “vuoto” venga riempito da quel che resta: oppio, armi e signori della guerra.

🗺 Il vuoto che verrà?
Con la fine delle “forever wars” tramonta anche – definitivamente – il sogno dell’esportazione della democrazia. Previsto e inevitabile, il ritiro dall’Afghanistan fa riaffiorare le maggiori contraddizioni del primo anno di presidenza Biden.
Una presidenza americana che vuole difendere le democrazie, organizzando persino un “Summit” speciale per dicembre, ma che ha fallito nel suo più lungo esperimento di transizione. E che chiede di fidarsi di nuovo di Washington, ma si coordina in maniera pessima con gli alleati e allude quotidianamente alla necessità di disimpegno (quantomeno in Medio Oriente).
Per questo a Bruxelles torna a riecheggiare l’“autonomia strategica”. Un concetto forse evanescente, ma che ben dipinge la necessità per l’Ue di “diventare grande”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ucraina, Zelensky a Washington teme ‘l’effetto Afghanistan’. Su ispionline.it
🌍 PROFUGHI AFGHANI, CHE FARE?

⚖️ Cena delicata
Quando stasera Draghi incontrerà Macron, l’Afghanistan sarà ancora una delle più grandi questioni sul tavolo. Dopo le evacuazioni di emergenza, che hanno portato in Europa più di 20.000 persone (di cui quasi 5.000 in Italia e 2.800 in Francia), c’è da capire come aiutare chi rimane nel paese e chi raggiunge i paesi confinanti.
Roma sembra favorevole alla proposta di Parigi e Londra di istituire una “safe zone” intorno all’aeroporto di Kabul per consentire evacuazioni sicure. Ma all’Onu Cina e Russia l’hanno già respinta. E i dubbi non si fermano lì.

🇦🇫 Bloccati all’inferno
Malgrado la vittoria talebana, la stragrande maggioranza dei 38 milioni di afghani è rimasta “a casa propria”. Oltre a chi guarda con favore all’ascesa dei talebani, ci sono milioni di persone che non hanno mezzi per abbandonare il loro paese o che scelgono comunque di restare, malgrado la crisi umanitaria, alimentare e finanziaria che si sta abbattendo sul paese.
Certo, a ostacolare i movimenti in uscita ci sono anche le azioni degli altri, in particolare dei paesi confinanti. Pakistan e Iran, che già oggi ospitano rispettivamente 1,5 milioni e 800 mila rifugiati afghani, sanno che dovranno farsi carico della maggior parte dei flussi. Per questo da settimane l’esercito iraniano presidia il confine respingendo chi arriva, e il Pakistan tiene sotto stretto controllo i maggiori valichi di frontiera.

🇹🇷 L’Europa trema?
Forse, ma non per i motivi che si possono immaginare. L’Agenzia Onu per i rifugiati non si attende grandi movimenti in uscita dall’Afghanistan quest’anno. E d’altronde così era accaduto dopo il 1996, quando la presa talebana di Kabul aveva fatto aumentare solo di poco le richieste d’asilo in Europa.
Ma qualcosa si muove più vicino ai confini dell’Ue. La Turchia di Erdogan, che ha fatto costruire un muro di quasi 100 km al confine con l’Iran per scoraggiare nuovi arrivi, già prima della presa del potere da parte talebana ospitava 180.000 afghani registrati, che salgono a 400.000 includendo gli irregolari.
Se molti di loro si mettessero in viaggio, presto gli occhi dei governi europei tornerebbero a concentrarsi sulla Turchia. Con il rischio di dimenticarsi che il grosso dell’emergenza è, e resterà, altrove.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Texas ‘vieta’ l’aborto. L’ira di Biden. Su ispionline.it
🌏 CINA-AFGHANISTAN: RELAZIONI PERICOLOSE

🇦🇫 Bombe vs investimenti?
Ieri il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, è stato netto: “Pechino sarà il nostro partner principale e ci aiuterà a ricostruire il paese”. Per poi aggiungere: “gli americani hanno portato le bombe, la Cina porterà investimenti”.
In effetti già a luglio il ministro degli esteri cinese aveva ricevuto una delegazione talebana. E ad agosto, sull’onda del disastroso ritiro americano, Pechino si è subito affrettata a leggere la vittoria dei talebani come una sconfitta dell’“imperialismo occidentale”. Ma è davvero così?

Una scommessa per tutti
La Cina è stata tra i pochi paesi a non chiudere l’ambasciata a Kabul e a dichiarare subito di volere relazioni “amichevoli” con i talebani. Ma neanche Pechino ha ancora riconosciuto il governo entrante, e non c’è dubbio che avrebbe preferito una pace negoziata rispetto a una presa di potere incontrollata: negli anni Novanta furono proprio i mujaheddin afghani a ispirare la “resistenza” uigura nello Xinjiang.
Ai talebani Pechino invece interessa soprattutto per la sua riluttanza a interventi militari. E per i soldi: Kabul ha urgente bisogno di iniezioni di capitali, dopo che gli Usa hanno congelato le riserve estere della banca centrale e l’Fmi ha sospeso gli aiuti. Alla Cina basterebbero pochi miliardi per ergersi a “salvatrice” del paese.
Ma a che pro? L’Afghanistan resta un paese povero, le “terre rare” vanno trovate ed estratte, e anche gli aiuti cinesi non potranno scongiurare per sempre il rischio che il paese si trasformi in base logistica per terroristi e separatisti.

🇨🇳 Un’Asia sempre più “cinese”?
Di sicuro, dopo il ritiro l’influenza degli Usa sull’Asia centrale si è ridotta. E se Biden sostiene che il ritiro era necessario anche per concentrarsi sulla vera sfida del secolo (la Cina), è anche vero che adesso Pechino potrà approfittarne.
Ma non è detto che il vuoto lasciato dagli americani venga riempito rapidamente. Anzi, la Cina ha temuto per anni che il ritiro Usa fosse troppo affrettato, e fino a pochi mesi fa non ha esitato a farlo presente in discussioni ad alto livello con Washington. Insomma, tra speranze e realtà, tra Pechino e Kabul la distanza rimane profonda. Forse, al momento, incolmabile.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Europa alla ricerca di una difesa comune. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: FINE DELLA RESISTENZA

⚔️ Leoni vs talebani
Oggi i talebani hanno annunciato la conquista della valle del Panjshir, l'ultimo tassello che li separava dal controllo completo dell’Afghanistan. Un annuncio arrivato e smentito già due giorni fa, ma ora confermato da fonti interne allo stesso Fronte nazionale di Resistenza (circa 2500 unità tra ex soldati e membri delle forze di sicurezza afgane che erano arroccati nella valle).
C’è dunque un motivo per il cui il cessate il fuoco immediato proposto ieri ai talebani dal leader del Fronte, Ahmad Massoud, sia rimasto inascoltato. Crolla così l’ultimo baluardo di una storica resistenza, che si era invece opposto con efficacia all'occupazione sovietica degli anni Ottanta e al governo dei talebani negli anni Novanta.

🇵🇰 Pakistan, attore (non) protagonista
Negli ultimi giorni, l’aviazione pachistana avrebbe bombardato il Panjshir per aiutare i talebani a catturare la provincia ribelle. Portando così allo scoperto le “relazioni pericolose” tra la Kabul talebana e Islamabad. Benché ufficialmente alleato degli Stati Uniti, da anni il Pakistan è il principale “protettore” dei talebani, visti come alleati strategici contro l’India e interlocutori necessari per evitare una nuova ondata di profughi afghani (già oggi 1,4 milioni in Pakistan).
Non a caso ieri il capo dell'intelligence pachistana era in visita a Kabul, dove ha incontrato i leader talebani impegnati nella formazione del nuovo governo. Tra questi Hibatullah Akhundzada, fuggito proprio in Pakistan dopo l’invasione americana e ora indicato come potenziale guida suprema del neonato “emirato islamico”.

🇶🇦 Tutti a Doha. O quasi
Intanto il “fronte occidentale” si sta riorganizzando a Doha. Da anni il Qatar ricopre un ruolo chiave da intermediario tra i talebani, che qui hanno una ambasciata de facto, e diversi governi occidentali. Governi che hanno annunciato l’intenzione di ricollocare qui le loro missioni diplomatiche prima in Afghanistan.
Il ripiegamento dell’Occidente è una scelta opposta al “pragmatismo” con cui Cina, Russia e Pakistan hanno accolto il ritorno dei talebani, tenendo aperte le ambasciate a Kabul. Pragmatismo che mette in evidenza la chiara volontà di riempire il vuoto lasciato dagli Usa e dalla “loro” coalizione internazionale. Che poi ci riesca, è tutt’altro che scontato.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Salute, un patto per vaccinare il mondo. Su ispionline.it
🌍 GUINEA: UN GOLPE DI METALLO

🇬🇳 Regime contro regime
Domenica i militari hanno deposto Alpha Condé, presidente della Guinea e leader del paese da 11 anni. Condé, eletto nelle prime elezioni libere della Guinea, aveva promesso riforme che non sono mai arrivate, portando anzi rapidamente il paese verso una deriva sempre più autoritaria.
Oggi anche il leader dell’opposizione si è schierato con i militari, sostenendo che un golpe è preferibile a una “dittatura mascherata”. Ma le vicende della piccola Guinea, paese di 12 milioni di abitanti dell’Africa occidentale, si spingono oltre i confini del paese, dimostrando una volta di più che ciò che accade in zone remote del globo può avere significative ripercussioni sul resto del mondo.

📈 Verso l’infinito (e oltre?)
Alla notizia del golpe militare in Guinea, i prezzi dell’alluminio sono immediatamente schizzati verso l’alto (+3%). D’altronde la Guinea è il secondo produttore mondiale di bauxite, dopo l’Australia, e ne detiene le prime riserve mondiali. Bauxite che in gran parte serve proprio per produrre alluminio: l’effetto era inevitabile.
Tanto più che il golpe arriva in un periodo in cui i prezzi delle materie prime sono già in forte aumento, a causa dell’alta richiesta delle industrie che, a loro volta, tentano di tener testa a una domanda dei consumatori in forte ripresa. In dodici mesi i prezzi dell’alluminio sono raddoppiati, facendo impallidire gli aumenti degli ultimi giorni.

🇨🇳 Sotto la lente di Pechino
Per l’Africa, il colpo di stato in Guinea è solo uno dei tredici tentati (di cui cinque riusciti) nell’ultimo quinquennio. Per l’Africa occidentale è addirittura il quarto tentativo di colpo di stato in dodici mesi. Insomma, l’ennesima conferma che l’instabilità politica continua a perseguitare il continente, assieme al personalismo dei suoi leader e alla corruzione diffusa.
Questa instabilità spaventa i principali investitori del continente, su tutti la Cina, i cui finanziamenti contribuiscono a circa il 20% della crescita economica dell'Africa. Guarda caso, Pechino è anche il primo importatore di bauxite dalla Guinea, e il paese è un tassello fondamentale della Belt and Road Initiative, il mastodontico progetto infrastrutturale cinese. I danni economici per Pechino, e a cascata anche per chi importa alluminio cinese, potrebbero essere ingenti: abbastanza da evitare nuovi golpe in futuro?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Italia e la lunga strada per un G20 sull’Afghanistan. Su ispionline.it
Forwarded from ISPI
🌎 EL SALVADOR: AZZARDO DIGITALE

🇸🇻 Un salto nel futuro?
Ieri El Salvador ha adottato il Bitcoin come valuta legale. Un progetto pioneristico unico al mondo. Ma il prezzo della criptovaluta è crollato del 18% in un giorno e per molte ore l'app necessaria per effettuare pagamenti e accumulare risparmi in Bitcoin, è rimasta inaccessibile.
Per stimolarne l’adozione, il governo ha regalato ai salvadoregni 30 dollari a testa in Bitcoin, e promette risparmi di 400 milioni di dollari l’anno in commissioni sui fondi inviati dall'estero (6 miliardi di dollari di rimesse lo scorso anno). Ma regali e promesse non sono bastati a evitare proteste in piazza contro il giovane presidente Nayib Bukele, 40 anni, non nuovo a proposte politiche e comportamenti fuori dagli schemi.

👨‍💻 Il presidente millennial
A inizio 2020, dopo aver fatto il suo ingresso nell’assemblea legislativa scortato da soldati armati, Bukele ha caricato un video su TikTok di lui che scivola in un veicolo militare mentre centinaia di soldati salutano: 2,6 milioni di visualizzazioni. Una popolarità che trascende i social, tanto che il sostegno popolare di cui gode, è pari al 90 per cento: superiore a quello di qualsiasi altro leader latino-americano.
Questo successo non sembra neppure intaccato dal suo progressivo accentramento di potere. Appena entrato in carica, Bukele ha sostituito i magistrati della Corte Suprema che non a caso proprio ieri ha stabilito, con una sentenza bollata come incostituzionale dalle opposizioni, la possibilità per il presidente di candidarsi per un secondo mandato consecutivo, aprendo così la strada alla sua rielezione nel 2024.

Criptovaluta = libertà?
Per la prima volta nella storia una nazione ha adottato una valuta che non è controllata né da lei né da nessun altro. La scelta di El Salvador, la cui unica valuta ufficiale era prima il dollaro americano (una "dollarizzazione” dell’economia non rara in America Latina), vorrebbe così ridurre l’influenza degli Stati Uniti.
Ma non è tutto (cripto)oro quello che luccica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione di una criptovaluta come moneta ufficiale mette a rischio la stabilità macroeconomica e l'integrità finanziaria favorendo l’evasione e il riciclaggio. Senza dimenticare il problema della sua volatilità: ci si può fidare di una moneta che in un giorno può perdere quasi il 20% del suo valore?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il governo dei talebani. Su
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