🌍 UE-MONDO: TERZA ONDATA, TERZA DOSE?
⛔️ Non c’è due senza tre
Non offrite la terza dose di vaccino: è l’appello arrivato mercoledì dall’OMS, che vorrebbe che i paesi ricchi rimandassero i loro piani di somministrare una terza dose almeno fino a fine settembre. Un tempo necessario per evitare che le poche dosi "sul mercato” prendano ancora la strada del Nord del mondo anziché quella dei paesi in via di sviluppo, alle prese con un’esplosione di casi da variante Delta.
Ieri però dai paesi avanzati la risposta è arrivata, unanime e secca: no. Dagli Usa a Israele, passando per Francia e Germania, tutti hanno definito eccessive le richieste dell’OMS. Secondo la Casa Bianca, le due cose “possono andare di pari passo”.
🇪🇺 Ue: mission accomplished?
Di sicuro la campagna vaccinale in Unione europea sta andando meglio di quanto ci si potesse attendere. Il blocco a 27 è vicino a quello che solo pochi mesi fa sembrava un traguardo irraggiungibile: vaccinare il 70% della propria popolazione adulta entro la fine dell’estate (oggi siamo al 60%).
Nel frattempo però l’arrivo della variante Delta, molto più trasmissibile, ha reso meno utile il target Ue: anche con il 70% della popolazione adulta vaccinata, l’immunità di gregge è lontanissima (per raggiungerla dovrebbe essere immune il 90-95% della popolazione totale). E il decadimento dell’immunità nella popolazione fragile è alla base delle proposte di terza dose.
💉 Lasciati indietro
A oggi i paesi ad alto reddito hanno somministrato 101 dosi di vaccino ogni 100 abitanti. Numeri che cozzano con le 1,7 dosi somministrate ogni 100 abitanti nei 30 paesi più poveri del mondo. Disuguaglianze così alte possono essere giustificate solo in parte dal fatto che proprio nei paesi avanzati si concentrino oltre due terzi degli over-65 mondiali.
Intanto proprio le regioni del mondo poco vaccinate sono di fronte alla peggiore ondata di sempre: nell’ultimo mese in Thailandia i morti giornalieri sono quintuplicati, in Iran quadruplicati, in Tunisia triplicati. E finché il virus continuerà a circolare nei paesi meno fortunati, l’emergere di varianti capaci di eludere le barriere poste dalla vaccinazione è sempre dietro l’angolo.
Forse, per una volta, quella terza dose potrebbe davvero essere destinata al resto del mondo.
“Il mondo in tasca” si prende una piccola pausa, ci vediamo il 23 di agosto!
Leggi i 10 libri consigliati dagli analisti dell’ISPI: https://bit.ly/lettureISPI
⛔️ Non c’è due senza tre
Non offrite la terza dose di vaccino: è l’appello arrivato mercoledì dall’OMS, che vorrebbe che i paesi ricchi rimandassero i loro piani di somministrare una terza dose almeno fino a fine settembre. Un tempo necessario per evitare che le poche dosi "sul mercato” prendano ancora la strada del Nord del mondo anziché quella dei paesi in via di sviluppo, alle prese con un’esplosione di casi da variante Delta.
Ieri però dai paesi avanzati la risposta è arrivata, unanime e secca: no. Dagli Usa a Israele, passando per Francia e Germania, tutti hanno definito eccessive le richieste dell’OMS. Secondo la Casa Bianca, le due cose “possono andare di pari passo”.
🇪🇺 Ue: mission accomplished?
Di sicuro la campagna vaccinale in Unione europea sta andando meglio di quanto ci si potesse attendere. Il blocco a 27 è vicino a quello che solo pochi mesi fa sembrava un traguardo irraggiungibile: vaccinare il 70% della propria popolazione adulta entro la fine dell’estate (oggi siamo al 60%).
Nel frattempo però l’arrivo della variante Delta, molto più trasmissibile, ha reso meno utile il target Ue: anche con il 70% della popolazione adulta vaccinata, l’immunità di gregge è lontanissima (per raggiungerla dovrebbe essere immune il 90-95% della popolazione totale). E il decadimento dell’immunità nella popolazione fragile è alla base delle proposte di terza dose.
💉 Lasciati indietro
A oggi i paesi ad alto reddito hanno somministrato 101 dosi di vaccino ogni 100 abitanti. Numeri che cozzano con le 1,7 dosi somministrate ogni 100 abitanti nei 30 paesi più poveri del mondo. Disuguaglianze così alte possono essere giustificate solo in parte dal fatto che proprio nei paesi avanzati si concentrino oltre due terzi degli over-65 mondiali.
Intanto proprio le regioni del mondo poco vaccinate sono di fronte alla peggiore ondata di sempre: nell’ultimo mese in Thailandia i morti giornalieri sono quintuplicati, in Iran quadruplicati, in Tunisia triplicati. E finché il virus continuerà a circolare nei paesi meno fortunati, l’emergere di varianti capaci di eludere le barriere poste dalla vaccinazione è sempre dietro l’angolo.
Forse, per una volta, quella terza dose potrebbe davvero essere destinata al resto del mondo.
“Il mondo in tasca” si prende una piccola pausa, ci vediamo il 23 di agosto!
Leggi i 10 libri consigliati dagli analisti dell’ISPI: https://bit.ly/lettureISPI
🌎 HAITI: NUOVO TERREMOTO, VECCHI PROBLEMI?
💥 Una natura spietata
Più di 2200 morti e 12 mila feriti: questo il bilancio provvisorio e in costante crescita del terremoto di magnitudo 7.2 che il 14 agosto ha colpito Haiti. A distanza di 11 anni dal terribile sisma che provocò oltre 200 mila vittime, la “perla delle Antille” si trova ad affrontare una nuova emergenza, aggravata dal passaggio della tempesta tropicale Grace. Nonostante la drammaticità della situazione, con circa mezzo milione di haitiani bisognosi di assistenza umanitaria, in un paese in cui il 60% della popolazione già viveva in povertà, i soccorsi arrivano a singhiozzo e faticano a raggiungere le aree rurali.
🚚 Assalto alla diligenza
I primi aiuti sono giunti nel paese appena tre giorni dopo il terremoto (3 milioni di euro dalla UE, 22 tonnellate di attrezzature dagli Stati Uniti, 10 dall’Unicef). Il principale problema ora sono i saccheggi che stanno minando le operazioni di soccorso: camion di viveri e medicine assaltati e dirottati, da gang locali che ormai controllano le principali arterie stradali, ma anche da folle di disperati, in un paese fragile e ridotto allo stremo. I soccorritori si sono così trovati costretti a trasportare i rifornimenti a bordo dei pochi mezzi aerei e navali disponibili. Di fronte alle difficoltà del paese, alcuni politici haitiani di spicco hanno fornito pasti caldi e aerei privati: un gesto (anche) motivato dall’imminenza delle prossime elezioni generali.
🚧 Le macerie del 2010
Dopo il terremoto del 2010, i 13 miliardi di dollari stanziati dagli organismi internazionali, e i 12 mila gruppi di aiuto attivatisi per Haiti, rappresentarono una delle più grandi operazioni umanitarie mai realizzate. Il 90% di questi fondi è però stato destinato a organizzazioni estere, e soltanto l’1% alle ONG locali. La ricostruzione è poi proceduta lentamente (ancora nel 2020 si contavano più di 300 mila sfollati), segnata da numerosi scandali (come la dimostrata responsabilità delle forze di pace dell'ONU nel causare accidentalmente un'epidemia di colera nel paese). Oggi, è importante non ricadere in un déjà vu che farebbe soltanto del male a uno dei paesi più poveri del mondo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: NATO in ritirata. Su ispionline.it
💥 Una natura spietata
Più di 2200 morti e 12 mila feriti: questo il bilancio provvisorio e in costante crescita del terremoto di magnitudo 7.2 che il 14 agosto ha colpito Haiti. A distanza di 11 anni dal terribile sisma che provocò oltre 200 mila vittime, la “perla delle Antille” si trova ad affrontare una nuova emergenza, aggravata dal passaggio della tempesta tropicale Grace. Nonostante la drammaticità della situazione, con circa mezzo milione di haitiani bisognosi di assistenza umanitaria, in un paese in cui il 60% della popolazione già viveva in povertà, i soccorsi arrivano a singhiozzo e faticano a raggiungere le aree rurali.
🚚 Assalto alla diligenza
I primi aiuti sono giunti nel paese appena tre giorni dopo il terremoto (3 milioni di euro dalla UE, 22 tonnellate di attrezzature dagli Stati Uniti, 10 dall’Unicef). Il principale problema ora sono i saccheggi che stanno minando le operazioni di soccorso: camion di viveri e medicine assaltati e dirottati, da gang locali che ormai controllano le principali arterie stradali, ma anche da folle di disperati, in un paese fragile e ridotto allo stremo. I soccorritori si sono così trovati costretti a trasportare i rifornimenti a bordo dei pochi mezzi aerei e navali disponibili. Di fronte alle difficoltà del paese, alcuni politici haitiani di spicco hanno fornito pasti caldi e aerei privati: un gesto (anche) motivato dall’imminenza delle prossime elezioni generali.
🚧 Le macerie del 2010
Dopo il terremoto del 2010, i 13 miliardi di dollari stanziati dagli organismi internazionali, e i 12 mila gruppi di aiuto attivatisi per Haiti, rappresentarono una delle più grandi operazioni umanitarie mai realizzate. Il 90% di questi fondi è però stato destinato a organizzazioni estere, e soltanto l’1% alle ONG locali. La ricostruzione è poi proceduta lentamente (ancora nel 2020 si contavano più di 300 mila sfollati), segnata da numerosi scandali (come la dimostrata responsabilità delle forze di pace dell'ONU nel causare accidentalmente un'epidemia di colera nel paese). Oggi, è importante non ricadere in un déjà vu che farebbe soltanto del male a uno dei paesi più poveri del mondo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: NATO in ritirata. Su ispionline.it
🌏 USA IN ASEAN: NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE SUD-ORIENTALE?
👂 L’eco di Kabul
Continua la missione diplomatica americana nel Sud-est asiatico, tra i paesi ASEAN. La vicepresidente Kamala Harris è impegnata in questi giorni in un viaggio tra Singapore e Vietnam, due paesi non storicamente alleati ma che sono oggi partner strategici chiave nello scacchiere regionale. Il viaggio vuole anche rassicurare gli alleati che gli USA “are back” e riaffermare l’impegno americano in Asia, anche alla luce del disimpegno da Kabul.
🌊 Mari agitati
Molti i grandi temi toccati nelle discussioni bilaterali anche se, sullo sfondo, rimane la crescente assertività di Pechino, a cominciare dalle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Questa via d’acqua, ricca di petrolio e gas, attraverso cui passano merci pari a quasi 4 trilioni di dollari (circa il 20% delle esportazioni mondiali), è al centro di una partita geopolitica tra Cina e paesi dell’ASEAN. Pechino afferma di godere di diritti secolari su questo territorio, che però anche il tribunale internazionale dell’Aia non le ha riconosciuto, mentre il blocco ASEAN vorrebbe garantire il libero flusso delle merci. A “scaldare le acque” di questa diatriba c’è però la crescente presenza militare cinese, mal digerita dai paesi limitrofi (che ha aperto infatti un varco alla diplomazia americana).
💸 Pecunia non olet
Il viaggio della Harris (e di altri membri della nuova amministrazione USA) rientra nella nuova strategia di politica estera americana: deviare l'attenzione e le risorse dal Medio Oriente (anche) verso l’Indo-Pacifico, per contrastare la minaccia cinese. Eppure, nonostante il recente accordo militare con le Filippine, Washington non è ancora riuscita a far schierare alcuni paesi della regione contro il dragone, complici i loro profondi legami commerciali con Pechino (il Sud-est asiatico è ora il più grande partner commerciale della Cina ma solo il quarto più grande mercato per l’export USA).
La diplomazia del vaccino, gli investimenti diretti e la Via della Seta sono le carte che Pechino sta giocando nella regione. Qualche missione diplomatica Usa e molte dichiarazioni di principi potrebbero non bastare come risposta.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il ruolo del G7. Su ispionline.it
👂 L’eco di Kabul
Continua la missione diplomatica americana nel Sud-est asiatico, tra i paesi ASEAN. La vicepresidente Kamala Harris è impegnata in questi giorni in un viaggio tra Singapore e Vietnam, due paesi non storicamente alleati ma che sono oggi partner strategici chiave nello scacchiere regionale. Il viaggio vuole anche rassicurare gli alleati che gli USA “are back” e riaffermare l’impegno americano in Asia, anche alla luce del disimpegno da Kabul.
🌊 Mari agitati
Molti i grandi temi toccati nelle discussioni bilaterali anche se, sullo sfondo, rimane la crescente assertività di Pechino, a cominciare dalle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Questa via d’acqua, ricca di petrolio e gas, attraverso cui passano merci pari a quasi 4 trilioni di dollari (circa il 20% delle esportazioni mondiali), è al centro di una partita geopolitica tra Cina e paesi dell’ASEAN. Pechino afferma di godere di diritti secolari su questo territorio, che però anche il tribunale internazionale dell’Aia non le ha riconosciuto, mentre il blocco ASEAN vorrebbe garantire il libero flusso delle merci. A “scaldare le acque” di questa diatriba c’è però la crescente presenza militare cinese, mal digerita dai paesi limitrofi (che ha aperto infatti un varco alla diplomazia americana).
💸 Pecunia non olet
Il viaggio della Harris (e di altri membri della nuova amministrazione USA) rientra nella nuova strategia di politica estera americana: deviare l'attenzione e le risorse dal Medio Oriente (anche) verso l’Indo-Pacifico, per contrastare la minaccia cinese. Eppure, nonostante il recente accordo militare con le Filippine, Washington non è ancora riuscita a far schierare alcuni paesi della regione contro il dragone, complici i loro profondi legami commerciali con Pechino (il Sud-est asiatico è ora il più grande partner commerciale della Cina ma solo il quarto più grande mercato per l’export USA).
La diplomazia del vaccino, gli investimenti diretti e la Via della Seta sono le carte che Pechino sta giocando nella regione. Qualche missione diplomatica Usa e molte dichiarazioni di principi potrebbero non bastare come risposta.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il ruolo del G7. Su ispionline.it
🌎 L’AMERICA CHE VERRÀ
💨 Boccata di ossigeno per Biden
Prende forma l’America di Biden. La House of Representatives ha approvato ieri un piano di bilancio fino a 3500 miliardi di dollari, tassello fondamentale dell’agenda economica della nuova presidenza. I fondi, da finanziare tramite un aumento delle tasse per multinazionali e investitori, saranno principalmente destinati a rafforzare i programmi di sicurezza sociale per le famiglie a basso reddito e Medicare, l’assicurazione sanitaria per gli over 65. In un momento complicato per la sua amministrazione, Biden incassa un importante successo domestico (nonostante le spaccature anche all’interno degli stessi dem).
😦 Sul filo del rasoio
L’approvazione del piano di bilancio, pur senza valore di legge, è importante perché permette ai democratici di scrivere e far passare una futura legge di bilancio, in entrambe le camere, senza alcun voto repubblicano. Un espediente politico necessario considerata la maggioranza risicata nel Congresso (3 voti alla Camera, 0 al Senato), confermata anche ieri: 220 favorevoli, 212 contrari. Tutti i repubblicani hanno bocciato il piano (temendo che un nuovo peggioramento del deficit federale causi un’ulteriore ondata inflazionaria). Mentre tutti i democratici hanno votato per la mozione, nonostante le divisioni tra l’ala progressista – a favore di nuova spesa - e quella moderata – più vicina alle posizioni repubblicane.
📈 L’inflazione colpisce ancora?
Le divisioni all’interno del partito democratico riflettono le contraddizioni dello scenario economico americano. Da un lato, l’economia è già tornata al suo livello pre-pandemico, mentre furono necessari due anni per riprendersi dalla Grande Recessione (l’UE dovrebbe invece tornare al suo livello precrisi solo a fine 2021). Tuttavia, la crescita del PIL si è rivelata più debole del previsto nel secondo trimestre (6,5% vs 8,5%), e il tasso di inflazione risulta significativamente più alto che negli altri paesi sviluppati (+5,4% annuo a luglio rispetto al +2,2% dell’Eurozona). La visione di Biden dell’America del futuro si gioca in questi mesi: prevarrà l’inflazione, i moderati e una legge di bilancio più austera, o la crescita, i progressisti e il potenziamento del sistema di welfare?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il destino dei rifugiati. Su ispionline.it
💨 Boccata di ossigeno per Biden
Prende forma l’America di Biden. La House of Representatives ha approvato ieri un piano di bilancio fino a 3500 miliardi di dollari, tassello fondamentale dell’agenda economica della nuova presidenza. I fondi, da finanziare tramite un aumento delle tasse per multinazionali e investitori, saranno principalmente destinati a rafforzare i programmi di sicurezza sociale per le famiglie a basso reddito e Medicare, l’assicurazione sanitaria per gli over 65. In un momento complicato per la sua amministrazione, Biden incassa un importante successo domestico (nonostante le spaccature anche all’interno degli stessi dem).
😦 Sul filo del rasoio
L’approvazione del piano di bilancio, pur senza valore di legge, è importante perché permette ai democratici di scrivere e far passare una futura legge di bilancio, in entrambe le camere, senza alcun voto repubblicano. Un espediente politico necessario considerata la maggioranza risicata nel Congresso (3 voti alla Camera, 0 al Senato), confermata anche ieri: 220 favorevoli, 212 contrari. Tutti i repubblicani hanno bocciato il piano (temendo che un nuovo peggioramento del deficit federale causi un’ulteriore ondata inflazionaria). Mentre tutti i democratici hanno votato per la mozione, nonostante le divisioni tra l’ala progressista – a favore di nuova spesa - e quella moderata – più vicina alle posizioni repubblicane.
📈 L’inflazione colpisce ancora?
Le divisioni all’interno del partito democratico riflettono le contraddizioni dello scenario economico americano. Da un lato, l’economia è già tornata al suo livello pre-pandemico, mentre furono necessari due anni per riprendersi dalla Grande Recessione (l’UE dovrebbe invece tornare al suo livello precrisi solo a fine 2021). Tuttavia, la crescita del PIL si è rivelata più debole del previsto nel secondo trimestre (6,5% vs 8,5%), e il tasso di inflazione risulta significativamente più alto che negli altri paesi sviluppati (+5,4% annuo a luglio rispetto al +2,2% dell’Eurozona). La visione di Biden dell’America del futuro si gioca in questi mesi: prevarrà l’inflazione, i moderati e una legge di bilancio più austera, o la crescita, i progressisti e il potenziamento del sistema di welfare?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il destino dei rifugiati. Su ispionline.it
🌎 SPECIALE AFGHANISTAN: ESPLOSIONI A KABUL
💥 Oggi due forti esplosioni presso gli ingressi dell’aeroporto internazionale di Kabul hanno causato decine di morti e feriti (anche tra i soldati statunitensi). Secondo alcuni testimoni, tra loro ci sarebbero almeno tre soldati americani. Finora non ci sono state rivendicazioni ufficiali, ma i sospetti ricadono sull’Islamic State’s Khorasan Province (ISKP), gruppo terroristico dell'Asia Centrale affiliato al cosiddetto Stato islamico.
🇺🇸 Sospetti condivisi anche da Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente USA Joe Biden, che già domenica scorsa parlava di una “persistente” minaccia sulle operazioni di evacuazioni dall’aeroporto Hamid Karzai da parte dell’ISKP. I Talebani condannano l’attacco e riferiscono essere avvenuto in una zona controllata dalle truppe USA.
💣 Secondo altri, la dinamica degli attentati include vari colpi d’arma da fuoco ed esplosioni. Una tipologia di attacco già impiegata in precedenti attacchi in Afghanistan e che potrebbe confermare i sospetti sulla matrice terrorista. Mentre scriviamo, il presidente USA Joe Biden si trova nella “Situation room” della Casa Bianca, dove è stato informato delle due esplosioni.
➡️ LEGGI I COMMENTI A CALDO DEI NOSTRI ESPERTI SU https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-esplosioni-allaeroporto-di-kabul-31405
💥 Oggi due forti esplosioni presso gli ingressi dell’aeroporto internazionale di Kabul hanno causato decine di morti e feriti (anche tra i soldati statunitensi). Secondo alcuni testimoni, tra loro ci sarebbero almeno tre soldati americani. Finora non ci sono state rivendicazioni ufficiali, ma i sospetti ricadono sull’Islamic State’s Khorasan Province (ISKP), gruppo terroristico dell'Asia Centrale affiliato al cosiddetto Stato islamico.
🇺🇸 Sospetti condivisi anche da Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente USA Joe Biden, che già domenica scorsa parlava di una “persistente” minaccia sulle operazioni di evacuazioni dall’aeroporto Hamid Karzai da parte dell’ISKP. I Talebani condannano l’attacco e riferiscono essere avvenuto in una zona controllata dalle truppe USA.
💣 Secondo altri, la dinamica degli attentati include vari colpi d’arma da fuoco ed esplosioni. Una tipologia di attacco già impiegata in precedenti attacchi in Afghanistan e che potrebbe confermare i sospetti sulla matrice terrorista. Mentre scriviamo, il presidente USA Joe Biden si trova nella “Situation room” della Casa Bianca, dove è stato informato delle due esplosioni.
➡️ LEGGI I COMMENTI A CALDO DEI NOSTRI ESPERTI SU https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-esplosioni-allaeroporto-di-kabul-31405
🌎🌍 SUMMIT USA-ISRAELE: I PRESIDENTI CAMBIANO, LE PRIORITA’ NO
🤔 “Ossessione” Iran
Si è appena concluso, alla Casa Bianca, il primo incontro tra il premier israeliano Bennett e Joe Biden dopo 12 anni di governo Netanyahu. Bennett ha richiesto fondi e sostegno alla strategia israeliana per porre fine alle aspirazioni nucleari dell’Iran. Un vero e proprio piano B rispetto alla via diplomatica internazionale per ristabilire l'accordo nucleare del 2015 (da tre mesi in stand-by dopo l’insediamento in Iran del conservatore Raisi) considerata da Israele come potenzialmente superata visto che Teheran si dice essere non distante dall’ottenere l’atomica. Washington non chiude la porta ma ribadisce la propria diversità di vedute su questo e altri punti dell’agenda dell’incontro.
📏 Alleati sì, ma..
Per Biden, l’opzione diplomatica resta prioritaria e centrale per la riuscita del suo programma di politica estera. E dopo la débacle afghana, non può mancare questo appuntamento per convincere gli alleati che “America is back”. Divisioni si registrano anche sulla Cina, rivale numero uno per gli USA ma importante partner economico per Israele (oltre 20 miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi due decenni). Mentre ancora più netta è la contrapposizione sulla questione palestinese. Biden è a favore di una Palestina indipendente e vorrebbe riaprire il consolato per i palestinesi a Gerusalemme: tutto quello a cui Bennett e due terzi del suo parlamento si oppongono.
📁 I piani di Tel Aviv
Il viaggio di Bennett risponde ai timori di Israele (e non solo) che il disimpegno Usa nella regione apra le porte a un rafforzamento dell’assertività iraniana. Parallelamente, l’urgenza nel fermare il programma nucleare iraniano cela la volontà israeliana di proteggere il proprio status di unico stato mediorientale dotato di armi atomiche. Dato questo contesto, a prescindere dal sostegno americano, Tel Aviv intende formare una coalizione regionale di Paesi arabi con interessi comuni che respinga le mire espansionistiche di Teheran. Forse un’utopia in un Medio Oriente sempre più diviso.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Intervista esclusiva al generale John Allen, presidente di Brookings (maggiore think tank Usa) ed ex comandante delle forze NATO in Afghanistan. Su ispionline.it
🤔 “Ossessione” Iran
Si è appena concluso, alla Casa Bianca, il primo incontro tra il premier israeliano Bennett e Joe Biden dopo 12 anni di governo Netanyahu. Bennett ha richiesto fondi e sostegno alla strategia israeliana per porre fine alle aspirazioni nucleari dell’Iran. Un vero e proprio piano B rispetto alla via diplomatica internazionale per ristabilire l'accordo nucleare del 2015 (da tre mesi in stand-by dopo l’insediamento in Iran del conservatore Raisi) considerata da Israele come potenzialmente superata visto che Teheran si dice essere non distante dall’ottenere l’atomica. Washington non chiude la porta ma ribadisce la propria diversità di vedute su questo e altri punti dell’agenda dell’incontro.
📏 Alleati sì, ma..
Per Biden, l’opzione diplomatica resta prioritaria e centrale per la riuscita del suo programma di politica estera. E dopo la débacle afghana, non può mancare questo appuntamento per convincere gli alleati che “America is back”. Divisioni si registrano anche sulla Cina, rivale numero uno per gli USA ma importante partner economico per Israele (oltre 20 miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi due decenni). Mentre ancora più netta è la contrapposizione sulla questione palestinese. Biden è a favore di una Palestina indipendente e vorrebbe riaprire il consolato per i palestinesi a Gerusalemme: tutto quello a cui Bennett e due terzi del suo parlamento si oppongono.
📁 I piani di Tel Aviv
Il viaggio di Bennett risponde ai timori di Israele (e non solo) che il disimpegno Usa nella regione apra le porte a un rafforzamento dell’assertività iraniana. Parallelamente, l’urgenza nel fermare il programma nucleare iraniano cela la volontà israeliana di proteggere il proprio status di unico stato mediorientale dotato di armi atomiche. Dato questo contesto, a prescindere dal sostegno americano, Tel Aviv intende formare una coalizione regionale di Paesi arabi con interessi comuni che respinga le mire espansionistiche di Teheran. Forse un’utopia in un Medio Oriente sempre più diviso.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Intervista esclusiva al generale John Allen, presidente di Brookings (maggiore think tank Usa) ed ex comandante delle forze NATO in Afghanistan. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: LA BOMBA NELL’ARMADIO
☢️ Cinque minuti a mezzanotte
Dopo anni di ibernazione, a luglio la Corea del Nord avrebbe riattivato il reattore nucleare di Yongbyon. Una notizia giunta “in sordina”, ma che ha messo in allerta molti paesi.
Era infatti dal 2018 che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, espulsa dalla Corea del Nord nel 2009 pur continuando a monitorare la situazione via satellite, non rilevava tracce di attività nucleare nella centrale. Non a caso, lo stesso anno del primo vertice tra Kim Jong-un e Trump, a Singapore. Perché a Pyongyang geopolitica e nucleare vanno a braccetto.
🇰🇵 Kim, l’attention freak?
Nel 2019 i negoziati diretti tra Usa e Corea del Nord sul nucleare erano finiti su un binario morto proprio a causa del reattore di Yongbyon: in cambio del suo pensionamento, Kim chiedeva la fine delle sanzioni. Dagli anni Ottanta a oggi i negoziati con Pyongyang non hanno mai portato a un vero cambiamento, nonostante abbiano visti impegnati sette presidenti americani e tre generazioni di “Kim”.
Dal dialogo allargato con Obama ai bilaterali tra leader di Trump, ogni format ha suscitato grandi speranze prima che gli “sgarri” nordcoreani ne compromettessero i progressi o, addirittura, lo interrompessero anzitempo. I risultati? Al massimo qualche temporanea sospensione del programma nucleare nordcoreano e dei test missilistici. Che però poi sono sempre ripresi, specie quando il regime si è sentito “ignorato” dalla comunità internazionale e ha dovuto distogliere l’attenzione da crisi interne.
⏳Time will tell
E le crisi a Kim proprio non mancano, oggigiorno. Dalle sanzioni alla pandemia (nascosta dal regime, che continua a sostenere che nel paese ci siano “zero casi”), dai tifoni dell’anno scorso alle inondazioni delle ultime settimane. Crisi che hanno portato il paese sull’orlo del collasso alimentare: un pacco di caffè costa 100 dollari, e la FAO stima che le riserve di grano potrebbero bastare solo fino a novembre.
Con la riattivazione dell’impianto nucleare, la strategia di Kim (che si avvicina al suo decimo anno al potere) sembra la stessa di quella adottata dal padre e dal nonno: alzare la posta per tornare rapidamente nei radar di Washington. Che, di certo, di questi tempi sono sin troppo affollati.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, vigilia amara per Biden. Su ispionline.it
☢️ Cinque minuti a mezzanotte
Dopo anni di ibernazione, a luglio la Corea del Nord avrebbe riattivato il reattore nucleare di Yongbyon. Una notizia giunta “in sordina”, ma che ha messo in allerta molti paesi.
Era infatti dal 2018 che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, espulsa dalla Corea del Nord nel 2009 pur continuando a monitorare la situazione via satellite, non rilevava tracce di attività nucleare nella centrale. Non a caso, lo stesso anno del primo vertice tra Kim Jong-un e Trump, a Singapore. Perché a Pyongyang geopolitica e nucleare vanno a braccetto.
🇰🇵 Kim, l’attention freak?
Nel 2019 i negoziati diretti tra Usa e Corea del Nord sul nucleare erano finiti su un binario morto proprio a causa del reattore di Yongbyon: in cambio del suo pensionamento, Kim chiedeva la fine delle sanzioni. Dagli anni Ottanta a oggi i negoziati con Pyongyang non hanno mai portato a un vero cambiamento, nonostante abbiano visti impegnati sette presidenti americani e tre generazioni di “Kim”.
Dal dialogo allargato con Obama ai bilaterali tra leader di Trump, ogni format ha suscitato grandi speranze prima che gli “sgarri” nordcoreani ne compromettessero i progressi o, addirittura, lo interrompessero anzitempo. I risultati? Al massimo qualche temporanea sospensione del programma nucleare nordcoreano e dei test missilistici. Che però poi sono sempre ripresi, specie quando il regime si è sentito “ignorato” dalla comunità internazionale e ha dovuto distogliere l’attenzione da crisi interne.
⏳Time will tell
E le crisi a Kim proprio non mancano, oggigiorno. Dalle sanzioni alla pandemia (nascosta dal regime, che continua a sostenere che nel paese ci siano “zero casi”), dai tifoni dell’anno scorso alle inondazioni delle ultime settimane. Crisi che hanno portato il paese sull’orlo del collasso alimentare: un pacco di caffè costa 100 dollari, e la FAO stima che le riserve di grano potrebbero bastare solo fino a novembre.
Con la riattivazione dell’impianto nucleare, la strategia di Kim (che si avvicina al suo decimo anno al potere) sembra la stessa di quella adottata dal padre e dal nonno: alzare la posta per tornare rapidamente nei radar di Washington. Che, di certo, di questi tempi sono sin troppo affollati.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, vigilia amara per Biden. Su ispionline.it
🌎🌍 USA-UE: TENSIONE VIRALE
🚫 È stato bello finché è durato
Due mesi e mezzo: è quanto è durato il periodo in cui i cittadini americani hanno potuto compiere viaggi “non essenziali” verso l’UE con il benestare di Bruxelles. Ieri invece l’Unione europea ha rimosso gli Usa (e altri cinque paesi, tra cui Israele) dalla sua lista di “paesi sicuri”.
Adesso nella lista dell’Ue restano solo 19 stati al mondo, cinque dei quali comunque sul continente europeo. E così l’Europa torna a chiudersi.
💉 Vaccini e sospetti
E dire che speravamo che con i vaccini la pandemia fosse in fase calante. O, quantomeno, che la tregua concessa sarebbe stata maggiore. A metà giugno, l’Ue aveva incluso gli Stati Uniti tra i paesi sicuri: un enorme passo avanti, considerato che fino a febbraio il paese era nel pieno della sua seconda ondata. Ma da inizio luglio le infezioni giornaliere negli Usa sono tornate a crescere, e oggi sono decuplicate.
Cos’è successo? Primo, l’America più “trumpiana” ha uno zoccolo duro di persone che non vuole vaccinarsi (il 23% dei repubblicani dichiara che non si vaccinerà “di sicuro”). Secondo, la variante Delta è tre volte più contagiosa e due volte più letale dell’originale. Terzo, la protezione dall’infezione generata dal vaccino sembra decadere più velocemente del previsto, e il 29% degli americani è stato vaccinato più di sei mesi fa.
E così, inevitabilmente, da questa parte dell'Atlantico si guarda agli Usa con maggiore sospetto. Ma non c’è soltanto questo.
⚔️ Dente per dente?
Certo, le ragioni sanitarie giustificano la marcia indietro europea. Di sicuro però a giugno istituzioni Ue e governi europei erano rimasti scottati dalla scelta di Washington di non agire “con reciprocità”, includendo a sua volta i paesi Ue nella sua lista di paesi sicuri.
Una decisione del tutto inattesa, tanto che a Bruxelles non si erano neppure premurati di inserire la reciprocità tra le condizioni necessarie per aprire ai viaggi dagli States, come invece era stato fatto con Pechino. Insomma, al di là delle belle parole, l'amministrazione Biden non è sempre morbida con gli alleati. E nelle ultime settimane in Europa sembrano essersene accorti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, via da Kabul. Su ispionline.it
🚫 È stato bello finché è durato
Due mesi e mezzo: è quanto è durato il periodo in cui i cittadini americani hanno potuto compiere viaggi “non essenziali” verso l’UE con il benestare di Bruxelles. Ieri invece l’Unione europea ha rimosso gli Usa (e altri cinque paesi, tra cui Israele) dalla sua lista di “paesi sicuri”.
Adesso nella lista dell’Ue restano solo 19 stati al mondo, cinque dei quali comunque sul continente europeo. E così l’Europa torna a chiudersi.
💉 Vaccini e sospetti
E dire che speravamo che con i vaccini la pandemia fosse in fase calante. O, quantomeno, che la tregua concessa sarebbe stata maggiore. A metà giugno, l’Ue aveva incluso gli Stati Uniti tra i paesi sicuri: un enorme passo avanti, considerato che fino a febbraio il paese era nel pieno della sua seconda ondata. Ma da inizio luglio le infezioni giornaliere negli Usa sono tornate a crescere, e oggi sono decuplicate.
Cos’è successo? Primo, l’America più “trumpiana” ha uno zoccolo duro di persone che non vuole vaccinarsi (il 23% dei repubblicani dichiara che non si vaccinerà “di sicuro”). Secondo, la variante Delta è tre volte più contagiosa e due volte più letale dell’originale. Terzo, la protezione dall’infezione generata dal vaccino sembra decadere più velocemente del previsto, e il 29% degli americani è stato vaccinato più di sei mesi fa.
E così, inevitabilmente, da questa parte dell'Atlantico si guarda agli Usa con maggiore sospetto. Ma non c’è soltanto questo.
⚔️ Dente per dente?
Certo, le ragioni sanitarie giustificano la marcia indietro europea. Di sicuro però a giugno istituzioni Ue e governi europei erano rimasti scottati dalla scelta di Washington di non agire “con reciprocità”, includendo a sua volta i paesi Ue nella sua lista di paesi sicuri.
Una decisione del tutto inattesa, tanto che a Bruxelles non si erano neppure premurati di inserire la reciprocità tra le condizioni necessarie per aprire ai viaggi dagli States, come invece era stato fatto con Pechino. Insomma, al di là delle belle parole, l'amministrazione Biden non è sempre morbida con gli alleati. E nelle ultime settimane in Europa sembrano essersene accorti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, via da Kabul. Su ispionline.it
🌏 AFGHANISTAN: IL VUOTO CHE RESTA
🇺🇸 Fine di un'era
"È finita l’era delle operazioni militari che speravano di ricostruire i paesi”. E il ritiro è stato “un grande successo”. Così ieri Biden ha deciso di chiudere il capitolo Afghanistan, lungo una linea già tracciata nelle ultime settimane: rivendicando i benefici del ritiro e riconoscendo solo in subordine i problemi che lo hanno accompagnato.
A undici giorni dal ventennale dell’11 settembre, gli Usa archiviano così una guerra costata 2.300 miliardi di dollari e oltre 100.000 vittime.
💰 Un vuoto da riempire
Da settimane lo stato afghano non ha un governo o un esercito, un sistema bancario funzionante o un’amministrazione pubblica. Da parte sua, Washington ha sospeso gli aiuti e congelato 9 miliardi di dollari di riserve della Banca centrale afghana. Anche il Fondo monetario internazionale ha bloccato 460 milioni di dollari di finanziamenti urgenti.
Per un paese in cui l’80% delle entrate pubbliche dipendeva da aiuti esteri, la situazione si fa di ora in ora più drammatica. Nell’immediato, 3,5 milioni di afghani (il 9% della popolazione) hanno dovuto abbandonare la propria casa, e 14 milioni (il 37%) rischiano la fame. Nel medio periodo, poi, per sanità e istruzione servirebbero 2,5 miliardi di dollari l’anno: tantissimi per un paese la cui spesa pubblica, senza aiuti, si fermerebbe a 3 miliardi.
Adesso il rischio è che, se non si interviene presto, questo “vuoto” venga riempito da quel che resta: oppio, armi e signori della guerra.
🗺 Il vuoto che verrà?
Con la fine delle “forever wars” tramonta anche – definitivamente – il sogno dell’esportazione della democrazia. Previsto e inevitabile, il ritiro dall’Afghanistan fa riaffiorare le maggiori contraddizioni del primo anno di presidenza Biden.
Una presidenza americana che vuole difendere le democrazie, organizzando persino un “Summit” speciale per dicembre, ma che ha fallito nel suo più lungo esperimento di transizione. E che chiede di fidarsi di nuovo di Washington, ma si coordina in maniera pessima con gli alleati e allude quotidianamente alla necessità di disimpegno (quantomeno in Medio Oriente).
Per questo a Bruxelles torna a riecheggiare l’“autonomia strategica”. Un concetto forse evanescente, ma che ben dipinge la necessità per l’Ue di “diventare grande”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ucraina, Zelensky a Washington teme ‘l’effetto Afghanistan’. Su ispionline.it
🇺🇸 Fine di un'era
"È finita l’era delle operazioni militari che speravano di ricostruire i paesi”. E il ritiro è stato “un grande successo”. Così ieri Biden ha deciso di chiudere il capitolo Afghanistan, lungo una linea già tracciata nelle ultime settimane: rivendicando i benefici del ritiro e riconoscendo solo in subordine i problemi che lo hanno accompagnato.
A undici giorni dal ventennale dell’11 settembre, gli Usa archiviano così una guerra costata 2.300 miliardi di dollari e oltre 100.000 vittime.
💰 Un vuoto da riempire
Da settimane lo stato afghano non ha un governo o un esercito, un sistema bancario funzionante o un’amministrazione pubblica. Da parte sua, Washington ha sospeso gli aiuti e congelato 9 miliardi di dollari di riserve della Banca centrale afghana. Anche il Fondo monetario internazionale ha bloccato 460 milioni di dollari di finanziamenti urgenti.
Per un paese in cui l’80% delle entrate pubbliche dipendeva da aiuti esteri, la situazione si fa di ora in ora più drammatica. Nell’immediato, 3,5 milioni di afghani (il 9% della popolazione) hanno dovuto abbandonare la propria casa, e 14 milioni (il 37%) rischiano la fame. Nel medio periodo, poi, per sanità e istruzione servirebbero 2,5 miliardi di dollari l’anno: tantissimi per un paese la cui spesa pubblica, senza aiuti, si fermerebbe a 3 miliardi.
Adesso il rischio è che, se non si interviene presto, questo “vuoto” venga riempito da quel che resta: oppio, armi e signori della guerra.
🗺 Il vuoto che verrà?
Con la fine delle “forever wars” tramonta anche – definitivamente – il sogno dell’esportazione della democrazia. Previsto e inevitabile, il ritiro dall’Afghanistan fa riaffiorare le maggiori contraddizioni del primo anno di presidenza Biden.
Una presidenza americana che vuole difendere le democrazie, organizzando persino un “Summit” speciale per dicembre, ma che ha fallito nel suo più lungo esperimento di transizione. E che chiede di fidarsi di nuovo di Washington, ma si coordina in maniera pessima con gli alleati e allude quotidianamente alla necessità di disimpegno (quantomeno in Medio Oriente).
Per questo a Bruxelles torna a riecheggiare l’“autonomia strategica”. Un concetto forse evanescente, ma che ben dipinge la necessità per l’Ue di “diventare grande”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ucraina, Zelensky a Washington teme ‘l’effetto Afghanistan’. Su ispionline.it
🌍 PROFUGHI AFGHANI, CHE FARE?
⚖️ Cena delicata
Quando stasera Draghi incontrerà Macron, l’Afghanistan sarà ancora una delle più grandi questioni sul tavolo. Dopo le evacuazioni di emergenza, che hanno portato in Europa più di 20.000 persone (di cui quasi 5.000 in Italia e 2.800 in Francia), c’è da capire come aiutare chi rimane nel paese e chi raggiunge i paesi confinanti.
Roma sembra favorevole alla proposta di Parigi e Londra di istituire una “safe zone” intorno all’aeroporto di Kabul per consentire evacuazioni sicure. Ma all’Onu Cina e Russia l’hanno già respinta. E i dubbi non si fermano lì.
🇦🇫 Bloccati all’inferno
Malgrado la vittoria talebana, la stragrande maggioranza dei 38 milioni di afghani è rimasta “a casa propria”. Oltre a chi guarda con favore all’ascesa dei talebani, ci sono milioni di persone che non hanno mezzi per abbandonare il loro paese o che scelgono comunque di restare, malgrado la crisi umanitaria, alimentare e finanziaria che si sta abbattendo sul paese.
Certo, a ostacolare i movimenti in uscita ci sono anche le azioni degli altri, in particolare dei paesi confinanti. Pakistan e Iran, che già oggi ospitano rispettivamente 1,5 milioni e 800 mila rifugiati afghani, sanno che dovranno farsi carico della maggior parte dei flussi. Per questo da settimane l’esercito iraniano presidia il confine respingendo chi arriva, e il Pakistan tiene sotto stretto controllo i maggiori valichi di frontiera.
🇹🇷 L’Europa trema?
Forse, ma non per i motivi che si possono immaginare. L’Agenzia Onu per i rifugiati non si attende grandi movimenti in uscita dall’Afghanistan quest’anno. E d’altronde così era accaduto dopo il 1996, quando la presa talebana di Kabul aveva fatto aumentare solo di poco le richieste d’asilo in Europa.
Ma qualcosa si muove più vicino ai confini dell’Ue. La Turchia di Erdogan, che ha fatto costruire un muro di quasi 100 km al confine con l’Iran per scoraggiare nuovi arrivi, già prima della presa del potere da parte talebana ospitava 180.000 afghani registrati, che salgono a 400.000 includendo gli irregolari.
Se molti di loro si mettessero in viaggio, presto gli occhi dei governi europei tornerebbero a concentrarsi sulla Turchia. Con il rischio di dimenticarsi che il grosso dell’emergenza è, e resterà, altrove.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Texas ‘vieta’ l’aborto. L’ira di Biden. Su ispionline.it
⚖️ Cena delicata
Quando stasera Draghi incontrerà Macron, l’Afghanistan sarà ancora una delle più grandi questioni sul tavolo. Dopo le evacuazioni di emergenza, che hanno portato in Europa più di 20.000 persone (di cui quasi 5.000 in Italia e 2.800 in Francia), c’è da capire come aiutare chi rimane nel paese e chi raggiunge i paesi confinanti.
Roma sembra favorevole alla proposta di Parigi e Londra di istituire una “safe zone” intorno all’aeroporto di Kabul per consentire evacuazioni sicure. Ma all’Onu Cina e Russia l’hanno già respinta. E i dubbi non si fermano lì.
🇦🇫 Bloccati all’inferno
Malgrado la vittoria talebana, la stragrande maggioranza dei 38 milioni di afghani è rimasta “a casa propria”. Oltre a chi guarda con favore all’ascesa dei talebani, ci sono milioni di persone che non hanno mezzi per abbandonare il loro paese o che scelgono comunque di restare, malgrado la crisi umanitaria, alimentare e finanziaria che si sta abbattendo sul paese.
Certo, a ostacolare i movimenti in uscita ci sono anche le azioni degli altri, in particolare dei paesi confinanti. Pakistan e Iran, che già oggi ospitano rispettivamente 1,5 milioni e 800 mila rifugiati afghani, sanno che dovranno farsi carico della maggior parte dei flussi. Per questo da settimane l’esercito iraniano presidia il confine respingendo chi arriva, e il Pakistan tiene sotto stretto controllo i maggiori valichi di frontiera.
🇹🇷 L’Europa trema?
Forse, ma non per i motivi che si possono immaginare. L’Agenzia Onu per i rifugiati non si attende grandi movimenti in uscita dall’Afghanistan quest’anno. E d’altronde così era accaduto dopo il 1996, quando la presa talebana di Kabul aveva fatto aumentare solo di poco le richieste d’asilo in Europa.
Ma qualcosa si muove più vicino ai confini dell’Ue. La Turchia di Erdogan, che ha fatto costruire un muro di quasi 100 km al confine con l’Iran per scoraggiare nuovi arrivi, già prima della presa del potere da parte talebana ospitava 180.000 afghani registrati, che salgono a 400.000 includendo gli irregolari.
Se molti di loro si mettessero in viaggio, presto gli occhi dei governi europei tornerebbero a concentrarsi sulla Turchia. Con il rischio di dimenticarsi che il grosso dell’emergenza è, e resterà, altrove.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Il Texas ‘vieta’ l’aborto. L’ira di Biden. Su ispionline.it