🌍 BIELORUSSIA-UE: CRISI OLIMPICA
🏃♀️ Con le buone o con le cattive
Domenica la velocista bielorussa Krystsina Tsimanouskaya si è rifiutata di tornare a casa. L’ordine di rimpatrio era arrivato dopo che l’atleta, a Tokyo per i Giochi, aveva rivolto critiche ai suoi allenatori, interpretate come un affronto nazionale dal regime di Lukashenko.
Soccorsa in aeroporto, a Tsimanouskaya ieri la Polonia ha concesso un visto umanitario. Intanto il marito, che era in Bielorussia, è fuggito a Kiev. E un’associazione di atleti ha chiesto di espellere immediatamente la Bielorussia dai Giochi, denunciando il “tentato rapimento”.
🇧🇾 Personae non gratae
Il regime bielorusso tiene molto allo sport. Il presidente del Comitato olimpico nazionale è il figlio di Lukashenko, posizione ereditata dal padre a marzo. E, dopo le proteste di piazza dello scorso anno, 95 degli arrestati sono atleti professionisti.
Certo, la repressione non si è fermata lì. Dall’anno scorso gli arresti sono stati migliaia, e almeno 770 persone restano carcere in attesa di processo. A luglio Viktor Babariko, il principale avversario di Lukashenko ancora nel paese, è stato condannato a 14 anni di carcere.
Molti degli oppositori costretti all’esilio hanno scelto la Lituania, inclusa la leader Svetlana Tikhanovskaya. In risposta, Minsk ha cominciato a incoraggiare l’arrivo in Bielorussia di centinaia di migranti, che poi vengono inviati proprio verso la Lituania: sono già oltre 3.800 gli arrivi irregolari nel 2021, contro i 74 dell’intero 2020. Segnale che il regime non intende cessare i propri atti intimidatori.
🇪🇺 Non solo Minsk
Per l’Ue, la crisi ha riportato al pettine altri nodi irrisolti. Dal 2017, infatti, la Commissione europea ha attivato il meccanismo per proteggere lo stato di diritto contro la Polonia. Cioè proprio contro quello stesso governo che, concedendo il visto a Tsimanouskaya, oggi si erge a paladino di democrazia e libertà.
Sul fronte migranti l’Ue ha promesso 30 milioni di euro alla Lituania, ma non può certo rispedire le persone “al mittente” violando il diritto internazionale. Inoltre, il progetto lituano di costruire una barriera fisica alla frontiera con la Bielorussia ricorda il “muro” ungherese tanto criticato nel 2015.
Così Bruxelles si trova per le mani un’inaspettata crisi estiva, e poche opzioni per risolverla.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’implosione del Libano. Su ispionline.it
🏃♀️ Con le buone o con le cattive
Domenica la velocista bielorussa Krystsina Tsimanouskaya si è rifiutata di tornare a casa. L’ordine di rimpatrio era arrivato dopo che l’atleta, a Tokyo per i Giochi, aveva rivolto critiche ai suoi allenatori, interpretate come un affronto nazionale dal regime di Lukashenko.
Soccorsa in aeroporto, a Tsimanouskaya ieri la Polonia ha concesso un visto umanitario. Intanto il marito, che era in Bielorussia, è fuggito a Kiev. E un’associazione di atleti ha chiesto di espellere immediatamente la Bielorussia dai Giochi, denunciando il “tentato rapimento”.
🇧🇾 Personae non gratae
Il regime bielorusso tiene molto allo sport. Il presidente del Comitato olimpico nazionale è il figlio di Lukashenko, posizione ereditata dal padre a marzo. E, dopo le proteste di piazza dello scorso anno, 95 degli arrestati sono atleti professionisti.
Certo, la repressione non si è fermata lì. Dall’anno scorso gli arresti sono stati migliaia, e almeno 770 persone restano carcere in attesa di processo. A luglio Viktor Babariko, il principale avversario di Lukashenko ancora nel paese, è stato condannato a 14 anni di carcere.
Molti degli oppositori costretti all’esilio hanno scelto la Lituania, inclusa la leader Svetlana Tikhanovskaya. In risposta, Minsk ha cominciato a incoraggiare l’arrivo in Bielorussia di centinaia di migranti, che poi vengono inviati proprio verso la Lituania: sono già oltre 3.800 gli arrivi irregolari nel 2021, contro i 74 dell’intero 2020. Segnale che il regime non intende cessare i propri atti intimidatori.
🇪🇺 Non solo Minsk
Per l’Ue, la crisi ha riportato al pettine altri nodi irrisolti. Dal 2017, infatti, la Commissione europea ha attivato il meccanismo per proteggere lo stato di diritto contro la Polonia. Cioè proprio contro quello stesso governo che, concedendo il visto a Tsimanouskaya, oggi si erge a paladino di democrazia e libertà.
Sul fronte migranti l’Ue ha promesso 30 milioni di euro alla Lituania, ma non può certo rispedire le persone “al mittente” violando il diritto internazionale. Inoltre, il progetto lituano di costruire una barriera fisica alla frontiera con la Bielorussia ricorda il “muro” ungherese tanto criticato nel 2015.
Così Bruxelles si trova per le mani un’inaspettata crisi estiva, e poche opzioni per risolverla.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’implosione del Libano. Su ispionline.it
🌎 USA E VACCINI: LA GUERRA DEI GOVERNATORI
⚔️ Grane su due fronti
"Per favore, aiutateci. O quantomeno toglietevi di mezzo”. Sono le parole usate ieri da Joe Biden, che ha criticato duramente quei governatori repubblicani che ostacolano i tentativi della Casa Bianca di spingere le persone a vaccinarsi. Ma a togliersi di mezzo per primo rischia di dover essere Andrew Cuomo, governatore democratico dello stato di New York accusato di molestie sessuali, e tra i più ligi a insistere sull’obbligo vaccinale per i dipendenti statali.
Intanto diversi governatori repubblicani restano inamovibili. In Florida, per esempio, il governatore Abbott ha firmato un ordine esecutivo che impedisce ad amministrazioni pubbliche e agenzie statali di obbligare i propri dipendenti a vaccinarsi.
💉 No more “America First”
L’irritazione di Biden è comprensibile. A maggio aveva fissato un obiettivo: somministrare almeno una dose di vaccino al 70% della popolazione americana adulta entro il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza. Alla fine quell’obiettivo è stato raggiunto, ma il 2 agosto. E nel frattempo è arrivato un altro smacco: l’Ue, che nei mesi scorsi era rimasta indietro nella campagna vaccinale, a fine luglio ha superato gli Usa nella quota di popolazione pienamente vaccinata.
Adesso a Biden servono risultati. Anche perché la variante Delta ormai imperversa: i casi sono quintuplicati nell’ultimo mese, e anche i decessi hanno ripreso ad aumentare. Soprattutto nelle contee con meno vaccinati.
🇺🇸 Disobbedienza “civile”?
Malgrado la crescente opposizione dei repubblicani (che peraltro ricorda quella dei governatori democratici contro le politiche sull’immigrazione di Trump), Biden aveva evitato sinora di buttarla in politica. Ma la questione politica lo è già pienamente: negli stati americani che più hanno votato per Trump a novembre la quota di vaccinati si ferma al 45%, contro una media del 70% degli stati più “democratici”.
L’insistenza di Biden ha anche altre ragioni: il presidente sa di avere molte altre questioni in agenda che richiederanno lunghi negoziati e maggioranze larghe, dai suoi piani su infrastrutture e investimenti a quelli per rafforzare il welfare state. Ma lo sbarco di Delta negli Stati Uniti, insieme all’ostilità di molti governatori (e adesso i "panni sporchi" dell'affaire Cuomo), rischiano di non permetterglielo ancora per molto tempo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, un fiume di sangue. Su ispionline.it
⚔️ Grane su due fronti
"Per favore, aiutateci. O quantomeno toglietevi di mezzo”. Sono le parole usate ieri da Joe Biden, che ha criticato duramente quei governatori repubblicani che ostacolano i tentativi della Casa Bianca di spingere le persone a vaccinarsi. Ma a togliersi di mezzo per primo rischia di dover essere Andrew Cuomo, governatore democratico dello stato di New York accusato di molestie sessuali, e tra i più ligi a insistere sull’obbligo vaccinale per i dipendenti statali.
Intanto diversi governatori repubblicani restano inamovibili. In Florida, per esempio, il governatore Abbott ha firmato un ordine esecutivo che impedisce ad amministrazioni pubbliche e agenzie statali di obbligare i propri dipendenti a vaccinarsi.
💉 No more “America First”
L’irritazione di Biden è comprensibile. A maggio aveva fissato un obiettivo: somministrare almeno una dose di vaccino al 70% della popolazione americana adulta entro il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza. Alla fine quell’obiettivo è stato raggiunto, ma il 2 agosto. E nel frattempo è arrivato un altro smacco: l’Ue, che nei mesi scorsi era rimasta indietro nella campagna vaccinale, a fine luglio ha superato gli Usa nella quota di popolazione pienamente vaccinata.
Adesso a Biden servono risultati. Anche perché la variante Delta ormai imperversa: i casi sono quintuplicati nell’ultimo mese, e anche i decessi hanno ripreso ad aumentare. Soprattutto nelle contee con meno vaccinati.
🇺🇸 Disobbedienza “civile”?
Malgrado la crescente opposizione dei repubblicani (che peraltro ricorda quella dei governatori democratici contro le politiche sull’immigrazione di Trump), Biden aveva evitato sinora di buttarla in politica. Ma la questione politica lo è già pienamente: negli stati americani che più hanno votato per Trump a novembre la quota di vaccinati si ferma al 45%, contro una media del 70% degli stati più “democratici”.
L’insistenza di Biden ha anche altre ragioni: il presidente sa di avere molte altre questioni in agenda che richiederanno lunghi negoziati e maggioranze larghe, dai suoi piani su infrastrutture e investimenti a quelli per rafforzare il welfare state. Ma lo sbarco di Delta negli Stati Uniti, insieme all’ostilità di molti governatori (e adesso i "panni sporchi" dell'affaire Cuomo), rischiano di non permetterglielo ancora per molto tempo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, un fiume di sangue. Su ispionline.it
🌍 MEDITERRANEO IN FIAMME
🧯 Clima incandescente
Fiamme che divorano boschi e abitazioni, migliaia di evacuati, decine di morti. Gli incendi continuano a bruciare ettari di Mediterraneo, in quella che è una delle emergenze più grandi degli ultimi anni per un’area che va dalla Turchia alla Spagna, passando per Grecia e Sicilia.
L’ondata di calore, con picchi mai registrati sinora (49 gradi in Turchia e 46 in Grecia) dura ormai da settimane e in diverse regioni è la peggiore da almeno quarant’anni. Intorno ad Atene, 81 focolai indipendenti complicano il lavoro di pompieri e soccorritori. E in Italia solo questo weekend si sono registrati più di 800 incendi.
🔥 La pistola fumante
Le ondate di calore non sono certo un fenomeno nuovo. Ogni anno decine di migliaia di persone muoiono nel mondo a causa del calore eccessivo, e c’è sempre qualche settimana d’estate in cui “il caldo” domina le prime pagine. In Europa l’anno record per le morti causate dal caldo fu il 2018 (105.000 vittime), mentre l’anno peggiore per temperature resta il 2019 (record quasi ovunque).
Ma quest’anno sembra già fare storia a sé, con ondate di calore che si spingono verso zone raramente raggiunte (basti pensare ai 50 gradi in Canada). Secondo gli ultimi studi il cambiamento climatico avrebbe reso gli eventi estremi dieci volte più probabili, aggiungendo già oggi in Europa 2-5 gradi alle temperature massime nei periodi di caldo estremo.
🎯 Obiettivi fuori fuoco
Lunedì il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) pubblicherà un rapporto che sistematizza le conoscenze scientifiche più recenti sul clima. Servirà a catalizzare l’attenzione sulla COP26 a presidenza italo-britannica del prossimo autunno. Sei anni dopo Parigi, i paesi dovranno dimostrare di essere pronti a intraprendere azioni concrete, oltre agli impegni.
Soprattutto perché, malgrado anche gli USA di Biden sembrino finalmente fare sul serio (dopo Cina e Ue, proprio oggi Washington ha annunciato che entro il 2030 metà dei veicoli venduti sarà elettrico), siamo ancora lontani dall’obiettivo di limitare a 1,5°C il riscaldamento globale. La speranza è che, dove non arriverà da sola la “corsa alla supremazia tecnologica verde”, almeno la frequenza degli eventi estremi indichi al mondo la strada da seguire.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Iran di Raisi di fronte alla sfida del nucleare. Su ispionline.it
🧯 Clima incandescente
Fiamme che divorano boschi e abitazioni, migliaia di evacuati, decine di morti. Gli incendi continuano a bruciare ettari di Mediterraneo, in quella che è una delle emergenze più grandi degli ultimi anni per un’area che va dalla Turchia alla Spagna, passando per Grecia e Sicilia.
L’ondata di calore, con picchi mai registrati sinora (49 gradi in Turchia e 46 in Grecia) dura ormai da settimane e in diverse regioni è la peggiore da almeno quarant’anni. Intorno ad Atene, 81 focolai indipendenti complicano il lavoro di pompieri e soccorritori. E in Italia solo questo weekend si sono registrati più di 800 incendi.
🔥 La pistola fumante
Le ondate di calore non sono certo un fenomeno nuovo. Ogni anno decine di migliaia di persone muoiono nel mondo a causa del calore eccessivo, e c’è sempre qualche settimana d’estate in cui “il caldo” domina le prime pagine. In Europa l’anno record per le morti causate dal caldo fu il 2018 (105.000 vittime), mentre l’anno peggiore per temperature resta il 2019 (record quasi ovunque).
Ma quest’anno sembra già fare storia a sé, con ondate di calore che si spingono verso zone raramente raggiunte (basti pensare ai 50 gradi in Canada). Secondo gli ultimi studi il cambiamento climatico avrebbe reso gli eventi estremi dieci volte più probabili, aggiungendo già oggi in Europa 2-5 gradi alle temperature massime nei periodi di caldo estremo.
🎯 Obiettivi fuori fuoco
Lunedì il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) pubblicherà un rapporto che sistematizza le conoscenze scientifiche più recenti sul clima. Servirà a catalizzare l’attenzione sulla COP26 a presidenza italo-britannica del prossimo autunno. Sei anni dopo Parigi, i paesi dovranno dimostrare di essere pronti a intraprendere azioni concrete, oltre agli impegni.
Soprattutto perché, malgrado anche gli USA di Biden sembrino finalmente fare sul serio (dopo Cina e Ue, proprio oggi Washington ha annunciato che entro il 2030 metà dei veicoli venduti sarà elettrico), siamo ancora lontani dall’obiettivo di limitare a 1,5°C il riscaldamento globale. La speranza è che, dove non arriverà da sola la “corsa alla supremazia tecnologica verde”, almeno la frequenza degli eventi estremi indichi al mondo la strada da seguire.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Iran di Raisi di fronte alla sfida del nucleare. Su ispionline.it
🌍 UE-MONDO: TERZA ONDATA, TERZA DOSE?
⛔️ Non c’è due senza tre
Non offrite la terza dose di vaccino: è l’appello arrivato mercoledì dall’OMS, che vorrebbe che i paesi ricchi rimandassero i loro piani di somministrare una terza dose almeno fino a fine settembre. Un tempo necessario per evitare che le poche dosi "sul mercato” prendano ancora la strada del Nord del mondo anziché quella dei paesi in via di sviluppo, alle prese con un’esplosione di casi da variante Delta.
Ieri però dai paesi avanzati la risposta è arrivata, unanime e secca: no. Dagli Usa a Israele, passando per Francia e Germania, tutti hanno definito eccessive le richieste dell’OMS. Secondo la Casa Bianca, le due cose “possono andare di pari passo”.
🇪🇺 Ue: mission accomplished?
Di sicuro la campagna vaccinale in Unione europea sta andando meglio di quanto ci si potesse attendere. Il blocco a 27 è vicino a quello che solo pochi mesi fa sembrava un traguardo irraggiungibile: vaccinare il 70% della propria popolazione adulta entro la fine dell’estate (oggi siamo al 60%).
Nel frattempo però l’arrivo della variante Delta, molto più trasmissibile, ha reso meno utile il target Ue: anche con il 70% della popolazione adulta vaccinata, l’immunità di gregge è lontanissima (per raggiungerla dovrebbe essere immune il 90-95% della popolazione totale). E il decadimento dell’immunità nella popolazione fragile è alla base delle proposte di terza dose.
💉 Lasciati indietro
A oggi i paesi ad alto reddito hanno somministrato 101 dosi di vaccino ogni 100 abitanti. Numeri che cozzano con le 1,7 dosi somministrate ogni 100 abitanti nei 30 paesi più poveri del mondo. Disuguaglianze così alte possono essere giustificate solo in parte dal fatto che proprio nei paesi avanzati si concentrino oltre due terzi degli over-65 mondiali.
Intanto proprio le regioni del mondo poco vaccinate sono di fronte alla peggiore ondata di sempre: nell’ultimo mese in Thailandia i morti giornalieri sono quintuplicati, in Iran quadruplicati, in Tunisia triplicati. E finché il virus continuerà a circolare nei paesi meno fortunati, l’emergere di varianti capaci di eludere le barriere poste dalla vaccinazione è sempre dietro l’angolo.
Forse, per una volta, quella terza dose potrebbe davvero essere destinata al resto del mondo.
“Il mondo in tasca” si prende una piccola pausa, ci vediamo il 23 di agosto!
Leggi i 10 libri consigliati dagli analisti dell’ISPI: https://bit.ly/lettureISPI
⛔️ Non c’è due senza tre
Non offrite la terza dose di vaccino: è l’appello arrivato mercoledì dall’OMS, che vorrebbe che i paesi ricchi rimandassero i loro piani di somministrare una terza dose almeno fino a fine settembre. Un tempo necessario per evitare che le poche dosi "sul mercato” prendano ancora la strada del Nord del mondo anziché quella dei paesi in via di sviluppo, alle prese con un’esplosione di casi da variante Delta.
Ieri però dai paesi avanzati la risposta è arrivata, unanime e secca: no. Dagli Usa a Israele, passando per Francia e Germania, tutti hanno definito eccessive le richieste dell’OMS. Secondo la Casa Bianca, le due cose “possono andare di pari passo”.
🇪🇺 Ue: mission accomplished?
Di sicuro la campagna vaccinale in Unione europea sta andando meglio di quanto ci si potesse attendere. Il blocco a 27 è vicino a quello che solo pochi mesi fa sembrava un traguardo irraggiungibile: vaccinare il 70% della propria popolazione adulta entro la fine dell’estate (oggi siamo al 60%).
Nel frattempo però l’arrivo della variante Delta, molto più trasmissibile, ha reso meno utile il target Ue: anche con il 70% della popolazione adulta vaccinata, l’immunità di gregge è lontanissima (per raggiungerla dovrebbe essere immune il 90-95% della popolazione totale). E il decadimento dell’immunità nella popolazione fragile è alla base delle proposte di terza dose.
💉 Lasciati indietro
A oggi i paesi ad alto reddito hanno somministrato 101 dosi di vaccino ogni 100 abitanti. Numeri che cozzano con le 1,7 dosi somministrate ogni 100 abitanti nei 30 paesi più poveri del mondo. Disuguaglianze così alte possono essere giustificate solo in parte dal fatto che proprio nei paesi avanzati si concentrino oltre due terzi degli over-65 mondiali.
Intanto proprio le regioni del mondo poco vaccinate sono di fronte alla peggiore ondata di sempre: nell’ultimo mese in Thailandia i morti giornalieri sono quintuplicati, in Iran quadruplicati, in Tunisia triplicati. E finché il virus continuerà a circolare nei paesi meno fortunati, l’emergere di varianti capaci di eludere le barriere poste dalla vaccinazione è sempre dietro l’angolo.
Forse, per una volta, quella terza dose potrebbe davvero essere destinata al resto del mondo.
“Il mondo in tasca” si prende una piccola pausa, ci vediamo il 23 di agosto!
Leggi i 10 libri consigliati dagli analisti dell’ISPI: https://bit.ly/lettureISPI
🌎 HAITI: NUOVO TERREMOTO, VECCHI PROBLEMI?
💥 Una natura spietata
Più di 2200 morti e 12 mila feriti: questo il bilancio provvisorio e in costante crescita del terremoto di magnitudo 7.2 che il 14 agosto ha colpito Haiti. A distanza di 11 anni dal terribile sisma che provocò oltre 200 mila vittime, la “perla delle Antille” si trova ad affrontare una nuova emergenza, aggravata dal passaggio della tempesta tropicale Grace. Nonostante la drammaticità della situazione, con circa mezzo milione di haitiani bisognosi di assistenza umanitaria, in un paese in cui il 60% della popolazione già viveva in povertà, i soccorsi arrivano a singhiozzo e faticano a raggiungere le aree rurali.
🚚 Assalto alla diligenza
I primi aiuti sono giunti nel paese appena tre giorni dopo il terremoto (3 milioni di euro dalla UE, 22 tonnellate di attrezzature dagli Stati Uniti, 10 dall’Unicef). Il principale problema ora sono i saccheggi che stanno minando le operazioni di soccorso: camion di viveri e medicine assaltati e dirottati, da gang locali che ormai controllano le principali arterie stradali, ma anche da folle di disperati, in un paese fragile e ridotto allo stremo. I soccorritori si sono così trovati costretti a trasportare i rifornimenti a bordo dei pochi mezzi aerei e navali disponibili. Di fronte alle difficoltà del paese, alcuni politici haitiani di spicco hanno fornito pasti caldi e aerei privati: un gesto (anche) motivato dall’imminenza delle prossime elezioni generali.
🚧 Le macerie del 2010
Dopo il terremoto del 2010, i 13 miliardi di dollari stanziati dagli organismi internazionali, e i 12 mila gruppi di aiuto attivatisi per Haiti, rappresentarono una delle più grandi operazioni umanitarie mai realizzate. Il 90% di questi fondi è però stato destinato a organizzazioni estere, e soltanto l’1% alle ONG locali. La ricostruzione è poi proceduta lentamente (ancora nel 2020 si contavano più di 300 mila sfollati), segnata da numerosi scandali (come la dimostrata responsabilità delle forze di pace dell'ONU nel causare accidentalmente un'epidemia di colera nel paese). Oggi, è importante non ricadere in un déjà vu che farebbe soltanto del male a uno dei paesi più poveri del mondo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: NATO in ritirata. Su ispionline.it
💥 Una natura spietata
Più di 2200 morti e 12 mila feriti: questo il bilancio provvisorio e in costante crescita del terremoto di magnitudo 7.2 che il 14 agosto ha colpito Haiti. A distanza di 11 anni dal terribile sisma che provocò oltre 200 mila vittime, la “perla delle Antille” si trova ad affrontare una nuova emergenza, aggravata dal passaggio della tempesta tropicale Grace. Nonostante la drammaticità della situazione, con circa mezzo milione di haitiani bisognosi di assistenza umanitaria, in un paese in cui il 60% della popolazione già viveva in povertà, i soccorsi arrivano a singhiozzo e faticano a raggiungere le aree rurali.
🚚 Assalto alla diligenza
I primi aiuti sono giunti nel paese appena tre giorni dopo il terremoto (3 milioni di euro dalla UE, 22 tonnellate di attrezzature dagli Stati Uniti, 10 dall’Unicef). Il principale problema ora sono i saccheggi che stanno minando le operazioni di soccorso: camion di viveri e medicine assaltati e dirottati, da gang locali che ormai controllano le principali arterie stradali, ma anche da folle di disperati, in un paese fragile e ridotto allo stremo. I soccorritori si sono così trovati costretti a trasportare i rifornimenti a bordo dei pochi mezzi aerei e navali disponibili. Di fronte alle difficoltà del paese, alcuni politici haitiani di spicco hanno fornito pasti caldi e aerei privati: un gesto (anche) motivato dall’imminenza delle prossime elezioni generali.
🚧 Le macerie del 2010
Dopo il terremoto del 2010, i 13 miliardi di dollari stanziati dagli organismi internazionali, e i 12 mila gruppi di aiuto attivatisi per Haiti, rappresentarono una delle più grandi operazioni umanitarie mai realizzate. Il 90% di questi fondi è però stato destinato a organizzazioni estere, e soltanto l’1% alle ONG locali. La ricostruzione è poi proceduta lentamente (ancora nel 2020 si contavano più di 300 mila sfollati), segnata da numerosi scandali (come la dimostrata responsabilità delle forze di pace dell'ONU nel causare accidentalmente un'epidemia di colera nel paese). Oggi, è importante non ricadere in un déjà vu che farebbe soltanto del male a uno dei paesi più poveri del mondo.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: NATO in ritirata. Su ispionline.it
🌏 USA IN ASEAN: NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE SUD-ORIENTALE?
👂 L’eco di Kabul
Continua la missione diplomatica americana nel Sud-est asiatico, tra i paesi ASEAN. La vicepresidente Kamala Harris è impegnata in questi giorni in un viaggio tra Singapore e Vietnam, due paesi non storicamente alleati ma che sono oggi partner strategici chiave nello scacchiere regionale. Il viaggio vuole anche rassicurare gli alleati che gli USA “are back” e riaffermare l’impegno americano in Asia, anche alla luce del disimpegno da Kabul.
🌊 Mari agitati
Molti i grandi temi toccati nelle discussioni bilaterali anche se, sullo sfondo, rimane la crescente assertività di Pechino, a cominciare dalle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Questa via d’acqua, ricca di petrolio e gas, attraverso cui passano merci pari a quasi 4 trilioni di dollari (circa il 20% delle esportazioni mondiali), è al centro di una partita geopolitica tra Cina e paesi dell’ASEAN. Pechino afferma di godere di diritti secolari su questo territorio, che però anche il tribunale internazionale dell’Aia non le ha riconosciuto, mentre il blocco ASEAN vorrebbe garantire il libero flusso delle merci. A “scaldare le acque” di questa diatriba c’è però la crescente presenza militare cinese, mal digerita dai paesi limitrofi (che ha aperto infatti un varco alla diplomazia americana).
💸 Pecunia non olet
Il viaggio della Harris (e di altri membri della nuova amministrazione USA) rientra nella nuova strategia di politica estera americana: deviare l'attenzione e le risorse dal Medio Oriente (anche) verso l’Indo-Pacifico, per contrastare la minaccia cinese. Eppure, nonostante il recente accordo militare con le Filippine, Washington non è ancora riuscita a far schierare alcuni paesi della regione contro il dragone, complici i loro profondi legami commerciali con Pechino (il Sud-est asiatico è ora il più grande partner commerciale della Cina ma solo il quarto più grande mercato per l’export USA).
La diplomazia del vaccino, gli investimenti diretti e la Via della Seta sono le carte che Pechino sta giocando nella regione. Qualche missione diplomatica Usa e molte dichiarazioni di principi potrebbero non bastare come risposta.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il ruolo del G7. Su ispionline.it
👂 L’eco di Kabul
Continua la missione diplomatica americana nel Sud-est asiatico, tra i paesi ASEAN. La vicepresidente Kamala Harris è impegnata in questi giorni in un viaggio tra Singapore e Vietnam, due paesi non storicamente alleati ma che sono oggi partner strategici chiave nello scacchiere regionale. Il viaggio vuole anche rassicurare gli alleati che gli USA “are back” e riaffermare l’impegno americano in Asia, anche alla luce del disimpegno da Kabul.
🌊 Mari agitati
Molti i grandi temi toccati nelle discussioni bilaterali anche se, sullo sfondo, rimane la crescente assertività di Pechino, a cominciare dalle rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale. Questa via d’acqua, ricca di petrolio e gas, attraverso cui passano merci pari a quasi 4 trilioni di dollari (circa il 20% delle esportazioni mondiali), è al centro di una partita geopolitica tra Cina e paesi dell’ASEAN. Pechino afferma di godere di diritti secolari su questo territorio, che però anche il tribunale internazionale dell’Aia non le ha riconosciuto, mentre il blocco ASEAN vorrebbe garantire il libero flusso delle merci. A “scaldare le acque” di questa diatriba c’è però la crescente presenza militare cinese, mal digerita dai paesi limitrofi (che ha aperto infatti un varco alla diplomazia americana).
💸 Pecunia non olet
Il viaggio della Harris (e di altri membri della nuova amministrazione USA) rientra nella nuova strategia di politica estera americana: deviare l'attenzione e le risorse dal Medio Oriente (anche) verso l’Indo-Pacifico, per contrastare la minaccia cinese. Eppure, nonostante il recente accordo militare con le Filippine, Washington non è ancora riuscita a far schierare alcuni paesi della regione contro il dragone, complici i loro profondi legami commerciali con Pechino (il Sud-est asiatico è ora il più grande partner commerciale della Cina ma solo il quarto più grande mercato per l’export USA).
La diplomazia del vaccino, gli investimenti diretti e la Via della Seta sono le carte che Pechino sta giocando nella regione. Qualche missione diplomatica Usa e molte dichiarazioni di principi potrebbero non bastare come risposta.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il ruolo del G7. Su ispionline.it
🌎 L’AMERICA CHE VERRÀ
💨 Boccata di ossigeno per Biden
Prende forma l’America di Biden. La House of Representatives ha approvato ieri un piano di bilancio fino a 3500 miliardi di dollari, tassello fondamentale dell’agenda economica della nuova presidenza. I fondi, da finanziare tramite un aumento delle tasse per multinazionali e investitori, saranno principalmente destinati a rafforzare i programmi di sicurezza sociale per le famiglie a basso reddito e Medicare, l’assicurazione sanitaria per gli over 65. In un momento complicato per la sua amministrazione, Biden incassa un importante successo domestico (nonostante le spaccature anche all’interno degli stessi dem).
😦 Sul filo del rasoio
L’approvazione del piano di bilancio, pur senza valore di legge, è importante perché permette ai democratici di scrivere e far passare una futura legge di bilancio, in entrambe le camere, senza alcun voto repubblicano. Un espediente politico necessario considerata la maggioranza risicata nel Congresso (3 voti alla Camera, 0 al Senato), confermata anche ieri: 220 favorevoli, 212 contrari. Tutti i repubblicani hanno bocciato il piano (temendo che un nuovo peggioramento del deficit federale causi un’ulteriore ondata inflazionaria). Mentre tutti i democratici hanno votato per la mozione, nonostante le divisioni tra l’ala progressista – a favore di nuova spesa - e quella moderata – più vicina alle posizioni repubblicane.
📈 L’inflazione colpisce ancora?
Le divisioni all’interno del partito democratico riflettono le contraddizioni dello scenario economico americano. Da un lato, l’economia è già tornata al suo livello pre-pandemico, mentre furono necessari due anni per riprendersi dalla Grande Recessione (l’UE dovrebbe invece tornare al suo livello precrisi solo a fine 2021). Tuttavia, la crescita del PIL si è rivelata più debole del previsto nel secondo trimestre (6,5% vs 8,5%), e il tasso di inflazione risulta significativamente più alto che negli altri paesi sviluppati (+5,4% annuo a luglio rispetto al +2,2% dell’Eurozona). La visione di Biden dell’America del futuro si gioca in questi mesi: prevarrà l’inflazione, i moderati e una legge di bilancio più austera, o la crescita, i progressisti e il potenziamento del sistema di welfare?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il destino dei rifugiati. Su ispionline.it
💨 Boccata di ossigeno per Biden
Prende forma l’America di Biden. La House of Representatives ha approvato ieri un piano di bilancio fino a 3500 miliardi di dollari, tassello fondamentale dell’agenda economica della nuova presidenza. I fondi, da finanziare tramite un aumento delle tasse per multinazionali e investitori, saranno principalmente destinati a rafforzare i programmi di sicurezza sociale per le famiglie a basso reddito e Medicare, l’assicurazione sanitaria per gli over 65. In un momento complicato per la sua amministrazione, Biden incassa un importante successo domestico (nonostante le spaccature anche all’interno degli stessi dem).
😦 Sul filo del rasoio
L’approvazione del piano di bilancio, pur senza valore di legge, è importante perché permette ai democratici di scrivere e far passare una futura legge di bilancio, in entrambe le camere, senza alcun voto repubblicano. Un espediente politico necessario considerata la maggioranza risicata nel Congresso (3 voti alla Camera, 0 al Senato), confermata anche ieri: 220 favorevoli, 212 contrari. Tutti i repubblicani hanno bocciato il piano (temendo che un nuovo peggioramento del deficit federale causi un’ulteriore ondata inflazionaria). Mentre tutti i democratici hanno votato per la mozione, nonostante le divisioni tra l’ala progressista – a favore di nuova spesa - e quella moderata – più vicina alle posizioni repubblicane.
📈 L’inflazione colpisce ancora?
Le divisioni all’interno del partito democratico riflettono le contraddizioni dello scenario economico americano. Da un lato, l’economia è già tornata al suo livello pre-pandemico, mentre furono necessari due anni per riprendersi dalla Grande Recessione (l’UE dovrebbe invece tornare al suo livello precrisi solo a fine 2021). Tuttavia, la crescita del PIL si è rivelata più debole del previsto nel secondo trimestre (6,5% vs 8,5%), e il tasso di inflazione risulta significativamente più alto che negli altri paesi sviluppati (+5,4% annuo a luglio rispetto al +2,2% dell’Eurozona). La visione di Biden dell’America del futuro si gioca in questi mesi: prevarrà l’inflazione, i moderati e una legge di bilancio più austera, o la crescita, i progressisti e il potenziamento del sistema di welfare?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan: il destino dei rifugiati. Su ispionline.it
🌎 SPECIALE AFGHANISTAN: ESPLOSIONI A KABUL
💥 Oggi due forti esplosioni presso gli ingressi dell’aeroporto internazionale di Kabul hanno causato decine di morti e feriti (anche tra i soldati statunitensi). Secondo alcuni testimoni, tra loro ci sarebbero almeno tre soldati americani. Finora non ci sono state rivendicazioni ufficiali, ma i sospetti ricadono sull’Islamic State’s Khorasan Province (ISKP), gruppo terroristico dell'Asia Centrale affiliato al cosiddetto Stato islamico.
🇺🇸 Sospetti condivisi anche da Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente USA Joe Biden, che già domenica scorsa parlava di una “persistente” minaccia sulle operazioni di evacuazioni dall’aeroporto Hamid Karzai da parte dell’ISKP. I Talebani condannano l’attacco e riferiscono essere avvenuto in una zona controllata dalle truppe USA.
💣 Secondo altri, la dinamica degli attentati include vari colpi d’arma da fuoco ed esplosioni. Una tipologia di attacco già impiegata in precedenti attacchi in Afghanistan e che potrebbe confermare i sospetti sulla matrice terrorista. Mentre scriviamo, il presidente USA Joe Biden si trova nella “Situation room” della Casa Bianca, dove è stato informato delle due esplosioni.
➡️ LEGGI I COMMENTI A CALDO DEI NOSTRI ESPERTI SU https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-esplosioni-allaeroporto-di-kabul-31405
💥 Oggi due forti esplosioni presso gli ingressi dell’aeroporto internazionale di Kabul hanno causato decine di morti e feriti (anche tra i soldati statunitensi). Secondo alcuni testimoni, tra loro ci sarebbero almeno tre soldati americani. Finora non ci sono state rivendicazioni ufficiali, ma i sospetti ricadono sull’Islamic State’s Khorasan Province (ISKP), gruppo terroristico dell'Asia Centrale affiliato al cosiddetto Stato islamico.
🇺🇸 Sospetti condivisi anche da Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente USA Joe Biden, che già domenica scorsa parlava di una “persistente” minaccia sulle operazioni di evacuazioni dall’aeroporto Hamid Karzai da parte dell’ISKP. I Talebani condannano l’attacco e riferiscono essere avvenuto in una zona controllata dalle truppe USA.
💣 Secondo altri, la dinamica degli attentati include vari colpi d’arma da fuoco ed esplosioni. Una tipologia di attacco già impiegata in precedenti attacchi in Afghanistan e che potrebbe confermare i sospetti sulla matrice terrorista. Mentre scriviamo, il presidente USA Joe Biden si trova nella “Situation room” della Casa Bianca, dove è stato informato delle due esplosioni.
➡️ LEGGI I COMMENTI A CALDO DEI NOSTRI ESPERTI SU https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-esplosioni-allaeroporto-di-kabul-31405
🌎🌍 SUMMIT USA-ISRAELE: I PRESIDENTI CAMBIANO, LE PRIORITA’ NO
🤔 “Ossessione” Iran
Si è appena concluso, alla Casa Bianca, il primo incontro tra il premier israeliano Bennett e Joe Biden dopo 12 anni di governo Netanyahu. Bennett ha richiesto fondi e sostegno alla strategia israeliana per porre fine alle aspirazioni nucleari dell’Iran. Un vero e proprio piano B rispetto alla via diplomatica internazionale per ristabilire l'accordo nucleare del 2015 (da tre mesi in stand-by dopo l’insediamento in Iran del conservatore Raisi) considerata da Israele come potenzialmente superata visto che Teheran si dice essere non distante dall’ottenere l’atomica. Washington non chiude la porta ma ribadisce la propria diversità di vedute su questo e altri punti dell’agenda dell’incontro.
📏 Alleati sì, ma..
Per Biden, l’opzione diplomatica resta prioritaria e centrale per la riuscita del suo programma di politica estera. E dopo la débacle afghana, non può mancare questo appuntamento per convincere gli alleati che “America is back”. Divisioni si registrano anche sulla Cina, rivale numero uno per gli USA ma importante partner economico per Israele (oltre 20 miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi due decenni). Mentre ancora più netta è la contrapposizione sulla questione palestinese. Biden è a favore di una Palestina indipendente e vorrebbe riaprire il consolato per i palestinesi a Gerusalemme: tutto quello a cui Bennett e due terzi del suo parlamento si oppongono.
📁 I piani di Tel Aviv
Il viaggio di Bennett risponde ai timori di Israele (e non solo) che il disimpegno Usa nella regione apra le porte a un rafforzamento dell’assertività iraniana. Parallelamente, l’urgenza nel fermare il programma nucleare iraniano cela la volontà israeliana di proteggere il proprio status di unico stato mediorientale dotato di armi atomiche. Dato questo contesto, a prescindere dal sostegno americano, Tel Aviv intende formare una coalizione regionale di Paesi arabi con interessi comuni che respinga le mire espansionistiche di Teheran. Forse un’utopia in un Medio Oriente sempre più diviso.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Intervista esclusiva al generale John Allen, presidente di Brookings (maggiore think tank Usa) ed ex comandante delle forze NATO in Afghanistan. Su ispionline.it
🤔 “Ossessione” Iran
Si è appena concluso, alla Casa Bianca, il primo incontro tra il premier israeliano Bennett e Joe Biden dopo 12 anni di governo Netanyahu. Bennett ha richiesto fondi e sostegno alla strategia israeliana per porre fine alle aspirazioni nucleari dell’Iran. Un vero e proprio piano B rispetto alla via diplomatica internazionale per ristabilire l'accordo nucleare del 2015 (da tre mesi in stand-by dopo l’insediamento in Iran del conservatore Raisi) considerata da Israele come potenzialmente superata visto che Teheran si dice essere non distante dall’ottenere l’atomica. Washington non chiude la porta ma ribadisce la propria diversità di vedute su questo e altri punti dell’agenda dell’incontro.
📏 Alleati sì, ma..
Per Biden, l’opzione diplomatica resta prioritaria e centrale per la riuscita del suo programma di politica estera. E dopo la débacle afghana, non può mancare questo appuntamento per convincere gli alleati che “America is back”. Divisioni si registrano anche sulla Cina, rivale numero uno per gli USA ma importante partner economico per Israele (oltre 20 miliardi di dollari di investimenti cinesi negli ultimi due decenni). Mentre ancora più netta è la contrapposizione sulla questione palestinese. Biden è a favore di una Palestina indipendente e vorrebbe riaprire il consolato per i palestinesi a Gerusalemme: tutto quello a cui Bennett e due terzi del suo parlamento si oppongono.
📁 I piani di Tel Aviv
Il viaggio di Bennett risponde ai timori di Israele (e non solo) che il disimpegno Usa nella regione apra le porte a un rafforzamento dell’assertività iraniana. Parallelamente, l’urgenza nel fermare il programma nucleare iraniano cela la volontà israeliana di proteggere il proprio status di unico stato mediorientale dotato di armi atomiche. Dato questo contesto, a prescindere dal sostegno americano, Tel Aviv intende formare una coalizione regionale di Paesi arabi con interessi comuni che respinga le mire espansionistiche di Teheran. Forse un’utopia in un Medio Oriente sempre più diviso.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Intervista esclusiva al generale John Allen, presidente di Brookings (maggiore think tank Usa) ed ex comandante delle forze NATO in Afghanistan. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: LA BOMBA NELL’ARMADIO
☢️ Cinque minuti a mezzanotte
Dopo anni di ibernazione, a luglio la Corea del Nord avrebbe riattivato il reattore nucleare di Yongbyon. Una notizia giunta “in sordina”, ma che ha messo in allerta molti paesi.
Era infatti dal 2018 che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, espulsa dalla Corea del Nord nel 2009 pur continuando a monitorare la situazione via satellite, non rilevava tracce di attività nucleare nella centrale. Non a caso, lo stesso anno del primo vertice tra Kim Jong-un e Trump, a Singapore. Perché a Pyongyang geopolitica e nucleare vanno a braccetto.
🇰🇵 Kim, l’attention freak?
Nel 2019 i negoziati diretti tra Usa e Corea del Nord sul nucleare erano finiti su un binario morto proprio a causa del reattore di Yongbyon: in cambio del suo pensionamento, Kim chiedeva la fine delle sanzioni. Dagli anni Ottanta a oggi i negoziati con Pyongyang non hanno mai portato a un vero cambiamento, nonostante abbiano visti impegnati sette presidenti americani e tre generazioni di “Kim”.
Dal dialogo allargato con Obama ai bilaterali tra leader di Trump, ogni format ha suscitato grandi speranze prima che gli “sgarri” nordcoreani ne compromettessero i progressi o, addirittura, lo interrompessero anzitempo. I risultati? Al massimo qualche temporanea sospensione del programma nucleare nordcoreano e dei test missilistici. Che però poi sono sempre ripresi, specie quando il regime si è sentito “ignorato” dalla comunità internazionale e ha dovuto distogliere l’attenzione da crisi interne.
⏳Time will tell
E le crisi a Kim proprio non mancano, oggigiorno. Dalle sanzioni alla pandemia (nascosta dal regime, che continua a sostenere che nel paese ci siano “zero casi”), dai tifoni dell’anno scorso alle inondazioni delle ultime settimane. Crisi che hanno portato il paese sull’orlo del collasso alimentare: un pacco di caffè costa 100 dollari, e la FAO stima che le riserve di grano potrebbero bastare solo fino a novembre.
Con la riattivazione dell’impianto nucleare, la strategia di Kim (che si avvicina al suo decimo anno al potere) sembra la stessa di quella adottata dal padre e dal nonno: alzare la posta per tornare rapidamente nei radar di Washington. Che, di certo, di questi tempi sono sin troppo affollati.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, vigilia amara per Biden. Su ispionline.it
☢️ Cinque minuti a mezzanotte
Dopo anni di ibernazione, a luglio la Corea del Nord avrebbe riattivato il reattore nucleare di Yongbyon. Una notizia giunta “in sordina”, ma che ha messo in allerta molti paesi.
Era infatti dal 2018 che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, espulsa dalla Corea del Nord nel 2009 pur continuando a monitorare la situazione via satellite, non rilevava tracce di attività nucleare nella centrale. Non a caso, lo stesso anno del primo vertice tra Kim Jong-un e Trump, a Singapore. Perché a Pyongyang geopolitica e nucleare vanno a braccetto.
🇰🇵 Kim, l’attention freak?
Nel 2019 i negoziati diretti tra Usa e Corea del Nord sul nucleare erano finiti su un binario morto proprio a causa del reattore di Yongbyon: in cambio del suo pensionamento, Kim chiedeva la fine delle sanzioni. Dagli anni Ottanta a oggi i negoziati con Pyongyang non hanno mai portato a un vero cambiamento, nonostante abbiano visti impegnati sette presidenti americani e tre generazioni di “Kim”.
Dal dialogo allargato con Obama ai bilaterali tra leader di Trump, ogni format ha suscitato grandi speranze prima che gli “sgarri” nordcoreani ne compromettessero i progressi o, addirittura, lo interrompessero anzitempo. I risultati? Al massimo qualche temporanea sospensione del programma nucleare nordcoreano e dei test missilistici. Che però poi sono sempre ripresi, specie quando il regime si è sentito “ignorato” dalla comunità internazionale e ha dovuto distogliere l’attenzione da crisi interne.
⏳Time will tell
E le crisi a Kim proprio non mancano, oggigiorno. Dalle sanzioni alla pandemia (nascosta dal regime, che continua a sostenere che nel paese ci siano “zero casi”), dai tifoni dell’anno scorso alle inondazioni delle ultime settimane. Crisi che hanno portato il paese sull’orlo del collasso alimentare: un pacco di caffè costa 100 dollari, e la FAO stima che le riserve di grano potrebbero bastare solo fino a novembre.
Con la riattivazione dell’impianto nucleare, la strategia di Kim (che si avvicina al suo decimo anno al potere) sembra la stessa di quella adottata dal padre e dal nonno: alzare la posta per tornare rapidamente nei radar di Washington. Che, di certo, di questi tempi sono sin troppo affollati.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, vigilia amara per Biden. Su ispionline.it
🌎🌍 USA-UE: TENSIONE VIRALE
🚫 È stato bello finché è durato
Due mesi e mezzo: è quanto è durato il periodo in cui i cittadini americani hanno potuto compiere viaggi “non essenziali” verso l’UE con il benestare di Bruxelles. Ieri invece l’Unione europea ha rimosso gli Usa (e altri cinque paesi, tra cui Israele) dalla sua lista di “paesi sicuri”.
Adesso nella lista dell’Ue restano solo 19 stati al mondo, cinque dei quali comunque sul continente europeo. E così l’Europa torna a chiudersi.
💉 Vaccini e sospetti
E dire che speravamo che con i vaccini la pandemia fosse in fase calante. O, quantomeno, che la tregua concessa sarebbe stata maggiore. A metà giugno, l’Ue aveva incluso gli Stati Uniti tra i paesi sicuri: un enorme passo avanti, considerato che fino a febbraio il paese era nel pieno della sua seconda ondata. Ma da inizio luglio le infezioni giornaliere negli Usa sono tornate a crescere, e oggi sono decuplicate.
Cos’è successo? Primo, l’America più “trumpiana” ha uno zoccolo duro di persone che non vuole vaccinarsi (il 23% dei repubblicani dichiara che non si vaccinerà “di sicuro”). Secondo, la variante Delta è tre volte più contagiosa e due volte più letale dell’originale. Terzo, la protezione dall’infezione generata dal vaccino sembra decadere più velocemente del previsto, e il 29% degli americani è stato vaccinato più di sei mesi fa.
E così, inevitabilmente, da questa parte dell'Atlantico si guarda agli Usa con maggiore sospetto. Ma non c’è soltanto questo.
⚔️ Dente per dente?
Certo, le ragioni sanitarie giustificano la marcia indietro europea. Di sicuro però a giugno istituzioni Ue e governi europei erano rimasti scottati dalla scelta di Washington di non agire “con reciprocità”, includendo a sua volta i paesi Ue nella sua lista di paesi sicuri.
Una decisione del tutto inattesa, tanto che a Bruxelles non si erano neppure premurati di inserire la reciprocità tra le condizioni necessarie per aprire ai viaggi dagli States, come invece era stato fatto con Pechino. Insomma, al di là delle belle parole, l'amministrazione Biden non è sempre morbida con gli alleati. E nelle ultime settimane in Europa sembrano essersene accorti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, via da Kabul. Su ispionline.it
🚫 È stato bello finché è durato
Due mesi e mezzo: è quanto è durato il periodo in cui i cittadini americani hanno potuto compiere viaggi “non essenziali” verso l’UE con il benestare di Bruxelles. Ieri invece l’Unione europea ha rimosso gli Usa (e altri cinque paesi, tra cui Israele) dalla sua lista di “paesi sicuri”.
Adesso nella lista dell’Ue restano solo 19 stati al mondo, cinque dei quali comunque sul continente europeo. E così l’Europa torna a chiudersi.
💉 Vaccini e sospetti
E dire che speravamo che con i vaccini la pandemia fosse in fase calante. O, quantomeno, che la tregua concessa sarebbe stata maggiore. A metà giugno, l’Ue aveva incluso gli Stati Uniti tra i paesi sicuri: un enorme passo avanti, considerato che fino a febbraio il paese era nel pieno della sua seconda ondata. Ma da inizio luglio le infezioni giornaliere negli Usa sono tornate a crescere, e oggi sono decuplicate.
Cos’è successo? Primo, l’America più “trumpiana” ha uno zoccolo duro di persone che non vuole vaccinarsi (il 23% dei repubblicani dichiara che non si vaccinerà “di sicuro”). Secondo, la variante Delta è tre volte più contagiosa e due volte più letale dell’originale. Terzo, la protezione dall’infezione generata dal vaccino sembra decadere più velocemente del previsto, e il 29% degli americani è stato vaccinato più di sei mesi fa.
E così, inevitabilmente, da questa parte dell'Atlantico si guarda agli Usa con maggiore sospetto. Ma non c’è soltanto questo.
⚔️ Dente per dente?
Certo, le ragioni sanitarie giustificano la marcia indietro europea. Di sicuro però a giugno istituzioni Ue e governi europei erano rimasti scottati dalla scelta di Washington di non agire “con reciprocità”, includendo a sua volta i paesi Ue nella sua lista di paesi sicuri.
Una decisione del tutto inattesa, tanto che a Bruxelles non si erano neppure premurati di inserire la reciprocità tra le condizioni necessarie per aprire ai viaggi dagli States, come invece era stato fatto con Pechino. Insomma, al di là delle belle parole, l'amministrazione Biden non è sempre morbida con gli alleati. E nelle ultime settimane in Europa sembrano essersene accorti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Speciale Afghanistan, via da Kabul. Su ispionline.it