ISPI - Geopolitica
27.5K subscribers
1.76K photos
1.81K links
Resta aggiornato sulle ultime analisi e discussioni sulla politica internazionale, le crisi globali e le dinamiche geopolitiche direttamente dalla voce autorevole dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

www.ispionline.it
Download Telegram
🌍 VARIANTE DELTA: IL MONDO TORNA A CHIUDERSI?

💉 "Vaccine-gate"
Dopo l’annuncio della Francia, anche in Italia dal 6 agosto sarà obbligatorio esibire il “green pass” per accedere a cinema, musei, alle zone coperte di ristoranti e bar, e per svolgere attività sportiva al chiuso. Un giro di vite arrivato per cercare di convincere gli indecisi a vaccinarsi.
La variante Delta sta ormai facendo rapidamente risalire i contagi in tutto il mondo, e la sua elevatissima trasmissibilità rende sempre più difficile limitare la circolazione del virus con i lockdown. Misure peraltro già costate molto sotto il profilo economico e sociale, e sempre meno accettate dalla popolazione.

📈 Esponenziale, per davvero
La variante Delta è talmente contagiosa da cambiare le carte in tavola nella gestione della pandemia, in due sensi. Primo, “scavalca” più di frequente i vaccini, riducendo la protezione dal contagio rispetto a quella garantita contro le versioni precedenti del virus (con due dosi scende dal 95% al 70% circa). Secondo, rende meno efficaci persino le più forti misure di contenimento, che in alcuni paesi avevano contribuito a tenere bassa la mortalità.
Succede in Australia, che ha sempre varato lockdown locali anche a fronte di numeri molto contenuti di infezioni, perseguendo con successo la strategia “zero Covid”. Oggi Canberra non sembra in grado di frenare i contagi, triplicati in tre settimane, neppure dopo aver messo in lockdown 14 milioni di persone (oltre metà della popolazione). Mentre la quota di abitanti pienamente vaccinati è ancora ferma al 12%.

🦠 Marce indietro?
Ora per i governi europei e mondiali si pone una questione cruciale: quella di gestire l’ondata senza perdere ulteriore consenso. Come è già accaduto in passato, per Macron il recente scatto in avanti su green pass e vaccinazioni obbligatorie è stato seguito da proteste (oltre 100.000 persone sono scese in piazza domenica scorsa) e da una parziale marcia indietro.
Ma l’equilibrio tra risposta sanitaria e consenso politico potrebbe essere ancora più difficile da trovare per i tanti governi in Africa, Medio Oriente e Sudest asiatico che stanno sperimentando un rapidissimo aumento di casi con gran parte della popolazione non ancora vaccinata. In assenza di nuove misure e di maggiore disponibilità di vaccini, in quei paesi i morti sono destinati ad aumentare ancora.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Ambiente, accordi e disaccordi. Su ispionline.it
🌍 GUERRA “FREDDA” TRA BEN&JERRY’S E ISRAELE

🇮🇱 Gelato batte cybersecurity
Niente più gelati Ben&Jerry's per i 600mila israeliani residenti negli oltre 200 insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, i cosiddetti "Territori Palestinesi Occupati". Con questo annuncio motivato da ragioni etiche, settimana scorsa l’iconica azienda di gelati del Vermont ha sollevato un vero polverone.
Tanto da far passare in secondo piano lo scandalo Pegasus, il malware venduto dalla società israeliana NSO Group e utilizzato per spiare attivisti, giornalisti, e politici di tutto il mondo. La velocità con cui la vicenda Ben&Jerry’s ha preso il sopravvento nel dibattito pubblico israeliano nasconde più di un significato.

🍦 Più di un semplice Chunky Monkey
Il panorama politico israeliano solitamente assai frammentato, come dimostrano le quattro elezioni in meno di due anni, si è invece unito nell’attacco all'azienda di gelati americana, la cui decisione è stata definita del Presidente Herzog “un nuovo tipo di terrorismo”. Mettendo fine ai suoi affari solamente nei territori occupati, il produttore di gelati ha implicitamente delegittimato l’autorità di Tel Aviv al di fuori dei confini pre-1967 demarcati dalla cosiddetta Linea Verde.
Il dibattito ha però evidenziato una cosa, ovvero come ormai per molti israeliani la distinzione tra Stato di Israele e territori occupati non esista più. Parallelamente, ha sottolineato la sensibilità del nuovo governo Bennett a qualsiasi forma di boicottaggio verso Tel Aviv, che deve già fare i conti con la crescente popolarità della campagna internazionale Boycott, Disvestment and Sanctions.

💵 Una scelta costosa
Ben&Jerry's non si è solamente esposta ad accuse di “terrorismo” e “antisemitismo”, ma anche a possibili ripercussioni economiche nei 30 Stati americani che per legge impediscono ai fondi pensione di investire in aziende che rifiutano di fare affari con Israele. Non a caso Unilever, la società madre di Ben&Jerry's, ha cercato di prendere le distanze dalla decisione dell’associata, senza però riuscire ad evitare la reazione negativa dei mercati.
Non si tratta però di una scelta isolata: già nel 2013, McDonald's Israele annunciò che non avrebbe aperto filiali in Cisgiordania, e nel 2018 Airbnb rimosse gli insediamenti israeliani dalla piattaforma. Il dibattito sulla questione israelo-palestinese, ormai assente dalle cronache internazionali, scuote il settore privato.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, democrazia sospesa. Su ispionline.it
🌍 IRAQ: GLI STATI UNITI VOLTANO PAGINA?

🏆 Una vittoria (simbolica) per due?
Finisce la missione di combattimento degli Stati Uniti in Iraq. Ieri, a più di 18 anni dall'invio delle truppe nel paese, Joe Biden e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno sigillato un accordo che sancisce il disimpegno militare americano entro il 2021.
Così, in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, Kadhimi spera di slegarsi dalla dipendenza dagli Usa, particolarmente indigesta ai politici sciiti in patria, specie dopo l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasem Soleimani da parte di un drone americano. Mentre Biden cala il sipario su una guerra impopolare, costata la vita a più di 4.500 militari statunitensi. Nel concreto, però, la presenza americana nel paese potrebbe restare invariata.

🔄 Chi viene e chi va
Non è stato specificato in che misura questa nuova fase di cooperazione strategica comporterà il ritiro dell'attuale contingente americano in Iraq, che rispetto ai 160mila uomini nel 2008 ormai conta solo 2.500 marines. Questi soldati avranno esclusivamente il ruolo di addestramento, consulenza e assistenza all'esercito iracheno, come del resto era già previsto.
L’annuncio americano segue infatti l’accordo raggiunto lo scorso anno dalla NATO, per potenziare la propria training mission in Iraq passando da 400 a 5.000 unità, di cui attualmente 280 italiane. L’Italia assumerà, il prossimo anno, il comando di questa missione, e avrà così l’opportunità di rafforzare le proprie relazioni con l’Iraq, il nostro secondo più importante fornitore di greggio.

🏁 Fine delle forever wars?
L’accordo sull'Iraq arriva a tre mesi di distanza dall’annuncio del ritiro completo delle truppe americane dall’Afghanistan. Rispetto a quest’ultimo denota però un maggiore coinvolgimento di autorità locali e alleati, necessario per controbilanciare l'influenza iraniana nella regione. E se in Afghanistan il ritiro sembra avere spianato inesorabilmente la strada alla controffensiva talebana, in Iraq la missione di lotta all’ISIS può dirsi (almeno in apparenza) conclusa.
Finisce probabilmente così, coronato più da fallimenti che da successi, l’impegno “boots on the ground” degli Usa in Medio Oriente.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, la rivolta degli assetati. Su ispionline.it
🌍 TUNISIA IN BILICO

🇹🇳 Un colpo di Stato?
La giovane democrazia tunisina vacilla sempre di più. A quattro giorni dalla decisione del presidente Kais Saied di esautorare il governo e congelare il parlamento, l’incertezza regna sovrana. Saied si appella alla Costituzione, ma preoccupa la scelta di accentrare su di sé il potere esecutivo e giudiziario che gli consentirebbe di far arrestare i deputati a cui ha appena tolto l’immunità.
La chiusura della sede locale di Al-Jazeera appare poi come un tentativo di silenziare le voci critiche che gridano al golpe, evocando lo spettro del colpo di Stato egiziano del 2013. Eppure, oggi per le strade di Tunisi si respira un clima di apparente tranquillità.

💉 Tra crisi economica e sanitaria
Quello che è stato definito un “autogolpe” arriva infatti al culmine di mesi di proteste contro il governo, accusato di un immobilismo che nemmeno il terzo premier in poco più di un anno è riuscito a sbloccare. Alla crisi politica si è poi aggiunta la più grave ondata di Covid vissuta finora dal paese, che ha acuito un tasso di mortalità tra i peggiori al mondo ed esasperato la crisi economica.
A inizio mese, l’agenzia di rating Fitch ha declassato la Tunisia a “B-”, ovvero alto rischio di insolvenza. Il governo destituito stava infatti contrattando un prestito triennale da 4 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale per evitare il default.

👀 Chi guarda alla Tunisia?
Egitto e Turchia osservano attentamente: la Tunisia condivide un lungo confine con la Libia, dove entrambi hanno interessi strategici. Ankara si è schierata contro Saied, anche per la storica vicinanza di Erdogan al partito islamista Ennahda, quello con più seggi nel parlamento tunisino. Mentre l’egiziano al-Sisi, che con il presidente ha intensificato i rapporti negli ultimi mesi, lo ha appoggiato.
Anche l’Italia si è mossa inviando aiuti a Tunisi, nel tentativo di scongiurare un boom di sbarchi dalle coste tunisine, già quadruplicati nel 2020 (oggi pari al 43% del totale). Sotto gli occhi della comunità internazionale, l’unica democrazia nata dalla Primavera araba, è ora chiamata al primo test della sua esistenza: ne uscirà rafforzata oppure è già al capolinea?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, l’inizio della fine. Su ispionline.it
🌍 L’UE ALLA PROVA DELLA QUARTA ONDATA

😷 Una nuova fase pandemica
In Europa è iniziata la quarta ondata. Da inizio mese il numero di casi giornalieri è quintuplicato, complice la diffusione della variante Delta, tra il 40 e 60% più infettiva del ceppo originale del coronavirus, e ormai responsabile del 70% dei nuovi contagi.
Eppure, se nelle fasi precedenti della pandemia insieme ai contagi aumentava anche il numero degli ospedalizzati e dei decessi, ora grazie ai vaccini questo schema sembra rompersi. Da un mese la curva dei ricoveri è pressoché piatta e il numero di morti è ai livelli più bassi da settembre. Non in tutta Europa però la campagna vaccinale è vicina alla conclusione, nonostante l’abbondanza di dosi disponibili.

🛑 I No-vax d’Europa
Dopo la mancanza di dosi e le polemiche di questo inverno, l'UE ha recuperato il terreno perduto. A oggi sono infatti state somministrate circa 450 milioni di dosi: 103 ogni 100 abitanti, persino meglio degli Stati Uniti (102). Il 58% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, e quasi la metà è completamente vaccinata.
Se guardiamo all’Est Europa, però, queste percentuali cambiano radicalmente. Solo un cittadino rumeno su quattro ha ricevuto la doppia dose di vaccino. Ancora peggio in Bulgaria, col 14%. In caso di ulteriori ritardi, i tassi di mortalità di questi paesi, già tra i più alti nella UE, potrebbero tornare a salire, creando un rimbalzo “a due velocità” dell’economia europea.

🛫 L’importanza della ripresa
Il crollo del PIL europeo, -6% nel 2020, più profondo che negli Usa (-3,5%) e in Cina (+2,3%), unito a prospettive di crescita comunque inferiori alle altre principali economie, hanno creato una certa urgenza nel Vecchio Continente per un ritorno alla normalità. A partire da quei paesi che vedono nella stagione turistica estiva una delle principali fonti di entrata.
Diversamente dal “liberi tutti” del Regno Unito, in Europa prevale una certa cautela. Il coprifuoco notturno è tornato a essere una realtà in alcune regioni della Spagna e nelle principali città del Portogallo. Il Land tedesco più popoloso, il Nordrhein-Westfalen, ha reintrodotto limiti agli assembramenti. Il virus è cambiato, ma anche la strategia europea. I prossimi mesi ci diranno se funzionerà davvero.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Usa e infrastrutture, “Abbiamo un accordo”. Su ispionline.it
🌏 LE MOSSE DI PECHINO PER LA SUPREMAZIA TECNOLOGICA

🇨🇳 La Cina contro le sue big tech
Nuova stretta di Pechino sulle aziende tecnologiche nazionali. L’agenzia cinese per la regolamentazione di Internet ha annunciato norme più severe, motivate da ragioni di sicurezza nazionale, per tutti i gruppi cinesi quotati all'estero con più di un milione di utenti. Prima vittima Didi Chuxing, l’Uber cinese, a cui una settimana dopo aver raccolto 4 miliardi di dollari in una IPO a New York è stato imposta la rimozione dagli app store.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere con la peggior performance per i titoli tecnologici cinesi quotati negli Usa dalla crisi finanziaria globale. I vantaggi per il governo del Dragone superano però di gran lunga i costi per le sue imprese.

🏹 La battaglia per il controllo dei dati
Il giro di vite segna infatti la crescente volontà della Cina di limitare gli investimenti stranieri nelle sue aziende, e rappresenta un nuovo capitolo nella battaglia tra partito e settore privato per il controllo dei dati. Solo ad aprile, la banca centrale cinese ha richiesto all’Ant Group, la società di pagamenti del gigante dell'e-commerce Alibaba, la consegna dei dati relativi al quasi miliardo di suoi utenti a una società di credit scoring controllata dallo stato.
C’è di più: a settembre la Cina introdurrà una legge per definire quali dati possono essere trasferiti al di fuori del paese senza l'approvazione dello Stato. Le sue implicazioni per l'enorme economia digitale cinese saranno profonde.

📵Non solo una questione cinese
Il controllo di grandi quantità di dati può fornire un concreto vantaggio geopolitico. Non sorprende quindi come la loro protezione dai governi stranieri sia una priorità di molte agende politiche, che parallelamente si sfidano per imporre le proprie normative come standard internazionali.
Per esempio, con il Cloud Act del 2018, il governo Usa può obbligare le aziende americane a fornire i dati memorizzati anche al di fuori del territorio nazionale. Mentre lo scorso gennaio l'India ha bandito 57 applicazioni di produttori cinesi, considerate pregiudicanti la sicurezza del paese. L'approccio cinese al cyberspazio mira a estendere il controllo dello stato sull'economia: potrà mai essere compatibile con quello europeo e statunitense?

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera. Siria: senza pace. Su ispionline.it
🌍 IRAN-OCCIDENTE: ALTA TENSIONE

🇮🇷 Cattive acque
Un attacco “intenzionale e mirato”, secondo Downing Street. Ieri gli Usa e il Regno Unito hanno accusato il governo iraniano di essere responsabile del bombardamento di una petroliera gestita da una società israeliana, sabato scorso al largo delle coste dell’Oman.
L’attacco, certo non il primo, stavolta ha ucciso un cittadino britannico e uno romeno, facendo salire la tensione tra Iran e Occidente. Teheran ha negato un proprio coinvolgimento (come sempre in passato), ma la Casa Bianca ha dichiarato di essere in possesso di “prove tangibili”.

💥 Legittimo sospetto
L’attacco di sabato è il più grave da gennaio, quando Teheran aveva preso in ostaggio l’equipaggio di una petroliera sudcoreana (liberato ad aprile), e ricorda ciò che accadeva in quelle stesse acque nel 2019. Allora l'Iran fu accusato di aver condotto operazioni (nelle acque internazionali del Golfo, ma anche su navi ormeggiate negli Emirati) che avevano gravemente danneggiato diverse imbarcazioni. E a luglio dello stesso anno aveva catturato una petroliera britannica, tenendo in ostaggio i 23 membri dell’equipaggio per mesi.
Nel frattempo però anche Israele ha aumentato i propri attacchi nei confronti di navi iraniane, con droni e in almeno dieci occasioni usando forze speciali: una strategia di “occhio per occhio” che è ormai sfociata in una sorta di “guerra ombra” regionale.

☢️ Opzione nucleare?
Mentre nello stretto di Hormuz la tensione è alle stelle, a Vienna prosegue il negoziato sul nucleare, che a Teheran servirebbe per poter riprendere a esportare petrolio ai paesi occidentali. All’appello mancano ancora quasi 2 milioni di barili al giorno: sarebbero circa 55 miliardi di dollari l’anno in più nelle casse dello stato, un quarto del PIL del paese.
L’amministrazione Biden sembra disponibile a negoziare, ma non a tutti i costi. Per questo la palla è in mano alla nuova presidenza iraniana, che Ebrahim Raisi assume ufficialmente proprio questo giovedì, sancendo il passaggio a un gruppo dirigente di hardliners. Saranno proprio loro a dover trovare un equilibrio molto delicato: tra la necessità di dimostrarsi inflessibili con l’Occidente e quella di arrivare a un compromesso.
Adesso si vedrà quanto questa “guerra acquatica” possa complicare il negoziato “a terra”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Afghanistan nel baratro. Su ispionline.it
🌍 BIELORUSSIA-UE: CRISI OLIMPICA

🏃‍♀️ Con le buone o con le cattive
Domenica la velocista bielorussa Krystsina Tsimanouskaya si è rifiutata di tornare a casa. L’ordine di rimpatrio era arrivato dopo che l’atleta, a Tokyo per i Giochi, aveva rivolto critiche ai suoi allenatori, interpretate come un affronto nazionale dal regime di Lukashenko.
Soccorsa in aeroporto, a Tsimanouskaya ieri la Polonia ha concesso un visto umanitario. Intanto il marito, che era in Bielorussia, è fuggito a Kiev. E un’associazione di atleti ha chiesto di espellere immediatamente la Bielorussia dai Giochi, denunciando il “tentato rapimento”.

🇧🇾 Personae non gratae
Il regime bielorusso tiene molto allo sport. Il presidente del Comitato olimpico nazionale è il figlio di Lukashenko, posizione ereditata dal padre a marzo. E, dopo le proteste di piazza dello scorso anno, 95 degli arrestati sono atleti professionisti.
Certo, la repressione non si è fermata lì. Dall’anno scorso gli arresti sono stati migliaia, e almeno 770 persone restano carcere in attesa di processo. A luglio Viktor Babariko, il principale avversario di Lukashenko ancora nel paese, è stato condannato a 14 anni di carcere.
Molti degli oppositori costretti all’esilio hanno scelto la Lituania, inclusa la leader Svetlana Tikhanovskaya. In risposta, Minsk ha cominciato a incoraggiare l’arrivo in Bielorussia di centinaia di migranti, che poi vengono inviati proprio verso la Lituania: sono già oltre 3.800 gli arrivi irregolari nel 2021, contro i 74 dell’intero 2020. Segnale che il regime non intende cessare i propri atti intimidatori.

🇪🇺 Non solo Minsk
Per l’Ue, la crisi ha riportato al pettine altri nodi irrisolti. Dal 2017, infatti, la Commissione europea ha attivato il meccanismo per proteggere lo stato di diritto contro la Polonia. Cioè proprio contro quello stesso governo che, concedendo il visto a Tsimanouskaya, oggi si erge a paladino di democrazia e libertà.
Sul fronte migranti l’Ue ha promesso 30 milioni di euro alla Lituania, ma non può certo rispedire le persone “al mittente” violando il diritto internazionale. Inoltre, il progetto lituano di costruire una barriera fisica alla frontiera con la Bielorussia ricorda il “muro” ungherese tanto criticato nel 2015.
Così Bruxelles si trova per le mani un’inaspettata crisi estiva, e poche opzioni per risolverla.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’implosione del Libano. Su ispionline.it
🌎 USA E VACCINI: LA GUERRA DEI GOVERNATORI

⚔️ Grane su due fronti
"Per favore, aiutateci. O quantomeno toglietevi di mezzo”. Sono le parole usate ieri da Joe Biden, che ha criticato duramente quei governatori repubblicani che ostacolano i tentativi della Casa Bianca di spingere le persone a vaccinarsi. Ma a togliersi di mezzo per primo rischia di dover essere Andrew Cuomo, governatore democratico dello stato di New York accusato di molestie sessuali, e tra i più ligi a insistere sull’obbligo vaccinale per i dipendenti statali.
Intanto diversi governatori repubblicani restano inamovibili. In Florida, per esempio, il governatore Abbott ha firmato un ordine esecutivo che impedisce ad amministrazioni pubbliche e agenzie statali di obbligare i propri dipendenti a vaccinarsi.

💉 No more “America First”
L’irritazione di Biden è comprensibile. A maggio aveva fissato un obiettivo: somministrare almeno una dose di vaccino al 70% della popolazione americana adulta entro il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza. Alla fine quell’obiettivo è stato raggiunto, ma il 2 agosto. E nel frattempo è arrivato un altro smacco: l’Ue, che nei mesi scorsi era rimasta indietro nella campagna vaccinale, a fine luglio ha superato gli Usa nella quota di popolazione pienamente vaccinata.
Adesso a Biden servono risultati. Anche perché la variante Delta ormai imperversa: i casi sono quintuplicati nell’ultimo mese, e anche i decessi hanno ripreso ad aumentare. Soprattutto nelle contee con meno vaccinati.

🇺🇸 Disobbedienza “civile”?
Malgrado la crescente opposizione dei repubblicani (che peraltro ricorda quella dei governatori democratici contro le politiche sull’immigrazione di Trump), Biden aveva evitato sinora di buttarla in politica. Ma la questione politica lo è già pienamente: negli stati americani che più hanno votato per Trump a novembre la quota di vaccinati si ferma al 45%, contro una media del 70% degli stati più “democratici”.
L’insistenza di Biden ha anche altre ragioni: il presidente sa di avere molte altre questioni in agenda che richiederanno lunghi negoziati e maggioranze larghe, dai suoi piani su infrastrutture e investimenti a quelli per rafforzare il welfare state. Ma lo sbarco di Delta negli Stati Uniti, insieme all’ostilità di molti governatori (e adesso i "panni sporchi" dell'affaire Cuomo), rischiano di non permetterglielo ancora per molto tempo.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, un fiume di sangue. Su ispionline.it
🌍 MEDITERRANEO IN FIAMME

🧯 Clima incandescente
Fiamme che divorano boschi e abitazioni, migliaia di evacuati, decine di morti. Gli incendi continuano a bruciare ettari di Mediterraneo, in quella che è una delle emergenze più grandi degli ultimi anni per un’area che va dalla Turchia alla Spagna, passando per Grecia e Sicilia.
L’ondata di calore, con picchi mai registrati sinora (49 gradi in Turchia e 46 in Grecia) dura ormai da settimane e in diverse regioni è la peggiore da almeno quarant’anni. Intorno ad Atene, 81 focolai indipendenti complicano il lavoro di pompieri e soccorritori. E in Italia solo questo weekend si sono registrati più di 800 incendi.

🔥 La pistola fumante
Le ondate di calore non sono certo un fenomeno nuovo. Ogni anno decine di migliaia di persone muoiono nel mondo a causa del calore eccessivo, e c’è sempre qualche settimana d’estate in cui “il caldo” domina le prime pagine. In Europa l’anno record per le morti causate dal caldo fu il 2018 (105.000 vittime), mentre l’anno peggiore per temperature resta il 2019 (record quasi ovunque).
Ma quest’anno sembra già fare storia a sé, con ondate di calore che si spingono verso zone raramente raggiunte (basti pensare ai 50 gradi in Canada). Secondo gli ultimi studi il cambiamento climatico avrebbe reso gli eventi estremi dieci volte più probabili, aggiungendo già oggi in Europa 2-5 gradi alle temperature massime nei periodi di caldo estremo.

🎯 Obiettivi fuori fuoco
Lunedì il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) pubblicherà un rapporto che sistematizza le conoscenze scientifiche più recenti sul clima. Servirà a catalizzare l’attenzione sulla COP26 a presidenza italo-britannica del prossimo autunno. Sei anni dopo Parigi, i paesi dovranno dimostrare di essere pronti a intraprendere azioni concrete, oltre agli impegni.
Soprattutto perché, malgrado anche gli USA di Biden sembrino finalmente fare sul serio (dopo Cina e Ue, proprio oggi Washington ha annunciato che entro il 2030 metà dei veicoli venduti sarà elettrico), siamo ancora lontani dall’obiettivo di limitare a 1,5°C il riscaldamento globale. La speranza è che, dove non arriverà da sola la “corsa alla supremazia tecnologica verde”, almeno la frequenza degli eventi estremi indichi al mondo la strada da seguire.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Iran di Raisi di fronte alla sfida del nucleare. Su ispionline.it
🌍 UE-MONDO: TERZA ONDATA, TERZA DOSE?

⛔️ Non c’è due senza tre
Non offrite la terza dose di vaccino: è l’appello arrivato mercoledì dall’OMS, che vorrebbe che i paesi ricchi rimandassero i loro piani di somministrare una terza dose almeno fino a fine settembre. Un tempo necessario per evitare che le poche dosi "sul mercato” prendano ancora la strada del Nord del mondo anziché quella dei paesi in via di sviluppo, alle prese con un’esplosione di casi da variante Delta.
Ieri però dai paesi avanzati la risposta è arrivata, unanime e secca: no. Dagli Usa a Israele, passando per Francia e Germania, tutti hanno definito eccessive le richieste dell’OMS. Secondo la Casa Bianca, le due cose “possono andare di pari passo”.

🇪🇺 Ue: mission accomplished?
Di sicuro la campagna vaccinale in Unione europea sta andando meglio di quanto ci si potesse attendere. Il blocco a 27 è vicino a quello che solo pochi mesi fa sembrava un traguardo irraggiungibile: vaccinare il 70% della propria popolazione adulta entro la fine dell’estate (oggi siamo al 60%).
Nel frattempo però l’arrivo della variante Delta, molto più trasmissibile, ha reso meno utile il target Ue: anche con il 70% della popolazione adulta vaccinata, l’immunità di gregge è lontanissima (per raggiungerla dovrebbe essere immune il 90-95% della popolazione totale). E il decadimento dell’immunità nella popolazione fragile è alla base delle proposte di terza dose.

💉 Lasciati indietro
A oggi i paesi ad alto reddito hanno somministrato 101 dosi di vaccino ogni 100 abitanti. Numeri che cozzano con le 1,7 dosi somministrate ogni 100 abitanti nei 30 paesi più poveri del mondo. Disuguaglianze così alte possono essere giustificate solo in parte dal fatto che proprio nei paesi avanzati si concentrino oltre due terzi degli over-65 mondiali.
Intanto proprio le regioni del mondo poco vaccinate sono di fronte alla peggiore ondata di sempre: nell’ultimo mese in Thailandia i morti giornalieri sono quintuplicati, in Iran quadruplicati, in Tunisia triplicati. E finché il virus continuerà a circolare nei paesi meno fortunati, l’emergere di varianti capaci di eludere le barriere poste dalla vaccinazione è sempre dietro l’angolo.
Forse, per una volta, quella terza dose potrebbe davvero essere destinata al resto del mondo.

“Il mondo in tasca” si prende una piccola pausa, ci vediamo il 23 di agosto!

Leggi i 10 libri consigliati dagli analisti dell’ISPI:
https://bit.ly/lettureISPI