🌎 PERÙ: SORPASSO A SINISTRA
👨🌾 Una vita ai margini
È servito un mese e mezzo, ma alla fine Pedro Castillo sarà il nuovo presidente del Perù. Con un margine di vittoria dello 0,26% (44.000 voti su quasi 18 milioni) si conferma la “favola”: il maestro di campagna ha battuto Keiko Fujimori, rappresentante di una longeva dinastia politica di destra.
Il ritardo era comprensibile: si tratta delle seconde elezioni presidenziali più contese al mondo. Seconde solo dopo... le elezioni peruviane del 2016. Così la Commissione elettorale ha voluto investigare le accuse di brogli prima di confermare il vincitore.
🌠 Stella cadente
L’elezione di Castillo imprime una chiara svolta a sinistra al paese. E segna la terza sconfitta di fila per Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto, in carcere dal 2005. Fujimori è sempre riuscita ad arrivare al secondo turno, per poi perdere di misura.
La parabola di Fujimori è anche quella del Perù: negli ultimi vent’anni considerato la “stella” dell’America Latina, economicamente sempre più vicino ai “ricchi” Cile e Argentina. Ma in realtà ben poco di questa nuova ricchezza stava raggiungendo gli strati più poveri del paese.
Poi l’anno scorso è arrivata la pandemia, che ha fatto quasi 200.000 morti (il livello pro capite più alto al mondo) e ha cancellato i progressi dell’ultimo decennio, gettando un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà.
🇵🇪 Nuovo sentiero (luminoso?)
Castillo è davvero un “uomo nuovo”: non ha connessioni con le élite professionali, economiche o militari nazionali. Ma la sua forza è proprio questa: essere un parvenu in un paese con una classe politica da tempo macchiata da scandali di corruzione.
Adesso però Castillo dovrà capire come realizzare il programma di riforme radicali che l’ha proiettato al potere. Le proposte di nazionalizzare le compagnie minerarie e di gas naturale sono già state messe in soffitta: forse meglio, considerate le fallimentari esperienze di Venezuela e Bolivia. Ma anche nuove tasse sui redditi più alti saranno ardue, visto che al Congresso ha meno di un terzo dei voti.
Una sola cosa è certa: dopo anni di sconfitte, la sinistra “campesina” latinoamericana spera di ripartire da qui.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tokyo 2020, conto alla rovescia. Su ispionline.it
👨🌾 Una vita ai margini
È servito un mese e mezzo, ma alla fine Pedro Castillo sarà il nuovo presidente del Perù. Con un margine di vittoria dello 0,26% (44.000 voti su quasi 18 milioni) si conferma la “favola”: il maestro di campagna ha battuto Keiko Fujimori, rappresentante di una longeva dinastia politica di destra.
Il ritardo era comprensibile: si tratta delle seconde elezioni presidenziali più contese al mondo. Seconde solo dopo... le elezioni peruviane del 2016. Così la Commissione elettorale ha voluto investigare le accuse di brogli prima di confermare il vincitore.
🌠 Stella cadente
L’elezione di Castillo imprime una chiara svolta a sinistra al paese. E segna la terza sconfitta di fila per Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto, in carcere dal 2005. Fujimori è sempre riuscita ad arrivare al secondo turno, per poi perdere di misura.
La parabola di Fujimori è anche quella del Perù: negli ultimi vent’anni considerato la “stella” dell’America Latina, economicamente sempre più vicino ai “ricchi” Cile e Argentina. Ma in realtà ben poco di questa nuova ricchezza stava raggiungendo gli strati più poveri del paese.
Poi l’anno scorso è arrivata la pandemia, che ha fatto quasi 200.000 morti (il livello pro capite più alto al mondo) e ha cancellato i progressi dell’ultimo decennio, gettando un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà.
🇵🇪 Nuovo sentiero (luminoso?)
Castillo è davvero un “uomo nuovo”: non ha connessioni con le élite professionali, economiche o militari nazionali. Ma la sua forza è proprio questa: essere un parvenu in un paese con una classe politica da tempo macchiata da scandali di corruzione.
Adesso però Castillo dovrà capire come realizzare il programma di riforme radicali che l’ha proiettato al potere. Le proposte di nazionalizzare le compagnie minerarie e di gas naturale sono già state messe in soffitta: forse meglio, considerate le fallimentari esperienze di Venezuela e Bolivia. Ma anche nuove tasse sui redditi più alti saranno ardue, visto che al Congresso ha meno di un terzo dei voti.
Una sola cosa è certa: dopo anni di sconfitte, la sinistra “campesina” latinoamericana spera di ripartire da qui.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tokyo 2020, conto alla rovescia. Su ispionline.it
🌎🌍 USA-GERMANIA: TREGUA SU NORD STREAM 2
🤝 We have a deal
Il Nord Stream 2 è (quasi) realtà. Ieri Stati Uniti e Germania hanno raggiunto un accordo che permetterebbe al raddoppio del gasdotto Nord Stream di entrare in funzione al termine della posa dell’ultimo 2% di tubi. Da un decennio il Nord Stream 1 trasporta gas naturale dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico, aggirando così Bielorussia e Ucraina.
Il raddoppio è un progetto a cui Berlino e Mosca lavorano da anni, tra polemiche e diffidenze sia in Europa che oltreoceano. Adesso in cambio del “rilassamento” americano arriva la promessa tedesca di sanzioni alla Russia qualora minacci la sicurezza energetica dell’Europa (in particolare dell’Ucraina). Insomma, l’annosa contesa tra i due alleati sembra in via di risoluzione. Ma lascia aperti numerosi punti interrogativi.
😨 I timori di Kiev
Insieme, Nord Stream 1 e 2 saranno in grado di trasportare fino a 110 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) all’anno, superando di gran lunga i 65 Gmc che attualmente attraversano l’Ucraina in direzione Europa. Per questo Kiev, dal 2014 in guerra con Mosca, teme di rimanere “a secco”: con il raddoppio la Russia potrebbe privare l'Ucraina di una fonte cruciale di entrate senza colpire l'Europa.
La paura è che il decoupling energetico significhi anche decoupling di sicurezza, con gli interessi dei paesi europei sempre più slegati da quelli ucraini. Un rischio che gli Stati Uniti hanno cercato di scongiurare chiedendo alla Germania garanzie sul suo supporto politico ed economico al paese.
🇪🇺 Un affare europeo
A Washington l’apertura di Biden ha già incontrato critiche bipartisan. Da anni, infatti, l’opposizione al raddoppio del Nord Stream è uno dei pochi temi che negli Usa mette tutti d’accordo. Al rischio politico per Biden corrisponde però la possibilità per Washington di distendere i rapporti con la principale economia europea, dopo le incomprensioni dell’era Trump.
Così la palla tornerebbe pienamente nel Vecchio Continente, dove c’è da attendersi che si riaccenda la tensione tra “russofili” e “russofobi”, con molti paesi dell’Europa orientale timorosi che Berlino faccia il doppio gioco con Mosca.
Insomma, la vera partita su Nord Stream 2 è appena cominciata.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, pasticcio nordirlandese. Su ispionline.it
🤝 We have a deal
Il Nord Stream 2 è (quasi) realtà. Ieri Stati Uniti e Germania hanno raggiunto un accordo che permetterebbe al raddoppio del gasdotto Nord Stream di entrare in funzione al termine della posa dell’ultimo 2% di tubi. Da un decennio il Nord Stream 1 trasporta gas naturale dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico, aggirando così Bielorussia e Ucraina.
Il raddoppio è un progetto a cui Berlino e Mosca lavorano da anni, tra polemiche e diffidenze sia in Europa che oltreoceano. Adesso in cambio del “rilassamento” americano arriva la promessa tedesca di sanzioni alla Russia qualora minacci la sicurezza energetica dell’Europa (in particolare dell’Ucraina). Insomma, l’annosa contesa tra i due alleati sembra in via di risoluzione. Ma lascia aperti numerosi punti interrogativi.
😨 I timori di Kiev
Insieme, Nord Stream 1 e 2 saranno in grado di trasportare fino a 110 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) all’anno, superando di gran lunga i 65 Gmc che attualmente attraversano l’Ucraina in direzione Europa. Per questo Kiev, dal 2014 in guerra con Mosca, teme di rimanere “a secco”: con il raddoppio la Russia potrebbe privare l'Ucraina di una fonte cruciale di entrate senza colpire l'Europa.
La paura è che il decoupling energetico significhi anche decoupling di sicurezza, con gli interessi dei paesi europei sempre più slegati da quelli ucraini. Un rischio che gli Stati Uniti hanno cercato di scongiurare chiedendo alla Germania garanzie sul suo supporto politico ed economico al paese.
🇪🇺 Un affare europeo
A Washington l’apertura di Biden ha già incontrato critiche bipartisan. Da anni, infatti, l’opposizione al raddoppio del Nord Stream è uno dei pochi temi che negli Usa mette tutti d’accordo. Al rischio politico per Biden corrisponde però la possibilità per Washington di distendere i rapporti con la principale economia europea, dopo le incomprensioni dell’era Trump.
Così la palla tornerebbe pienamente nel Vecchio Continente, dove c’è da attendersi che si riaccenda la tensione tra “russofili” e “russofobi”, con molti paesi dell’Europa orientale timorosi che Berlino faccia il doppio gioco con Mosca.
Insomma, la vera partita su Nord Stream 2 è appena cominciata.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, pasticcio nordirlandese. Su ispionline.it
🌍 VARIANTE DELTA: IL MONDO TORNA A CHIUDERSI?
💉 "Vaccine-gate"
Dopo l’annuncio della Francia, anche in Italia dal 6 agosto sarà obbligatorio esibire il “green pass” per accedere a cinema, musei, alle zone coperte di ristoranti e bar, e per svolgere attività sportiva al chiuso. Un giro di vite arrivato per cercare di convincere gli indecisi a vaccinarsi.
La variante Delta sta ormai facendo rapidamente risalire i contagi in tutto il mondo, e la sua elevatissima trasmissibilità rende sempre più difficile limitare la circolazione del virus con i lockdown. Misure peraltro già costate molto sotto il profilo economico e sociale, e sempre meno accettate dalla popolazione.
📈 Esponenziale, per davvero
La variante Delta è talmente contagiosa da cambiare le carte in tavola nella gestione della pandemia, in due sensi. Primo, “scavalca” più di frequente i vaccini, riducendo la protezione dal contagio rispetto a quella garantita contro le versioni precedenti del virus (con due dosi scende dal 95% al 70% circa). Secondo, rende meno efficaci persino le più forti misure di contenimento, che in alcuni paesi avevano contribuito a tenere bassa la mortalità.
Succede in Australia, che ha sempre varato lockdown locali anche a fronte di numeri molto contenuti di infezioni, perseguendo con successo la strategia “zero Covid”. Oggi Canberra non sembra in grado di frenare i contagi, triplicati in tre settimane, neppure dopo aver messo in lockdown 14 milioni di persone (oltre metà della popolazione). Mentre la quota di abitanti pienamente vaccinati è ancora ferma al 12%.
🦠 Marce indietro?
Ora per i governi europei e mondiali si pone una questione cruciale: quella di gestire l’ondata senza perdere ulteriore consenso. Come è già accaduto in passato, per Macron il recente scatto in avanti su green pass e vaccinazioni obbligatorie è stato seguito da proteste (oltre 100.000 persone sono scese in piazza domenica scorsa) e da una parziale marcia indietro.
Ma l’equilibrio tra risposta sanitaria e consenso politico potrebbe essere ancora più difficile da trovare per i tanti governi in Africa, Medio Oriente e Sudest asiatico che stanno sperimentando un rapidissimo aumento di casi con gran parte della popolazione non ancora vaccinata. In assenza di nuove misure e di maggiore disponibilità di vaccini, in quei paesi i morti sono destinati ad aumentare ancora.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Ambiente, accordi e disaccordi. Su ispionline.it
💉 "Vaccine-gate"
Dopo l’annuncio della Francia, anche in Italia dal 6 agosto sarà obbligatorio esibire il “green pass” per accedere a cinema, musei, alle zone coperte di ristoranti e bar, e per svolgere attività sportiva al chiuso. Un giro di vite arrivato per cercare di convincere gli indecisi a vaccinarsi.
La variante Delta sta ormai facendo rapidamente risalire i contagi in tutto il mondo, e la sua elevatissima trasmissibilità rende sempre più difficile limitare la circolazione del virus con i lockdown. Misure peraltro già costate molto sotto il profilo economico e sociale, e sempre meno accettate dalla popolazione.
📈 Esponenziale, per davvero
La variante Delta è talmente contagiosa da cambiare le carte in tavola nella gestione della pandemia, in due sensi. Primo, “scavalca” più di frequente i vaccini, riducendo la protezione dal contagio rispetto a quella garantita contro le versioni precedenti del virus (con due dosi scende dal 95% al 70% circa). Secondo, rende meno efficaci persino le più forti misure di contenimento, che in alcuni paesi avevano contribuito a tenere bassa la mortalità.
Succede in Australia, che ha sempre varato lockdown locali anche a fronte di numeri molto contenuti di infezioni, perseguendo con successo la strategia “zero Covid”. Oggi Canberra non sembra in grado di frenare i contagi, triplicati in tre settimane, neppure dopo aver messo in lockdown 14 milioni di persone (oltre metà della popolazione). Mentre la quota di abitanti pienamente vaccinati è ancora ferma al 12%.
🦠 Marce indietro?
Ora per i governi europei e mondiali si pone una questione cruciale: quella di gestire l’ondata senza perdere ulteriore consenso. Come è già accaduto in passato, per Macron il recente scatto in avanti su green pass e vaccinazioni obbligatorie è stato seguito da proteste (oltre 100.000 persone sono scese in piazza domenica scorsa) e da una parziale marcia indietro.
Ma l’equilibrio tra risposta sanitaria e consenso politico potrebbe essere ancora più difficile da trovare per i tanti governi in Africa, Medio Oriente e Sudest asiatico che stanno sperimentando un rapidissimo aumento di casi con gran parte della popolazione non ancora vaccinata. In assenza di nuove misure e di maggiore disponibilità di vaccini, in quei paesi i morti sono destinati ad aumentare ancora.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Ambiente, accordi e disaccordi. Su ispionline.it
🌍 GUERRA “FREDDA” TRA BEN&JERRY’S E ISRAELE
🇮🇱 Gelato batte cybersecurity
Niente più gelati Ben&Jerry's per i 600mila israeliani residenti negli oltre 200 insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, i cosiddetti "Territori Palestinesi Occupati". Con questo annuncio motivato da ragioni etiche, settimana scorsa l’iconica azienda di gelati del Vermont ha sollevato un vero polverone.
Tanto da far passare in secondo piano lo scandalo Pegasus, il malware venduto dalla società israeliana NSO Group e utilizzato per spiare attivisti, giornalisti, e politici di tutto il mondo. La velocità con cui la vicenda Ben&Jerry’s ha preso il sopravvento nel dibattito pubblico israeliano nasconde più di un significato.
🍦 Più di un semplice Chunky Monkey
Il panorama politico israeliano solitamente assai frammentato, come dimostrano le quattro elezioni in meno di due anni, si è invece unito nell’attacco all'azienda di gelati americana, la cui decisione è stata definita del Presidente Herzog “un nuovo tipo di terrorismo”. Mettendo fine ai suoi affari solamente nei territori occupati, il produttore di gelati ha implicitamente delegittimato l’autorità di Tel Aviv al di fuori dei confini pre-1967 demarcati dalla cosiddetta Linea Verde.
Il dibattito ha però evidenziato una cosa, ovvero come ormai per molti israeliani la distinzione tra Stato di Israele e territori occupati non esista più. Parallelamente, ha sottolineato la sensibilità del nuovo governo Bennett a qualsiasi forma di boicottaggio verso Tel Aviv, che deve già fare i conti con la crescente popolarità della campagna internazionale Boycott, Disvestment and Sanctions.
💵 Una scelta costosa
Ben&Jerry's non si è solamente esposta ad accuse di “terrorismo” e “antisemitismo”, ma anche a possibili ripercussioni economiche nei 30 Stati americani che per legge impediscono ai fondi pensione di investire in aziende che rifiutano di fare affari con Israele. Non a caso Unilever, la società madre di Ben&Jerry's, ha cercato di prendere le distanze dalla decisione dell’associata, senza però riuscire ad evitare la reazione negativa dei mercati.
Non si tratta però di una scelta isolata: già nel 2013, McDonald's Israele annunciò che non avrebbe aperto filiali in Cisgiordania, e nel 2018 Airbnb rimosse gli insediamenti israeliani dalla piattaforma. Il dibattito sulla questione israelo-palestinese, ormai assente dalle cronache internazionali, scuote il settore privato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, democrazia sospesa. Su ispionline.it
🇮🇱 Gelato batte cybersecurity
Niente più gelati Ben&Jerry's per i 600mila israeliani residenti negli oltre 200 insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, i cosiddetti "Territori Palestinesi Occupati". Con questo annuncio motivato da ragioni etiche, settimana scorsa l’iconica azienda di gelati del Vermont ha sollevato un vero polverone.
Tanto da far passare in secondo piano lo scandalo Pegasus, il malware venduto dalla società israeliana NSO Group e utilizzato per spiare attivisti, giornalisti, e politici di tutto il mondo. La velocità con cui la vicenda Ben&Jerry’s ha preso il sopravvento nel dibattito pubblico israeliano nasconde più di un significato.
🍦 Più di un semplice Chunky Monkey
Il panorama politico israeliano solitamente assai frammentato, come dimostrano le quattro elezioni in meno di due anni, si è invece unito nell’attacco all'azienda di gelati americana, la cui decisione è stata definita del Presidente Herzog “un nuovo tipo di terrorismo”. Mettendo fine ai suoi affari solamente nei territori occupati, il produttore di gelati ha implicitamente delegittimato l’autorità di Tel Aviv al di fuori dei confini pre-1967 demarcati dalla cosiddetta Linea Verde.
Il dibattito ha però evidenziato una cosa, ovvero come ormai per molti israeliani la distinzione tra Stato di Israele e territori occupati non esista più. Parallelamente, ha sottolineato la sensibilità del nuovo governo Bennett a qualsiasi forma di boicottaggio verso Tel Aviv, che deve già fare i conti con la crescente popolarità della campagna internazionale Boycott, Disvestment and Sanctions.
💵 Una scelta costosa
Ben&Jerry's non si è solamente esposta ad accuse di “terrorismo” e “antisemitismo”, ma anche a possibili ripercussioni economiche nei 30 Stati americani che per legge impediscono ai fondi pensione di investire in aziende che rifiutano di fare affari con Israele. Non a caso Unilever, la società madre di Ben&Jerry's, ha cercato di prendere le distanze dalla decisione dell’associata, senza però riuscire ad evitare la reazione negativa dei mercati.
Non si tratta però di una scelta isolata: già nel 2013, McDonald's Israele annunciò che non avrebbe aperto filiali in Cisgiordania, e nel 2018 Airbnb rimosse gli insediamenti israeliani dalla piattaforma. Il dibattito sulla questione israelo-palestinese, ormai assente dalle cronache internazionali, scuote il settore privato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, democrazia sospesa. Su ispionline.it
🌍 IRAQ: GLI STATI UNITI VOLTANO PAGINA?
🏆 Una vittoria (simbolica) per due?
Finisce la missione di combattimento degli Stati Uniti in Iraq. Ieri, a più di 18 anni dall'invio delle truppe nel paese, Joe Biden e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno sigillato un accordo che sancisce il disimpegno militare americano entro il 2021.
Così, in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, Kadhimi spera di slegarsi dalla dipendenza dagli Usa, particolarmente indigesta ai politici sciiti in patria, specie dopo l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasem Soleimani da parte di un drone americano. Mentre Biden cala il sipario su una guerra impopolare, costata la vita a più di 4.500 militari statunitensi. Nel concreto, però, la presenza americana nel paese potrebbe restare invariata.
🔄 Chi viene e chi va
Non è stato specificato in che misura questa nuova fase di cooperazione strategica comporterà il ritiro dell'attuale contingente americano in Iraq, che rispetto ai 160mila uomini nel 2008 ormai conta solo 2.500 marines. Questi soldati avranno esclusivamente il ruolo di addestramento, consulenza e assistenza all'esercito iracheno, come del resto era già previsto.
L’annuncio americano segue infatti l’accordo raggiunto lo scorso anno dalla NATO, per potenziare la propria training mission in Iraq passando da 400 a 5.000 unità, di cui attualmente 280 italiane. L’Italia assumerà, il prossimo anno, il comando di questa missione, e avrà così l’opportunità di rafforzare le proprie relazioni con l’Iraq, il nostro secondo più importante fornitore di greggio.
🏁 Fine delle forever wars?
L’accordo sull'Iraq arriva a tre mesi di distanza dall’annuncio del ritiro completo delle truppe americane dall’Afghanistan. Rispetto a quest’ultimo denota però un maggiore coinvolgimento di autorità locali e alleati, necessario per controbilanciare l'influenza iraniana nella regione. E se in Afghanistan il ritiro sembra avere spianato inesorabilmente la strada alla controffensiva talebana, in Iraq la missione di lotta all’ISIS può dirsi (almeno in apparenza) conclusa.
Finisce probabilmente così, coronato più da fallimenti che da successi, l’impegno “boots on the ground” degli Usa in Medio Oriente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, la rivolta degli assetati. Su ispionline.it
🏆 Una vittoria (simbolica) per due?
Finisce la missione di combattimento degli Stati Uniti in Iraq. Ieri, a più di 18 anni dall'invio delle truppe nel paese, Joe Biden e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno sigillato un accordo che sancisce il disimpegno militare americano entro il 2021.
Così, in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, Kadhimi spera di slegarsi dalla dipendenza dagli Usa, particolarmente indigesta ai politici sciiti in patria, specie dopo l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasem Soleimani da parte di un drone americano. Mentre Biden cala il sipario su una guerra impopolare, costata la vita a più di 4.500 militari statunitensi. Nel concreto, però, la presenza americana nel paese potrebbe restare invariata.
🔄 Chi viene e chi va
Non è stato specificato in che misura questa nuova fase di cooperazione strategica comporterà il ritiro dell'attuale contingente americano in Iraq, che rispetto ai 160mila uomini nel 2008 ormai conta solo 2.500 marines. Questi soldati avranno esclusivamente il ruolo di addestramento, consulenza e assistenza all'esercito iracheno, come del resto era già previsto.
L’annuncio americano segue infatti l’accordo raggiunto lo scorso anno dalla NATO, per potenziare la propria training mission in Iraq passando da 400 a 5.000 unità, di cui attualmente 280 italiane. L’Italia assumerà, il prossimo anno, il comando di questa missione, e avrà così l’opportunità di rafforzare le proprie relazioni con l’Iraq, il nostro secondo più importante fornitore di greggio.
🏁 Fine delle forever wars?
L’accordo sull'Iraq arriva a tre mesi di distanza dall’annuncio del ritiro completo delle truppe americane dall’Afghanistan. Rispetto a quest’ultimo denota però un maggiore coinvolgimento di autorità locali e alleati, necessario per controbilanciare l'influenza iraniana nella regione. E se in Afghanistan il ritiro sembra avere spianato inesorabilmente la strada alla controffensiva talebana, in Iraq la missione di lotta all’ISIS può dirsi (almeno in apparenza) conclusa.
Finisce probabilmente così, coronato più da fallimenti che da successi, l’impegno “boots on the ground” degli Usa in Medio Oriente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, la rivolta degli assetati. Su ispionline.it
🌍 TUNISIA IN BILICO
🇹🇳 Un colpo di Stato?
La giovane democrazia tunisina vacilla sempre di più. A quattro giorni dalla decisione del presidente Kais Saied di esautorare il governo e congelare il parlamento, l’incertezza regna sovrana. Saied si appella alla Costituzione, ma preoccupa la scelta di accentrare su di sé il potere esecutivo e giudiziario che gli consentirebbe di far arrestare i deputati a cui ha appena tolto l’immunità.
La chiusura della sede locale di Al-Jazeera appare poi come un tentativo di silenziare le voci critiche che gridano al golpe, evocando lo spettro del colpo di Stato egiziano del 2013. Eppure, oggi per le strade di Tunisi si respira un clima di apparente tranquillità.
💉 Tra crisi economica e sanitaria
Quello che è stato definito un “autogolpe” arriva infatti al culmine di mesi di proteste contro il governo, accusato di un immobilismo che nemmeno il terzo premier in poco più di un anno è riuscito a sbloccare. Alla crisi politica si è poi aggiunta la più grave ondata di Covid vissuta finora dal paese, che ha acuito un tasso di mortalità tra i peggiori al mondo ed esasperato la crisi economica.
A inizio mese, l’agenzia di rating Fitch ha declassato la Tunisia a “B-”, ovvero alto rischio di insolvenza. Il governo destituito stava infatti contrattando un prestito triennale da 4 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale per evitare il default.
👀 Chi guarda alla Tunisia?
Egitto e Turchia osservano attentamente: la Tunisia condivide un lungo confine con la Libia, dove entrambi hanno interessi strategici. Ankara si è schierata contro Saied, anche per la storica vicinanza di Erdogan al partito islamista Ennahda, quello con più seggi nel parlamento tunisino. Mentre l’egiziano al-Sisi, che con il presidente ha intensificato i rapporti negli ultimi mesi, lo ha appoggiato.
Anche l’Italia si è mossa inviando aiuti a Tunisi, nel tentativo di scongiurare un boom di sbarchi dalle coste tunisine, già quadruplicati nel 2020 (oggi pari al 43% del totale). Sotto gli occhi della comunità internazionale, l’unica democrazia nata dalla Primavera araba, è ora chiamata al primo test della sua esistenza: ne uscirà rafforzata oppure è già al capolinea?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, l’inizio della fine. Su ispionline.it
🇹🇳 Un colpo di Stato?
La giovane democrazia tunisina vacilla sempre di più. A quattro giorni dalla decisione del presidente Kais Saied di esautorare il governo e congelare il parlamento, l’incertezza regna sovrana. Saied si appella alla Costituzione, ma preoccupa la scelta di accentrare su di sé il potere esecutivo e giudiziario che gli consentirebbe di far arrestare i deputati a cui ha appena tolto l’immunità.
La chiusura della sede locale di Al-Jazeera appare poi come un tentativo di silenziare le voci critiche che gridano al golpe, evocando lo spettro del colpo di Stato egiziano del 2013. Eppure, oggi per le strade di Tunisi si respira un clima di apparente tranquillità.
💉 Tra crisi economica e sanitaria
Quello che è stato definito un “autogolpe” arriva infatti al culmine di mesi di proteste contro il governo, accusato di un immobilismo che nemmeno il terzo premier in poco più di un anno è riuscito a sbloccare. Alla crisi politica si è poi aggiunta la più grave ondata di Covid vissuta finora dal paese, che ha acuito un tasso di mortalità tra i peggiori al mondo ed esasperato la crisi economica.
A inizio mese, l’agenzia di rating Fitch ha declassato la Tunisia a “B-”, ovvero alto rischio di insolvenza. Il governo destituito stava infatti contrattando un prestito triennale da 4 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale per evitare il default.
👀 Chi guarda alla Tunisia?
Egitto e Turchia osservano attentamente: la Tunisia condivide un lungo confine con la Libia, dove entrambi hanno interessi strategici. Ankara si è schierata contro Saied, anche per la storica vicinanza di Erdogan al partito islamista Ennahda, quello con più seggi nel parlamento tunisino. Mentre l’egiziano al-Sisi, che con il presidente ha intensificato i rapporti negli ultimi mesi, lo ha appoggiato.
Anche l’Italia si è mossa inviando aiuti a Tunisi, nel tentativo di scongiurare un boom di sbarchi dalle coste tunisine, già quadruplicati nel 2020 (oggi pari al 43% del totale). Sotto gli occhi della comunità internazionale, l’unica democrazia nata dalla Primavera araba, è ora chiamata al primo test della sua esistenza: ne uscirà rafforzata oppure è già al capolinea?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, l’inizio della fine. Su ispionline.it
🌍 L’UE ALLA PROVA DELLA QUARTA ONDATA
😷 Una nuova fase pandemica
In Europa è iniziata la quarta ondata. Da inizio mese il numero di casi giornalieri è quintuplicato, complice la diffusione della variante Delta, tra il 40 e 60% più infettiva del ceppo originale del coronavirus, e ormai responsabile del 70% dei nuovi contagi.
Eppure, se nelle fasi precedenti della pandemia insieme ai contagi aumentava anche il numero degli ospedalizzati e dei decessi, ora grazie ai vaccini questo schema sembra rompersi. Da un mese la curva dei ricoveri è pressoché piatta e il numero di morti è ai livelli più bassi da settembre. Non in tutta Europa però la campagna vaccinale è vicina alla conclusione, nonostante l’abbondanza di dosi disponibili.
🛑 I No-vax d’Europa
Dopo la mancanza di dosi e le polemiche di questo inverno, l'UE ha recuperato il terreno perduto. A oggi sono infatti state somministrate circa 450 milioni di dosi: 103 ogni 100 abitanti, persino meglio degli Stati Uniti (102). Il 58% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, e quasi la metà è completamente vaccinata.
Se guardiamo all’Est Europa, però, queste percentuali cambiano radicalmente. Solo un cittadino rumeno su quattro ha ricevuto la doppia dose di vaccino. Ancora peggio in Bulgaria, col 14%. In caso di ulteriori ritardi, i tassi di mortalità di questi paesi, già tra i più alti nella UE, potrebbero tornare a salire, creando un rimbalzo “a due velocità” dell’economia europea.
🛫 L’importanza della ripresa
Il crollo del PIL europeo, -6% nel 2020, più profondo che negli Usa (-3,5%) e in Cina (+2,3%), unito a prospettive di crescita comunque inferiori alle altre principali economie, hanno creato una certa urgenza nel Vecchio Continente per un ritorno alla normalità. A partire da quei paesi che vedono nella stagione turistica estiva una delle principali fonti di entrata.
Diversamente dal “liberi tutti” del Regno Unito, in Europa prevale una certa cautela. Il coprifuoco notturno è tornato a essere una realtà in alcune regioni della Spagna e nelle principali città del Portogallo. Il Land tedesco più popoloso, il Nordrhein-Westfalen, ha reintrodotto limiti agli assembramenti. Il virus è cambiato, ma anche la strategia europea. I prossimi mesi ci diranno se funzionerà davvero.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Usa e infrastrutture, “Abbiamo un accordo”. Su ispionline.it
😷 Una nuova fase pandemica
In Europa è iniziata la quarta ondata. Da inizio mese il numero di casi giornalieri è quintuplicato, complice la diffusione della variante Delta, tra il 40 e 60% più infettiva del ceppo originale del coronavirus, e ormai responsabile del 70% dei nuovi contagi.
Eppure, se nelle fasi precedenti della pandemia insieme ai contagi aumentava anche il numero degli ospedalizzati e dei decessi, ora grazie ai vaccini questo schema sembra rompersi. Da un mese la curva dei ricoveri è pressoché piatta e il numero di morti è ai livelli più bassi da settembre. Non in tutta Europa però la campagna vaccinale è vicina alla conclusione, nonostante l’abbondanza di dosi disponibili.
🛑 I No-vax d’Europa
Dopo la mancanza di dosi e le polemiche di questo inverno, l'UE ha recuperato il terreno perduto. A oggi sono infatti state somministrate circa 450 milioni di dosi: 103 ogni 100 abitanti, persino meglio degli Stati Uniti (102). Il 58% della popolazione ha ricevuto almeno una dose, e quasi la metà è completamente vaccinata.
Se guardiamo all’Est Europa, però, queste percentuali cambiano radicalmente. Solo un cittadino rumeno su quattro ha ricevuto la doppia dose di vaccino. Ancora peggio in Bulgaria, col 14%. In caso di ulteriori ritardi, i tassi di mortalità di questi paesi, già tra i più alti nella UE, potrebbero tornare a salire, creando un rimbalzo “a due velocità” dell’economia europea.
🛫 L’importanza della ripresa
Il crollo del PIL europeo, -6% nel 2020, più profondo che negli Usa (-3,5%) e in Cina (+2,3%), unito a prospettive di crescita comunque inferiori alle altre principali economie, hanno creato una certa urgenza nel Vecchio Continente per un ritorno alla normalità. A partire da quei paesi che vedono nella stagione turistica estiva una delle principali fonti di entrata.
Diversamente dal “liberi tutti” del Regno Unito, in Europa prevale una certa cautela. Il coprifuoco notturno è tornato a essere una realtà in alcune regioni della Spagna e nelle principali città del Portogallo. Il Land tedesco più popoloso, il Nordrhein-Westfalen, ha reintrodotto limiti agli assembramenti. Il virus è cambiato, ma anche la strategia europea. I prossimi mesi ci diranno se funzionerà davvero.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Usa e infrastrutture, “Abbiamo un accordo”. Su ispionline.it
🌏 LE MOSSE DI PECHINO PER LA SUPREMAZIA TECNOLOGICA
🇨🇳 La Cina contro le sue big tech
Nuova stretta di Pechino sulle aziende tecnologiche nazionali. L’agenzia cinese per la regolamentazione di Internet ha annunciato norme più severe, motivate da ragioni di sicurezza nazionale, per tutti i gruppi cinesi quotati all'estero con più di un milione di utenti. Prima vittima Didi Chuxing, l’Uber cinese, a cui una settimana dopo aver raccolto 4 miliardi di dollari in una IPO a New York è stato imposta la rimozione dagli app store.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere con la peggior performance per i titoli tecnologici cinesi quotati negli Usa dalla crisi finanziaria globale. I vantaggi per il governo del Dragone superano però di gran lunga i costi per le sue imprese.
🏹 La battaglia per il controllo dei dati
Il giro di vite segna infatti la crescente volontà della Cina di limitare gli investimenti stranieri nelle sue aziende, e rappresenta un nuovo capitolo nella battaglia tra partito e settore privato per il controllo dei dati. Solo ad aprile, la banca centrale cinese ha richiesto all’Ant Group, la società di pagamenti del gigante dell'e-commerce Alibaba, la consegna dei dati relativi al quasi miliardo di suoi utenti a una società di credit scoring controllata dallo stato.
C’è di più: a settembre la Cina introdurrà una legge per definire quali dati possono essere trasferiti al di fuori del paese senza l'approvazione dello Stato. Le sue implicazioni per l'enorme economia digitale cinese saranno profonde.
📵Non solo una questione cinese
Il controllo di grandi quantità di dati può fornire un concreto vantaggio geopolitico. Non sorprende quindi come la loro protezione dai governi stranieri sia una priorità di molte agende politiche, che parallelamente si sfidano per imporre le proprie normative come standard internazionali.
Per esempio, con il Cloud Act del 2018, il governo Usa può obbligare le aziende americane a fornire i dati memorizzati anche al di fuori del territorio nazionale. Mentre lo scorso gennaio l'India ha bandito 57 applicazioni di produttori cinesi, considerate pregiudicanti la sicurezza del paese. L'approccio cinese al cyberspazio mira a estendere il controllo dello stato sull'economia: potrà mai essere compatibile con quello europeo e statunitense?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera. Siria: senza pace. Su ispionline.it
🇨🇳 La Cina contro le sue big tech
Nuova stretta di Pechino sulle aziende tecnologiche nazionali. L’agenzia cinese per la regolamentazione di Internet ha annunciato norme più severe, motivate da ragioni di sicurezza nazionale, per tutti i gruppi cinesi quotati all'estero con più di un milione di utenti. Prima vittima Didi Chuxing, l’Uber cinese, a cui una settimana dopo aver raccolto 4 miliardi di dollari in una IPO a New York è stato imposta la rimozione dagli app store.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere con la peggior performance per i titoli tecnologici cinesi quotati negli Usa dalla crisi finanziaria globale. I vantaggi per il governo del Dragone superano però di gran lunga i costi per le sue imprese.
🏹 La battaglia per il controllo dei dati
Il giro di vite segna infatti la crescente volontà della Cina di limitare gli investimenti stranieri nelle sue aziende, e rappresenta un nuovo capitolo nella battaglia tra partito e settore privato per il controllo dei dati. Solo ad aprile, la banca centrale cinese ha richiesto all’Ant Group, la società di pagamenti del gigante dell'e-commerce Alibaba, la consegna dei dati relativi al quasi miliardo di suoi utenti a una società di credit scoring controllata dallo stato.
C’è di più: a settembre la Cina introdurrà una legge per definire quali dati possono essere trasferiti al di fuori del paese senza l'approvazione dello Stato. Le sue implicazioni per l'enorme economia digitale cinese saranno profonde.
📵Non solo una questione cinese
Il controllo di grandi quantità di dati può fornire un concreto vantaggio geopolitico. Non sorprende quindi come la loro protezione dai governi stranieri sia una priorità di molte agende politiche, che parallelamente si sfidano per imporre le proprie normative come standard internazionali.
Per esempio, con il Cloud Act del 2018, il governo Usa può obbligare le aziende americane a fornire i dati memorizzati anche al di fuori del territorio nazionale. Mentre lo scorso gennaio l'India ha bandito 57 applicazioni di produttori cinesi, considerate pregiudicanti la sicurezza del paese. L'approccio cinese al cyberspazio mira a estendere il controllo dello stato sull'economia: potrà mai essere compatibile con quello europeo e statunitense?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera. Siria: senza pace. Su ispionline.it
🌍 IRAN-OCCIDENTE: ALTA TENSIONE
🇮🇷 Cattive acque
Un attacco “intenzionale e mirato”, secondo Downing Street. Ieri gli Usa e il Regno Unito hanno accusato il governo iraniano di essere responsabile del bombardamento di una petroliera gestita da una società israeliana, sabato scorso al largo delle coste dell’Oman.
L’attacco, certo non il primo, stavolta ha ucciso un cittadino britannico e uno romeno, facendo salire la tensione tra Iran e Occidente. Teheran ha negato un proprio coinvolgimento (come sempre in passato), ma la Casa Bianca ha dichiarato di essere in possesso di “prove tangibili”.
💥 Legittimo sospetto
L’attacco di sabato è il più grave da gennaio, quando Teheran aveva preso in ostaggio l’equipaggio di una petroliera sudcoreana (liberato ad aprile), e ricorda ciò che accadeva in quelle stesse acque nel 2019. Allora l'Iran fu accusato di aver condotto operazioni (nelle acque internazionali del Golfo, ma anche su navi ormeggiate negli Emirati) che avevano gravemente danneggiato diverse imbarcazioni. E a luglio dello stesso anno aveva catturato una petroliera britannica, tenendo in ostaggio i 23 membri dell’equipaggio per mesi.
Nel frattempo però anche Israele ha aumentato i propri attacchi nei confronti di navi iraniane, con droni e in almeno dieci occasioni usando forze speciali: una strategia di “occhio per occhio” che è ormai sfociata in una sorta di “guerra ombra” regionale.
☢️ Opzione nucleare?
Mentre nello stretto di Hormuz la tensione è alle stelle, a Vienna prosegue il negoziato sul nucleare, che a Teheran servirebbe per poter riprendere a esportare petrolio ai paesi occidentali. All’appello mancano ancora quasi 2 milioni di barili al giorno: sarebbero circa 55 miliardi di dollari l’anno in più nelle casse dello stato, un quarto del PIL del paese.
L’amministrazione Biden sembra disponibile a negoziare, ma non a tutti i costi. Per questo la palla è in mano alla nuova presidenza iraniana, che Ebrahim Raisi assume ufficialmente proprio questo giovedì, sancendo il passaggio a un gruppo dirigente di hardliners. Saranno proprio loro a dover trovare un equilibrio molto delicato: tra la necessità di dimostrarsi inflessibili con l’Occidente e quella di arrivare a un compromesso.
Adesso si vedrà quanto questa “guerra acquatica” possa complicare il negoziato “a terra”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Afghanistan nel baratro. Su ispionline.it
🇮🇷 Cattive acque
Un attacco “intenzionale e mirato”, secondo Downing Street. Ieri gli Usa e il Regno Unito hanno accusato il governo iraniano di essere responsabile del bombardamento di una petroliera gestita da una società israeliana, sabato scorso al largo delle coste dell’Oman.
L’attacco, certo non il primo, stavolta ha ucciso un cittadino britannico e uno romeno, facendo salire la tensione tra Iran e Occidente. Teheran ha negato un proprio coinvolgimento (come sempre in passato), ma la Casa Bianca ha dichiarato di essere in possesso di “prove tangibili”.
💥 Legittimo sospetto
L’attacco di sabato è il più grave da gennaio, quando Teheran aveva preso in ostaggio l’equipaggio di una petroliera sudcoreana (liberato ad aprile), e ricorda ciò che accadeva in quelle stesse acque nel 2019. Allora l'Iran fu accusato di aver condotto operazioni (nelle acque internazionali del Golfo, ma anche su navi ormeggiate negli Emirati) che avevano gravemente danneggiato diverse imbarcazioni. E a luglio dello stesso anno aveva catturato una petroliera britannica, tenendo in ostaggio i 23 membri dell’equipaggio per mesi.
Nel frattempo però anche Israele ha aumentato i propri attacchi nei confronti di navi iraniane, con droni e in almeno dieci occasioni usando forze speciali: una strategia di “occhio per occhio” che è ormai sfociata in una sorta di “guerra ombra” regionale.
☢️ Opzione nucleare?
Mentre nello stretto di Hormuz la tensione è alle stelle, a Vienna prosegue il negoziato sul nucleare, che a Teheran servirebbe per poter riprendere a esportare petrolio ai paesi occidentali. All’appello mancano ancora quasi 2 milioni di barili al giorno: sarebbero circa 55 miliardi di dollari l’anno in più nelle casse dello stato, un quarto del PIL del paese.
L’amministrazione Biden sembra disponibile a negoziare, ma non a tutti i costi. Per questo la palla è in mano alla nuova presidenza iraniana, che Ebrahim Raisi assume ufficialmente proprio questo giovedì, sancendo il passaggio a un gruppo dirigente di hardliners. Saranno proprio loro a dover trovare un equilibrio molto delicato: tra la necessità di dimostrarsi inflessibili con l’Occidente e quella di arrivare a un compromesso.
Adesso si vedrà quanto questa “guerra acquatica” possa complicare il negoziato “a terra”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’Afghanistan nel baratro. Su ispionline.it
🌍 BIELORUSSIA-UE: CRISI OLIMPICA
🏃♀️ Con le buone o con le cattive
Domenica la velocista bielorussa Krystsina Tsimanouskaya si è rifiutata di tornare a casa. L’ordine di rimpatrio era arrivato dopo che l’atleta, a Tokyo per i Giochi, aveva rivolto critiche ai suoi allenatori, interpretate come un affronto nazionale dal regime di Lukashenko.
Soccorsa in aeroporto, a Tsimanouskaya ieri la Polonia ha concesso un visto umanitario. Intanto il marito, che era in Bielorussia, è fuggito a Kiev. E un’associazione di atleti ha chiesto di espellere immediatamente la Bielorussia dai Giochi, denunciando il “tentato rapimento”.
🇧🇾 Personae non gratae
Il regime bielorusso tiene molto allo sport. Il presidente del Comitato olimpico nazionale è il figlio di Lukashenko, posizione ereditata dal padre a marzo. E, dopo le proteste di piazza dello scorso anno, 95 degli arrestati sono atleti professionisti.
Certo, la repressione non si è fermata lì. Dall’anno scorso gli arresti sono stati migliaia, e almeno 770 persone restano carcere in attesa di processo. A luglio Viktor Babariko, il principale avversario di Lukashenko ancora nel paese, è stato condannato a 14 anni di carcere.
Molti degli oppositori costretti all’esilio hanno scelto la Lituania, inclusa la leader Svetlana Tikhanovskaya. In risposta, Minsk ha cominciato a incoraggiare l’arrivo in Bielorussia di centinaia di migranti, che poi vengono inviati proprio verso la Lituania: sono già oltre 3.800 gli arrivi irregolari nel 2021, contro i 74 dell’intero 2020. Segnale che il regime non intende cessare i propri atti intimidatori.
🇪🇺 Non solo Minsk
Per l’Ue, la crisi ha riportato al pettine altri nodi irrisolti. Dal 2017, infatti, la Commissione europea ha attivato il meccanismo per proteggere lo stato di diritto contro la Polonia. Cioè proprio contro quello stesso governo che, concedendo il visto a Tsimanouskaya, oggi si erge a paladino di democrazia e libertà.
Sul fronte migranti l’Ue ha promesso 30 milioni di euro alla Lituania, ma non può certo rispedire le persone “al mittente” violando il diritto internazionale. Inoltre, il progetto lituano di costruire una barriera fisica alla frontiera con la Bielorussia ricorda il “muro” ungherese tanto criticato nel 2015.
Così Bruxelles si trova per le mani un’inaspettata crisi estiva, e poche opzioni per risolverla.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’implosione del Libano. Su ispionline.it
🏃♀️ Con le buone o con le cattive
Domenica la velocista bielorussa Krystsina Tsimanouskaya si è rifiutata di tornare a casa. L’ordine di rimpatrio era arrivato dopo che l’atleta, a Tokyo per i Giochi, aveva rivolto critiche ai suoi allenatori, interpretate come un affronto nazionale dal regime di Lukashenko.
Soccorsa in aeroporto, a Tsimanouskaya ieri la Polonia ha concesso un visto umanitario. Intanto il marito, che era in Bielorussia, è fuggito a Kiev. E un’associazione di atleti ha chiesto di espellere immediatamente la Bielorussia dai Giochi, denunciando il “tentato rapimento”.
🇧🇾 Personae non gratae
Il regime bielorusso tiene molto allo sport. Il presidente del Comitato olimpico nazionale è il figlio di Lukashenko, posizione ereditata dal padre a marzo. E, dopo le proteste di piazza dello scorso anno, 95 degli arrestati sono atleti professionisti.
Certo, la repressione non si è fermata lì. Dall’anno scorso gli arresti sono stati migliaia, e almeno 770 persone restano carcere in attesa di processo. A luglio Viktor Babariko, il principale avversario di Lukashenko ancora nel paese, è stato condannato a 14 anni di carcere.
Molti degli oppositori costretti all’esilio hanno scelto la Lituania, inclusa la leader Svetlana Tikhanovskaya. In risposta, Minsk ha cominciato a incoraggiare l’arrivo in Bielorussia di centinaia di migranti, che poi vengono inviati proprio verso la Lituania: sono già oltre 3.800 gli arrivi irregolari nel 2021, contro i 74 dell’intero 2020. Segnale che il regime non intende cessare i propri atti intimidatori.
🇪🇺 Non solo Minsk
Per l’Ue, la crisi ha riportato al pettine altri nodi irrisolti. Dal 2017, infatti, la Commissione europea ha attivato il meccanismo per proteggere lo stato di diritto contro la Polonia. Cioè proprio contro quello stesso governo che, concedendo il visto a Tsimanouskaya, oggi si erge a paladino di democrazia e libertà.
Sul fronte migranti l’Ue ha promesso 30 milioni di euro alla Lituania, ma non può certo rispedire le persone “al mittente” violando il diritto internazionale. Inoltre, il progetto lituano di costruire una barriera fisica alla frontiera con la Bielorussia ricorda il “muro” ungherese tanto criticato nel 2015.
Così Bruxelles si trova per le mani un’inaspettata crisi estiva, e poche opzioni per risolverla.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: L’implosione del Libano. Su ispionline.it