🌎 INFLAZIONE: USA (E MONDO?) AL BIVIO
📈 Grattacapo Fed
+5,4%. È il dato comunicato ieri sull’inflazione di giugno negli Usa rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ed è anche il valore più alto dal 1991: esattamente trent’anni fa. Sono ormai quattro mesi che l’inflazione negli Stati Uniti supera l’obiettivo della Federal Reserve del 2%, anzi, da aprile è sempre stata sopra al 4%.
Valori così elevati sono altrettante frecce all’arco dei “falchi” che chiedono che la Fed cominci a ridurre il proprio sostegno all’economia (il quantitative easing) per frenare la risalita dei prezzi. E proprio oggi il presidente della Fed, Jerome Powell, ha dovuto difendere il suo operato di fronte al Congresso spiegando che la ripresa “ha ancora ampi margini di miglioramento”.
💰 Fine di un’era?
Sono anni che la Fed e il mondo non devono fare i conti con un possibile aumento dei tassi di interesse. Anzi, era stata proprio la Fed nel 2008 a dare inizio a quel periodo di tassi ultrabassi e politiche monetarie non convenzionali che ha accompagnato l’Occidente fino a oggi.
Con la pandemia, gli stimoli sono persino aumentati: la Fed ha prima iniettato direttamente nell’economia Usa più di 2.500 miliardi di dollari in due mesi, poi ha continuato con acquisti per 120 miliardi al mese. Qualcosa di simile in Europa ha fatto la Bce, portando gli acquisti a 80 miliardi di euro al mese. Adesso, con l’inflazione che “esplode”, si avvicina la fine di un’era?
⏳ … e intanto il mondo osserva
I mercati ricordano bene cos’è successo nel 2013, quando la Fed ha annunciato un parziale ritiro degli stimoli. I capitali erano fuggiti in massa dai paesi emergenti in direzione Washington, mettendo in forte difficoltà economie con disperato bisogno di dollari, in alcuni casi avvicinandole alla bancarotta.
Oggi è l’Europa a guardare con altrettanta apprensione all’America. Anche se la BCE ha appena ammorbidito la sua strategia per combattere l’inflazione rendendola più attenta alla crescita, la presidente Lagarde sa bene che i “falchi” aspettano solo un segnale da Washington per dare battaglia. Un segnale che, a seguire il dibattito negli Usa, potrebbe arrivare prima di quanto si pensi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, l’ora del Green Deal. Su ispionline.it
📈 Grattacapo Fed
+5,4%. È il dato comunicato ieri sull’inflazione di giugno negli Usa rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ed è anche il valore più alto dal 1991: esattamente trent’anni fa. Sono ormai quattro mesi che l’inflazione negli Stati Uniti supera l’obiettivo della Federal Reserve del 2%, anzi, da aprile è sempre stata sopra al 4%.
Valori così elevati sono altrettante frecce all’arco dei “falchi” che chiedono che la Fed cominci a ridurre il proprio sostegno all’economia (il quantitative easing) per frenare la risalita dei prezzi. E proprio oggi il presidente della Fed, Jerome Powell, ha dovuto difendere il suo operato di fronte al Congresso spiegando che la ripresa “ha ancora ampi margini di miglioramento”.
💰 Fine di un’era?
Sono anni che la Fed e il mondo non devono fare i conti con un possibile aumento dei tassi di interesse. Anzi, era stata proprio la Fed nel 2008 a dare inizio a quel periodo di tassi ultrabassi e politiche monetarie non convenzionali che ha accompagnato l’Occidente fino a oggi.
Con la pandemia, gli stimoli sono persino aumentati: la Fed ha prima iniettato direttamente nell’economia Usa più di 2.500 miliardi di dollari in due mesi, poi ha continuato con acquisti per 120 miliardi al mese. Qualcosa di simile in Europa ha fatto la Bce, portando gli acquisti a 80 miliardi di euro al mese. Adesso, con l’inflazione che “esplode”, si avvicina la fine di un’era?
⏳ … e intanto il mondo osserva
I mercati ricordano bene cos’è successo nel 2013, quando la Fed ha annunciato un parziale ritiro degli stimoli. I capitali erano fuggiti in massa dai paesi emergenti in direzione Washington, mettendo in forte difficoltà economie con disperato bisogno di dollari, in alcuni casi avvicinandole alla bancarotta.
Oggi è l’Europa a guardare con altrettanta apprensione all’America. Anche se la BCE ha appena ammorbidito la sua strategia per combattere l’inflazione rendendola più attenta alla crescita, la presidente Lagarde sa bene che i “falchi” aspettano solo un segnale da Washington per dare battaglia. Un segnale che, a seguire il dibattito negli Usa, potrebbe arrivare prima di quanto si pensi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, l’ora del Green Deal. Su ispionline.it
🌏 CINA: ANDAMENTO LENTO?
🇨🇳 Rimbalzo, con dubbi
L’economia cinese continua a crescere a ritmi sostenuti. Ma sta rallentando? Se lo chiedono in tanti dopo che ieri Pechino ha annunciato che nel secondo semestre la sua economia si è espansa del 7,9% rispetto allo stesso periodo del 2020. Crescita importante, ma dimezzata rispetto al +18% del primo trimestre.
Certo, quel +18% era un dato molto gonfiato, perché risentiva della recessione provocata dalla pandemia. Che in Cina è iniziata prima che nel resto del mondo, ma è stata molto più breve. Ci si chiede dunque se il “rimbalzo” cinese sia reale o gonfiato dai debiti, e soprattutto quanto sia sostenibile.
📈 Una linea sottile
Nonostante il rallentamento, le previsioni vedono la Cina crescere velocemente anche nei prossimi anni. La sua economia potrebbe essere del 18% più grande entro il 2022 rispetto al 2019: più del doppio rispetto agli Usa (+8%) e molto meglio di un’Europa ferma al palo (+2%).
Ma il rimbalzo è stato sostenuto da produzione industriale e investimenti, oltre che da uno stimolo da 500 miliardi di dollari che ha assecondato quella “economia del debito” da cui Pechino vorrebbe emanciparsi da anni, ma che continua a tollerare per non frenare la ripresa.
Ora però le autorità hanno un problema: con il debito delle aziende cinesi tra i più alti al mondo (ormai supera il 160% del PIL) devono lasciar fallire le imprese “non sostenibili” senza compromettere la crescita.
⏰ Con il fiato sospeso
Pechino conta ormai per il 17% del PIL mondiale. Ma, soprattutto, è in Cina che negli ultimi dieci anni si è concentrato il 60% della crescita del mondo: un gigante, nel bene e nel male. Per questo tutti, dai partner ai concorrenti, guardano con apprensione alla velocità della “transizione” cinese.
Al momento i segnali sono contrastanti. Il partito si è dato un obiettivo di crescita “basso” (6%) che certamente supererà, consentendogli di “sfrondare” qualche “ramo secco” senza eccessivi patemi. Ma i fallimenti di alcune aziende a fine 2020 hanno creato disoccupazione, e i consumi interni restano troppo bassi per sostenere la crescita da soli.
L’equilibrio, delicato, minaccia di spezzarsi presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia e migrazioni, accordo rinnovato. Su ispionline.it
🇨🇳 Rimbalzo, con dubbi
L’economia cinese continua a crescere a ritmi sostenuti. Ma sta rallentando? Se lo chiedono in tanti dopo che ieri Pechino ha annunciato che nel secondo semestre la sua economia si è espansa del 7,9% rispetto allo stesso periodo del 2020. Crescita importante, ma dimezzata rispetto al +18% del primo trimestre.
Certo, quel +18% era un dato molto gonfiato, perché risentiva della recessione provocata dalla pandemia. Che in Cina è iniziata prima che nel resto del mondo, ma è stata molto più breve. Ci si chiede dunque se il “rimbalzo” cinese sia reale o gonfiato dai debiti, e soprattutto quanto sia sostenibile.
📈 Una linea sottile
Nonostante il rallentamento, le previsioni vedono la Cina crescere velocemente anche nei prossimi anni. La sua economia potrebbe essere del 18% più grande entro il 2022 rispetto al 2019: più del doppio rispetto agli Usa (+8%) e molto meglio di un’Europa ferma al palo (+2%).
Ma il rimbalzo è stato sostenuto da produzione industriale e investimenti, oltre che da uno stimolo da 500 miliardi di dollari che ha assecondato quella “economia del debito” da cui Pechino vorrebbe emanciparsi da anni, ma che continua a tollerare per non frenare la ripresa.
Ora però le autorità hanno un problema: con il debito delle aziende cinesi tra i più alti al mondo (ormai supera il 160% del PIL) devono lasciar fallire le imprese “non sostenibili” senza compromettere la crescita.
⏰ Con il fiato sospeso
Pechino conta ormai per il 17% del PIL mondiale. Ma, soprattutto, è in Cina che negli ultimi dieci anni si è concentrato il 60% della crescita del mondo: un gigante, nel bene e nel male. Per questo tutti, dai partner ai concorrenti, guardano con apprensione alla velocità della “transizione” cinese.
Al momento i segnali sono contrastanti. Il partito si è dato un obiettivo di crescita “basso” (6%) che certamente supererà, consentendogli di “sfrondare” qualche “ramo secco” senza eccessivi patemi. Ma i fallimenti di alcune aziende a fine 2020 hanno creato disoccupazione, e i consumi interni restano troppo bassi per sostenere la crescita da soli.
L’equilibrio, delicato, minaccia di spezzarsi presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia e migrazioni, accordo rinnovato. Su ispionline.it
🌎 MERKEL IN USA: ULTIMA USCITA
🤝 Amici ritrovati
Ieri Angela Merkel era negli Usa per un ultimo incontro con Joe Biden prima della fine del suo cancellierato, che prosegue ininterrotto dal 2005. Il meeting, che pare aver definitivamente ricucito il grande “strappo transatlantico” dell’era Trump, è arrivato in un momento tragico per la Germania, alle prese con una delle peggiori alluvioni della sua storia.
Ma è servito a sottolineare quanto Merkel sia consapevole del ruolo della Germania in Europa e della responsabilità che ne discende. Anche se non è mancato qualche attrito tra ciò che chiede Berlino e ciò che vorrebbe “l’Europa”.
🇪🇺 Una leader per tutti?
Nell’incontro, Merkel ha cercato di raccontare una volta di più la Germania come “portavoce” di interessi europei. Chiedendo a Biden di sollevare il travel ban nei confronti dei cittadini Ue: una richiesta dal tempismo imperfetto, con i contagi in aumento in tutta Europa, ma avanzata a gran voce dai governi europei. Ed esprimendo solidarietà alle popolazioni colpite dalle alluvioni non solo in Germania, ma anche in Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Ma l'incontro ha anche reso evidente la volontà di dire la propria (sul ritiro dall’Afghanistan per esempio) e la distanza che separa Berlino da Bruxelles. Dal Nord Stream 2, sostenuto dai tedeschi ma avversato da Washington e dai paesi dell’Europa orientale, ai rapporti con Pechino, pessimi con gli USA e ormai tesi anche per l’Ue, ma che la Germania vorrebbe ammorbidire.
🇩🇪 Il lungo addio
Con Merkel in uscita, il futuro della prima economia d’Europa è quantomai in bilico. Nei sondaggi la CDU è in netta ripresa, ma è ancora lontana dal 35% toccato durante la prima ondata della pandemia. E ad Armin Laschet, l’erede di Merkel (già debole all’interno del suo partito), occorrerebbero probabilmente mesi per formare un governo di coalizione. Che potrebbe non essere più con i socialisti, ma con verdi o liberali.
L’alluvione di questi giorni ne riporta alla memoria un’altra: quella dell’estate del 2002, che aiutò Schroeder e la sua coalizione rosso-verde a restare al timone. Ma non è affatto detto che, con Merkel dimissionaria da tempo, questa volta il partito di governo ne esca rafforzato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Dio salvi il Libano”. Su ispionline.it
🤝 Amici ritrovati
Ieri Angela Merkel era negli Usa per un ultimo incontro con Joe Biden prima della fine del suo cancellierato, che prosegue ininterrotto dal 2005. Il meeting, che pare aver definitivamente ricucito il grande “strappo transatlantico” dell’era Trump, è arrivato in un momento tragico per la Germania, alle prese con una delle peggiori alluvioni della sua storia.
Ma è servito a sottolineare quanto Merkel sia consapevole del ruolo della Germania in Europa e della responsabilità che ne discende. Anche se non è mancato qualche attrito tra ciò che chiede Berlino e ciò che vorrebbe “l’Europa”.
🇪🇺 Una leader per tutti?
Nell’incontro, Merkel ha cercato di raccontare una volta di più la Germania come “portavoce” di interessi europei. Chiedendo a Biden di sollevare il travel ban nei confronti dei cittadini Ue: una richiesta dal tempismo imperfetto, con i contagi in aumento in tutta Europa, ma avanzata a gran voce dai governi europei. Ed esprimendo solidarietà alle popolazioni colpite dalle alluvioni non solo in Germania, ma anche in Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Ma l'incontro ha anche reso evidente la volontà di dire la propria (sul ritiro dall’Afghanistan per esempio) e la distanza che separa Berlino da Bruxelles. Dal Nord Stream 2, sostenuto dai tedeschi ma avversato da Washington e dai paesi dell’Europa orientale, ai rapporti con Pechino, pessimi con gli USA e ormai tesi anche per l’Ue, ma che la Germania vorrebbe ammorbidire.
🇩🇪 Il lungo addio
Con Merkel in uscita, il futuro della prima economia d’Europa è quantomai in bilico. Nei sondaggi la CDU è in netta ripresa, ma è ancora lontana dal 35% toccato durante la prima ondata della pandemia. E ad Armin Laschet, l’erede di Merkel (già debole all’interno del suo partito), occorrerebbero probabilmente mesi per formare un governo di coalizione. Che potrebbe non essere più con i socialisti, ma con verdi o liberali.
L’alluvione di questi giorni ne riporta alla memoria un’altra: quella dell’estate del 2002, che aiutò Schroeder e la sua coalizione rosso-verde a restare al timone. Ma non è affatto detto che, con Merkel dimissionaria da tempo, questa volta il partito di governo ne esca rafforzato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Dio salvi il Libano”. Su ispionline.it
🌍 UK E VARIANTE DELTA: OPEN FOR BUSINESS?
🇬🇧 Freedom day
Da oggi in Regno Unito ci si può persino abbracciare (tranne il premier Boris Johnson, che da ieri è in isolamento). Via regole su mascherine, distanziamento sociale e assembramenti. Era una promessa cui Johnson teneva molto, dopo che a metà giugno era stato costretto a rimandare la riapertura di un mese per monitorare l’andamento di contagi e decessi causati dalla variante Delta.
E così da oggi il Regno Unito “riparte”. Come annunciato da BoJo, le riaperture saranno “caute”. Ma anche “irreversibili”.
🦠 Un rischio calcolato?
Sicuramente sì, ma non sappiamo ancora quanto bene. Nel corso del mese di “riaperture mancate”, nel Regno Unito i nuovi casi giornalieri (già in crescita) sono esplosi, passando da meno di 10.000 a più di 45.000. Siamo ormai ben sopra al picco della seconda ondata, e vicini a quello della terza che, lo scorso dicembre, aveva convinto BoJo a decretare proprio quel “lockdown di Natale” durato fino a ieri.
Fortunatamente, i vaccini sembrano funzionare anche contro la variante più trasmissibile di sempre. I morti (meno di 50 al giorno) sono solo una frazione rispetto agli oltre 1.000 al giorno di gennaio. I ricoveri però salgono più rapidamente e, anche se per ora gli ospedali non sono sotto stress, un sistema sanitario già stremato potrebbe non essere in grado di reggere all’urto di questa nuova infornata di ospedalizzazioni.
🌏 First world problems
Quella di BoJo è una scommessa, mentre il resto d’Europa si chiede se lasciar correre un virus (al momento) meno pericoloso allentando le restrizioni, o se – come fanno Francia, Spagna e Portogallo – incoraggiare il più possibile le persone a vaccinarsi e adottare nuove misure di contenimento (come coprifuoco o chiusura delle frontiere).
Magari fossero solo questi, i problemi che deve affrontare il resto del mondo. Con vaccini ancora scarsi (o meno efficaci) dalla Russia all’Argentina, dall’Africa al Sudest asiatico, la variante Delta è ormai diventata un problema globale.
E, purtroppo, nei paesi con popolazioni poco vaccinate a crescere in maniera esponenziale non sono soltanto i casi, ma anche le morti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il caso Pegasus. Su ispionline.it
🇬🇧 Freedom day
Da oggi in Regno Unito ci si può persino abbracciare (tranne il premier Boris Johnson, che da ieri è in isolamento). Via regole su mascherine, distanziamento sociale e assembramenti. Era una promessa cui Johnson teneva molto, dopo che a metà giugno era stato costretto a rimandare la riapertura di un mese per monitorare l’andamento di contagi e decessi causati dalla variante Delta.
E così da oggi il Regno Unito “riparte”. Come annunciato da BoJo, le riaperture saranno “caute”. Ma anche “irreversibili”.
🦠 Un rischio calcolato?
Sicuramente sì, ma non sappiamo ancora quanto bene. Nel corso del mese di “riaperture mancate”, nel Regno Unito i nuovi casi giornalieri (già in crescita) sono esplosi, passando da meno di 10.000 a più di 45.000. Siamo ormai ben sopra al picco della seconda ondata, e vicini a quello della terza che, lo scorso dicembre, aveva convinto BoJo a decretare proprio quel “lockdown di Natale” durato fino a ieri.
Fortunatamente, i vaccini sembrano funzionare anche contro la variante più trasmissibile di sempre. I morti (meno di 50 al giorno) sono solo una frazione rispetto agli oltre 1.000 al giorno di gennaio. I ricoveri però salgono più rapidamente e, anche se per ora gli ospedali non sono sotto stress, un sistema sanitario già stremato potrebbe non essere in grado di reggere all’urto di questa nuova infornata di ospedalizzazioni.
🌏 First world problems
Quella di BoJo è una scommessa, mentre il resto d’Europa si chiede se lasciar correre un virus (al momento) meno pericoloso allentando le restrizioni, o se – come fanno Francia, Spagna e Portogallo – incoraggiare il più possibile le persone a vaccinarsi e adottare nuove misure di contenimento (come coprifuoco o chiusura delle frontiere).
Magari fossero solo questi, i problemi che deve affrontare il resto del mondo. Con vaccini ancora scarsi (o meno efficaci) dalla Russia all’Argentina, dall’Africa al Sudest asiatico, la variante Delta è ormai diventata un problema globale.
E, purtroppo, nei paesi con popolazioni poco vaccinate a crescere in maniera esponenziale non sono soltanto i casi, ma anche le morti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il caso Pegasus. Su ispionline.it
🌎 BEZOS E GLI ALTRI: CORSA ALLO SPAZIO
🚀 Una questione di chilometri
Ogni anno Jeff Bezos vende 1 miliardo di azioni Amazon per finanziare la sua azienda spaziale, Blue Origin, che oggi lo ha portato nello spazio. Un viaggio di 11 minuti, intrapreso anche da un giovane studente che ha pagato circa 30 milioni di dollari per assicurarsi un posto.
Il razzo ha raggiunto un’altitudine di 107 km: 22 in più rispetto alla missione del miliardario rivale Richard Branson, che li ha però preceduti di una decina di giorni. A più di mezzo secolo dal primo allunaggio, è tempo di una nuova (elitaria) corsa allo spazio.
💰 Imprese spaziali
Sono passati vent’anni dal primo viaggio spaziale privato: era il 2001 e l’americano Dennis Tito pagò 20 milioni di dollari per venire lanciato assieme a un equipaggio ufficiale, restando in orbita per una settimana. In quel caso il razzo e la missione erano russi.
Oggi il turismo spaziale è un settore da 1 miliardo di dollari e in rapida ascesa. Ed è la parte più visibile di una economia, quella spaziale, che oggi vale quasi 400 miliardi. Tre quarti dei quali sono ascrivibili all’industria satellitare, che con il lancio di 15mila nuovi satelliti nei prossimi 10 anni diventerà un mercato sempre più ambito. Non solo: l’interesse di chi fa viaggi spaziali è proprio quello di affermarsi nella space economy. Un affare da 1100 miliardi entro il 2040.
🔙 Ritorno al passato?
Così lo spazio diventa un luogo sempre più affollato. Oltre all’arrivo dei privati, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo (dalla Cina all’India, dall’Iran agli Emirati) e con specifici obiettivi geopolitici. E si allontanano gli anni Novanta, quando la fine della guerra fredda sembrava aver dato avvio a un periodo di cooperazione.
Il simbolo di quella cooperazione era la Stazione spaziale internazionale, che potrebbe essere “pensionata” già dal 2024. Perché lo spazio oggi è terreno di concorrenza, tra governi e tra privati.
Un salto indietro agli anni Ottanta. Ma con quel tocco di “competizione” in più tra grandi multinazionali digitali che è il vero marchio di fabbrica degli ultimi decenni.
Leggi il Longread ISPI: Il Futuro dello spazio. La nuova geopolitica della corsa all’universo. Su bit.ly/futurodellospazio
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cyberattacco a Microsoft, Pechino sotto accusa. Su ispionline.it
🚀 Una questione di chilometri
Ogni anno Jeff Bezos vende 1 miliardo di azioni Amazon per finanziare la sua azienda spaziale, Blue Origin, che oggi lo ha portato nello spazio. Un viaggio di 11 minuti, intrapreso anche da un giovane studente che ha pagato circa 30 milioni di dollari per assicurarsi un posto.
Il razzo ha raggiunto un’altitudine di 107 km: 22 in più rispetto alla missione del miliardario rivale Richard Branson, che li ha però preceduti di una decina di giorni. A più di mezzo secolo dal primo allunaggio, è tempo di una nuova (elitaria) corsa allo spazio.
💰 Imprese spaziali
Sono passati vent’anni dal primo viaggio spaziale privato: era il 2001 e l’americano Dennis Tito pagò 20 milioni di dollari per venire lanciato assieme a un equipaggio ufficiale, restando in orbita per una settimana. In quel caso il razzo e la missione erano russi.
Oggi il turismo spaziale è un settore da 1 miliardo di dollari e in rapida ascesa. Ed è la parte più visibile di una economia, quella spaziale, che oggi vale quasi 400 miliardi. Tre quarti dei quali sono ascrivibili all’industria satellitare, che con il lancio di 15mila nuovi satelliti nei prossimi 10 anni diventerà un mercato sempre più ambito. Non solo: l’interesse di chi fa viaggi spaziali è proprio quello di affermarsi nella space economy. Un affare da 1100 miliardi entro il 2040.
🔙 Ritorno al passato?
Così lo spazio diventa un luogo sempre più affollato. Oltre all’arrivo dei privati, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo (dalla Cina all’India, dall’Iran agli Emirati) e con specifici obiettivi geopolitici. E si allontanano gli anni Novanta, quando la fine della guerra fredda sembrava aver dato avvio a un periodo di cooperazione.
Il simbolo di quella cooperazione era la Stazione spaziale internazionale, che potrebbe essere “pensionata” già dal 2024. Perché lo spazio oggi è terreno di concorrenza, tra governi e tra privati.
Un salto indietro agli anni Ottanta. Ma con quel tocco di “competizione” in più tra grandi multinazionali digitali che è il vero marchio di fabbrica degli ultimi decenni.
Leggi il Longread ISPI: Il Futuro dello spazio. La nuova geopolitica della corsa all’universo. Su bit.ly/futurodellospazio
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cyberattacco a Microsoft, Pechino sotto accusa. Su ispionline.it
🌎 PERÙ: SORPASSO A SINISTRA
👨🌾 Una vita ai margini
È servito un mese e mezzo, ma alla fine Pedro Castillo sarà il nuovo presidente del Perù. Con un margine di vittoria dello 0,26% (44.000 voti su quasi 18 milioni) si conferma la “favola”: il maestro di campagna ha battuto Keiko Fujimori, rappresentante di una longeva dinastia politica di destra.
Il ritardo era comprensibile: si tratta delle seconde elezioni presidenziali più contese al mondo. Seconde solo dopo... le elezioni peruviane del 2016. Così la Commissione elettorale ha voluto investigare le accuse di brogli prima di confermare il vincitore.
🌠 Stella cadente
L’elezione di Castillo imprime una chiara svolta a sinistra al paese. E segna la terza sconfitta di fila per Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto, in carcere dal 2005. Fujimori è sempre riuscita ad arrivare al secondo turno, per poi perdere di misura.
La parabola di Fujimori è anche quella del Perù: negli ultimi vent’anni considerato la “stella” dell’America Latina, economicamente sempre più vicino ai “ricchi” Cile e Argentina. Ma in realtà ben poco di questa nuova ricchezza stava raggiungendo gli strati più poveri del paese.
Poi l’anno scorso è arrivata la pandemia, che ha fatto quasi 200.000 morti (il livello pro capite più alto al mondo) e ha cancellato i progressi dell’ultimo decennio, gettando un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà.
🇵🇪 Nuovo sentiero (luminoso?)
Castillo è davvero un “uomo nuovo”: non ha connessioni con le élite professionali, economiche o militari nazionali. Ma la sua forza è proprio questa: essere un parvenu in un paese con una classe politica da tempo macchiata da scandali di corruzione.
Adesso però Castillo dovrà capire come realizzare il programma di riforme radicali che l’ha proiettato al potere. Le proposte di nazionalizzare le compagnie minerarie e di gas naturale sono già state messe in soffitta: forse meglio, considerate le fallimentari esperienze di Venezuela e Bolivia. Ma anche nuove tasse sui redditi più alti saranno ardue, visto che al Congresso ha meno di un terzo dei voti.
Una sola cosa è certa: dopo anni di sconfitte, la sinistra “campesina” latinoamericana spera di ripartire da qui.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tokyo 2020, conto alla rovescia. Su ispionline.it
👨🌾 Una vita ai margini
È servito un mese e mezzo, ma alla fine Pedro Castillo sarà il nuovo presidente del Perù. Con un margine di vittoria dello 0,26% (44.000 voti su quasi 18 milioni) si conferma la “favola”: il maestro di campagna ha battuto Keiko Fujimori, rappresentante di una longeva dinastia politica di destra.
Il ritardo era comprensibile: si tratta delle seconde elezioni presidenziali più contese al mondo. Seconde solo dopo... le elezioni peruviane del 2016. Così la Commissione elettorale ha voluto investigare le accuse di brogli prima di confermare il vincitore.
🌠 Stella cadente
L’elezione di Castillo imprime una chiara svolta a sinistra al paese. E segna la terza sconfitta di fila per Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto, in carcere dal 2005. Fujimori è sempre riuscita ad arrivare al secondo turno, per poi perdere di misura.
La parabola di Fujimori è anche quella del Perù: negli ultimi vent’anni considerato la “stella” dell’America Latina, economicamente sempre più vicino ai “ricchi” Cile e Argentina. Ma in realtà ben poco di questa nuova ricchezza stava raggiungendo gli strati più poveri del paese.
Poi l’anno scorso è arrivata la pandemia, che ha fatto quasi 200.000 morti (il livello pro capite più alto al mondo) e ha cancellato i progressi dell’ultimo decennio, gettando un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà.
🇵🇪 Nuovo sentiero (luminoso?)
Castillo è davvero un “uomo nuovo”: non ha connessioni con le élite professionali, economiche o militari nazionali. Ma la sua forza è proprio questa: essere un parvenu in un paese con una classe politica da tempo macchiata da scandali di corruzione.
Adesso però Castillo dovrà capire come realizzare il programma di riforme radicali che l’ha proiettato al potere. Le proposte di nazionalizzare le compagnie minerarie e di gas naturale sono già state messe in soffitta: forse meglio, considerate le fallimentari esperienze di Venezuela e Bolivia. Ma anche nuove tasse sui redditi più alti saranno ardue, visto che al Congresso ha meno di un terzo dei voti.
Una sola cosa è certa: dopo anni di sconfitte, la sinistra “campesina” latinoamericana spera di ripartire da qui.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tokyo 2020, conto alla rovescia. Su ispionline.it
🌎🌍 USA-GERMANIA: TREGUA SU NORD STREAM 2
🤝 We have a deal
Il Nord Stream 2 è (quasi) realtà. Ieri Stati Uniti e Germania hanno raggiunto un accordo che permetterebbe al raddoppio del gasdotto Nord Stream di entrare in funzione al termine della posa dell’ultimo 2% di tubi. Da un decennio il Nord Stream 1 trasporta gas naturale dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico, aggirando così Bielorussia e Ucraina.
Il raddoppio è un progetto a cui Berlino e Mosca lavorano da anni, tra polemiche e diffidenze sia in Europa che oltreoceano. Adesso in cambio del “rilassamento” americano arriva la promessa tedesca di sanzioni alla Russia qualora minacci la sicurezza energetica dell’Europa (in particolare dell’Ucraina). Insomma, l’annosa contesa tra i due alleati sembra in via di risoluzione. Ma lascia aperti numerosi punti interrogativi.
😨 I timori di Kiev
Insieme, Nord Stream 1 e 2 saranno in grado di trasportare fino a 110 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) all’anno, superando di gran lunga i 65 Gmc che attualmente attraversano l’Ucraina in direzione Europa. Per questo Kiev, dal 2014 in guerra con Mosca, teme di rimanere “a secco”: con il raddoppio la Russia potrebbe privare l'Ucraina di una fonte cruciale di entrate senza colpire l'Europa.
La paura è che il decoupling energetico significhi anche decoupling di sicurezza, con gli interessi dei paesi europei sempre più slegati da quelli ucraini. Un rischio che gli Stati Uniti hanno cercato di scongiurare chiedendo alla Germania garanzie sul suo supporto politico ed economico al paese.
🇪🇺 Un affare europeo
A Washington l’apertura di Biden ha già incontrato critiche bipartisan. Da anni, infatti, l’opposizione al raddoppio del Nord Stream è uno dei pochi temi che negli Usa mette tutti d’accordo. Al rischio politico per Biden corrisponde però la possibilità per Washington di distendere i rapporti con la principale economia europea, dopo le incomprensioni dell’era Trump.
Così la palla tornerebbe pienamente nel Vecchio Continente, dove c’è da attendersi che si riaccenda la tensione tra “russofili” e “russofobi”, con molti paesi dell’Europa orientale timorosi che Berlino faccia il doppio gioco con Mosca.
Insomma, la vera partita su Nord Stream 2 è appena cominciata.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, pasticcio nordirlandese. Su ispionline.it
🤝 We have a deal
Il Nord Stream 2 è (quasi) realtà. Ieri Stati Uniti e Germania hanno raggiunto un accordo che permetterebbe al raddoppio del gasdotto Nord Stream di entrare in funzione al termine della posa dell’ultimo 2% di tubi. Da un decennio il Nord Stream 1 trasporta gas naturale dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico, aggirando così Bielorussia e Ucraina.
Il raddoppio è un progetto a cui Berlino e Mosca lavorano da anni, tra polemiche e diffidenze sia in Europa che oltreoceano. Adesso in cambio del “rilassamento” americano arriva la promessa tedesca di sanzioni alla Russia qualora minacci la sicurezza energetica dell’Europa (in particolare dell’Ucraina). Insomma, l’annosa contesa tra i due alleati sembra in via di risoluzione. Ma lascia aperti numerosi punti interrogativi.
😨 I timori di Kiev
Insieme, Nord Stream 1 e 2 saranno in grado di trasportare fino a 110 miliardi di metri cubi di gas (Gmc) all’anno, superando di gran lunga i 65 Gmc che attualmente attraversano l’Ucraina in direzione Europa. Per questo Kiev, dal 2014 in guerra con Mosca, teme di rimanere “a secco”: con il raddoppio la Russia potrebbe privare l'Ucraina di una fonte cruciale di entrate senza colpire l'Europa.
La paura è che il decoupling energetico significhi anche decoupling di sicurezza, con gli interessi dei paesi europei sempre più slegati da quelli ucraini. Un rischio che gli Stati Uniti hanno cercato di scongiurare chiedendo alla Germania garanzie sul suo supporto politico ed economico al paese.
🇪🇺 Un affare europeo
A Washington l’apertura di Biden ha già incontrato critiche bipartisan. Da anni, infatti, l’opposizione al raddoppio del Nord Stream è uno dei pochi temi che negli Usa mette tutti d’accordo. Al rischio politico per Biden corrisponde però la possibilità per Washington di distendere i rapporti con la principale economia europea, dopo le incomprensioni dell’era Trump.
Così la palla tornerebbe pienamente nel Vecchio Continente, dove c’è da attendersi che si riaccenda la tensione tra “russofili” e “russofobi”, con molti paesi dell’Europa orientale timorosi che Berlino faccia il doppio gioco con Mosca.
Insomma, la vera partita su Nord Stream 2 è appena cominciata.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, pasticcio nordirlandese. Su ispionline.it
🌍 VARIANTE DELTA: IL MONDO TORNA A CHIUDERSI?
💉 "Vaccine-gate"
Dopo l’annuncio della Francia, anche in Italia dal 6 agosto sarà obbligatorio esibire il “green pass” per accedere a cinema, musei, alle zone coperte di ristoranti e bar, e per svolgere attività sportiva al chiuso. Un giro di vite arrivato per cercare di convincere gli indecisi a vaccinarsi.
La variante Delta sta ormai facendo rapidamente risalire i contagi in tutto il mondo, e la sua elevatissima trasmissibilità rende sempre più difficile limitare la circolazione del virus con i lockdown. Misure peraltro già costate molto sotto il profilo economico e sociale, e sempre meno accettate dalla popolazione.
📈 Esponenziale, per davvero
La variante Delta è talmente contagiosa da cambiare le carte in tavola nella gestione della pandemia, in due sensi. Primo, “scavalca” più di frequente i vaccini, riducendo la protezione dal contagio rispetto a quella garantita contro le versioni precedenti del virus (con due dosi scende dal 95% al 70% circa). Secondo, rende meno efficaci persino le più forti misure di contenimento, che in alcuni paesi avevano contribuito a tenere bassa la mortalità.
Succede in Australia, che ha sempre varato lockdown locali anche a fronte di numeri molto contenuti di infezioni, perseguendo con successo la strategia “zero Covid”. Oggi Canberra non sembra in grado di frenare i contagi, triplicati in tre settimane, neppure dopo aver messo in lockdown 14 milioni di persone (oltre metà della popolazione). Mentre la quota di abitanti pienamente vaccinati è ancora ferma al 12%.
🦠 Marce indietro?
Ora per i governi europei e mondiali si pone una questione cruciale: quella di gestire l’ondata senza perdere ulteriore consenso. Come è già accaduto in passato, per Macron il recente scatto in avanti su green pass e vaccinazioni obbligatorie è stato seguito da proteste (oltre 100.000 persone sono scese in piazza domenica scorsa) e da una parziale marcia indietro.
Ma l’equilibrio tra risposta sanitaria e consenso politico potrebbe essere ancora più difficile da trovare per i tanti governi in Africa, Medio Oriente e Sudest asiatico che stanno sperimentando un rapidissimo aumento di casi con gran parte della popolazione non ancora vaccinata. In assenza di nuove misure e di maggiore disponibilità di vaccini, in quei paesi i morti sono destinati ad aumentare ancora.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Ambiente, accordi e disaccordi. Su ispionline.it
💉 "Vaccine-gate"
Dopo l’annuncio della Francia, anche in Italia dal 6 agosto sarà obbligatorio esibire il “green pass” per accedere a cinema, musei, alle zone coperte di ristoranti e bar, e per svolgere attività sportiva al chiuso. Un giro di vite arrivato per cercare di convincere gli indecisi a vaccinarsi.
La variante Delta sta ormai facendo rapidamente risalire i contagi in tutto il mondo, e la sua elevatissima trasmissibilità rende sempre più difficile limitare la circolazione del virus con i lockdown. Misure peraltro già costate molto sotto il profilo economico e sociale, e sempre meno accettate dalla popolazione.
📈 Esponenziale, per davvero
La variante Delta è talmente contagiosa da cambiare le carte in tavola nella gestione della pandemia, in due sensi. Primo, “scavalca” più di frequente i vaccini, riducendo la protezione dal contagio rispetto a quella garantita contro le versioni precedenti del virus (con due dosi scende dal 95% al 70% circa). Secondo, rende meno efficaci persino le più forti misure di contenimento, che in alcuni paesi avevano contribuito a tenere bassa la mortalità.
Succede in Australia, che ha sempre varato lockdown locali anche a fronte di numeri molto contenuti di infezioni, perseguendo con successo la strategia “zero Covid”. Oggi Canberra non sembra in grado di frenare i contagi, triplicati in tre settimane, neppure dopo aver messo in lockdown 14 milioni di persone (oltre metà della popolazione). Mentre la quota di abitanti pienamente vaccinati è ancora ferma al 12%.
🦠 Marce indietro?
Ora per i governi europei e mondiali si pone una questione cruciale: quella di gestire l’ondata senza perdere ulteriore consenso. Come è già accaduto in passato, per Macron il recente scatto in avanti su green pass e vaccinazioni obbligatorie è stato seguito da proteste (oltre 100.000 persone sono scese in piazza domenica scorsa) e da una parziale marcia indietro.
Ma l’equilibrio tra risposta sanitaria e consenso politico potrebbe essere ancora più difficile da trovare per i tanti governi in Africa, Medio Oriente e Sudest asiatico che stanno sperimentando un rapidissimo aumento di casi con gran parte della popolazione non ancora vaccinata. In assenza di nuove misure e di maggiore disponibilità di vaccini, in quei paesi i morti sono destinati ad aumentare ancora.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G20 Ambiente, accordi e disaccordi. Su ispionline.it
🌍 GUERRA “FREDDA” TRA BEN&JERRY’S E ISRAELE
🇮🇱 Gelato batte cybersecurity
Niente più gelati Ben&Jerry's per i 600mila israeliani residenti negli oltre 200 insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, i cosiddetti "Territori Palestinesi Occupati". Con questo annuncio motivato da ragioni etiche, settimana scorsa l’iconica azienda di gelati del Vermont ha sollevato un vero polverone.
Tanto da far passare in secondo piano lo scandalo Pegasus, il malware venduto dalla società israeliana NSO Group e utilizzato per spiare attivisti, giornalisti, e politici di tutto il mondo. La velocità con cui la vicenda Ben&Jerry’s ha preso il sopravvento nel dibattito pubblico israeliano nasconde più di un significato.
🍦 Più di un semplice Chunky Monkey
Il panorama politico israeliano solitamente assai frammentato, come dimostrano le quattro elezioni in meno di due anni, si è invece unito nell’attacco all'azienda di gelati americana, la cui decisione è stata definita del Presidente Herzog “un nuovo tipo di terrorismo”. Mettendo fine ai suoi affari solamente nei territori occupati, il produttore di gelati ha implicitamente delegittimato l’autorità di Tel Aviv al di fuori dei confini pre-1967 demarcati dalla cosiddetta Linea Verde.
Il dibattito ha però evidenziato una cosa, ovvero come ormai per molti israeliani la distinzione tra Stato di Israele e territori occupati non esista più. Parallelamente, ha sottolineato la sensibilità del nuovo governo Bennett a qualsiasi forma di boicottaggio verso Tel Aviv, che deve già fare i conti con la crescente popolarità della campagna internazionale Boycott, Disvestment and Sanctions.
💵 Una scelta costosa
Ben&Jerry's non si è solamente esposta ad accuse di “terrorismo” e “antisemitismo”, ma anche a possibili ripercussioni economiche nei 30 Stati americani che per legge impediscono ai fondi pensione di investire in aziende che rifiutano di fare affari con Israele. Non a caso Unilever, la società madre di Ben&Jerry's, ha cercato di prendere le distanze dalla decisione dell’associata, senza però riuscire ad evitare la reazione negativa dei mercati.
Non si tratta però di una scelta isolata: già nel 2013, McDonald's Israele annunciò che non avrebbe aperto filiali in Cisgiordania, e nel 2018 Airbnb rimosse gli insediamenti israeliani dalla piattaforma. Il dibattito sulla questione israelo-palestinese, ormai assente dalle cronache internazionali, scuote il settore privato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, democrazia sospesa. Su ispionline.it
🇮🇱 Gelato batte cybersecurity
Niente più gelati Ben&Jerry's per i 600mila israeliani residenti negli oltre 200 insediamenti della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, i cosiddetti "Territori Palestinesi Occupati". Con questo annuncio motivato da ragioni etiche, settimana scorsa l’iconica azienda di gelati del Vermont ha sollevato un vero polverone.
Tanto da far passare in secondo piano lo scandalo Pegasus, il malware venduto dalla società israeliana NSO Group e utilizzato per spiare attivisti, giornalisti, e politici di tutto il mondo. La velocità con cui la vicenda Ben&Jerry’s ha preso il sopravvento nel dibattito pubblico israeliano nasconde più di un significato.
🍦 Più di un semplice Chunky Monkey
Il panorama politico israeliano solitamente assai frammentato, come dimostrano le quattro elezioni in meno di due anni, si è invece unito nell’attacco all'azienda di gelati americana, la cui decisione è stata definita del Presidente Herzog “un nuovo tipo di terrorismo”. Mettendo fine ai suoi affari solamente nei territori occupati, il produttore di gelati ha implicitamente delegittimato l’autorità di Tel Aviv al di fuori dei confini pre-1967 demarcati dalla cosiddetta Linea Verde.
Il dibattito ha però evidenziato una cosa, ovvero come ormai per molti israeliani la distinzione tra Stato di Israele e territori occupati non esista più. Parallelamente, ha sottolineato la sensibilità del nuovo governo Bennett a qualsiasi forma di boicottaggio verso Tel Aviv, che deve già fare i conti con la crescente popolarità della campagna internazionale Boycott, Disvestment and Sanctions.
💵 Una scelta costosa
Ben&Jerry's non si è solamente esposta ad accuse di “terrorismo” e “antisemitismo”, ma anche a possibili ripercussioni economiche nei 30 Stati americani che per legge impediscono ai fondi pensione di investire in aziende che rifiutano di fare affari con Israele. Non a caso Unilever, la società madre di Ben&Jerry's, ha cercato di prendere le distanze dalla decisione dell’associata, senza però riuscire ad evitare la reazione negativa dei mercati.
Non si tratta però di una scelta isolata: già nel 2013, McDonald's Israele annunciò che non avrebbe aperto filiali in Cisgiordania, e nel 2018 Airbnb rimosse gli insediamenti israeliani dalla piattaforma. Il dibattito sulla questione israelo-palestinese, ormai assente dalle cronache internazionali, scuote il settore privato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tunisia, democrazia sospesa. Su ispionline.it
🌍 IRAQ: GLI STATI UNITI VOLTANO PAGINA?
🏆 Una vittoria (simbolica) per due?
Finisce la missione di combattimento degli Stati Uniti in Iraq. Ieri, a più di 18 anni dall'invio delle truppe nel paese, Joe Biden e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno sigillato un accordo che sancisce il disimpegno militare americano entro il 2021.
Così, in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, Kadhimi spera di slegarsi dalla dipendenza dagli Usa, particolarmente indigesta ai politici sciiti in patria, specie dopo l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasem Soleimani da parte di un drone americano. Mentre Biden cala il sipario su una guerra impopolare, costata la vita a più di 4.500 militari statunitensi. Nel concreto, però, la presenza americana nel paese potrebbe restare invariata.
🔄 Chi viene e chi va
Non è stato specificato in che misura questa nuova fase di cooperazione strategica comporterà il ritiro dell'attuale contingente americano in Iraq, che rispetto ai 160mila uomini nel 2008 ormai conta solo 2.500 marines. Questi soldati avranno esclusivamente il ruolo di addestramento, consulenza e assistenza all'esercito iracheno, come del resto era già previsto.
L’annuncio americano segue infatti l’accordo raggiunto lo scorso anno dalla NATO, per potenziare la propria training mission in Iraq passando da 400 a 5.000 unità, di cui attualmente 280 italiane. L’Italia assumerà, il prossimo anno, il comando di questa missione, e avrà così l’opportunità di rafforzare le proprie relazioni con l’Iraq, il nostro secondo più importante fornitore di greggio.
🏁 Fine delle forever wars?
L’accordo sull'Iraq arriva a tre mesi di distanza dall’annuncio del ritiro completo delle truppe americane dall’Afghanistan. Rispetto a quest’ultimo denota però un maggiore coinvolgimento di autorità locali e alleati, necessario per controbilanciare l'influenza iraniana nella regione. E se in Afghanistan il ritiro sembra avere spianato inesorabilmente la strada alla controffensiva talebana, in Iraq la missione di lotta all’ISIS può dirsi (almeno in apparenza) conclusa.
Finisce probabilmente così, coronato più da fallimenti che da successi, l’impegno “boots on the ground” degli Usa in Medio Oriente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, la rivolta degli assetati. Su ispionline.it
🏆 Una vittoria (simbolica) per due?
Finisce la missione di combattimento degli Stati Uniti in Iraq. Ieri, a più di 18 anni dall'invio delle truppe nel paese, Joe Biden e il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, hanno sigillato un accordo che sancisce il disimpegno militare americano entro il 2021.
Così, in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, Kadhimi spera di slegarsi dalla dipendenza dagli Usa, particolarmente indigesta ai politici sciiti in patria, specie dopo l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasem Soleimani da parte di un drone americano. Mentre Biden cala il sipario su una guerra impopolare, costata la vita a più di 4.500 militari statunitensi. Nel concreto, però, la presenza americana nel paese potrebbe restare invariata.
🔄 Chi viene e chi va
Non è stato specificato in che misura questa nuova fase di cooperazione strategica comporterà il ritiro dell'attuale contingente americano in Iraq, che rispetto ai 160mila uomini nel 2008 ormai conta solo 2.500 marines. Questi soldati avranno esclusivamente il ruolo di addestramento, consulenza e assistenza all'esercito iracheno, come del resto era già previsto.
L’annuncio americano segue infatti l’accordo raggiunto lo scorso anno dalla NATO, per potenziare la propria training mission in Iraq passando da 400 a 5.000 unità, di cui attualmente 280 italiane. L’Italia assumerà, il prossimo anno, il comando di questa missione, e avrà così l’opportunità di rafforzare le proprie relazioni con l’Iraq, il nostro secondo più importante fornitore di greggio.
🏁 Fine delle forever wars?
L’accordo sull'Iraq arriva a tre mesi di distanza dall’annuncio del ritiro completo delle truppe americane dall’Afghanistan. Rispetto a quest’ultimo denota però un maggiore coinvolgimento di autorità locali e alleati, necessario per controbilanciare l'influenza iraniana nella regione. E se in Afghanistan il ritiro sembra avere spianato inesorabilmente la strada alla controffensiva talebana, in Iraq la missione di lotta all’ISIS può dirsi (almeno in apparenza) conclusa.
Finisce probabilmente così, coronato più da fallimenti che da successi, l’impegno “boots on the ground” degli Usa in Medio Oriente.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, la rivolta degli assetati. Su ispionline.it
🌍 TUNISIA IN BILICO
🇹🇳 Un colpo di Stato?
La giovane democrazia tunisina vacilla sempre di più. A quattro giorni dalla decisione del presidente Kais Saied di esautorare il governo e congelare il parlamento, l’incertezza regna sovrana. Saied si appella alla Costituzione, ma preoccupa la scelta di accentrare su di sé il potere esecutivo e giudiziario che gli consentirebbe di far arrestare i deputati a cui ha appena tolto l’immunità.
La chiusura della sede locale di Al-Jazeera appare poi come un tentativo di silenziare le voci critiche che gridano al golpe, evocando lo spettro del colpo di Stato egiziano del 2013. Eppure, oggi per le strade di Tunisi si respira un clima di apparente tranquillità.
💉 Tra crisi economica e sanitaria
Quello che è stato definito un “autogolpe” arriva infatti al culmine di mesi di proteste contro il governo, accusato di un immobilismo che nemmeno il terzo premier in poco più di un anno è riuscito a sbloccare. Alla crisi politica si è poi aggiunta la più grave ondata di Covid vissuta finora dal paese, che ha acuito un tasso di mortalità tra i peggiori al mondo ed esasperato la crisi economica.
A inizio mese, l’agenzia di rating Fitch ha declassato la Tunisia a “B-”, ovvero alto rischio di insolvenza. Il governo destituito stava infatti contrattando un prestito triennale da 4 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale per evitare il default.
👀 Chi guarda alla Tunisia?
Egitto e Turchia osservano attentamente: la Tunisia condivide un lungo confine con la Libia, dove entrambi hanno interessi strategici. Ankara si è schierata contro Saied, anche per la storica vicinanza di Erdogan al partito islamista Ennahda, quello con più seggi nel parlamento tunisino. Mentre l’egiziano al-Sisi, che con il presidente ha intensificato i rapporti negli ultimi mesi, lo ha appoggiato.
Anche l’Italia si è mossa inviando aiuti a Tunisi, nel tentativo di scongiurare un boom di sbarchi dalle coste tunisine, già quadruplicati nel 2020 (oggi pari al 43% del totale). Sotto gli occhi della comunità internazionale, l’unica democrazia nata dalla Primavera araba, è ora chiamata al primo test della sua esistenza: ne uscirà rafforzata oppure è già al capolinea?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, l’inizio della fine. Su ispionline.it
🇹🇳 Un colpo di Stato?
La giovane democrazia tunisina vacilla sempre di più. A quattro giorni dalla decisione del presidente Kais Saied di esautorare il governo e congelare il parlamento, l’incertezza regna sovrana. Saied si appella alla Costituzione, ma preoccupa la scelta di accentrare su di sé il potere esecutivo e giudiziario che gli consentirebbe di far arrestare i deputati a cui ha appena tolto l’immunità.
La chiusura della sede locale di Al-Jazeera appare poi come un tentativo di silenziare le voci critiche che gridano al golpe, evocando lo spettro del colpo di Stato egiziano del 2013. Eppure, oggi per le strade di Tunisi si respira un clima di apparente tranquillità.
💉 Tra crisi economica e sanitaria
Quello che è stato definito un “autogolpe” arriva infatti al culmine di mesi di proteste contro il governo, accusato di un immobilismo che nemmeno il terzo premier in poco più di un anno è riuscito a sbloccare. Alla crisi politica si è poi aggiunta la più grave ondata di Covid vissuta finora dal paese, che ha acuito un tasso di mortalità tra i peggiori al mondo ed esasperato la crisi economica.
A inizio mese, l’agenzia di rating Fitch ha declassato la Tunisia a “B-”, ovvero alto rischio di insolvenza. Il governo destituito stava infatti contrattando un prestito triennale da 4 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale per evitare il default.
👀 Chi guarda alla Tunisia?
Egitto e Turchia osservano attentamente: la Tunisia condivide un lungo confine con la Libia, dove entrambi hanno interessi strategici. Ankara si è schierata contro Saied, anche per la storica vicinanza di Erdogan al partito islamista Ennahda, quello con più seggi nel parlamento tunisino. Mentre l’egiziano al-Sisi, che con il presidente ha intensificato i rapporti negli ultimi mesi, lo ha appoggiato.
Anche l’Italia si è mossa inviando aiuti a Tunisi, nel tentativo di scongiurare un boom di sbarchi dalle coste tunisine, già quadruplicati nel 2020 (oggi pari al 43% del totale). Sotto gli occhi della comunità internazionale, l’unica democrazia nata dalla Primavera araba, è ora chiamata al primo test della sua esistenza: ne uscirà rafforzata oppure è già al capolinea?
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, l’inizio della fine. Su ispionline.it