🌍 SCONTRO RIAD-ABU DHABI: E IL PETROLIO VA...
🛢 Quota cento?
Nessun accordo, tutto rimandato. È ciò che emerge dai tentativi di mediazione durati una settimana tra i paesi OPEC, che discutevano se e quanto aumentare la loro produzione di fronte all’impennata dei prezzi del petrolio.
Un’impennata pericolosa per i grandi consumatori, ma di cui alcuni esportatori nel cartello vorrebbero approfittare. E così adesso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile non sembra più così lontana.
📈 Allarme inflazione
Un anno fa la pandemia aveva fermato il mondo, chiudendo tutti in casa e spingendo il petrolio ai minimi dal 2014. Ma il rimbalzo a livelli più “sostenibili” (40 dollari al barile) è stato rapido, e tra novembre e oggi il prezzo è quasi raddoppiato. Trainando al rialzo l’inflazione, assieme alle tante commodities che in questi mesi hanno raggiunto prezzi record, dal rame al ferro, dal mais alla soia.
Scarsità temporanea e “ciclica”, certo; ma pericolosa. In Eurozona l’inflazione ha toccato il 2%, la soglia che la Bce si impegna a non superare, ma sarebbe meno della metà (0,8%) escludendo i prezzi dell’energia. Questo mette in subbuglio governi e mercati: la fine prematura del quantitative easing potrebbe far ripartire lo spread e rallentare la ripresa economica.
⚔️ Panni sporchi
Anche se persino Washington si muove per mediare, rancori e diffidenze all’interno dell’OPEC sembrano avere la meglio. Alle origini della paralisi è lo scontro tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Riad vorrebbe aumentare la produzione, ma lentamente per mantenere i prezzi sufficientemente elevati. Gli Emirati vorrebbero tutto e subito: produrre ai massimi, anziché al 67% delle possibilità come richiesto dal cartello.
Il timore di Abu Dhabi è che la risalita dei prezzi sia solo temporanea e che la transizione verde mandi in pensione il petrolio troppo in fretta per garantire la stabilità futura del paese. Ma paradossalmente il mancato accordo costringerebbe gli Emirati a continuare con la produzione attuale anziché aumentarla.
Così adesso si parla addirittura di un’uscita di Abu Dhabi dall’OPEC. Che porterebbe maggior produzione nel breve periodo, e forse una “tregua” temporanea sui prezzi. Ma anche più instabilità negli anni a venire che potrebbe non far bene alla ripresa economica, e a tutti noi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bruxelles contro Budapest. Su ispionline.it
🛢 Quota cento?
Nessun accordo, tutto rimandato. È ciò che emerge dai tentativi di mediazione durati una settimana tra i paesi OPEC, che discutevano se e quanto aumentare la loro produzione di fronte all’impennata dei prezzi del petrolio.
Un’impennata pericolosa per i grandi consumatori, ma di cui alcuni esportatori nel cartello vorrebbero approfittare. E così adesso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile non sembra più così lontana.
📈 Allarme inflazione
Un anno fa la pandemia aveva fermato il mondo, chiudendo tutti in casa e spingendo il petrolio ai minimi dal 2014. Ma il rimbalzo a livelli più “sostenibili” (40 dollari al barile) è stato rapido, e tra novembre e oggi il prezzo è quasi raddoppiato. Trainando al rialzo l’inflazione, assieme alle tante commodities che in questi mesi hanno raggiunto prezzi record, dal rame al ferro, dal mais alla soia.
Scarsità temporanea e “ciclica”, certo; ma pericolosa. In Eurozona l’inflazione ha toccato il 2%, la soglia che la Bce si impegna a non superare, ma sarebbe meno della metà (0,8%) escludendo i prezzi dell’energia. Questo mette in subbuglio governi e mercati: la fine prematura del quantitative easing potrebbe far ripartire lo spread e rallentare la ripresa economica.
⚔️ Panni sporchi
Anche se persino Washington si muove per mediare, rancori e diffidenze all’interno dell’OPEC sembrano avere la meglio. Alle origini della paralisi è lo scontro tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Riad vorrebbe aumentare la produzione, ma lentamente per mantenere i prezzi sufficientemente elevati. Gli Emirati vorrebbero tutto e subito: produrre ai massimi, anziché al 67% delle possibilità come richiesto dal cartello.
Il timore di Abu Dhabi è che la risalita dei prezzi sia solo temporanea e che la transizione verde mandi in pensione il petrolio troppo in fretta per garantire la stabilità futura del paese. Ma paradossalmente il mancato accordo costringerebbe gli Emirati a continuare con la produzione attuale anziché aumentarla.
Così adesso si parla addirittura di un’uscita di Abu Dhabi dall’OPEC. Che porterebbe maggior produzione nel breve periodo, e forse una “tregua” temporanea sui prezzi. Ma anche più instabilità negli anni a venire che potrebbe non far bene alla ripresa economica, e a tutti noi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bruxelles contro Budapest. Su ispionline.it
🌍 COVID E VARIANTI: BACK TO SQUARE ONE?
🦠 Delta calling
Ieri il CDC americano ha dichiarato che la variante Delta “è ormai dominante negli Stati Uniti”. Nei paesi EU lo è da tempo in UK e Portogallo, e di recente in Spagna, Francia e Germania. Per l’Italia (dove il 32% dei casi sequenziati è Delta) è solo questione di tempo.
Eppure martedì Boris Johnson ha dichiarato che in Regno Unito, che con Delta “lotta” ormai da due mesi, si riaprirà tutto dal 19 luglio. Via l’obbligo di mascherine al chiuso, fine del distanziamento, meno lavoro da casa. Tanto che stamattina 122 scienziati britannici hanno definito la rimozione delle restrizioni “un esperimento pericoloso e immorale”.
💉 Senza esclusione di colpi
È la lotta che abbiamo ingaggiato contro il virus. Soprattutto nel “vecchio” mondo, quello più ricco ma anche più anziano, che si trova oggi in una situazione prevista e prevedibile: l’emergere di varianti più contagiose che potrebbero compromettere le riaperture. In effetti Delta è due volte più trasmissibile della “versione 2020” del virus, e forse anche più “cattiva”.
Ma per Europa e Usa la congiuntura è favorevole: dopo ritardi ed esitazioni, oggi la campagna vaccinale è in stato molto avanzato. I due terzi dei britannici ha ricevuto almeno una dose, l’Ue veleggia sul 53% e ha quasi raggiunto gli Usa al 55% (l’Italia è persino sopra, con il 57%). E anche contro Delta i vaccini sembrano funzionare: evitano il 90%-95% dei decessi.
⚖️ Rischi e benefici
La lotta contro il virus si inserisce in un equilibrio politico delicato. La scelta di Johnson anticipa le decisioni di molti altri i governi, in un senso o nell’altro: la Spagna ha reintrodotto restrizioni, il Portogallo il coprifuoco.
Ma sono gli stessi governi a non poter ignorare le dinamiche del consenso (anche elettorale). Sono lontanissimi i tempi della prima ondata, quando cittadini smarriti cercavano risposte e il sostegno ai governi in carica era alle stelle. Oggi quasi tutte le amministrazioni hanno consensi bassi e in calo, mentre cresce l’insofferenza per le misure di contenimento.
Per questo, pur se “soccorsi” dai vaccini, per i governi occidentali la lotta al coronavirus si fa di mese in mese più complessa.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ora Haiti brancola nel buio. Su ispionline.it
🦠 Delta calling
Ieri il CDC americano ha dichiarato che la variante Delta “è ormai dominante negli Stati Uniti”. Nei paesi EU lo è da tempo in UK e Portogallo, e di recente in Spagna, Francia e Germania. Per l’Italia (dove il 32% dei casi sequenziati è Delta) è solo questione di tempo.
Eppure martedì Boris Johnson ha dichiarato che in Regno Unito, che con Delta “lotta” ormai da due mesi, si riaprirà tutto dal 19 luglio. Via l’obbligo di mascherine al chiuso, fine del distanziamento, meno lavoro da casa. Tanto che stamattina 122 scienziati britannici hanno definito la rimozione delle restrizioni “un esperimento pericoloso e immorale”.
💉 Senza esclusione di colpi
È la lotta che abbiamo ingaggiato contro il virus. Soprattutto nel “vecchio” mondo, quello più ricco ma anche più anziano, che si trova oggi in una situazione prevista e prevedibile: l’emergere di varianti più contagiose che potrebbero compromettere le riaperture. In effetti Delta è due volte più trasmissibile della “versione 2020” del virus, e forse anche più “cattiva”.
Ma per Europa e Usa la congiuntura è favorevole: dopo ritardi ed esitazioni, oggi la campagna vaccinale è in stato molto avanzato. I due terzi dei britannici ha ricevuto almeno una dose, l’Ue veleggia sul 53% e ha quasi raggiunto gli Usa al 55% (l’Italia è persino sopra, con il 57%). E anche contro Delta i vaccini sembrano funzionare: evitano il 90%-95% dei decessi.
⚖️ Rischi e benefici
La lotta contro il virus si inserisce in un equilibrio politico delicato. La scelta di Johnson anticipa le decisioni di molti altri i governi, in un senso o nell’altro: la Spagna ha reintrodotto restrizioni, il Portogallo il coprifuoco.
Ma sono gli stessi governi a non poter ignorare le dinamiche del consenso (anche elettorale). Sono lontanissimi i tempi della prima ondata, quando cittadini smarriti cercavano risposte e il sostegno ai governi in carica era alle stelle. Oggi quasi tutte le amministrazioni hanno consensi bassi e in calo, mentre cresce l’insofferenza per le misure di contenimento.
Per questo, pur se “soccorsi” dai vaccini, per i governi occidentali la lotta al coronavirus si fa di mese in mese più complessa.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ora Haiti brancola nel buio. Su ispionline.it
🌍 BCE, UN CALCIO AL RIGORE?
🇪🇺 Il mondo nuovo
Ci sono voluti diciotto anni, due crisi economiche e una pandemia, ma alla fine è successo: la BCE ha modificato la sua strategia per combattere l’inflazione. Così da fine luglio si passerà da un obiettivo di crescita dei prezzi “inferiore ma vicino al 2%” a uno “simmetrico del 2%”.
Poche parole (un po’ tecniche) che vogliono dire molto, perché danno maggiore flessibilità alla BCE per stimolare l’economia anche quando i prezzi crescono. E che certificano uno scarto politico da quella che è spesso stata descritta come una maggioranza “rigorista” nell’istituzione di Francoforte.
💶 Whatever it takes, really
La presidente Lagarde ha assicurato che il nuovo target non significa che la BCE sia d’un tratto diventata “americana”, ovvero più attenta alla crescita anziché all’inflazione. Ma le affermazioni sembrano una mossa per rassicurare i paesi frugali, perché adesso lo scarto tra il mandato BCE e quello Fed è minimo.
Il nuovo obiettivo mette comunque nero su bianco qualcosa che accade da tempo: dal whatever it takes di Draghi del 2012, Francoforte ha costantemente lavorato per mettere in sicurezza l’euro, fornendo un cuscinetto contro gli spread eccessivi. Nel corso della pandemia, con il suo quantitative easing (denominato PEPP) la BCE ha già acquistato 1.200 miliardi di euro di titoli, e andrà avanti a suon di 80 miliardi al mese almeno fino a marzo 2022.
🥊 Falchi e colombe
ll nuovo mandato è una manna per l’Italia. In Eurozona, l'inflazione vicina al 2% degli ultimi mesi aveva fatto temere che la BCE potesse rivedere i propri acquisti, facendo ripartire lo spread. Invece lo “scudo” resta.
Se Roma sorride, Berlino si chiede però se l’istituzione di Francoforte non si stia allontanando troppo dalle posizioni tedesche. In una delicata fase di transizione, con la fine dell’era Merkel dietro l’angolo ed elezioni molto incerte a settembre, è possibile che Lagarde abbia approfittato di un “vuoto di potere” per riallineare la BCE su posizioni più moderate?
E per uno scontro “vinto” da Roma, rimane aperto un secondo fronte: quando e come ripristinare le regole sul deficit. Anche qui, falchi e colombe si preparano a darsi battaglia.
Nell'ISPI Daily Focus di questa sera: Il G20 pronto a blindare la tassa minima globale. Su ispionline.it
🇪🇺 Il mondo nuovo
Ci sono voluti diciotto anni, due crisi economiche e una pandemia, ma alla fine è successo: la BCE ha modificato la sua strategia per combattere l’inflazione. Così da fine luglio si passerà da un obiettivo di crescita dei prezzi “inferiore ma vicino al 2%” a uno “simmetrico del 2%”.
Poche parole (un po’ tecniche) che vogliono dire molto, perché danno maggiore flessibilità alla BCE per stimolare l’economia anche quando i prezzi crescono. E che certificano uno scarto politico da quella che è spesso stata descritta come una maggioranza “rigorista” nell’istituzione di Francoforte.
💶 Whatever it takes, really
La presidente Lagarde ha assicurato che il nuovo target non significa che la BCE sia d’un tratto diventata “americana”, ovvero più attenta alla crescita anziché all’inflazione. Ma le affermazioni sembrano una mossa per rassicurare i paesi frugali, perché adesso lo scarto tra il mandato BCE e quello Fed è minimo.
Il nuovo obiettivo mette comunque nero su bianco qualcosa che accade da tempo: dal whatever it takes di Draghi del 2012, Francoforte ha costantemente lavorato per mettere in sicurezza l’euro, fornendo un cuscinetto contro gli spread eccessivi. Nel corso della pandemia, con il suo quantitative easing (denominato PEPP) la BCE ha già acquistato 1.200 miliardi di euro di titoli, e andrà avanti a suon di 80 miliardi al mese almeno fino a marzo 2022.
🥊 Falchi e colombe
ll nuovo mandato è una manna per l’Italia. In Eurozona, l'inflazione vicina al 2% degli ultimi mesi aveva fatto temere che la BCE potesse rivedere i propri acquisti, facendo ripartire lo spread. Invece lo “scudo” resta.
Se Roma sorride, Berlino si chiede però se l’istituzione di Francoforte non si stia allontanando troppo dalle posizioni tedesche. In una delicata fase di transizione, con la fine dell’era Merkel dietro l’angolo ed elezioni molto incerte a settembre, è possibile che Lagarde abbia approfittato di un “vuoto di potere” per riallineare la BCE su posizioni più moderate?
E per uno scontro “vinto” da Roma, rimane aperto un secondo fronte: quando e come ripristinare le regole sul deficit. Anche qui, falchi e colombe si preparano a darsi battaglia.
Nell'ISPI Daily Focus di questa sera: Il G20 pronto a blindare la tassa minima globale. Su ispionline.it
🌎 CUBA BRUCIA
🇨🇺 Patria o morte?
A Cuba da ieri migliaia di persone sono scese in strada al grido di “libertà” e “abbasso la dittatura”. Si tratta delle manifestazioni più partecipate da decenni, se non di sempre, che il regime sta faticando a contenere.
Di fronte all’allargarsi della protesta, che sta toccando anche la capitale L’Avana, il presidente Miguel Díaz-Canel ha incoraggiato i cittadini “rivoluzionari” a “scendere in piazza e combattere”. E così nelle città si sono formati contro-cortei a sostegno il regime, in alcuni casi arrivando allo scontro con i contestatori.
✊ Hasta la victoria...
Da anni Cuba attraversa una travagliata transizione politica. Dopo la morte di Fidel Castro nel 2016 il potere era passato al fratello Raúl, anziano e malato, che dal 2018 ha progressivamente lasciato il timone a Díaz-Canel. Insomma, ora la leadership cubana non può più fare appello alla storia della rivoluzione e al carisma dei Castro.
Poi è arrivata la pandemia: prima il blocco dei voli che, per un’isola strettamente dipendente dal turismo, ha significato una batosta economica (nel 2020 si è perso l’11% del Pil), e poi stop a iniezioni di valuta estera, con i prezzi dei beni di prima necessità volati alle stelle.
Adesso lo “sbarco” della variante Delta, con le infezioni ai massimi di sempre e in crescita. Gli ospedali cubani, conosciuti come eccellenza mondiale, sono sotto forte pressione.
💥 … siempre?
Nonostante gli sforzi del governo nel dipingere la “isla bonita” come un “regime dolce” (con un’ottima sanità e social network liberi) Cuba non è mai stata esattamente felice. Nel solo 1980 l’esodo di Mariel portò negli Usa 125.000 cubani, mentre sono centinaia gli atleti fuggiti appena hanno messo il piede all’estero. E oggi social media liberi durante le proteste significano solo una cosa: migliaia di video contro il regime in circolazione.
Adesso i “giochi” sul futuro dell’isola sono aperti e il regime ha due alternative: cedere alle pressioni dei manifestanti, magari cercando di negoziare la fine delle sanzioni con Biden, più aperturista di Trump. Oppure usare le maniere forti. A sentire le parole di Díaz-Canel, il timore è che abbia scelto le seconde.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sorpasso bulgaro. Su ispionline.it
🇨🇺 Patria o morte?
A Cuba da ieri migliaia di persone sono scese in strada al grido di “libertà” e “abbasso la dittatura”. Si tratta delle manifestazioni più partecipate da decenni, se non di sempre, che il regime sta faticando a contenere.
Di fronte all’allargarsi della protesta, che sta toccando anche la capitale L’Avana, il presidente Miguel Díaz-Canel ha incoraggiato i cittadini “rivoluzionari” a “scendere in piazza e combattere”. E così nelle città si sono formati contro-cortei a sostegno il regime, in alcuni casi arrivando allo scontro con i contestatori.
✊ Hasta la victoria...
Da anni Cuba attraversa una travagliata transizione politica. Dopo la morte di Fidel Castro nel 2016 il potere era passato al fratello Raúl, anziano e malato, che dal 2018 ha progressivamente lasciato il timone a Díaz-Canel. Insomma, ora la leadership cubana non può più fare appello alla storia della rivoluzione e al carisma dei Castro.
Poi è arrivata la pandemia: prima il blocco dei voli che, per un’isola strettamente dipendente dal turismo, ha significato una batosta economica (nel 2020 si è perso l’11% del Pil), e poi stop a iniezioni di valuta estera, con i prezzi dei beni di prima necessità volati alle stelle.
Adesso lo “sbarco” della variante Delta, con le infezioni ai massimi di sempre e in crescita. Gli ospedali cubani, conosciuti come eccellenza mondiale, sono sotto forte pressione.
💥 … siempre?
Nonostante gli sforzi del governo nel dipingere la “isla bonita” come un “regime dolce” (con un’ottima sanità e social network liberi) Cuba non è mai stata esattamente felice. Nel solo 1980 l’esodo di Mariel portò negli Usa 125.000 cubani, mentre sono centinaia gli atleti fuggiti appena hanno messo il piede all’estero. E oggi social media liberi durante le proteste significano solo una cosa: migliaia di video contro il regime in circolazione.
Adesso i “giochi” sul futuro dell’isola sono aperti e il regime ha due alternative: cedere alle pressioni dei manifestanti, magari cercando di negoziare la fine delle sanzioni con Biden, più aperturista di Trump. Oppure usare le maniere forti. A sentire le parole di Díaz-Canel, il timore è che abbia scelto le seconde.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sorpasso bulgaro. Su ispionline.it
🌍 FRANCIA VS UK: UNA VARIANTE POLITICA?
⛔️ Non c’è vita senza green pass
Un milione di prenotazioni in un giorno. Da quando ieri Macron ha messo in guardia sulla variante Delta e sul rischio di “una quarta ondata devastante”, in Francia è corsa al vaccino.
Certo, più che i moniti a pesare sono gli incentivi (solo con il green pass si potrà salire sui mezzi pubblici, o accedere a cinema e ristoranti) e gli obblighi (i sanitari che a settembre non saranno vaccinati rischiano lo stipendio). Ma il discorso di Macron marca la forte distanza tra Parigi e Londra, dove Johnson si impegna a “riaprire tutto” tra meno di una settimana lasciando libera scelta sulle vaccinazioni.
🦠 Dilemma Delta
La mossa di Macron ha un chiaro obiettivo: convincere più francesi a vaccinarsi. Perché se è vero che in UK le prenotazioni per il vaccino sono in netto calo, il 68% dei britannici ha già ricevuto almeno la prima dose. Una situazione ben diversa rispetto alla Francia, dove la quota resta sotto il 53% (lontana da Italia, 59%, e Germania, 58%) e in preoccupante rallentamento.
Intanto, contro Delta il vaccino sembra "tenere”. In sette paesi europei in cui i contagi sono in forte aumento (inclusi UK e Francia) siamo ormai vicini al picco di casi della seconda ondata. Ma le morti restano molto basse, circa l’80%-90% in meno rispetto alle ondate precedenti. Così, incoraggiare i francesi a vaccinarsi diventa fondamentale.
💉 “Dittatura sanitaria”
Macron ha atteso prima di annunciare le nuove misure perché facendolo corre un rischio politico. Le elezioni in Francia si avvicinano, e in Europa cresce la sfiducia nei confronti dei governi. Le opposizioni cavalcano il malcontento accusandoli di infrangere le libertà individuali: prima con mascherine e lockdown, oggi con le vaccinazioni.
Non a caso la destra francese ha esortato la popolazione a boicottare gli esercizi commerciali che faranno rispettare le misure annunciate da Macron. Non solo Le Pen, ma anche candidati più radicali sperano di poterne approfittare. E la questione non si ferma alla Francia: solo il tempo ci dirà se in Europa a prevalere sarà l’approccio libertario (ma rischioso) di BoJo, o quello dirigiste (ma prudente) di Macron.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sudafrica al bivio. Su ispionline.it
⛔️ Non c’è vita senza green pass
Un milione di prenotazioni in un giorno. Da quando ieri Macron ha messo in guardia sulla variante Delta e sul rischio di “una quarta ondata devastante”, in Francia è corsa al vaccino.
Certo, più che i moniti a pesare sono gli incentivi (solo con il green pass si potrà salire sui mezzi pubblici, o accedere a cinema e ristoranti) e gli obblighi (i sanitari che a settembre non saranno vaccinati rischiano lo stipendio). Ma il discorso di Macron marca la forte distanza tra Parigi e Londra, dove Johnson si impegna a “riaprire tutto” tra meno di una settimana lasciando libera scelta sulle vaccinazioni.
🦠 Dilemma Delta
La mossa di Macron ha un chiaro obiettivo: convincere più francesi a vaccinarsi. Perché se è vero che in UK le prenotazioni per il vaccino sono in netto calo, il 68% dei britannici ha già ricevuto almeno la prima dose. Una situazione ben diversa rispetto alla Francia, dove la quota resta sotto il 53% (lontana da Italia, 59%, e Germania, 58%) e in preoccupante rallentamento.
Intanto, contro Delta il vaccino sembra "tenere”. In sette paesi europei in cui i contagi sono in forte aumento (inclusi UK e Francia) siamo ormai vicini al picco di casi della seconda ondata. Ma le morti restano molto basse, circa l’80%-90% in meno rispetto alle ondate precedenti. Così, incoraggiare i francesi a vaccinarsi diventa fondamentale.
💉 “Dittatura sanitaria”
Macron ha atteso prima di annunciare le nuove misure perché facendolo corre un rischio politico. Le elezioni in Francia si avvicinano, e in Europa cresce la sfiducia nei confronti dei governi. Le opposizioni cavalcano il malcontento accusandoli di infrangere le libertà individuali: prima con mascherine e lockdown, oggi con le vaccinazioni.
Non a caso la destra francese ha esortato la popolazione a boicottare gli esercizi commerciali che faranno rispettare le misure annunciate da Macron. Non solo Le Pen, ma anche candidati più radicali sperano di poterne approfittare. E la questione non si ferma alla Francia: solo il tempo ci dirà se in Europa a prevalere sarà l’approccio libertario (ma rischioso) di BoJo, o quello dirigiste (ma prudente) di Macron.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sudafrica al bivio. Su ispionline.it
🌎 INFLAZIONE: USA (E MONDO?) AL BIVIO
📈 Grattacapo Fed
+5,4%. È il dato comunicato ieri sull’inflazione di giugno negli Usa rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ed è anche il valore più alto dal 1991: esattamente trent’anni fa. Sono ormai quattro mesi che l’inflazione negli Stati Uniti supera l’obiettivo della Federal Reserve del 2%, anzi, da aprile è sempre stata sopra al 4%.
Valori così elevati sono altrettante frecce all’arco dei “falchi” che chiedono che la Fed cominci a ridurre il proprio sostegno all’economia (il quantitative easing) per frenare la risalita dei prezzi. E proprio oggi il presidente della Fed, Jerome Powell, ha dovuto difendere il suo operato di fronte al Congresso spiegando che la ripresa “ha ancora ampi margini di miglioramento”.
💰 Fine di un’era?
Sono anni che la Fed e il mondo non devono fare i conti con un possibile aumento dei tassi di interesse. Anzi, era stata proprio la Fed nel 2008 a dare inizio a quel periodo di tassi ultrabassi e politiche monetarie non convenzionali che ha accompagnato l’Occidente fino a oggi.
Con la pandemia, gli stimoli sono persino aumentati: la Fed ha prima iniettato direttamente nell’economia Usa più di 2.500 miliardi di dollari in due mesi, poi ha continuato con acquisti per 120 miliardi al mese. Qualcosa di simile in Europa ha fatto la Bce, portando gli acquisti a 80 miliardi di euro al mese. Adesso, con l’inflazione che “esplode”, si avvicina la fine di un’era?
⏳ … e intanto il mondo osserva
I mercati ricordano bene cos’è successo nel 2013, quando la Fed ha annunciato un parziale ritiro degli stimoli. I capitali erano fuggiti in massa dai paesi emergenti in direzione Washington, mettendo in forte difficoltà economie con disperato bisogno di dollari, in alcuni casi avvicinandole alla bancarotta.
Oggi è l’Europa a guardare con altrettanta apprensione all’America. Anche se la BCE ha appena ammorbidito la sua strategia per combattere l’inflazione rendendola più attenta alla crescita, la presidente Lagarde sa bene che i “falchi” aspettano solo un segnale da Washington per dare battaglia. Un segnale che, a seguire il dibattito negli Usa, potrebbe arrivare prima di quanto si pensi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, l’ora del Green Deal. Su ispionline.it
📈 Grattacapo Fed
+5,4%. È il dato comunicato ieri sull’inflazione di giugno negli Usa rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Ed è anche il valore più alto dal 1991: esattamente trent’anni fa. Sono ormai quattro mesi che l’inflazione negli Stati Uniti supera l’obiettivo della Federal Reserve del 2%, anzi, da aprile è sempre stata sopra al 4%.
Valori così elevati sono altrettante frecce all’arco dei “falchi” che chiedono che la Fed cominci a ridurre il proprio sostegno all’economia (il quantitative easing) per frenare la risalita dei prezzi. E proprio oggi il presidente della Fed, Jerome Powell, ha dovuto difendere il suo operato di fronte al Congresso spiegando che la ripresa “ha ancora ampi margini di miglioramento”.
💰 Fine di un’era?
Sono anni che la Fed e il mondo non devono fare i conti con un possibile aumento dei tassi di interesse. Anzi, era stata proprio la Fed nel 2008 a dare inizio a quel periodo di tassi ultrabassi e politiche monetarie non convenzionali che ha accompagnato l’Occidente fino a oggi.
Con la pandemia, gli stimoli sono persino aumentati: la Fed ha prima iniettato direttamente nell’economia Usa più di 2.500 miliardi di dollari in due mesi, poi ha continuato con acquisti per 120 miliardi al mese. Qualcosa di simile in Europa ha fatto la Bce, portando gli acquisti a 80 miliardi di euro al mese. Adesso, con l’inflazione che “esplode”, si avvicina la fine di un’era?
⏳ … e intanto il mondo osserva
I mercati ricordano bene cos’è successo nel 2013, quando la Fed ha annunciato un parziale ritiro degli stimoli. I capitali erano fuggiti in massa dai paesi emergenti in direzione Washington, mettendo in forte difficoltà economie con disperato bisogno di dollari, in alcuni casi avvicinandole alla bancarotta.
Oggi è l’Europa a guardare con altrettanta apprensione all’America. Anche se la BCE ha appena ammorbidito la sua strategia per combattere l’inflazione rendendola più attenta alla crescita, la presidente Lagarde sa bene che i “falchi” aspettano solo un segnale da Washington per dare battaglia. Un segnale che, a seguire il dibattito negli Usa, potrebbe arrivare prima di quanto si pensi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa, l’ora del Green Deal. Su ispionline.it
🌏 CINA: ANDAMENTO LENTO?
🇨🇳 Rimbalzo, con dubbi
L’economia cinese continua a crescere a ritmi sostenuti. Ma sta rallentando? Se lo chiedono in tanti dopo che ieri Pechino ha annunciato che nel secondo semestre la sua economia si è espansa del 7,9% rispetto allo stesso periodo del 2020. Crescita importante, ma dimezzata rispetto al +18% del primo trimestre.
Certo, quel +18% era un dato molto gonfiato, perché risentiva della recessione provocata dalla pandemia. Che in Cina è iniziata prima che nel resto del mondo, ma è stata molto più breve. Ci si chiede dunque se il “rimbalzo” cinese sia reale o gonfiato dai debiti, e soprattutto quanto sia sostenibile.
📈 Una linea sottile
Nonostante il rallentamento, le previsioni vedono la Cina crescere velocemente anche nei prossimi anni. La sua economia potrebbe essere del 18% più grande entro il 2022 rispetto al 2019: più del doppio rispetto agli Usa (+8%) e molto meglio di un’Europa ferma al palo (+2%).
Ma il rimbalzo è stato sostenuto da produzione industriale e investimenti, oltre che da uno stimolo da 500 miliardi di dollari che ha assecondato quella “economia del debito” da cui Pechino vorrebbe emanciparsi da anni, ma che continua a tollerare per non frenare la ripresa.
Ora però le autorità hanno un problema: con il debito delle aziende cinesi tra i più alti al mondo (ormai supera il 160% del PIL) devono lasciar fallire le imprese “non sostenibili” senza compromettere la crescita.
⏰ Con il fiato sospeso
Pechino conta ormai per il 17% del PIL mondiale. Ma, soprattutto, è in Cina che negli ultimi dieci anni si è concentrato il 60% della crescita del mondo: un gigante, nel bene e nel male. Per questo tutti, dai partner ai concorrenti, guardano con apprensione alla velocità della “transizione” cinese.
Al momento i segnali sono contrastanti. Il partito si è dato un obiettivo di crescita “basso” (6%) che certamente supererà, consentendogli di “sfrondare” qualche “ramo secco” senza eccessivi patemi. Ma i fallimenti di alcune aziende a fine 2020 hanno creato disoccupazione, e i consumi interni restano troppo bassi per sostenere la crescita da soli.
L’equilibrio, delicato, minaccia di spezzarsi presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia e migrazioni, accordo rinnovato. Su ispionline.it
🇨🇳 Rimbalzo, con dubbi
L’economia cinese continua a crescere a ritmi sostenuti. Ma sta rallentando? Se lo chiedono in tanti dopo che ieri Pechino ha annunciato che nel secondo semestre la sua economia si è espansa del 7,9% rispetto allo stesso periodo del 2020. Crescita importante, ma dimezzata rispetto al +18% del primo trimestre.
Certo, quel +18% era un dato molto gonfiato, perché risentiva della recessione provocata dalla pandemia. Che in Cina è iniziata prima che nel resto del mondo, ma è stata molto più breve. Ci si chiede dunque se il “rimbalzo” cinese sia reale o gonfiato dai debiti, e soprattutto quanto sia sostenibile.
📈 Una linea sottile
Nonostante il rallentamento, le previsioni vedono la Cina crescere velocemente anche nei prossimi anni. La sua economia potrebbe essere del 18% più grande entro il 2022 rispetto al 2019: più del doppio rispetto agli Usa (+8%) e molto meglio di un’Europa ferma al palo (+2%).
Ma il rimbalzo è stato sostenuto da produzione industriale e investimenti, oltre che da uno stimolo da 500 miliardi di dollari che ha assecondato quella “economia del debito” da cui Pechino vorrebbe emanciparsi da anni, ma che continua a tollerare per non frenare la ripresa.
Ora però le autorità hanno un problema: con il debito delle aziende cinesi tra i più alti al mondo (ormai supera il 160% del PIL) devono lasciar fallire le imprese “non sostenibili” senza compromettere la crescita.
⏰ Con il fiato sospeso
Pechino conta ormai per il 17% del PIL mondiale. Ma, soprattutto, è in Cina che negli ultimi dieci anni si è concentrato il 60% della crescita del mondo: un gigante, nel bene e nel male. Per questo tutti, dai partner ai concorrenti, guardano con apprensione alla velocità della “transizione” cinese.
Al momento i segnali sono contrastanti. Il partito si è dato un obiettivo di crescita “basso” (6%) che certamente supererà, consentendogli di “sfrondare” qualche “ramo secco” senza eccessivi patemi. Ma i fallimenti di alcune aziende a fine 2020 hanno creato disoccupazione, e i consumi interni restano troppo bassi per sostenere la crescita da soli.
L’equilibrio, delicato, minaccia di spezzarsi presto.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia e migrazioni, accordo rinnovato. Su ispionline.it
🌎 MERKEL IN USA: ULTIMA USCITA
🤝 Amici ritrovati
Ieri Angela Merkel era negli Usa per un ultimo incontro con Joe Biden prima della fine del suo cancellierato, che prosegue ininterrotto dal 2005. Il meeting, che pare aver definitivamente ricucito il grande “strappo transatlantico” dell’era Trump, è arrivato in un momento tragico per la Germania, alle prese con una delle peggiori alluvioni della sua storia.
Ma è servito a sottolineare quanto Merkel sia consapevole del ruolo della Germania in Europa e della responsabilità che ne discende. Anche se non è mancato qualche attrito tra ciò che chiede Berlino e ciò che vorrebbe “l’Europa”.
🇪🇺 Una leader per tutti?
Nell’incontro, Merkel ha cercato di raccontare una volta di più la Germania come “portavoce” di interessi europei. Chiedendo a Biden di sollevare il travel ban nei confronti dei cittadini Ue: una richiesta dal tempismo imperfetto, con i contagi in aumento in tutta Europa, ma avanzata a gran voce dai governi europei. Ed esprimendo solidarietà alle popolazioni colpite dalle alluvioni non solo in Germania, ma anche in Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Ma l'incontro ha anche reso evidente la volontà di dire la propria (sul ritiro dall’Afghanistan per esempio) e la distanza che separa Berlino da Bruxelles. Dal Nord Stream 2, sostenuto dai tedeschi ma avversato da Washington e dai paesi dell’Europa orientale, ai rapporti con Pechino, pessimi con gli USA e ormai tesi anche per l’Ue, ma che la Germania vorrebbe ammorbidire.
🇩🇪 Il lungo addio
Con Merkel in uscita, il futuro della prima economia d’Europa è quantomai in bilico. Nei sondaggi la CDU è in netta ripresa, ma è ancora lontana dal 35% toccato durante la prima ondata della pandemia. E ad Armin Laschet, l’erede di Merkel (già debole all’interno del suo partito), occorrerebbero probabilmente mesi per formare un governo di coalizione. Che potrebbe non essere più con i socialisti, ma con verdi o liberali.
L’alluvione di questi giorni ne riporta alla memoria un’altra: quella dell’estate del 2002, che aiutò Schroeder e la sua coalizione rosso-verde a restare al timone. Ma non è affatto detto che, con Merkel dimissionaria da tempo, questa volta il partito di governo ne esca rafforzato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Dio salvi il Libano”. Su ispionline.it
🤝 Amici ritrovati
Ieri Angela Merkel era negli Usa per un ultimo incontro con Joe Biden prima della fine del suo cancellierato, che prosegue ininterrotto dal 2005. Il meeting, che pare aver definitivamente ricucito il grande “strappo transatlantico” dell’era Trump, è arrivato in un momento tragico per la Germania, alle prese con una delle peggiori alluvioni della sua storia.
Ma è servito a sottolineare quanto Merkel sia consapevole del ruolo della Germania in Europa e della responsabilità che ne discende. Anche se non è mancato qualche attrito tra ciò che chiede Berlino e ciò che vorrebbe “l’Europa”.
🇪🇺 Una leader per tutti?
Nell’incontro, Merkel ha cercato di raccontare una volta di più la Germania come “portavoce” di interessi europei. Chiedendo a Biden di sollevare il travel ban nei confronti dei cittadini Ue: una richiesta dal tempismo imperfetto, con i contagi in aumento in tutta Europa, ma avanzata a gran voce dai governi europei. Ed esprimendo solidarietà alle popolazioni colpite dalle alluvioni non solo in Germania, ma anche in Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Ma l'incontro ha anche reso evidente la volontà di dire la propria (sul ritiro dall’Afghanistan per esempio) e la distanza che separa Berlino da Bruxelles. Dal Nord Stream 2, sostenuto dai tedeschi ma avversato da Washington e dai paesi dell’Europa orientale, ai rapporti con Pechino, pessimi con gli USA e ormai tesi anche per l’Ue, ma che la Germania vorrebbe ammorbidire.
🇩🇪 Il lungo addio
Con Merkel in uscita, il futuro della prima economia d’Europa è quantomai in bilico. Nei sondaggi la CDU è in netta ripresa, ma è ancora lontana dal 35% toccato durante la prima ondata della pandemia. E ad Armin Laschet, l’erede di Merkel (già debole all’interno del suo partito), occorrerebbero probabilmente mesi per formare un governo di coalizione. Che potrebbe non essere più con i socialisti, ma con verdi o liberali.
L’alluvione di questi giorni ne riporta alla memoria un’altra: quella dell’estate del 2002, che aiutò Schroeder e la sua coalizione rosso-verde a restare al timone. Ma non è affatto detto che, con Merkel dimissionaria da tempo, questa volta il partito di governo ne esca rafforzato.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: “Dio salvi il Libano”. Su ispionline.it
🌍 UK E VARIANTE DELTA: OPEN FOR BUSINESS?
🇬🇧 Freedom day
Da oggi in Regno Unito ci si può persino abbracciare (tranne il premier Boris Johnson, che da ieri è in isolamento). Via regole su mascherine, distanziamento sociale e assembramenti. Era una promessa cui Johnson teneva molto, dopo che a metà giugno era stato costretto a rimandare la riapertura di un mese per monitorare l’andamento di contagi e decessi causati dalla variante Delta.
E così da oggi il Regno Unito “riparte”. Come annunciato da BoJo, le riaperture saranno “caute”. Ma anche “irreversibili”.
🦠 Un rischio calcolato?
Sicuramente sì, ma non sappiamo ancora quanto bene. Nel corso del mese di “riaperture mancate”, nel Regno Unito i nuovi casi giornalieri (già in crescita) sono esplosi, passando da meno di 10.000 a più di 45.000. Siamo ormai ben sopra al picco della seconda ondata, e vicini a quello della terza che, lo scorso dicembre, aveva convinto BoJo a decretare proprio quel “lockdown di Natale” durato fino a ieri.
Fortunatamente, i vaccini sembrano funzionare anche contro la variante più trasmissibile di sempre. I morti (meno di 50 al giorno) sono solo una frazione rispetto agli oltre 1.000 al giorno di gennaio. I ricoveri però salgono più rapidamente e, anche se per ora gli ospedali non sono sotto stress, un sistema sanitario già stremato potrebbe non essere in grado di reggere all’urto di questa nuova infornata di ospedalizzazioni.
🌏 First world problems
Quella di BoJo è una scommessa, mentre il resto d’Europa si chiede se lasciar correre un virus (al momento) meno pericoloso allentando le restrizioni, o se – come fanno Francia, Spagna e Portogallo – incoraggiare il più possibile le persone a vaccinarsi e adottare nuove misure di contenimento (come coprifuoco o chiusura delle frontiere).
Magari fossero solo questi, i problemi che deve affrontare il resto del mondo. Con vaccini ancora scarsi (o meno efficaci) dalla Russia all’Argentina, dall’Africa al Sudest asiatico, la variante Delta è ormai diventata un problema globale.
E, purtroppo, nei paesi con popolazioni poco vaccinate a crescere in maniera esponenziale non sono soltanto i casi, ma anche le morti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il caso Pegasus. Su ispionline.it
🇬🇧 Freedom day
Da oggi in Regno Unito ci si può persino abbracciare (tranne il premier Boris Johnson, che da ieri è in isolamento). Via regole su mascherine, distanziamento sociale e assembramenti. Era una promessa cui Johnson teneva molto, dopo che a metà giugno era stato costretto a rimandare la riapertura di un mese per monitorare l’andamento di contagi e decessi causati dalla variante Delta.
E così da oggi il Regno Unito “riparte”. Come annunciato da BoJo, le riaperture saranno “caute”. Ma anche “irreversibili”.
🦠 Un rischio calcolato?
Sicuramente sì, ma non sappiamo ancora quanto bene. Nel corso del mese di “riaperture mancate”, nel Regno Unito i nuovi casi giornalieri (già in crescita) sono esplosi, passando da meno di 10.000 a più di 45.000. Siamo ormai ben sopra al picco della seconda ondata, e vicini a quello della terza che, lo scorso dicembre, aveva convinto BoJo a decretare proprio quel “lockdown di Natale” durato fino a ieri.
Fortunatamente, i vaccini sembrano funzionare anche contro la variante più trasmissibile di sempre. I morti (meno di 50 al giorno) sono solo una frazione rispetto agli oltre 1.000 al giorno di gennaio. I ricoveri però salgono più rapidamente e, anche se per ora gli ospedali non sono sotto stress, un sistema sanitario già stremato potrebbe non essere in grado di reggere all’urto di questa nuova infornata di ospedalizzazioni.
🌏 First world problems
Quella di BoJo è una scommessa, mentre il resto d’Europa si chiede se lasciar correre un virus (al momento) meno pericoloso allentando le restrizioni, o se – come fanno Francia, Spagna e Portogallo – incoraggiare il più possibile le persone a vaccinarsi e adottare nuove misure di contenimento (come coprifuoco o chiusura delle frontiere).
Magari fossero solo questi, i problemi che deve affrontare il resto del mondo. Con vaccini ancora scarsi (o meno efficaci) dalla Russia all’Argentina, dall’Africa al Sudest asiatico, la variante Delta è ormai diventata un problema globale.
E, purtroppo, nei paesi con popolazioni poco vaccinate a crescere in maniera esponenziale non sono soltanto i casi, ma anche le morti.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: il caso Pegasus. Su ispionline.it
🌎 BEZOS E GLI ALTRI: CORSA ALLO SPAZIO
🚀 Una questione di chilometri
Ogni anno Jeff Bezos vende 1 miliardo di azioni Amazon per finanziare la sua azienda spaziale, Blue Origin, che oggi lo ha portato nello spazio. Un viaggio di 11 minuti, intrapreso anche da un giovane studente che ha pagato circa 30 milioni di dollari per assicurarsi un posto.
Il razzo ha raggiunto un’altitudine di 107 km: 22 in più rispetto alla missione del miliardario rivale Richard Branson, che li ha però preceduti di una decina di giorni. A più di mezzo secolo dal primo allunaggio, è tempo di una nuova (elitaria) corsa allo spazio.
💰 Imprese spaziali
Sono passati vent’anni dal primo viaggio spaziale privato: era il 2001 e l’americano Dennis Tito pagò 20 milioni di dollari per venire lanciato assieme a un equipaggio ufficiale, restando in orbita per una settimana. In quel caso il razzo e la missione erano russi.
Oggi il turismo spaziale è un settore da 1 miliardo di dollari e in rapida ascesa. Ed è la parte più visibile di una economia, quella spaziale, che oggi vale quasi 400 miliardi. Tre quarti dei quali sono ascrivibili all’industria satellitare, che con il lancio di 15mila nuovi satelliti nei prossimi 10 anni diventerà un mercato sempre più ambito. Non solo: l’interesse di chi fa viaggi spaziali è proprio quello di affermarsi nella space economy. Un affare da 1100 miliardi entro il 2040.
🔙 Ritorno al passato?
Così lo spazio diventa un luogo sempre più affollato. Oltre all’arrivo dei privati, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo (dalla Cina all’India, dall’Iran agli Emirati) e con specifici obiettivi geopolitici. E si allontanano gli anni Novanta, quando la fine della guerra fredda sembrava aver dato avvio a un periodo di cooperazione.
Il simbolo di quella cooperazione era la Stazione spaziale internazionale, che potrebbe essere “pensionata” già dal 2024. Perché lo spazio oggi è terreno di concorrenza, tra governi e tra privati.
Un salto indietro agli anni Ottanta. Ma con quel tocco di “competizione” in più tra grandi multinazionali digitali che è il vero marchio di fabbrica degli ultimi decenni.
Leggi il Longread ISPI: Il Futuro dello spazio. La nuova geopolitica della corsa all’universo. Su bit.ly/futurodellospazio
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cyberattacco a Microsoft, Pechino sotto accusa. Su ispionline.it
🚀 Una questione di chilometri
Ogni anno Jeff Bezos vende 1 miliardo di azioni Amazon per finanziare la sua azienda spaziale, Blue Origin, che oggi lo ha portato nello spazio. Un viaggio di 11 minuti, intrapreso anche da un giovane studente che ha pagato circa 30 milioni di dollari per assicurarsi un posto.
Il razzo ha raggiunto un’altitudine di 107 km: 22 in più rispetto alla missione del miliardario rivale Richard Branson, che li ha però preceduti di una decina di giorni. A più di mezzo secolo dal primo allunaggio, è tempo di una nuova (elitaria) corsa allo spazio.
💰 Imprese spaziali
Sono passati vent’anni dal primo viaggio spaziale privato: era il 2001 e l’americano Dennis Tito pagò 20 milioni di dollari per venire lanciato assieme a un equipaggio ufficiale, restando in orbita per una settimana. In quel caso il razzo e la missione erano russi.
Oggi il turismo spaziale è un settore da 1 miliardo di dollari e in rapida ascesa. Ed è la parte più visibile di una economia, quella spaziale, che oggi vale quasi 400 miliardi. Tre quarti dei quali sono ascrivibili all’industria satellitare, che con il lancio di 15mila nuovi satelliti nei prossimi 10 anni diventerà un mercato sempre più ambito. Non solo: l’interesse di chi fa viaggi spaziali è proprio quello di affermarsi nella space economy. Un affare da 1100 miliardi entro il 2040.
🔙 Ritorno al passato?
Così lo spazio diventa un luogo sempre più affollato. Oltre all’arrivo dei privati, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo (dalla Cina all’India, dall’Iran agli Emirati) e con specifici obiettivi geopolitici. E si allontanano gli anni Novanta, quando la fine della guerra fredda sembrava aver dato avvio a un periodo di cooperazione.
Il simbolo di quella cooperazione era la Stazione spaziale internazionale, che potrebbe essere “pensionata” già dal 2024. Perché lo spazio oggi è terreno di concorrenza, tra governi e tra privati.
Un salto indietro agli anni Ottanta. Ma con quel tocco di “competizione” in più tra grandi multinazionali digitali che è il vero marchio di fabbrica degli ultimi decenni.
Leggi il Longread ISPI: Il Futuro dello spazio. La nuova geopolitica della corsa all’universo. Su bit.ly/futurodellospazio
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cyberattacco a Microsoft, Pechino sotto accusa. Su ispionline.it