🌎 USA E MEDIO ORIENTE: VICINI LONTANI
🇺🇸 Niente da vedere
Ieri la Casa Bianca ha difeso gli strike americani dei giorni scorsi al confine tra Siria e Iraq. I bombardamenti, indirizzati contro milizie sostenute dall’Iran, sono i secondi nella regione dall’insediamento di Biden.
Washington li considera “difensivi” perché mirati a prevenire possibili attacchi contro truppe Usa o alleati, mentre l’Iran e i governi siriano e iracheno li vedono come provocazioni. Intanto i miliziani hanno colto subito l’occasione per invocare alla “guerra santa” contro l’America e l’Occidente.
💥 Oltre Daesh
I bombardamenti proseguono nel solco delle politiche di Obama e Trump: sempre meno truppe “on the ground”, e sempre più attacchi mirati (quasi sempre dal cielo) contro i “nemici”. Certo, siamo molto lontani dai 1.500 bombardamenti al mese del 2019 della coalizione internazionale contro lo Stato islamico (ieri riunitasi a Roma).
E l’engagement Usa in Medio Oriente non si limita alle bombe, come dimostra il tour europeo del Segretario di Stato Usa Blinken: ha partecipato alla Conferenza di Berlino sulla Libia, a un vertice sullo Stato islamico e ha incontrato il suo omologo israeliano Lapid. Proseguono poi a Vienna, anche se a rilento, i negoziati sul nucleare iraniano che Trump aveva abbandonato.
🌏 Pivot to Asia?
Se ne parla dai tempi di Obama: gli Usa guardano sempre meno al Medio Oriente e sempre più verso l’Asia e il Pacifico, vero “teatro” dello scontro tra grandi potenze. Lo ha ricordato proprio Blinken ieri, in visita all’Italia: tra competizione e cooperazione, Pechino è “di certo l’interlocutore più ostico e importante”.
In teoria la ritrovata indipendenza energetica americana (grazie alla rivoluzione shale gli Usa, che nel 2005 importavano il 70% del petrolio consumato e da tre anni sono ormai esportatori netti) dovrebbe rendere ancora più semplice questo obiettivo.
Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo alleanze (con l’Arabia Saudita e Israele, naturalmente) e interessi. L'Afghanistan è un monito: Washington sa che il vuoto che lascia - come tutti i vuoti del resto - rischia di essere colmato da altri.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera “Etiopia, i ribelli avanzano: annunciato il cessate-il-fuoco". Su ispionline.it
🇺🇸 Niente da vedere
Ieri la Casa Bianca ha difeso gli strike americani dei giorni scorsi al confine tra Siria e Iraq. I bombardamenti, indirizzati contro milizie sostenute dall’Iran, sono i secondi nella regione dall’insediamento di Biden.
Washington li considera “difensivi” perché mirati a prevenire possibili attacchi contro truppe Usa o alleati, mentre l’Iran e i governi siriano e iracheno li vedono come provocazioni. Intanto i miliziani hanno colto subito l’occasione per invocare alla “guerra santa” contro l’America e l’Occidente.
💥 Oltre Daesh
I bombardamenti proseguono nel solco delle politiche di Obama e Trump: sempre meno truppe “on the ground”, e sempre più attacchi mirati (quasi sempre dal cielo) contro i “nemici”. Certo, siamo molto lontani dai 1.500 bombardamenti al mese del 2019 della coalizione internazionale contro lo Stato islamico (ieri riunitasi a Roma).
E l’engagement Usa in Medio Oriente non si limita alle bombe, come dimostra il tour europeo del Segretario di Stato Usa Blinken: ha partecipato alla Conferenza di Berlino sulla Libia, a un vertice sullo Stato islamico e ha incontrato il suo omologo israeliano Lapid. Proseguono poi a Vienna, anche se a rilento, i negoziati sul nucleare iraniano che Trump aveva abbandonato.
🌏 Pivot to Asia?
Se ne parla dai tempi di Obama: gli Usa guardano sempre meno al Medio Oriente e sempre più verso l’Asia e il Pacifico, vero “teatro” dello scontro tra grandi potenze. Lo ha ricordato proprio Blinken ieri, in visita all’Italia: tra competizione e cooperazione, Pechino è “di certo l’interlocutore più ostico e importante”.
In teoria la ritrovata indipendenza energetica americana (grazie alla rivoluzione shale gli Usa, che nel 2005 importavano il 70% del petrolio consumato e da tre anni sono ormai esportatori netti) dovrebbe rendere ancora più semplice questo obiettivo.
Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo alleanze (con l’Arabia Saudita e Israele, naturalmente) e interessi. L'Afghanistan è un monito: Washington sa che il vuoto che lascia - come tutti i vuoti del resto - rischia di essere colmato da altri.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera “Etiopia, i ribelli avanzano: annunciato il cessate-il-fuoco". Su ispionline.it
🌎 COVID IN AMERICA LATINA: L’ONDA PIÙ LUNGA
📈 Fuori controllo
Un tragico record del mondo: negli ultimi tre mesi in America Latina il numero di decessi pro capite causati da Covid-19 ha toccato i massimi di sempre. La situazione è talmente critica che due settimane fa l’Oms ha chiesto al G7 di donare i vaccini direttamente ai paesi latinoamericani prima ancora che a Covax, l’alleanza internazionale che fornisce vaccini ai paesi a basso e medio reddito.
Eppure in America Latina il numero delle persone vaccinate è alto e continua a crescere. Cosa sta succedendo?
💉 Il vaccino conta
Il 30% degli abitanti dell’America Latina ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Certo, siamo ancora lontani dai livelli dell’Unione europea (50%), ma sono comunque numeri dieci volte più alti di quelli africani (meno del 3%). Eppure i decessi restano altissimi.
Un primo motivo è demografico: essere più giovani aiuta, ed è vero che in America Latina la popolazione è più giovane di quella europea. Ma non abbastanza: se in Africa metà della popolazione non è neppure maggiorenne, in America Latina un abitante su dieci ha più di 65 anni.
Per questo dovrebbero esserci i vaccini. In Cile il tasso di vaccinati (66%) è identico a quello britannico, eppure Santiago è tornata in lockdown e i letti in terapia intensiva sono pieni. Il problema è che i vaccini cinesi, di cui il Cile ha fatto ampio uso, proteggono solo all’80%, contro il 90-95% dei vaccini “occidentali”.
E poi c’è la variante Delta.
🦠 Test and trace?
Il Sudafrica e l’Australia tornano a barricarsi, l’Europa guarda con ansia a ciò che succede in Regno Unito. La variante Delta sarebbe due volte più contagiosa di quella che ha raggiunto l’Europa nella prima ondata, e questo fa molto: significa una costante battaglia tra la protezione garantita dai vaccini e varianti che si diffondono più facilmente.
Il caso australiano fa riflettere: se persino il paese che andava in lockdown per poche decine di casi oggi pensa di non riuscire a contenere la variante, difficile immaginare ciò che potrebbe accadere nelle favelas brasiliane o argentine. Ecco perché, purtroppo, non è ancora finita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Kanal Istanbul, il “folle” progetto di Erdogan. Su ispionline.it
📈 Fuori controllo
Un tragico record del mondo: negli ultimi tre mesi in America Latina il numero di decessi pro capite causati da Covid-19 ha toccato i massimi di sempre. La situazione è talmente critica che due settimane fa l’Oms ha chiesto al G7 di donare i vaccini direttamente ai paesi latinoamericani prima ancora che a Covax, l’alleanza internazionale che fornisce vaccini ai paesi a basso e medio reddito.
Eppure in America Latina il numero delle persone vaccinate è alto e continua a crescere. Cosa sta succedendo?
💉 Il vaccino conta
Il 30% degli abitanti dell’America Latina ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Certo, siamo ancora lontani dai livelli dell’Unione europea (50%), ma sono comunque numeri dieci volte più alti di quelli africani (meno del 3%). Eppure i decessi restano altissimi.
Un primo motivo è demografico: essere più giovani aiuta, ed è vero che in America Latina la popolazione è più giovane di quella europea. Ma non abbastanza: se in Africa metà della popolazione non è neppure maggiorenne, in America Latina un abitante su dieci ha più di 65 anni.
Per questo dovrebbero esserci i vaccini. In Cile il tasso di vaccinati (66%) è identico a quello britannico, eppure Santiago è tornata in lockdown e i letti in terapia intensiva sono pieni. Il problema è che i vaccini cinesi, di cui il Cile ha fatto ampio uso, proteggono solo all’80%, contro il 90-95% dei vaccini “occidentali”.
E poi c’è la variante Delta.
🦠 Test and trace?
Il Sudafrica e l’Australia tornano a barricarsi, l’Europa guarda con ansia a ciò che succede in Regno Unito. La variante Delta sarebbe due volte più contagiosa di quella che ha raggiunto l’Europa nella prima ondata, e questo fa molto: significa una costante battaglia tra la protezione garantita dai vaccini e varianti che si diffondono più facilmente.
Il caso australiano fa riflettere: se persino il paese che andava in lockdown per poche decine di casi oggi pensa di non riuscire a contenere la variante, difficile immaginare ciò che potrebbe accadere nelle favelas brasiliane o argentine. Ecco perché, purtroppo, non è ancora finita.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Kanal Istanbul, il “folle” progetto di Erdogan. Su ispionline.it
🌎 USA-AFGHANISTAN: LA GUERRA (NON) È FINITA
🇦🇫 Mission not accomplished
Da 895 a zero: ieri dall'Afghanistan sono rientrati gli ultimi militari italiani. Il rientro si inserisce nella tabella di marcia imposta dall’amministrazione Biden, che in aprile ha confermato l’intenzione di ritirare gli ultimi 4.000 militari americani presenti nel paese entro settembre. Un ritiro accelerato nelle ultime settimane, e che potrebbe addirittura essere completato entro metà luglio.
Dopo vent’anni, 2.300 miliardi di dollari spesi, quasi 3.600 vittime della coalizione internazionale (di cui 53 italiane) e oltre 70.000 civili afghani uccisi, la “missione” sta per finire. Ma questo non significa che stia per finire la guerra.
🔁 Un nuovo Vietnam?
Al contrario, gli attacchi dei talebani sono in aumento. E proprio i talebani, che nel 2020 sembravano disposti a partecipare a lunghi e protratti negoziati di pace, hanno ormai abbandonato la strada del dialogo e paiono aver deciso di riprendersi l’intero paese con la forza. Nel caso (probabile) ce la facciano, la situazione tornerebbe quella di settembre 2001, prima dell’invasione.
Qualcosa però è (un po’) cambiato. Nel 2001 solo una bambina su cinque sapeva leggere e scrivere, oggi sono quasi il 60%. Nelle zone non controllate dai talebani, il dibattito politico è vivace e i costumi in cambiamento. Se davvero i talebani si riprenderanno l’intero paese, non è detto che per loro sarà facile governarlo.
🇺🇸 Fuori dal pantano
Comunque vada, per Washington lasciare l’Afghanistan è inevitabile. Lo sa Biden e lo sanno i repubblicani, che accusano strumentalmente il presidente ma che erano a favore del ritiro quando alla Casa Bianca c’era Trump.
Il ritiro serve per concentrarsi davvero sullo scontro “tra grandi”, soprattutto quello con Pechino. Proprio oggi le celebrazioni per il centenario del Partito comunista cinese mostrano il volto assertivo di Xi, che ha ribadito che Taiwan è cinese e che Hong Kong e Xinjiang restano questioni interne.
Ma il ritiro serve anche perché la “centrale del terrore” si è spostata da anni, dalle montagne dell’Afghanistan ai deserti di Siria e Iraq e poi in Africa. È la fine della costosissima parentesi della war on terror, e il ritorno a una politica di potenza che nel 2001 sembrava ormai lontana.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cina, cent’anni di comunismo. Su ispionline.it
🇦🇫 Mission not accomplished
Da 895 a zero: ieri dall'Afghanistan sono rientrati gli ultimi militari italiani. Il rientro si inserisce nella tabella di marcia imposta dall’amministrazione Biden, che in aprile ha confermato l’intenzione di ritirare gli ultimi 4.000 militari americani presenti nel paese entro settembre. Un ritiro accelerato nelle ultime settimane, e che potrebbe addirittura essere completato entro metà luglio.
Dopo vent’anni, 2.300 miliardi di dollari spesi, quasi 3.600 vittime della coalizione internazionale (di cui 53 italiane) e oltre 70.000 civili afghani uccisi, la “missione” sta per finire. Ma questo non significa che stia per finire la guerra.
🔁 Un nuovo Vietnam?
Al contrario, gli attacchi dei talebani sono in aumento. E proprio i talebani, che nel 2020 sembravano disposti a partecipare a lunghi e protratti negoziati di pace, hanno ormai abbandonato la strada del dialogo e paiono aver deciso di riprendersi l’intero paese con la forza. Nel caso (probabile) ce la facciano, la situazione tornerebbe quella di settembre 2001, prima dell’invasione.
Qualcosa però è (un po’) cambiato. Nel 2001 solo una bambina su cinque sapeva leggere e scrivere, oggi sono quasi il 60%. Nelle zone non controllate dai talebani, il dibattito politico è vivace e i costumi in cambiamento. Se davvero i talebani si riprenderanno l’intero paese, non è detto che per loro sarà facile governarlo.
🇺🇸 Fuori dal pantano
Comunque vada, per Washington lasciare l’Afghanistan è inevitabile. Lo sa Biden e lo sanno i repubblicani, che accusano strumentalmente il presidente ma che erano a favore del ritiro quando alla Casa Bianca c’era Trump.
Il ritiro serve per concentrarsi davvero sullo scontro “tra grandi”, soprattutto quello con Pechino. Proprio oggi le celebrazioni per il centenario del Partito comunista cinese mostrano il volto assertivo di Xi, che ha ribadito che Taiwan è cinese e che Hong Kong e Xinjiang restano questioni interne.
Ma il ritiro serve anche perché la “centrale del terrore” si è spostata da anni, dalle montagne dell’Afghanistan ai deserti di Siria e Iraq e poi in Africa. È la fine della costosissima parentesi della war on terror, e il ritorno a una politica di potenza che nel 2001 sembrava ormai lontana.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cina, cent’anni di comunismo. Su ispionline.it
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🌎 CANADA E CLIMA: IL MONDO BRUCIA?
🔥 Estate bollente
Termometro sopra ai 45 gradi per cinque giorni consecutivi, un villaggio completamente distrutto dagli incendi. Non è la California o il deserto del Nevada, ma il Canada. Certo, le ondate di calore esistono da sempre, e in Italia lo sappiamo bene: ogni anno registriamo eccessi di mortalità nei mesi estivi.
Ma gli studi sembrano indicare sempre più chiaramente un legame tra l’aumento (lento ma implacabile) della temperatura terrestre e la frequenza degli eventi estremi, soprattutto quelli legati al calore. In vista di COP26, questo novembre, il mondo è già in fermento.
⏳ Corsa contro il tempo
L’accordo di Parigi ha un impegno al 2100: limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C. Per raggiungerlo i paesi si sono impegnati a darsi target intermedi, che entro COP26 andrebbero aggiornati in senso più ambizioso. Circa 80 paesi (inclusi i 27 Ue) su 200 lo hanno già fatto, e molti piani vanno nella giusta direzione. Ma siamo ancora lontanissimi da ciò che servirebbe.
Di sicuro nell’ultimo anno e mezzo gli annunci di “net zero emissions” al 2050 e dintorni si sono susseguiti a ritmo serrato: dall’Ue alla Cina, fino agli Usa (buoni ultimi). Ma sui target intermedi la chiarezza è quasi solo “occidentale”: mentre Bruxelles prepara piani molto dettagliati per raggiungere un -55% di emissioni entro il 2030, i paesi a basso reddito chiedono più aiuti, nel timore che minori emissioni significhino anche minore crescita.
♻️ Il nuovo soft power?
Comunque vada, quel che è certo è che è cambiato il “clima”. Quasi tutti i paesi oggi riconoscono la realtà del cambiamento climatico e il contributo dell’uomo. Le opinioni pubbliche chiedono azioni, persino in tempi di pandemia. E tra i “grandi” chi prima era scettico fa a gara per intestarsi i meriti della transizione.
Meriti che non sono solo motivo di prestigio, ma anche competizione geopolitica. La Cina è prima al mondo per brevetti green, produzione e installazione di pale eoliche e pannelli solari, ma dipende ancora molto dal carbone. Dietro a Pechino, la corsa è serrata. Con una certezza: chi si affermerà come leader nell’economia della transizione verde sarà più forte anche nel mondo di domani.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tassa minima globale, yes we tax. Su ispionline.it
🔥 Estate bollente
Termometro sopra ai 45 gradi per cinque giorni consecutivi, un villaggio completamente distrutto dagli incendi. Non è la California o il deserto del Nevada, ma il Canada. Certo, le ondate di calore esistono da sempre, e in Italia lo sappiamo bene: ogni anno registriamo eccessi di mortalità nei mesi estivi.
Ma gli studi sembrano indicare sempre più chiaramente un legame tra l’aumento (lento ma implacabile) della temperatura terrestre e la frequenza degli eventi estremi, soprattutto quelli legati al calore. In vista di COP26, questo novembre, il mondo è già in fermento.
⏳ Corsa contro il tempo
L’accordo di Parigi ha un impegno al 2100: limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C. Per raggiungerlo i paesi si sono impegnati a darsi target intermedi, che entro COP26 andrebbero aggiornati in senso più ambizioso. Circa 80 paesi (inclusi i 27 Ue) su 200 lo hanno già fatto, e molti piani vanno nella giusta direzione. Ma siamo ancora lontanissimi da ciò che servirebbe.
Di sicuro nell’ultimo anno e mezzo gli annunci di “net zero emissions” al 2050 e dintorni si sono susseguiti a ritmo serrato: dall’Ue alla Cina, fino agli Usa (buoni ultimi). Ma sui target intermedi la chiarezza è quasi solo “occidentale”: mentre Bruxelles prepara piani molto dettagliati per raggiungere un -55% di emissioni entro il 2030, i paesi a basso reddito chiedono più aiuti, nel timore che minori emissioni significhino anche minore crescita.
♻️ Il nuovo soft power?
Comunque vada, quel che è certo è che è cambiato il “clima”. Quasi tutti i paesi oggi riconoscono la realtà del cambiamento climatico e il contributo dell’uomo. Le opinioni pubbliche chiedono azioni, persino in tempi di pandemia. E tra i “grandi” chi prima era scettico fa a gara per intestarsi i meriti della transizione.
Meriti che non sono solo motivo di prestigio, ma anche competizione geopolitica. La Cina è prima al mondo per brevetti green, produzione e installazione di pale eoliche e pannelli solari, ma dipende ancora molto dal carbone. Dietro a Pechino, la corsa è serrata. Con una certezza: chi si affermerà come leader nell’economia della transizione verde sarà più forte anche nel mondo di domani.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tassa minima globale, yes we tax. Su ispionline.it
🌍 FRANCIA: LE PEN CI RIPROVA
🇫🇷 Marine non molla
“Avevamo ragione su immigrazione e globalizzazione, adesso dobbiamo farlo capire agli elettori”. Così un’agguerrita Marine Le Pen ha chiuso il congresso che domenica l’ha rieletta per la quarta volta leader del Rassemblement National (RN).
Una “contesa” solo simbolica, dal momento che Le Pen è stata rieletta con il 98% dei voti, utile a dare la sensazione di un partito ancora coeso dietro Marine. Anche se Le Pen lo sa bene: se vuole avere chance alle elezioni del prossimo anno non dovrà convincere la sua base, ma i francesi.
🥈 Eterna seconda?
Alle regionali di giugno, il RN non è riuscito a eleggere neppure un governatore. Certo, lo stesso si può dire per il partito di Macron: a emergere “vincitori” sono stati i partiti moderati tradizionali. Tuttavia, i sondaggi per le presidenziali sembrano molto chiari: Le Pen e Macron sono ancora i più quotati per arrivare al secondo turno.
Così Marine ha potuto rintuzzare per l’ennesima volta suo padre, Jean-Marie, che la esortava a rendere il RN “più virile” imprimendo una svolta a destra. Marine ha imparato dai fallimenti del padre e suoi che i voti di cui ha bisogno sono quelli del centro. Anche perché se si votasse oggi Le Pen perderebbe di dieci punti percentuali contro Macron, e addirittura di venti se al ballottaggio arrivasse Xavier Bertrand, uomo di centrodestra “classico” e ministro con Chirac e Sarkozy.
🇮🇹 Macron: mani legate?
La visita di Mattarella in Francia oggi è proprio ciò di cui Macron ha più bisogno: endorsement da parte di alleati moderati in Europa. Alleati cui però non può offrire troppo, pena dimostrarsi debole e fare il gioco di Le Pen.
Di sicuro il riavvicinamento tra Roma e Parigi ha motivi strutturali. La svolta europea in senso “solidale” dopo anni di austerity, ma anche il fallimento della conquista di Tripoli da parte del generale Haftar, vera e propria spina nel fianco nelle relazioni franco-italiane.
Ma su alcuni dossier Macron ha le mani legate. Sull’immigrazione, per esempio, non può offrire ricollocamenti all’Italia e continuerà con la politica dei respingimenti alla frontiera italo-francese. Per l’Italia non sarà facile destreggiarsi con un presidente europeista che, per convenienza, potrebbe aver bisogno di fare il “sovranista”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile, Bolsonaro sotto inchiesta. Su ispionline.it
🇫🇷 Marine non molla
“Avevamo ragione su immigrazione e globalizzazione, adesso dobbiamo farlo capire agli elettori”. Così un’agguerrita Marine Le Pen ha chiuso il congresso che domenica l’ha rieletta per la quarta volta leader del Rassemblement National (RN).
Una “contesa” solo simbolica, dal momento che Le Pen è stata rieletta con il 98% dei voti, utile a dare la sensazione di un partito ancora coeso dietro Marine. Anche se Le Pen lo sa bene: se vuole avere chance alle elezioni del prossimo anno non dovrà convincere la sua base, ma i francesi.
🥈 Eterna seconda?
Alle regionali di giugno, il RN non è riuscito a eleggere neppure un governatore. Certo, lo stesso si può dire per il partito di Macron: a emergere “vincitori” sono stati i partiti moderati tradizionali. Tuttavia, i sondaggi per le presidenziali sembrano molto chiari: Le Pen e Macron sono ancora i più quotati per arrivare al secondo turno.
Così Marine ha potuto rintuzzare per l’ennesima volta suo padre, Jean-Marie, che la esortava a rendere il RN “più virile” imprimendo una svolta a destra. Marine ha imparato dai fallimenti del padre e suoi che i voti di cui ha bisogno sono quelli del centro. Anche perché se si votasse oggi Le Pen perderebbe di dieci punti percentuali contro Macron, e addirittura di venti se al ballottaggio arrivasse Xavier Bertrand, uomo di centrodestra “classico” e ministro con Chirac e Sarkozy.
🇮🇹 Macron: mani legate?
La visita di Mattarella in Francia oggi è proprio ciò di cui Macron ha più bisogno: endorsement da parte di alleati moderati in Europa. Alleati cui però non può offrire troppo, pena dimostrarsi debole e fare il gioco di Le Pen.
Di sicuro il riavvicinamento tra Roma e Parigi ha motivi strutturali. La svolta europea in senso “solidale” dopo anni di austerity, ma anche il fallimento della conquista di Tripoli da parte del generale Haftar, vera e propria spina nel fianco nelle relazioni franco-italiane.
Ma su alcuni dossier Macron ha le mani legate. Sull’immigrazione, per esempio, non può offrire ricollocamenti all’Italia e continuerà con la politica dei respingimenti alla frontiera italo-francese. Per l’Italia non sarà facile destreggiarsi con un presidente europeista che, per convenienza, potrebbe aver bisogno di fare il “sovranista”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile, Bolsonaro sotto inchiesta. Su ispionline.it
🌍 LIBANO: CRISI SENZA FINE
📉 Caduta libera
“Siamo sull’orlo di un’esplosione sociale”. Sono le parole del primo ministro ad interim Hassan Diab, per un paese che da undici mesi è senza un governo ufficiale e che, soprattutto, è sprofondato in una crisi economica senza precedenti.
La Banca mondiale stima che quella libanese sia nella top 3 delle peggiori crisi economiche dal 1850 a oggi. Anche per questo le proteste attraversano ormai tutto il paese, mentre l’esercito è una presenza costante nelle maggiori città.
🚢 “Come il Titanic”
Così ha descritto la situazione il Presidente del Parlamento libanese. È passato quasi un anno dall’esplosione che ha distrutto il porto di Beirut. Da allora il premier si è dimesso ma non si trova un sostituto, la lira libanese ha perso il 90% del suo valore, mancano corrente e carburante. E, tragicamente, i tre quarti delle famiglie non hanno cibo a sufficienza.
Le cause del tracollo datano da ben prima della pandemia. Il debito pubblico del paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite.
Quello che era uno dei paesi più ricchi del Medio Oriente (pur con tanti problemi) a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia.
🇱🇧 Medio Oriente in miniatura
La crisi libanese avrà gravi conseguenze. Sugli equilibri interni del paese, con Hezbollah indebolita ma pronta prendere il posto (ancora di più) dell’esercito. E complicando i destini di oltre un milione di profughi siriani ancora presenti in Libano.
Ma anche sugli equilibri regionali. Israele osserva con apprensione il “vicino” uscito solo nel 1990 da 15 anni di guerra civile, e teme Hezbollah (con cui nel 2006 ha anche fatto una guerra). L’Iran guarda con interesse alla destabilizzazione, ma nel caos non è detto che ci guadagni.
E mentre Washington decuplica gli aiuti l’Europa osserva inerte, dopo che l’anno scorso un tentativo di mediazione da parte di Macron è caduto nel vuoto. Un’inerzia che pesa anche se Bruxelles potrebbe fare ben poco. Perché l’unica soluzione alla crisi sociale libanese può solo arrivare dalla sua classe politica, non dall’estero.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il peggio deve ancora venire. Su ispionline.it
📉 Caduta libera
“Siamo sull’orlo di un’esplosione sociale”. Sono le parole del primo ministro ad interim Hassan Diab, per un paese che da undici mesi è senza un governo ufficiale e che, soprattutto, è sprofondato in una crisi economica senza precedenti.
La Banca mondiale stima che quella libanese sia nella top 3 delle peggiori crisi economiche dal 1850 a oggi. Anche per questo le proteste attraversano ormai tutto il paese, mentre l’esercito è una presenza costante nelle maggiori città.
🚢 “Come il Titanic”
Così ha descritto la situazione il Presidente del Parlamento libanese. È passato quasi un anno dall’esplosione che ha distrutto il porto di Beirut. Da allora il premier si è dimesso ma non si trova un sostituto, la lira libanese ha perso il 90% del suo valore, mancano corrente e carburante. E, tragicamente, i tre quarti delle famiglie non hanno cibo a sufficienza.
Le cause del tracollo datano da ben prima della pandemia. Il debito pubblico del paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite.
Quello che era uno dei paesi più ricchi del Medio Oriente (pur con tanti problemi) a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia.
🇱🇧 Medio Oriente in miniatura
La crisi libanese avrà gravi conseguenze. Sugli equilibri interni del paese, con Hezbollah indebolita ma pronta prendere il posto (ancora di più) dell’esercito. E complicando i destini di oltre un milione di profughi siriani ancora presenti in Libano.
Ma anche sugli equilibri regionali. Israele osserva con apprensione il “vicino” uscito solo nel 1990 da 15 anni di guerra civile, e teme Hezbollah (con cui nel 2006 ha anche fatto una guerra). L’Iran guarda con interesse alla destabilizzazione, ma nel caos non è detto che ci guadagni.
E mentre Washington decuplica gli aiuti l’Europa osserva inerte, dopo che l’anno scorso un tentativo di mediazione da parte di Macron è caduto nel vuoto. Un’inerzia che pesa anche se Bruxelles potrebbe fare ben poco. Perché l’unica soluzione alla crisi sociale libanese può solo arrivare dalla sua classe politica, non dall’estero.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il peggio deve ancora venire. Su ispionline.it
🌍 SCONTRO RIAD-ABU DHABI: E IL PETROLIO VA...
🛢 Quota cento?
Nessun accordo, tutto rimandato. È ciò che emerge dai tentativi di mediazione durati una settimana tra i paesi OPEC, che discutevano se e quanto aumentare la loro produzione di fronte all’impennata dei prezzi del petrolio.
Un’impennata pericolosa per i grandi consumatori, ma di cui alcuni esportatori nel cartello vorrebbero approfittare. E così adesso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile non sembra più così lontana.
📈 Allarme inflazione
Un anno fa la pandemia aveva fermato il mondo, chiudendo tutti in casa e spingendo il petrolio ai minimi dal 2014. Ma il rimbalzo a livelli più “sostenibili” (40 dollari al barile) è stato rapido, e tra novembre e oggi il prezzo è quasi raddoppiato. Trainando al rialzo l’inflazione, assieme alle tante commodities che in questi mesi hanno raggiunto prezzi record, dal rame al ferro, dal mais alla soia.
Scarsità temporanea e “ciclica”, certo; ma pericolosa. In Eurozona l’inflazione ha toccato il 2%, la soglia che la Bce si impegna a non superare, ma sarebbe meno della metà (0,8%) escludendo i prezzi dell’energia. Questo mette in subbuglio governi e mercati: la fine prematura del quantitative easing potrebbe far ripartire lo spread e rallentare la ripresa economica.
⚔️ Panni sporchi
Anche se persino Washington si muove per mediare, rancori e diffidenze all’interno dell’OPEC sembrano avere la meglio. Alle origini della paralisi è lo scontro tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Riad vorrebbe aumentare la produzione, ma lentamente per mantenere i prezzi sufficientemente elevati. Gli Emirati vorrebbero tutto e subito: produrre ai massimi, anziché al 67% delle possibilità come richiesto dal cartello.
Il timore di Abu Dhabi è che la risalita dei prezzi sia solo temporanea e che la transizione verde mandi in pensione il petrolio troppo in fretta per garantire la stabilità futura del paese. Ma paradossalmente il mancato accordo costringerebbe gli Emirati a continuare con la produzione attuale anziché aumentarla.
Così adesso si parla addirittura di un’uscita di Abu Dhabi dall’OPEC. Che porterebbe maggior produzione nel breve periodo, e forse una “tregua” temporanea sui prezzi. Ma anche più instabilità negli anni a venire che potrebbe non far bene alla ripresa economica, e a tutti noi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bruxelles contro Budapest. Su ispionline.it
🛢 Quota cento?
Nessun accordo, tutto rimandato. È ciò che emerge dai tentativi di mediazione durati una settimana tra i paesi OPEC, che discutevano se e quanto aumentare la loro produzione di fronte all’impennata dei prezzi del petrolio.
Un’impennata pericolosa per i grandi consumatori, ma di cui alcuni esportatori nel cartello vorrebbero approfittare. E così adesso la soglia psicologica dei 100 dollari al barile non sembra più così lontana.
📈 Allarme inflazione
Un anno fa la pandemia aveva fermato il mondo, chiudendo tutti in casa e spingendo il petrolio ai minimi dal 2014. Ma il rimbalzo a livelli più “sostenibili” (40 dollari al barile) è stato rapido, e tra novembre e oggi il prezzo è quasi raddoppiato. Trainando al rialzo l’inflazione, assieme alle tante commodities che in questi mesi hanno raggiunto prezzi record, dal rame al ferro, dal mais alla soia.
Scarsità temporanea e “ciclica”, certo; ma pericolosa. In Eurozona l’inflazione ha toccato il 2%, la soglia che la Bce si impegna a non superare, ma sarebbe meno della metà (0,8%) escludendo i prezzi dell’energia. Questo mette in subbuglio governi e mercati: la fine prematura del quantitative easing potrebbe far ripartire lo spread e rallentare la ripresa economica.
⚔️ Panni sporchi
Anche se persino Washington si muove per mediare, rancori e diffidenze all’interno dell’OPEC sembrano avere la meglio. Alle origini della paralisi è lo scontro tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Riad vorrebbe aumentare la produzione, ma lentamente per mantenere i prezzi sufficientemente elevati. Gli Emirati vorrebbero tutto e subito: produrre ai massimi, anziché al 67% delle possibilità come richiesto dal cartello.
Il timore di Abu Dhabi è che la risalita dei prezzi sia solo temporanea e che la transizione verde mandi in pensione il petrolio troppo in fretta per garantire la stabilità futura del paese. Ma paradossalmente il mancato accordo costringerebbe gli Emirati a continuare con la produzione attuale anziché aumentarla.
Così adesso si parla addirittura di un’uscita di Abu Dhabi dall’OPEC. Che porterebbe maggior produzione nel breve periodo, e forse una “tregua” temporanea sui prezzi. Ma anche più instabilità negli anni a venire che potrebbe non far bene alla ripresa economica, e a tutti noi.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bruxelles contro Budapest. Su ispionline.it
🌍 COVID E VARIANTI: BACK TO SQUARE ONE?
🦠 Delta calling
Ieri il CDC americano ha dichiarato che la variante Delta “è ormai dominante negli Stati Uniti”. Nei paesi EU lo è da tempo in UK e Portogallo, e di recente in Spagna, Francia e Germania. Per l’Italia (dove il 32% dei casi sequenziati è Delta) è solo questione di tempo.
Eppure martedì Boris Johnson ha dichiarato che in Regno Unito, che con Delta “lotta” ormai da due mesi, si riaprirà tutto dal 19 luglio. Via l’obbligo di mascherine al chiuso, fine del distanziamento, meno lavoro da casa. Tanto che stamattina 122 scienziati britannici hanno definito la rimozione delle restrizioni “un esperimento pericoloso e immorale”.
💉 Senza esclusione di colpi
È la lotta che abbiamo ingaggiato contro il virus. Soprattutto nel “vecchio” mondo, quello più ricco ma anche più anziano, che si trova oggi in una situazione prevista e prevedibile: l’emergere di varianti più contagiose che potrebbero compromettere le riaperture. In effetti Delta è due volte più trasmissibile della “versione 2020” del virus, e forse anche più “cattiva”.
Ma per Europa e Usa la congiuntura è favorevole: dopo ritardi ed esitazioni, oggi la campagna vaccinale è in stato molto avanzato. I due terzi dei britannici ha ricevuto almeno una dose, l’Ue veleggia sul 53% e ha quasi raggiunto gli Usa al 55% (l’Italia è persino sopra, con il 57%). E anche contro Delta i vaccini sembrano funzionare: evitano il 90%-95% dei decessi.
⚖️ Rischi e benefici
La lotta contro il virus si inserisce in un equilibrio politico delicato. La scelta di Johnson anticipa le decisioni di molti altri i governi, in un senso o nell’altro: la Spagna ha reintrodotto restrizioni, il Portogallo il coprifuoco.
Ma sono gli stessi governi a non poter ignorare le dinamiche del consenso (anche elettorale). Sono lontanissimi i tempi della prima ondata, quando cittadini smarriti cercavano risposte e il sostegno ai governi in carica era alle stelle. Oggi quasi tutte le amministrazioni hanno consensi bassi e in calo, mentre cresce l’insofferenza per le misure di contenimento.
Per questo, pur se “soccorsi” dai vaccini, per i governi occidentali la lotta al coronavirus si fa di mese in mese più complessa.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ora Haiti brancola nel buio. Su ispionline.it
🦠 Delta calling
Ieri il CDC americano ha dichiarato che la variante Delta “è ormai dominante negli Stati Uniti”. Nei paesi EU lo è da tempo in UK e Portogallo, e di recente in Spagna, Francia e Germania. Per l’Italia (dove il 32% dei casi sequenziati è Delta) è solo questione di tempo.
Eppure martedì Boris Johnson ha dichiarato che in Regno Unito, che con Delta “lotta” ormai da due mesi, si riaprirà tutto dal 19 luglio. Via l’obbligo di mascherine al chiuso, fine del distanziamento, meno lavoro da casa. Tanto che stamattina 122 scienziati britannici hanno definito la rimozione delle restrizioni “un esperimento pericoloso e immorale”.
💉 Senza esclusione di colpi
È la lotta che abbiamo ingaggiato contro il virus. Soprattutto nel “vecchio” mondo, quello più ricco ma anche più anziano, che si trova oggi in una situazione prevista e prevedibile: l’emergere di varianti più contagiose che potrebbero compromettere le riaperture. In effetti Delta è due volte più trasmissibile della “versione 2020” del virus, e forse anche più “cattiva”.
Ma per Europa e Usa la congiuntura è favorevole: dopo ritardi ed esitazioni, oggi la campagna vaccinale è in stato molto avanzato. I due terzi dei britannici ha ricevuto almeno una dose, l’Ue veleggia sul 53% e ha quasi raggiunto gli Usa al 55% (l’Italia è persino sopra, con il 57%). E anche contro Delta i vaccini sembrano funzionare: evitano il 90%-95% dei decessi.
⚖️ Rischi e benefici
La lotta contro il virus si inserisce in un equilibrio politico delicato. La scelta di Johnson anticipa le decisioni di molti altri i governi, in un senso o nell’altro: la Spagna ha reintrodotto restrizioni, il Portogallo il coprifuoco.
Ma sono gli stessi governi a non poter ignorare le dinamiche del consenso (anche elettorale). Sono lontanissimi i tempi della prima ondata, quando cittadini smarriti cercavano risposte e il sostegno ai governi in carica era alle stelle. Oggi quasi tutte le amministrazioni hanno consensi bassi e in calo, mentre cresce l’insofferenza per le misure di contenimento.
Per questo, pur se “soccorsi” dai vaccini, per i governi occidentali la lotta al coronavirus si fa di mese in mese più complessa.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Ora Haiti brancola nel buio. Su ispionline.it
🌍 BCE, UN CALCIO AL RIGORE?
🇪🇺 Il mondo nuovo
Ci sono voluti diciotto anni, due crisi economiche e una pandemia, ma alla fine è successo: la BCE ha modificato la sua strategia per combattere l’inflazione. Così da fine luglio si passerà da un obiettivo di crescita dei prezzi “inferiore ma vicino al 2%” a uno “simmetrico del 2%”.
Poche parole (un po’ tecniche) che vogliono dire molto, perché danno maggiore flessibilità alla BCE per stimolare l’economia anche quando i prezzi crescono. E che certificano uno scarto politico da quella che è spesso stata descritta come una maggioranza “rigorista” nell’istituzione di Francoforte.
💶 Whatever it takes, really
La presidente Lagarde ha assicurato che il nuovo target non significa che la BCE sia d’un tratto diventata “americana”, ovvero più attenta alla crescita anziché all’inflazione. Ma le affermazioni sembrano una mossa per rassicurare i paesi frugali, perché adesso lo scarto tra il mandato BCE e quello Fed è minimo.
Il nuovo obiettivo mette comunque nero su bianco qualcosa che accade da tempo: dal whatever it takes di Draghi del 2012, Francoforte ha costantemente lavorato per mettere in sicurezza l’euro, fornendo un cuscinetto contro gli spread eccessivi. Nel corso della pandemia, con il suo quantitative easing (denominato PEPP) la BCE ha già acquistato 1.200 miliardi di euro di titoli, e andrà avanti a suon di 80 miliardi al mese almeno fino a marzo 2022.
🥊 Falchi e colombe
ll nuovo mandato è una manna per l’Italia. In Eurozona, l'inflazione vicina al 2% degli ultimi mesi aveva fatto temere che la BCE potesse rivedere i propri acquisti, facendo ripartire lo spread. Invece lo “scudo” resta.
Se Roma sorride, Berlino si chiede però se l’istituzione di Francoforte non si stia allontanando troppo dalle posizioni tedesche. In una delicata fase di transizione, con la fine dell’era Merkel dietro l’angolo ed elezioni molto incerte a settembre, è possibile che Lagarde abbia approfittato di un “vuoto di potere” per riallineare la BCE su posizioni più moderate?
E per uno scontro “vinto” da Roma, rimane aperto un secondo fronte: quando e come ripristinare le regole sul deficit. Anche qui, falchi e colombe si preparano a darsi battaglia.
Nell'ISPI Daily Focus di questa sera: Il G20 pronto a blindare la tassa minima globale. Su ispionline.it
🇪🇺 Il mondo nuovo
Ci sono voluti diciotto anni, due crisi economiche e una pandemia, ma alla fine è successo: la BCE ha modificato la sua strategia per combattere l’inflazione. Così da fine luglio si passerà da un obiettivo di crescita dei prezzi “inferiore ma vicino al 2%” a uno “simmetrico del 2%”.
Poche parole (un po’ tecniche) che vogliono dire molto, perché danno maggiore flessibilità alla BCE per stimolare l’economia anche quando i prezzi crescono. E che certificano uno scarto politico da quella che è spesso stata descritta come una maggioranza “rigorista” nell’istituzione di Francoforte.
💶 Whatever it takes, really
La presidente Lagarde ha assicurato che il nuovo target non significa che la BCE sia d’un tratto diventata “americana”, ovvero più attenta alla crescita anziché all’inflazione. Ma le affermazioni sembrano una mossa per rassicurare i paesi frugali, perché adesso lo scarto tra il mandato BCE e quello Fed è minimo.
Il nuovo obiettivo mette comunque nero su bianco qualcosa che accade da tempo: dal whatever it takes di Draghi del 2012, Francoforte ha costantemente lavorato per mettere in sicurezza l’euro, fornendo un cuscinetto contro gli spread eccessivi. Nel corso della pandemia, con il suo quantitative easing (denominato PEPP) la BCE ha già acquistato 1.200 miliardi di euro di titoli, e andrà avanti a suon di 80 miliardi al mese almeno fino a marzo 2022.
🥊 Falchi e colombe
ll nuovo mandato è una manna per l’Italia. In Eurozona, l'inflazione vicina al 2% degli ultimi mesi aveva fatto temere che la BCE potesse rivedere i propri acquisti, facendo ripartire lo spread. Invece lo “scudo” resta.
Se Roma sorride, Berlino si chiede però se l’istituzione di Francoforte non si stia allontanando troppo dalle posizioni tedesche. In una delicata fase di transizione, con la fine dell’era Merkel dietro l’angolo ed elezioni molto incerte a settembre, è possibile che Lagarde abbia approfittato di un “vuoto di potere” per riallineare la BCE su posizioni più moderate?
E per uno scontro “vinto” da Roma, rimane aperto un secondo fronte: quando e come ripristinare le regole sul deficit. Anche qui, falchi e colombe si preparano a darsi battaglia.
Nell'ISPI Daily Focus di questa sera: Il G20 pronto a blindare la tassa minima globale. Su ispionline.it
🌎 CUBA BRUCIA
🇨🇺 Patria o morte?
A Cuba da ieri migliaia di persone sono scese in strada al grido di “libertà” e “abbasso la dittatura”. Si tratta delle manifestazioni più partecipate da decenni, se non di sempre, che il regime sta faticando a contenere.
Di fronte all’allargarsi della protesta, che sta toccando anche la capitale L’Avana, il presidente Miguel Díaz-Canel ha incoraggiato i cittadini “rivoluzionari” a “scendere in piazza e combattere”. E così nelle città si sono formati contro-cortei a sostegno il regime, in alcuni casi arrivando allo scontro con i contestatori.
✊ Hasta la victoria...
Da anni Cuba attraversa una travagliata transizione politica. Dopo la morte di Fidel Castro nel 2016 il potere era passato al fratello Raúl, anziano e malato, che dal 2018 ha progressivamente lasciato il timone a Díaz-Canel. Insomma, ora la leadership cubana non può più fare appello alla storia della rivoluzione e al carisma dei Castro.
Poi è arrivata la pandemia: prima il blocco dei voli che, per un’isola strettamente dipendente dal turismo, ha significato una batosta economica (nel 2020 si è perso l’11% del Pil), e poi stop a iniezioni di valuta estera, con i prezzi dei beni di prima necessità volati alle stelle.
Adesso lo “sbarco” della variante Delta, con le infezioni ai massimi di sempre e in crescita. Gli ospedali cubani, conosciuti come eccellenza mondiale, sono sotto forte pressione.
💥 … siempre?
Nonostante gli sforzi del governo nel dipingere la “isla bonita” come un “regime dolce” (con un’ottima sanità e social network liberi) Cuba non è mai stata esattamente felice. Nel solo 1980 l’esodo di Mariel portò negli Usa 125.000 cubani, mentre sono centinaia gli atleti fuggiti appena hanno messo il piede all’estero. E oggi social media liberi durante le proteste significano solo una cosa: migliaia di video contro il regime in circolazione.
Adesso i “giochi” sul futuro dell’isola sono aperti e il regime ha due alternative: cedere alle pressioni dei manifestanti, magari cercando di negoziare la fine delle sanzioni con Biden, più aperturista di Trump. Oppure usare le maniere forti. A sentire le parole di Díaz-Canel, il timore è che abbia scelto le seconde.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sorpasso bulgaro. Su ispionline.it
🇨🇺 Patria o morte?
A Cuba da ieri migliaia di persone sono scese in strada al grido di “libertà” e “abbasso la dittatura”. Si tratta delle manifestazioni più partecipate da decenni, se non di sempre, che il regime sta faticando a contenere.
Di fronte all’allargarsi della protesta, che sta toccando anche la capitale L’Avana, il presidente Miguel Díaz-Canel ha incoraggiato i cittadini “rivoluzionari” a “scendere in piazza e combattere”. E così nelle città si sono formati contro-cortei a sostegno il regime, in alcuni casi arrivando allo scontro con i contestatori.
✊ Hasta la victoria...
Da anni Cuba attraversa una travagliata transizione politica. Dopo la morte di Fidel Castro nel 2016 il potere era passato al fratello Raúl, anziano e malato, che dal 2018 ha progressivamente lasciato il timone a Díaz-Canel. Insomma, ora la leadership cubana non può più fare appello alla storia della rivoluzione e al carisma dei Castro.
Poi è arrivata la pandemia: prima il blocco dei voli che, per un’isola strettamente dipendente dal turismo, ha significato una batosta economica (nel 2020 si è perso l’11% del Pil), e poi stop a iniezioni di valuta estera, con i prezzi dei beni di prima necessità volati alle stelle.
Adesso lo “sbarco” della variante Delta, con le infezioni ai massimi di sempre e in crescita. Gli ospedali cubani, conosciuti come eccellenza mondiale, sono sotto forte pressione.
💥 … siempre?
Nonostante gli sforzi del governo nel dipingere la “isla bonita” come un “regime dolce” (con un’ottima sanità e social network liberi) Cuba non è mai stata esattamente felice. Nel solo 1980 l’esodo di Mariel portò negli Usa 125.000 cubani, mentre sono centinaia gli atleti fuggiti appena hanno messo il piede all’estero. E oggi social media liberi durante le proteste significano solo una cosa: migliaia di video contro il regime in circolazione.
Adesso i “giochi” sul futuro dell’isola sono aperti e il regime ha due alternative: cedere alle pressioni dei manifestanti, magari cercando di negoziare la fine delle sanzioni con Biden, più aperturista di Trump. Oppure usare le maniere forti. A sentire le parole di Díaz-Canel, il timore è che abbia scelto le seconde.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Sorpasso bulgaro. Su ispionline.it