ISPI - Geopolitica
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🌍 NEXT GENERATION EU: TUTTI A BORDO

🚂 Si parte!

Dieci “A”, una sola “B”: promossa (quasi) a pieni voti. È l’Italia di Next Generation EU, che oggi ha accolto Ursula von der Leyen a Roma per sancire ufficialmente l’approvazione dei piani di spesa italiani da parte della Commissione. Adesso la palla passa al Consiglio dell’Ue, cioè ai governi nazionali, che dovrebbero approvare i piani a luglio.
Per l’Italia, l’approvazione sbloccherà la prima tranche da 25 miliardi di euro di prefinanziamento. In tutto, entro il 2026 Roma potrebbe ricevere 192 miliardi di euro, di cui 123 di prestiti a tasso agevolato e 69 di trasferimenti diretti.

💰 Chi tiene i cordoni
È proprio quell’unica “B” che potrebbe impensierire Roma e le altre capitali. L’Italia, come d’altronde tutti gli altri paesi esaminati sinora, quella “B” l’ha ricevuta alla voce “Costi”, che la Commissione ritiene vadano dettagliati meglio.
Ed è lì che si gioca la partita. Perché su Next Generation EU c’è davvero chi “guadagna” e chi “perde”: l’Italia sarà un beneficiario netto di trasferimenti per 33 miliardi di euro ma quei soldi alla fine dovranno essere rimborsati da altri, come Germania o Paesi Bassi.
Il dibattito sulle voci di spesa non sarà dunque solo tecnico ma anche molto politico, perché le regole prevedono che uno stato Ue possa opporsi all’erogazione del denaro in caso di non meglio specificati “gravi scostamenti”. I “paesi frugali” avranno terreno fertile per le loro battaglie, e già ieri in Germania il possibile successore di Merkel ha proposto il non rinnovo del Recovery Fund.

Solidarietà a termine
Lo sforzo di solidarietà fatto dagli Stati europei non va certo sminuito. Anzi, la Commissione ha appena cominciato a emettere gli “Eurobond”: un primo, vero e proprio debito pubblico europeo. Roma lo chiedeva da tempo, ma prima della pandemia sembrava inimmaginabile.
Tuttavia le emissioni sono a termine: il debito creato con gli Eurobond dovrà essere estinto entro il 2058. Se l’Italia vuole avere una chance di rendere il debito europeo permanente dovrà convincere i “frugali”, dimostrando di saper spendere bene i fondi. Una sfida per Roma, certo, ma da cui potrebbe dipendere la forma futura dell’Unione europea.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Spagna, indulto alla (giunta) catalana. Su ispionline.it
🌏 HONG KONG: STOP ALLE ROTATIVE

🗞 Ultima edizione
L’Apple Daily chiuderà stanotte. Il giornale indipendente e pro-democrazia di Hong Kong era sotto attacco da mesi, dopo l’arresto del suo fondatore Jimmy Lai lo scorso dicembre. Negli ultimi giorni sono stati arrestati il direttore e sei altri giornalisti; poi, il blocco dei fondi.
Azioni che hanno convinto l’editore Next Digital a chiudere il giornale, che Pechino ha spesso denunciato come organo di “propaganda filo-democratica". L’Ue ha duramente condannato l’accaduto, accusando la Cina di "soffocare la libertà di stampa e la libera espressione delle opinioni”.

🇭🇰 Un paese, un sistema?
La decisione segna uno storico spartiacque. Sono lontanissimi i giorni del famoso “Un paese, due sistemi” di Deng Xiaoping, che nel 1979 chiedeva la restituzione della Hong Kong “britannica” alla Cina promettendo però di salvaguardarne il sistema democratico. E lontanissimo sembra persino il 2014, quando gli attivisti manifestavano chiedendo il suffragio universale.
Formalmente, Pechino si impegna ancora a garantire che fino al 2047 il sistema istituzionale di Hong Kong rimanga separato da quello cinese. Ma nulla vieta che gli assomigli sempre di più. E così, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale e della riforma elettorale, Hong Kong assomiglia sempre più a una riproduzione in piccolo della Cina continentale.

💣 La Cina è sempre più vicina
Hong Kong è solo uno dei tanti contesti regionali in cui si accumulano frizioni tra Pechino e “gli altri”, che siano l’Occidente democratico o i paesi vicini. La questione degli uiguri nello Xinjiang ha già fatto scattare condanne e sanzioni da Usa e Ue, ma serve a poco: la Cina continua a muoversi con sempre più disinvoltura sullo scacchiere regionale, e di recente ha condotto sempre più “popolate” incursioni di jet militari nello spazio aereo di Taiwan.
Quel che è certo è che Usa e Ue non stanno più a guardare. A inizio anno, Bruxelles ha messo nel congelatore il trattato Ue-Cina sugli investimenti: una mossa costata molto soprattutto a Berlino, ma ritenuta inevitabile. E adesso si parla addirittura di aprire negoziati commerciali con Taiwan, da sempre paria perché considerato territorio cinese da Pechino. Indice che il clima è sempre più teso, e che – anche su pressione di Biden – l’Europa non intende più “mollare il colpo”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue, Bruxelles non è sul Mediterraneo. Su ispionline.it
🌍 UE-RUSSIA: BASTONE O CAROTA?

🇷🇺 Mosca “chiama”...
Colpi di avvertimento verso una nave britannica che si era avvicinata troppo alle coste della Crimea. Gasdotti chiusi per far salire prezzi e tensioni. Le notizie che arrivano dalla Russia e dal “fronte orientale” parlano di continui attriti con i vicini europei.
Eppure, proprio ieri Francia e Germania hanno proposto un piano per un ritorno a un dialogo formale con Mosca a livello Ue. Certo, affiancandovi sanzioni nel caso Mosca non si “comporti bene”. Ma sarebbe comunque il primo summit Ue-Russia dal conflitto ucraino e l’annessione russa della Crimea.

🇪🇺 … e l’Europa risponde?
Il piano franco-tedesco ha colto di sorpresa quasi tutti i governi Ue. Al Consiglio europeo di oggi la Russia è uno dei punti all’ordine del giorno, ma in pochi si aspettavano che la discussione sarebbe andata oltre il rinnovo per un altro anno delle sanzioni Ue contro Mosca, approvato tre giorni fa.
Certo, la proposta di summit proviene da uno dei paesi più “interessati” a un dialogo: Berlino continua a premere perché il raddoppio del gasdotto che collega Russia e Germania (il Nord Stream 2) entri in funzione, e il modo migliore sarebbe una distensione con Mosca. Ma il tempismo della proposta è parso singolare. Innanzitutto perché Mosca non ha abbozzato alcun passo avanti sui molti dossier aperti: dal caso Navalny al dirottamento aereo in Bielorussia, dagli attacchi cyber alle interferenze elettorali. E poi perché la proposta è arrivata sul tavolo dei 27 a un solo giorno dall’inizio del Consiglio, senza lasciare ai governi molto tempo per valutarla.

⚔️ Sul filo del rasoio
A prima vista, il summit Biden-Putin di settimana scorsa sembra avere dato una scossa alle diplomazie occidentali, aprendo uno spazio negoziale con Mosca. Ma attenzione: gli Usa hanno un chiaro interesse a ricomporre almeno parte degli attriti con la Russia per puntare sul “bersaglio grosso”, Pechino. Per gli europei le cose sono più complicate.
Tanto che la proposta franco-tedesca, anziché unificare l’Ue, ne ha riportato allo scoperto le divisioni. Con 20 paesi più dialoganti e che sembrano favorevoli, ma 7 fortemente contrari. Il rischio è che una “pace” con la Russia porti a una "guerra” tra europei.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, variante Saigon. Su ispionline.it
🌎 USA, INFRASTRUTTURE: BRIDGING THE GAP

🤝 The art of the deal
Era il sogno di Trump e di Obama, ma era sempre sfumato: mettere d'accordo entrambi gli schieramenti politici Usa, con un faraonico progetto di spesa.
Ieri Biden ci si è avvicinato: un gruppo di cinque senatori democratici e cinque repubblicani ha trovato un’intesa per un pacchetto di investimenti per le infrastrutture da 1.100 miliardi di dollari. Comunque vada, di certo l’accordo rimette in moto i negoziati al Congresso per una proposta di legge che, presentata solo ad aprile, sembrava già su un binario morto.

💸 Compromesso al ribasso
A raggiungere un accordo bipartisan al Congresso ci aveva già provato Obama nel 2009, con Obamacare. Fallendo: la riforma era passata al Senato con i soli voti democratici. Per Biden, conosciuto come un politico capace di mediare, sarebbe dunque una chiara vittoria politica.
Certo, ogni compromesso ha i suoi costi. Il pacchetto si è già ridotto di oltre il 50% rispetto ai 2.300 miliardi annunciati a marzo. E i 1.100 miliardi sarebbero spalmati su 8 anni anziché i 5 inizialmente previsti.
Inoltre, resta ancora da discutere il secondo piano di Biden: i 1.800 miliardi per nuove spese sociali, la cui approvazione è tutt’altro che scontata. Per finanziarlo la Casa Bianca ha proposto infatti un aumento delle tasse alle imprese fortemente osteggiato dai repubblicani.

🕊 Un Presidente di tutti?
L’accordo permette a Biden di presentarsi come il presidente del dialogo, dopo anni di sfide al vetriolo tra presidenti e Congresso. Ma adesso arriva la parte più difficile. In primis, non è scontato che il piano riesca a diventare legge. Per i repubblicani più “falchi” le spese sono comunque ancora troppe. E i democratici sembrano persino più scontenti: qualcuno già accusa Biden di essersi concentrato sulle infrastrutture anziché sulle spese sociali.
E poi manca solo poco più di un anno alle elezioni di midterm, e lo “zoccolo duro” dei repubblicani trumpiani ancora non sembra voler mollare il colpo, convinto di poter riconquistare i seggi perduti con una retorica divisiva.
Insomma, la strada è ancora lunga. E in salita.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Ungheria, battaglia sui diritti. Su ispionline.it
🌍 ETIOPIA, LA GUERRA SILENZIOSA

🚨 Emergenza umanitaria
Venerdì in Etiopia sono stati uccisi tre operatori umanitari italiani in Tigray, dove imperversa il conflitto tra ribelli e stato centrale. I responsabili dell’attacco restano ignoti, ma Addis Abeba accusa gli insorti. È un altro passo verso il caos a otto mesi dall’inizio dei combattimenti, che hanno già generato 1,7 milioni di sfollati e spinto l’Onu a dichiarare la situazione alimentare “catastrofica”.
Nel silenzio dei media internazionali l’Etiopia rischia di sprofondare nella guerra civile, vanificando tutti i progressi fatti nel processo di transizione cominciato solo tre anni fa. E aver tenuto le elezioni parlamentari in un contesto simile rischia di ridurre la legittimità del governo in carica.

🇪🇹 Un paese sospeso
Dalle elezioni del 21 giugno, le prime elezioni libere della storia dell’Etiopia, il premier Abiy Ahmed (premio Nobel per la pace nel 2019) si aspetta di essere riconfermato a larga maggioranza. Ma il voto è stato boicottato dalle opposizioni, e non si è tenuto in tre regioni del paese (Tigray incluso) che rappresentano l’11% dei seggi in Parlamento.
Intanto, in Tigray i ribelli riguadagnano posizioni. Solo tre settimane fa Etiopia ed Eritrea avevano lanciato la quinta offensiva sulla regione, annunciando che sarebbe stata quella finale. Ma ancora prima del voto l’offensiva era fallita.

🔁 Ritorno al futuro?
Dallo scoppio delle ostilità, il conflitto ha coinvolto sempre più paesi della regione. Da subito l’Eritrea (una brutale dittatura militare), schieratasi con il governo etiope. Poi il Sudan, che ha approfittato dello sforzo bellico etiope per rioccupare territori di confine. E all’instabilità in Etiopia guarda con favore anche l’Egitto, che ha interesse a rallentare il riempimento di una nuova grande diga etiope sul Nilo.
Trent'anni fa, il regime socialista etiope crollò proprio a causa degli sforzi bellici per finanziare la guerra contro i ribelli tigrini. Oggi il rischio è che il governo commetta gli stessi errori, chiudendo gli occhi di fronte a crimini di guerra (settimana scorsa un bombardamento eritreo su un mercato ha causato la morte di almeno 80 civili) e ostacolando l’accesso umanitario. Per il più grande paese dell’Africa orientale sarebbe un grave segnale, che la regione non si può permettere.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Blinken in Italia, il G20 scalda i motori. Su ispionline.it
🌎 USA E MEDIO ORIENTE: VICINI LONTANI

🇺🇸 Niente da vedere
Ieri la Casa Bianca ha difeso gli strike americani dei giorni scorsi al confine tra Siria e Iraq. I bombardamenti, indirizzati contro milizie sostenute dall’Iran, sono i secondi nella regione dall’insediamento di Biden.
Washington li considera “difensivi” perché mirati a prevenire possibili attacchi contro truppe Usa o alleati, mentre l’Iran e i governi siriano e iracheno li vedono come provocazioni. Intanto i miliziani hanno colto subito l’occasione per invocare alla “guerra santa” contro l’America e l’Occidente.

💥 Oltre Daesh
I bombardamenti proseguono nel solco delle politiche di Obama e Trump: sempre meno truppe “on the ground”, e sempre più attacchi mirati (quasi sempre dal cielo) contro i “nemici”. Certo, siamo molto lontani dai 1.500 bombardamenti al mese del 2019 della coalizione internazionale contro lo Stato islamico (ieri riunitasi a Roma).
E l’engagement Usa in Medio Oriente non si limita alle bombe, come dimostra il tour europeo del Segretario di Stato Usa Blinken: ha partecipato alla Conferenza di Berlino sulla Libia, a un vertice sullo Stato islamico e ha incontrato il suo omologo israeliano Lapid. Proseguono poi a Vienna, anche se a rilento, i negoziati sul nucleare iraniano che Trump aveva abbandonato.

🌏 Pivot to Asia?
Se ne parla dai tempi di Obama: gli Usa guardano sempre meno al Medio Oriente e sempre più verso l’Asia e il Pacifico, vero “teatro” dello scontro tra grandi potenze. Lo ha ricordato proprio Blinken ieri, in visita all’Italia: tra competizione e cooperazione, Pechino è “di certo l’interlocutore più ostico e importante”.
In teoria la ritrovata indipendenza energetica americana (grazie alla rivoluzione shale gli Usa, che nel 2005 importavano il 70% del petrolio consumato e da tre anni sono ormai esportatori netti) dovrebbe rendere ancora più semplice questo obiettivo.
Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo alleanze (con l’Arabia Saudita e Israele, naturalmente) e interessi. L'Afghanistan è un monito: Washington sa che il vuoto che lascia - come tutti i vuoti del resto - rischia di essere colmato da altri.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera “Etiopia, i ribelli avanzano: annunciato il cessate-il-fuoco". Su ispionline.it
🌎 COVID IN AMERICA LATINA: L’ONDA PIÙ LUNGA

📈 Fuori controllo
Un tragico record del mondo: negli ultimi tre mesi in America Latina il numero di decessi pro capite causati da Covid-19 ha toccato i massimi di sempre. La situazione è talmente critica che due settimane fa l’Oms ha chiesto al G7 di donare i vaccini direttamente ai paesi latinoamericani prima ancora che a Covax, l’alleanza internazionale che fornisce vaccini ai paesi a basso e medio reddito.
Eppure in America Latina il numero delle persone vaccinate è alto e continua a crescere. Cosa sta succedendo?

💉 Il vaccino conta
Il 30% degli abitanti dell’America Latina ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Certo, siamo ancora lontani dai livelli dell’Unione europea (50%), ma sono comunque numeri dieci volte più alti di quelli africani (meno del 3%). Eppure i decessi restano altissimi.
Un primo motivo è demografico: essere più giovani aiuta, ed è vero che in America Latina la popolazione è più giovane di quella europea. Ma non abbastanza: se in Africa metà della popolazione non è neppure maggiorenne, in America Latina un abitante su dieci ha più di 65 anni.
Per questo dovrebbero esserci i vaccini. In Cile il tasso di vaccinati (66%) è identico a quello britannico, eppure Santiago è tornata in lockdown e i letti in terapia intensiva sono pieni. Il problema è che i vaccini cinesi, di cui il Cile ha fatto ampio uso, proteggono solo all’80%, contro il 90-95% dei vaccini “occidentali”.
E poi c’è la variante Delta.

🦠 Test and trace?
Il Sudafrica e l’Australia tornano a barricarsi, l’Europa guarda con ansia a ciò che succede in Regno Unito. La variante Delta sarebbe due volte più contagiosa di quella che ha raggiunto l’Europa nella prima ondata, e questo fa molto: significa una costante battaglia tra la protezione garantita dai vaccini e varianti che si diffondono più facilmente.
Il caso australiano fa riflettere: se persino il paese che andava in lockdown per poche decine di casi oggi pensa di non riuscire a contenere la variante, difficile immaginare ciò che potrebbe accadere nelle favelas brasiliane o argentine. Ecco perché, purtroppo, non è ancora finita.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Kanal Istanbul, il “folle” progetto di Erdogan. Su ispionline.it
🌎 USA-AFGHANISTAN: LA GUERRA (NON) È FINITA

🇦🇫 Mission not accomplished
Da 895 a zero: ieri dall'Afghanistan sono rientrati gli ultimi militari italiani. Il rientro si inserisce nella tabella di marcia imposta dall’amministrazione Biden, che in aprile ha confermato l’intenzione di ritirare gli ultimi 4.000 militari americani presenti nel paese entro settembre. Un ritiro accelerato nelle ultime settimane, e che potrebbe addirittura essere completato entro metà luglio.
Dopo vent’anni, 2.300 miliardi di dollari spesi, quasi 3.600 vittime della coalizione internazionale (di cui 53 italiane) e oltre 70.000 civili afghani uccisi, la “missione” sta per finire. Ma questo non significa che stia per finire la guerra.

🔁 Un nuovo Vietnam?
Al contrario, gli attacchi dei talebani sono in aumento. E proprio i talebani, che nel 2020 sembravano disposti a partecipare a lunghi e protratti negoziati di pace, hanno ormai abbandonato la strada del dialogo e paiono aver deciso di riprendersi l’intero paese con la forza. Nel caso (probabile) ce la facciano, la situazione tornerebbe quella di settembre 2001, prima dell’invasione.
Qualcosa però è (un po’) cambiato. Nel 2001 solo una bambina su cinque sapeva leggere e scrivere, oggi sono quasi il 60%. Nelle zone non controllate dai talebani, il dibattito politico è vivace e i costumi in cambiamento. Se davvero i talebani si riprenderanno l’intero paese, non è detto che per loro sarà facile governarlo.

🇺🇸 Fuori dal pantano
Comunque vada, per Washington lasciare l’Afghanistan è inevitabile. Lo sa Biden e lo sanno i repubblicani, che accusano strumentalmente il presidente ma che erano a favore del ritiro quando alla Casa Bianca c’era Trump.
Il ritiro serve per concentrarsi davvero sullo scontro “tra grandi”, soprattutto quello con Pechino. Proprio oggi le celebrazioni per il centenario del Partito comunista cinese mostrano il volto assertivo di Xi, che ha ribadito che Taiwan è cinese e che Hong Kong e Xinjiang restano questioni interne.
Ma il ritiro serve anche perché la “centrale del terrore” si è spostata da anni, dalle montagne dell’Afghanistan ai deserti di Siria e Iraq e poi in Africa. È la fine della costosissima parentesi della war on terror, e il ritorno a una politica di potenza che nel 2001 sembrava ormai lontana.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Cina, cent’anni di comunismo. Su ispionline.it
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🌎 CANADA E CLIMA: IL MONDO BRUCIA?

🔥 Estate bollente
Termometro sopra ai 45 gradi per cinque giorni consecutivi, un villaggio completamente distrutto dagli incendi. Non è la California o il deserto del Nevada, ma il Canada. Certo, le ondate di calore esistono da sempre, e in Italia lo sappiamo bene: ogni anno registriamo eccessi di mortalità nei mesi estivi.
Ma gli studi sembrano indicare sempre più chiaramente un legame tra l’aumento (lento ma implacabile) della temperatura terrestre e la frequenza degli eventi estremi, soprattutto quelli legati al calore. In vista di COP26, questo novembre, il mondo è già in fermento.

Corsa contro il tempo
L’accordo di Parigi ha un impegno al 2100: limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C. Per raggiungerlo i paesi si sono impegnati a darsi target intermedi, che entro COP26 andrebbero aggiornati in senso più ambizioso. Circa 80 paesi (inclusi i 27 Ue) su 200 lo hanno già fatto, e molti piani vanno nella giusta direzione. Ma siamo ancora lontanissimi da ciò che servirebbe.
Di sicuro nell’ultimo anno e mezzo gli annunci di “net zero emissions al 2050 e dintorni si sono susseguiti a ritmo serrato: dall’Ue alla Cina, fino agli Usa (buoni ultimi). Ma sui target intermedi la chiarezza è quasi solo “occidentale”: mentre Bruxelles prepara piani molto dettagliati per raggiungere un -55% di emissioni entro il 2030, i paesi a basso reddito chiedono più aiuti, nel timore che minori emissioni significhino anche minore crescita.

♻️ Il nuovo soft power?
Comunque vada, quel che è certo è che è cambiato il “clima”. Quasi tutti i paesi oggi riconoscono la realtà del cambiamento climatico e il contributo dell’uomo. Le opinioni pubbliche chiedono azioni, persino in tempi di pandemia. E tra i “grandi” chi prima era scettico fa a gara per intestarsi i meriti della transizione.
Meriti che non sono solo motivo di prestigio, ma anche competizione geopolitica. La Cina è prima al mondo per brevetti green, produzione e installazione di pale eoliche e pannelli solari, ma dipende ancora molto dal carbone. Dietro a Pechino, la corsa è serrata. Con una certezza: chi si affermerà come leader nell’economia della transizione verde sarà più forte anche nel mondo di domani.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Tassa minima globale, yes we tax. Su ispionline.it
🌍 FRANCIA: LE PEN CI RIPROVA

🇫🇷 Marine non molla
“Avevamo ragione su immigrazione e globalizzazione, adesso dobbiamo farlo capire agli elettori”. Così un’agguerrita Marine Le Pen ha chiuso il congresso che domenica l’ha rieletta per la quarta volta leader del Rassemblement National (RN).
Una “contesa” solo simbolica, dal momento che Le Pen è stata rieletta con il 98% dei voti, utile a dare la sensazione di un partito ancora coeso dietro Marine. Anche se Le Pen lo sa bene: se vuole avere chance alle elezioni del prossimo anno non dovrà convincere la sua base, ma i francesi.

🥈 Eterna seconda?
Alle regionali di giugno, il RN non è riuscito a eleggere neppure un governatore. Certo, lo stesso si può dire per il partito di Macron: a emergere “vincitori” sono stati i partiti moderati tradizionali. Tuttavia, i sondaggi per le presidenziali sembrano molto chiari: Le Pen e Macron sono ancora i più quotati per arrivare al secondo turno.
Così Marine ha potuto rintuzzare per l’ennesima volta suo padre, Jean-Marie, che la esortava a rendere il RN “più virile” imprimendo una svolta a destra. Marine ha imparato dai fallimenti del padre e suoi che i voti di cui ha bisogno sono quelli del centro. Anche perché se si votasse oggi Le Pen perderebbe di dieci punti percentuali contro Macron, e addirittura di venti se al ballottaggio arrivasse Xavier Bertrand, uomo di centrodestra “classico” e ministro con Chirac e Sarkozy.

🇮🇹 Macron: mani legate?
La visita di Mattarella in Francia oggi è proprio ciò di cui Macron ha più bisogno: endorsement da parte di alleati moderati in Europa. Alleati cui però non può offrire troppo, pena dimostrarsi debole e fare il gioco di Le Pen.
Di sicuro il riavvicinamento tra Roma e Parigi ha motivi strutturali. La svolta europea in senso “solidale” dopo anni di austerity, ma anche il fallimento della conquista di Tripoli da parte del generale Haftar, vera e propria spina nel fianco nelle relazioni franco-italiane.
Ma su alcuni dossier Macron ha le mani legate. Sull’immigrazione, per esempio, non può offrire ricollocamenti all’Italia e continuerà con la politica dei respingimenti alla frontiera italo-francese. Per l’Italia non sarà facile destreggiarsi con un presidente europeista che, per convenienza, potrebbe aver bisogno di fare il “sovranista”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brasile, Bolsonaro sotto inchiesta. Su ispionline.it
🌍 LIBANO: CRISI SENZA FINE

📉 Caduta libera
“Siamo sull’orlo di un’esplosione sociale”. Sono le parole del primo ministro ad interim Hassan Diab, per un paese che da undici mesi è senza un governo ufficiale e che, soprattutto, è sprofondato in una crisi economica senza precedenti.
La Banca mondiale stima che quella libanese sia nella top 3 delle peggiori crisi economiche dal 1850 a oggi. Anche per questo le proteste attraversano ormai tutto il paese, mentre l’esercito è una presenza costante nelle maggiori città.

🚢 “Come il Titanic”
Così ha descritto la situazione il Presidente del Parlamento libanese. È passato quasi un anno dall’esplosione che ha distrutto il porto di Beirut. Da allora il premier si è dimesso ma non si trova un sostituto, la lira libanese ha perso il 90% del suo valore, mancano corrente e carburante. E, tragicamente, i tre quarti delle famiglie non hanno cibo a sufficienza.
Le cause del tracollo datano da ben prima della pandemia. Il debito pubblico del paese supera il 100% del PIL da decenni, e oggi sfiora il 180%. E dal 2018 Beirut attraversa una recessione che in tre anni ha spazzato via il 40% del reddito pro capite.
Quello che era uno dei paesi più ricchi del Medio Oriente (pur con tanti problemi) a marzo dell’anno scorso ha dichiarato bancarotta per la prima volta nella sua storia.

🇱🇧 Medio Oriente in miniatura
La crisi libanese avrà gravi conseguenze. Sugli equilibri interni del paese, con Hezbollah indebolita ma pronta prendere il posto (ancora di più) dell’esercito. E complicando i destini di oltre un milione di profughi siriani ancora presenti in Libano.
Ma anche sugli equilibri regionali. Israele osserva con apprensione il “vicino” uscito solo nel 1990 da 15 anni di guerra civile, e teme Hezbollah (con cui nel 2006 ha anche fatto una guerra). L’Iran guarda con interesse alla destabilizzazione, ma nel caos non è detto che ci guadagni.
E mentre Washington decuplica gli aiuti l’Europa osserva inerte, dopo che l’anno scorso un tentativo di mediazione da parte di Macron è caduto nel vuoto. Un’inerzia che pesa anche se Bruxelles potrebbe fare ben poco. Perché l’unica soluzione alla crisi sociale libanese può solo arrivare dalla sua classe politica, non dall’estero.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, il peggio deve ancora venire. Su ispionline.it