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🌎 BIDEN-PUTIN: PASSO A DUE

🇺🇸🇷🇺 Incontro o duello?

Quando due leader di paesi avversari si incontrano, di solito lo fanno per rilanciare le proprie relazioni. Oggi, al summit Usa-Russia, non è andata esattamente così.
Prima del vertice, Biden aveva anticipato che avrebbe messo sul tavolo tutto ciò che non andava nelle azioni di Mosca: dai cyberattacchi russi alle interferenze elettorali, dall’ingerenza militare in Ucraina all’avvelenamento e arresto di Navalny.
Così è andata: a parte qualche scambio di complimenti e il ritorno dei rispettivi ambasciatori questo summit non ha rivoluzionato le relazioni tra i due paesi (già tese e che rimangono tali).

⚔️ Poca chimica
Quello di oggi è stato il trentesimo incontro tra un Presidente americano e uno russo dall’inizio della guerra fredda. Per Putin, è il quinto. Ma, tra tutti, è difficile ricordare un vertice più teso.
Quelli certamente più proficui si tennero negli anni Ottanta e Novanta: tra Gorbachev e Reagan nel 1985 (anche loro si videro a Ginevra) e i due tra Yeltsin e Clinton. Oggi, invece, Russia e Stati Uniti sono molto distanti, e il clima è davvero da “nuova guerra fredda”. Ecco perché a molti è tornato alla memoria il tesissimo incontro tra Eisenhower e Chruschev del 1955: anche loro si videro a Ginevra.
D’altronde, è pur vero che Putin non ha fatto quasi nulla per smorzare le tensioni prima del vertice. Certo, ha richiamato i 100.000 soldati che ad aprile si stavano radunando al confine ucraino. Ma solo tre settimane fa ha collaborato con Lukashenko per dirottare un aereo europeo.

Distensione rimandata?
Biden è arrivato al vertice subito dopo il summit Nato che, lunedì, nel suo comunicato finale menzionava la Russia 62 volte. Ma all’incontro ha tentato la carta del dialogo, spingendosi a definire Putin un “degno avversario”.
Già così, Putin ha già ottenuto ciò che vuole: un bilaterale con Biden è un esplicito riconoscimento che la Russia merita di stare al tavolo delle grandi potenze. Ma il presidente russo ha potuto anche capire quali spazi restino per eventuali negoziati con Washington: dagli scambi di prigionieri al rafforzamento dei trattati per la riduzione degli armamenti nucleari.
E il summit è stato utile anche agli Usa. Biden ha dimostrato di non temere il faccia a faccia con Putin, anche su temi “scomodi”, soprattutto perché sa che il vero “scontro” di questi tempi è quello con Pechino. Per questo con Mosca, per quanto complicato e fragile, un equilibrio sarà necessario trovarlo, e il summit di oggi è stato un buon passo in questa direzione.

Stasera lo speciale ISPI Daily Focus: Biden in Europa: 5 cose che abbiamo imparato. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: IL RISO O LA BOMBA

🇰🇵 Quarantacinque dollari
Era il prezzo di un casco di banane ieri a Pyongyang. E proprio ieri Kim Jong-un, leader della Corea del Nord, ha ammesso che la situazione alimentare nel paese è “tesa”.
Già da parecchio tempo era chiaro che qualcosa non andasse. Con l’arrivo della pandemia, la Corea del Nord aveva sigillato i confini terrestri con la Cina, e da quel momento il passaggio di due tifoni aveva registrato continui blackout. Poi, tra agosto e settembre, i aveva causato danni ingenti. E ancora settimana scorsa piogge torrenziali potrebbero aver compromesso i raccolti.

🚶‍♀️ L’ardua marcia
Non è la prima volta che Kim ammette che le cose stiano andando male. A gennaio, all’apertura dell’ottavo congresso del Partito, aveva dichiarato che il piano quinquennale (che aveva presentato proprio lui nel 2016) aveva “fallito sotto quasi ogni aspetto”.
Ad aprile, poi, Kim aveva invitato i suoi cittadini a prepararsi a una “ardua marcia”, rievocando la carestia che nel 1994-1998 causò la morte di almeno mezzo milione di persone (più del 2% della popolazione).
D’altronde oggi pandemia e tifoni hanno solo peggiorato un’emergenza cronica. Negli ultimi vent’anni, la quota di persone nel mondo affette da malnutrizione è calata dal 14% al 9%. Ma in Corea del Nord non ha fatto che aumentare: dal 32% al 48%.

🚀 Fame di tregua?
Chi spera che la carestia possa riportare Pyongyang al tavolo dei negoziati sul nucleare resterà deluso. Perché, per quanto grave, è difficile che la situazione si avvicini a quella degli anni Novanta, che aveva quasi portato il regime al collasso (comunque senza spegnere le sue ambizioni nucleari).
È improbabile poi che Pyongyang riveda rapidamente – nonostante la crisi – la propria politica di destinare alla spesa militare quasi un terzo del PIL. Una quota enorme, ma necessaria per tenere a bada i nemici del Sud.
Per Kim, che si avvicina al decimo anniversario dalla sua inaugurazione questo dicembre, l’unico modo di rimanere in sella sarà quello di allinearsi a ciò che tutti i leader nordcoreani hanno sempre fatto nei momenti di difficoltà: mostrarsi inflessibili verso gli avversari e lavare i panni sporchi in casa.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, addio libertà di stampa. Su ispionline.it
🌍 ELEZIONI IRAN: UNA SCELTA SENZA SCELTA

🇮🇷 La nuova intransigenza
600 candidati potenziali, solo 7 approvati, 4 ancora in corsa, un vincitore preannunciato. Salvo sorprese, il presidente iraniano dopo il voto di oggi sarà Ebrahim Raisi: capo dell’apparato giudiziario e molto vicino all’ayatollah Khamenei, è il più conservatore tra i candidati ammessi dal Consiglio dei guardiani.
Il moderato Rouhani - firmatario dello storico accordo sul nucleare - si appresta così a essere sostituito da un candidato molto più hardliner. In quelle che, però, potrebbero essere le elezioni meno partecipate di sempre.

📉 Sempre più chiusi
L’Ayatollah Khamenei mira a mettere nelle mani sicure di un “suo” uomo il governo del paese, anche per facilitare la transizione verso una nuova Guida Suprema. È uno dei momenti più delicati per la Repubblica Islamica: il 70% della popolazione iraniana ha meno di 40 anni, non ha ricordi della Rivoluzione del 1979 e chiede nuovi diritti e nuove libertà.
Intanto il paese è sempre più povero e stanco. Al crollo del prezzo del petrolio del 2014 si è aggiunto il ritorno delle sanzioni americane, che hanno compresso ulteriormente le entrate per il regime e scatenato crisi di iperinflazione. Il reddito pro capite degli iraniani è calato del 30% in dieci anni. E il paese sta uscendo solo ora dalla sua quarta ondata di pandemia. Per tutte queste ragioni alle urne quest’anno potrebbe presentarsi solo il 40% degli elettori, la quota più bassa dai tempi della rivoluzione.

🔁 Circolo vizioso
Sul dossier Iran, Trump aveva cambiato radicalmente strategia rispetto a Obama. Via il negoziato, ha cercato di azzoppare il regime con la maximum pressure: ritiro dall’accordo sul nucleare, ritorno delle sanzioni, uccisione di Soleimani. Ma il risultato è stato l’opposto: il rafforzamento dell’ala conservatrice, che ha utilizzato il naufragio dell’accordo sul nucleare per fare campagna contro i moderati.
Con l’arrivo al governo degli intransigenti, il destino dell'accordo sul nucleare sarà ancora più incerto. Da un lato, persino Raisi ha espresso sostegno al negoziato, perché il peso delle sanzioni è insostenibile. Ma un compromesso più ampio, che porti a un periodo di reale distensione con l’Occidente e con gli “avversari” in Medio Oriente, è ormai un’ipotesi sempre più remota.

La tavola rotonda ISPI giovedì 24 giugno: “Iran al voto, chi guiderà la Repubblica islamica?” Iscriviti a questo link: https://www.ispionline.it/iranalvoto

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Perù, vittoria all’ultimo voto. Su ispionline.it
🌍 VARIANTI IN EUROPA: UNA CALDA ESTATE

🇬🇧 Apertura rimandata
Oggi il Regno Unito sarebbe dovuto uscire da un lockdown che dura da dicembre. Invece settimana scorsa Boris Johnson ha annunciato un’estensione fino al 19 luglio, per evitare che la “variante Delta” comprometta i progressi fatti.
La variante è ormai dominante in UK e Portogallo e si sta diffondendo rapidamente in tutta l’Ue: in Italia siamo al 20% di nuovi casi. C’era da attenderselo, vista la sua contagiosità. Cattive notizie per la “vecchia Europa”?

💉 Non è finita...
Certo, dall’estate scorsa molto è cambiato: ormai il 47% degli europei (e il 52% degli italiani) ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e una fetta importante di popolazione è guarita dall’infezione. In molti sono, dunque, temporaneamente immuni.
Ora però le varianti rendono il nuovo coronavirus molto più contagioso, e la “delta” sembra renderlo anche leggermente più pericoloso: in UK i ricoveri di persone non vaccinate aumentano più velocemente dei nuovi casi. La buona notizia è che i vaccini sembrano offrire una protezione molto forte anche nei confronti della variante. Insomma, i casi in UK sono quintuplicati in un mese ma al momento, per fortuna, i decessi restano bassi. Una ragione di ottimismo, anche se per ora le certezze restano poche.

🦠 … finché non è finita ovunque
Così in Europa torna la prudenza. E dire che solo un mese fa era stato raggiunto l’accordo sullo “EU Covid Certificate” che dal 1° luglio dovrebbe permettere agli europei vaccinati di viaggiare in sicurezza in Ue, e che di recente il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie aveva promosso gran parte d’Europa ad “area verde”, cioè a rischio basso.
Adesso ci si chiede quanto dureranno le aperture. Una nuova frenata del settore turistico e dei viaggi, che per l’Italia rappresentavano il 13% del PIL nel 2019 (eravamo settimi in Europa, secondi solo alla Spagna tra i grandi paesi europei), sarebbe un colpo pesante. Solo le vaccinazioni, al momento, stanno riuscendo a evitare una nuova débacle. Quelle stesse vaccinazioni che però nel mondo non decollano, anche a causa delle promesse non mantenute da noi europei.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, vittoria annunciata. Su ispionline.it
🌍 NEXT GENERATION EU: TUTTI A BORDO

🚂 Si parte!

Dieci “A”, una sola “B”: promossa (quasi) a pieni voti. È l’Italia di Next Generation EU, che oggi ha accolto Ursula von der Leyen a Roma per sancire ufficialmente l’approvazione dei piani di spesa italiani da parte della Commissione. Adesso la palla passa al Consiglio dell’Ue, cioè ai governi nazionali, che dovrebbero approvare i piani a luglio.
Per l’Italia, l’approvazione sbloccherà la prima tranche da 25 miliardi di euro di prefinanziamento. In tutto, entro il 2026 Roma potrebbe ricevere 192 miliardi di euro, di cui 123 di prestiti a tasso agevolato e 69 di trasferimenti diretti.

💰 Chi tiene i cordoni
È proprio quell’unica “B” che potrebbe impensierire Roma e le altre capitali. L’Italia, come d’altronde tutti gli altri paesi esaminati sinora, quella “B” l’ha ricevuta alla voce “Costi”, che la Commissione ritiene vadano dettagliati meglio.
Ed è lì che si gioca la partita. Perché su Next Generation EU c’è davvero chi “guadagna” e chi “perde”: l’Italia sarà un beneficiario netto di trasferimenti per 33 miliardi di euro ma quei soldi alla fine dovranno essere rimborsati da altri, come Germania o Paesi Bassi.
Il dibattito sulle voci di spesa non sarà dunque solo tecnico ma anche molto politico, perché le regole prevedono che uno stato Ue possa opporsi all’erogazione del denaro in caso di non meglio specificati “gravi scostamenti”. I “paesi frugali” avranno terreno fertile per le loro battaglie, e già ieri in Germania il possibile successore di Merkel ha proposto il non rinnovo del Recovery Fund.

Solidarietà a termine
Lo sforzo di solidarietà fatto dagli Stati europei non va certo sminuito. Anzi, la Commissione ha appena cominciato a emettere gli “Eurobond”: un primo, vero e proprio debito pubblico europeo. Roma lo chiedeva da tempo, ma prima della pandemia sembrava inimmaginabile.
Tuttavia le emissioni sono a termine: il debito creato con gli Eurobond dovrà essere estinto entro il 2058. Se l’Italia vuole avere una chance di rendere il debito europeo permanente dovrà convincere i “frugali”, dimostrando di saper spendere bene i fondi. Una sfida per Roma, certo, ma da cui potrebbe dipendere la forma futura dell’Unione europea.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Spagna, indulto alla (giunta) catalana. Su ispionline.it
🌏 HONG KONG: STOP ALLE ROTATIVE

🗞 Ultima edizione
L’Apple Daily chiuderà stanotte. Il giornale indipendente e pro-democrazia di Hong Kong era sotto attacco da mesi, dopo l’arresto del suo fondatore Jimmy Lai lo scorso dicembre. Negli ultimi giorni sono stati arrestati il direttore e sei altri giornalisti; poi, il blocco dei fondi.
Azioni che hanno convinto l’editore Next Digital a chiudere il giornale, che Pechino ha spesso denunciato come organo di “propaganda filo-democratica". L’Ue ha duramente condannato l’accaduto, accusando la Cina di "soffocare la libertà di stampa e la libera espressione delle opinioni”.

🇭🇰 Un paese, un sistema?
La decisione segna uno storico spartiacque. Sono lontanissimi i giorni del famoso “Un paese, due sistemi” di Deng Xiaoping, che nel 1979 chiedeva la restituzione della Hong Kong “britannica” alla Cina promettendo però di salvaguardarne il sistema democratico. E lontanissimo sembra persino il 2014, quando gli attivisti manifestavano chiedendo il suffragio universale.
Formalmente, Pechino si impegna ancora a garantire che fino al 2047 il sistema istituzionale di Hong Kong rimanga separato da quello cinese. Ma nulla vieta che gli assomigli sempre di più. E così, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale e della riforma elettorale, Hong Kong assomiglia sempre più a una riproduzione in piccolo della Cina continentale.

💣 La Cina è sempre più vicina
Hong Kong è solo uno dei tanti contesti regionali in cui si accumulano frizioni tra Pechino e “gli altri”, che siano l’Occidente democratico o i paesi vicini. La questione degli uiguri nello Xinjiang ha già fatto scattare condanne e sanzioni da Usa e Ue, ma serve a poco: la Cina continua a muoversi con sempre più disinvoltura sullo scacchiere regionale, e di recente ha condotto sempre più “popolate” incursioni di jet militari nello spazio aereo di Taiwan.
Quel che è certo è che Usa e Ue non stanno più a guardare. A inizio anno, Bruxelles ha messo nel congelatore il trattato Ue-Cina sugli investimenti: una mossa costata molto soprattutto a Berlino, ma ritenuta inevitabile. E adesso si parla addirittura di aprire negoziati commerciali con Taiwan, da sempre paria perché considerato territorio cinese da Pechino. Indice che il clima è sempre più teso, e che – anche su pressione di Biden – l’Europa non intende più “mollare il colpo”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue, Bruxelles non è sul Mediterraneo. Su ispionline.it
🌍 UE-RUSSIA: BASTONE O CAROTA?

🇷🇺 Mosca “chiama”...
Colpi di avvertimento verso una nave britannica che si era avvicinata troppo alle coste della Crimea. Gasdotti chiusi per far salire prezzi e tensioni. Le notizie che arrivano dalla Russia e dal “fronte orientale” parlano di continui attriti con i vicini europei.
Eppure, proprio ieri Francia e Germania hanno proposto un piano per un ritorno a un dialogo formale con Mosca a livello Ue. Certo, affiancandovi sanzioni nel caso Mosca non si “comporti bene”. Ma sarebbe comunque il primo summit Ue-Russia dal conflitto ucraino e l’annessione russa della Crimea.

🇪🇺 … e l’Europa risponde?
Il piano franco-tedesco ha colto di sorpresa quasi tutti i governi Ue. Al Consiglio europeo di oggi la Russia è uno dei punti all’ordine del giorno, ma in pochi si aspettavano che la discussione sarebbe andata oltre il rinnovo per un altro anno delle sanzioni Ue contro Mosca, approvato tre giorni fa.
Certo, la proposta di summit proviene da uno dei paesi più “interessati” a un dialogo: Berlino continua a premere perché il raddoppio del gasdotto che collega Russia e Germania (il Nord Stream 2) entri in funzione, e il modo migliore sarebbe una distensione con Mosca. Ma il tempismo della proposta è parso singolare. Innanzitutto perché Mosca non ha abbozzato alcun passo avanti sui molti dossier aperti: dal caso Navalny al dirottamento aereo in Bielorussia, dagli attacchi cyber alle interferenze elettorali. E poi perché la proposta è arrivata sul tavolo dei 27 a un solo giorno dall’inizio del Consiglio, senza lasciare ai governi molto tempo per valutarla.

⚔️ Sul filo del rasoio
A prima vista, il summit Biden-Putin di settimana scorsa sembra avere dato una scossa alle diplomazie occidentali, aprendo uno spazio negoziale con Mosca. Ma attenzione: gli Usa hanno un chiaro interesse a ricomporre almeno parte degli attriti con la Russia per puntare sul “bersaglio grosso”, Pechino. Per gli europei le cose sono più complicate.
Tanto che la proposta franco-tedesca, anziché unificare l’Ue, ne ha riportato allo scoperto le divisioni. Con 20 paesi più dialoganti e che sembrano favorevoli, ma 7 fortemente contrari. Il rischio è che una “pace” con la Russia porti a una "guerra” tra europei.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Afghanistan, variante Saigon. Su ispionline.it
🌎 USA, INFRASTRUTTURE: BRIDGING THE GAP

🤝 The art of the deal
Era il sogno di Trump e di Obama, ma era sempre sfumato: mettere d'accordo entrambi gli schieramenti politici Usa, con un faraonico progetto di spesa.
Ieri Biden ci si è avvicinato: un gruppo di cinque senatori democratici e cinque repubblicani ha trovato un’intesa per un pacchetto di investimenti per le infrastrutture da 1.100 miliardi di dollari. Comunque vada, di certo l’accordo rimette in moto i negoziati al Congresso per una proposta di legge che, presentata solo ad aprile, sembrava già su un binario morto.

💸 Compromesso al ribasso
A raggiungere un accordo bipartisan al Congresso ci aveva già provato Obama nel 2009, con Obamacare. Fallendo: la riforma era passata al Senato con i soli voti democratici. Per Biden, conosciuto come un politico capace di mediare, sarebbe dunque una chiara vittoria politica.
Certo, ogni compromesso ha i suoi costi. Il pacchetto si è già ridotto di oltre il 50% rispetto ai 2.300 miliardi annunciati a marzo. E i 1.100 miliardi sarebbero spalmati su 8 anni anziché i 5 inizialmente previsti.
Inoltre, resta ancora da discutere il secondo piano di Biden: i 1.800 miliardi per nuove spese sociali, la cui approvazione è tutt’altro che scontata. Per finanziarlo la Casa Bianca ha proposto infatti un aumento delle tasse alle imprese fortemente osteggiato dai repubblicani.

🕊 Un Presidente di tutti?
L’accordo permette a Biden di presentarsi come il presidente del dialogo, dopo anni di sfide al vetriolo tra presidenti e Congresso. Ma adesso arriva la parte più difficile. In primis, non è scontato che il piano riesca a diventare legge. Per i repubblicani più “falchi” le spese sono comunque ancora troppe. E i democratici sembrano persino più scontenti: qualcuno già accusa Biden di essersi concentrato sulle infrastrutture anziché sulle spese sociali.
E poi manca solo poco più di un anno alle elezioni di midterm, e lo “zoccolo duro” dei repubblicani trumpiani ancora non sembra voler mollare il colpo, convinto di poter riconquistare i seggi perduti con una retorica divisiva.
Insomma, la strada è ancora lunga. E in salita.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Europa-Ungheria, battaglia sui diritti. Su ispionline.it
🌍 ETIOPIA, LA GUERRA SILENZIOSA

🚨 Emergenza umanitaria
Venerdì in Etiopia sono stati uccisi tre operatori umanitari italiani in Tigray, dove imperversa il conflitto tra ribelli e stato centrale. I responsabili dell’attacco restano ignoti, ma Addis Abeba accusa gli insorti. È un altro passo verso il caos a otto mesi dall’inizio dei combattimenti, che hanno già generato 1,7 milioni di sfollati e spinto l’Onu a dichiarare la situazione alimentare “catastrofica”.
Nel silenzio dei media internazionali l’Etiopia rischia di sprofondare nella guerra civile, vanificando tutti i progressi fatti nel processo di transizione cominciato solo tre anni fa. E aver tenuto le elezioni parlamentari in un contesto simile rischia di ridurre la legittimità del governo in carica.

🇪🇹 Un paese sospeso
Dalle elezioni del 21 giugno, le prime elezioni libere della storia dell’Etiopia, il premier Abiy Ahmed (premio Nobel per la pace nel 2019) si aspetta di essere riconfermato a larga maggioranza. Ma il voto è stato boicottato dalle opposizioni, e non si è tenuto in tre regioni del paese (Tigray incluso) che rappresentano l’11% dei seggi in Parlamento.
Intanto, in Tigray i ribelli riguadagnano posizioni. Solo tre settimane fa Etiopia ed Eritrea avevano lanciato la quinta offensiva sulla regione, annunciando che sarebbe stata quella finale. Ma ancora prima del voto l’offensiva era fallita.

🔁 Ritorno al futuro?
Dallo scoppio delle ostilità, il conflitto ha coinvolto sempre più paesi della regione. Da subito l’Eritrea (una brutale dittatura militare), schieratasi con il governo etiope. Poi il Sudan, che ha approfittato dello sforzo bellico etiope per rioccupare territori di confine. E all’instabilità in Etiopia guarda con favore anche l’Egitto, che ha interesse a rallentare il riempimento di una nuova grande diga etiope sul Nilo.
Trent'anni fa, il regime socialista etiope crollò proprio a causa degli sforzi bellici per finanziare la guerra contro i ribelli tigrini. Oggi il rischio è che il governo commetta gli stessi errori, chiudendo gli occhi di fronte a crimini di guerra (settimana scorsa un bombardamento eritreo su un mercato ha causato la morte di almeno 80 civili) e ostacolando l’accesso umanitario. Per il più grande paese dell’Africa orientale sarebbe un grave segnale, che la regione non si può permettere.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Blinken in Italia, il G20 scalda i motori. Su ispionline.it
🌎 USA E MEDIO ORIENTE: VICINI LONTANI

🇺🇸 Niente da vedere
Ieri la Casa Bianca ha difeso gli strike americani dei giorni scorsi al confine tra Siria e Iraq. I bombardamenti, indirizzati contro milizie sostenute dall’Iran, sono i secondi nella regione dall’insediamento di Biden.
Washington li considera “difensivi” perché mirati a prevenire possibili attacchi contro truppe Usa o alleati, mentre l’Iran e i governi siriano e iracheno li vedono come provocazioni. Intanto i miliziani hanno colto subito l’occasione per invocare alla “guerra santa” contro l’America e l’Occidente.

💥 Oltre Daesh
I bombardamenti proseguono nel solco delle politiche di Obama e Trump: sempre meno truppe “on the ground”, e sempre più attacchi mirati (quasi sempre dal cielo) contro i “nemici”. Certo, siamo molto lontani dai 1.500 bombardamenti al mese del 2019 della coalizione internazionale contro lo Stato islamico (ieri riunitasi a Roma).
E l’engagement Usa in Medio Oriente non si limita alle bombe, come dimostra il tour europeo del Segretario di Stato Usa Blinken: ha partecipato alla Conferenza di Berlino sulla Libia, a un vertice sullo Stato islamico e ha incontrato il suo omologo israeliano Lapid. Proseguono poi a Vienna, anche se a rilento, i negoziati sul nucleare iraniano che Trump aveva abbandonato.

🌏 Pivot to Asia?
Se ne parla dai tempi di Obama: gli Usa guardano sempre meno al Medio Oriente e sempre più verso l’Asia e il Pacifico, vero “teatro” dello scontro tra grandi potenze. Lo ha ricordato proprio Blinken ieri, in visita all’Italia: tra competizione e cooperazione, Pechino è “di certo l’interlocutore più ostico e importante”.
In teoria la ritrovata indipendenza energetica americana (grazie alla rivoluzione shale gli Usa, che nel 2005 importavano il 70% del petrolio consumato e da tre anni sono ormai esportatori netti) dovrebbe rendere ancora più semplice questo obiettivo.
Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo alleanze (con l’Arabia Saudita e Israele, naturalmente) e interessi. L'Afghanistan è un monito: Washington sa che il vuoto che lascia - come tutti i vuoti del resto - rischia di essere colmato da altri.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera “Etiopia, i ribelli avanzano: annunciato il cessate-il-fuoco". Su ispionline.it