🌎 MONDO POST-COVID: TORNA L’INFLAZIONE?
📈 Alle stelle
A maggio in Cina i prezzi alla produzione industriale sono cresciuti del 9%. È l’aumento più significativo dal 2008, a sua volta trainato da un altro boom: quello dei prezzi mondiali delle materie prime.
Nel corso della prima ondata della pandemia (e salvo alcune eccezioni, come il petrolio) i prezzi delle materie prime si sono ridotti solo di poco, per poi schizzare verso l’alto dalla seconda metà del 2020. Una corsa che non si è ancora arrestata: oggi l’indice che ne raccoglie i prezzi è del 40% più alto rispetto ai livelli pre-pandemia.
🎉 Una buona notizia...
La risalita dei prezzi è in gran parte trainata dalla ripresa delle attività economiche. Se l’anno scorso abbiamo assistito alla peggior recessione dell’ultimo secolo, oggi il mondo sta rapidamente tornando “back on track”. Tanto che le stime più recenti dicono che il “colpo” subito dal PIL mondiale nel medio periodo (-3%) sarà modesto se paragonato al -9% causato dalla recessione del 2008-2009.
Va ancora meglio alle economie avanzate: il “rimbalzo” ai livelli di PIL pre-pandemia dovrebbe essere quattro volte più rapido rispetto a quello dei paesi più poveri (basti pensare che gli Usa hanno già superato i livelli del 2019).
👎 … o una notizia cattiva?
Ma c’è un rovescio della medaglia: il possibile ritorno dell’inflazione. Una crescita eccessiva dei prezzi al consumo costringerebbe molte Banche centrali a rivedere le politiche monetarie espansive (rafforzate con la pandemia). Un quadro che rievoca la “stagflazione” degli anni Settanta, ovvero la concomitanza di recessione economica e inflazione: lo spettro di ogni economista.
A perderci sarebbero proprio quei paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che stanno beneficiando dei bassi tassi di interesse e che non vedono di buon occhio un loro rialzo. Perché la fine del salvifico “whatever it takes” ci riporta con la mente ai tempi in cui sui giornali dominava un altro anglicismo: spread.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, la guerra delle salsicce. Su ispionline.it
📈 Alle stelle
A maggio in Cina i prezzi alla produzione industriale sono cresciuti del 9%. È l’aumento più significativo dal 2008, a sua volta trainato da un altro boom: quello dei prezzi mondiali delle materie prime.
Nel corso della prima ondata della pandemia (e salvo alcune eccezioni, come il petrolio) i prezzi delle materie prime si sono ridotti solo di poco, per poi schizzare verso l’alto dalla seconda metà del 2020. Una corsa che non si è ancora arrestata: oggi l’indice che ne raccoglie i prezzi è del 40% più alto rispetto ai livelli pre-pandemia.
🎉 Una buona notizia...
La risalita dei prezzi è in gran parte trainata dalla ripresa delle attività economiche. Se l’anno scorso abbiamo assistito alla peggior recessione dell’ultimo secolo, oggi il mondo sta rapidamente tornando “back on track”. Tanto che le stime più recenti dicono che il “colpo” subito dal PIL mondiale nel medio periodo (-3%) sarà modesto se paragonato al -9% causato dalla recessione del 2008-2009.
Va ancora meglio alle economie avanzate: il “rimbalzo” ai livelli di PIL pre-pandemia dovrebbe essere quattro volte più rapido rispetto a quello dei paesi più poveri (basti pensare che gli Usa hanno già superato i livelli del 2019).
👎 … o una notizia cattiva?
Ma c’è un rovescio della medaglia: il possibile ritorno dell’inflazione. Una crescita eccessiva dei prezzi al consumo costringerebbe molte Banche centrali a rivedere le politiche monetarie espansive (rafforzate con la pandemia). Un quadro che rievoca la “stagflazione” degli anni Settanta, ovvero la concomitanza di recessione economica e inflazione: lo spettro di ogni economista.
A perderci sarebbero proprio quei paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che stanno beneficiando dei bassi tassi di interesse e che non vedono di buon occhio un loro rialzo. Perché la fine del salvifico “whatever it takes” ci riporta con la mente ai tempi in cui sui giornali dominava un altro anglicismo: spread.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, la guerra delle salsicce. Su ispionline.it
🌎 GREEN PASS UE: BACK TO NORMAL?
✅ Semaforo verde
A larghissima maggioranza, ieri il Parlamento Ue ha approvato il “green pass”, il certificato che permetterà agli europei di spostarsi da un paese Ue all’altro se vaccinati, guariti o con un test recente negativo. Ora manca solo l’approvazione finale da parte del Consiglio Ue per essere operativi dal 1° luglio. Poco fa, via libera anche dal Garante della privacy italiano.
La misura, lanciata a marzo, era rimasta imbrigliata in un lungo dibattito tra le capitali europee. Ma l’accordo sembra ormai a portata di mano.
📈 Ever closer Union
Dopo una partenza molto lenta nella campagna vaccinale, oggi ormai il 42% dei cittadini europei ha ricevuto almeno una dose di vaccino anti-Covid. L’Ue è dunque sempre più vicina ai “primi della classe” come Israele (63%) e UK (60%), e in poche settimane potrebbe raggiungere e superare gli Stati Uniti (51%), frenati da una certa inerzia della popolazione più giovane (che Biden cerca di agevolare pagando le imprese per vaccinare i dipendenti).
Con un’efficacia molto alta verso infezioni e casi gravi, le cose in Europa sembrano volgere al meglio. Certo, resta l’incognita “variante delta”, che sta provocando un aumento di casi e ospedalizzazioni nel Regno Unito, e bisogna sperare che altre varianti non scompaginino i piani vaccinali.
🇪🇺 L’Europa s’è desta?
È legittimo chiederselo. Dopo la partenza assai deludente delle vaccinazioni, la Commissione von der Leyen era finita nel mirino degli Stati membri (e dell’opinione pubblica). Ci si chiedeva se non sarebbe stato meglio andare ognuno per la propria strada. Risolta la penuria iniziale di vaccini, la spina nel fianco di questi ultimi mesi è stata proprio la questione degli spostamenti tra paesi.
In un mondo ancora bloccato, dove spesso neanche il vaccino è sufficiente per essere ammessi alla frontiera, il “green pass” sarebbe una vittoria per i paesi Ue. Soprattutto per quelli bisognosi di turismo, come Italia e Grecia, e che più hanno premuto per la creazione di un documento comune europeo.
Come spesso accade in Europa, però, il diavolo sta nei dettagli: il successo di questo “lasciapassare” dipenderà dagli Stati membri, che avranno l’ultima parola sui diritti da “agganciare” al green pass all’interno dei loro confini.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G7, tutti in Cornovaglia. Su ispionline.it
✅ Semaforo verde
A larghissima maggioranza, ieri il Parlamento Ue ha approvato il “green pass”, il certificato che permetterà agli europei di spostarsi da un paese Ue all’altro se vaccinati, guariti o con un test recente negativo. Ora manca solo l’approvazione finale da parte del Consiglio Ue per essere operativi dal 1° luglio. Poco fa, via libera anche dal Garante della privacy italiano.
La misura, lanciata a marzo, era rimasta imbrigliata in un lungo dibattito tra le capitali europee. Ma l’accordo sembra ormai a portata di mano.
📈 Ever closer Union
Dopo una partenza molto lenta nella campagna vaccinale, oggi ormai il 42% dei cittadini europei ha ricevuto almeno una dose di vaccino anti-Covid. L’Ue è dunque sempre più vicina ai “primi della classe” come Israele (63%) e UK (60%), e in poche settimane potrebbe raggiungere e superare gli Stati Uniti (51%), frenati da una certa inerzia della popolazione più giovane (che Biden cerca di agevolare pagando le imprese per vaccinare i dipendenti).
Con un’efficacia molto alta verso infezioni e casi gravi, le cose in Europa sembrano volgere al meglio. Certo, resta l’incognita “variante delta”, che sta provocando un aumento di casi e ospedalizzazioni nel Regno Unito, e bisogna sperare che altre varianti non scompaginino i piani vaccinali.
🇪🇺 L’Europa s’è desta?
È legittimo chiederselo. Dopo la partenza assai deludente delle vaccinazioni, la Commissione von der Leyen era finita nel mirino degli Stati membri (e dell’opinione pubblica). Ci si chiedeva se non sarebbe stato meglio andare ognuno per la propria strada. Risolta la penuria iniziale di vaccini, la spina nel fianco di questi ultimi mesi è stata proprio la questione degli spostamenti tra paesi.
In un mondo ancora bloccato, dove spesso neanche il vaccino è sufficiente per essere ammessi alla frontiera, il “green pass” sarebbe una vittoria per i paesi Ue. Soprattutto per quelli bisognosi di turismo, come Italia e Grecia, e che più hanno premuto per la creazione di un documento comune europeo.
Come spesso accade in Europa, però, il diavolo sta nei dettagli: il successo di questo “lasciapassare” dipenderà dagli Stati membri, che avranno l’ultima parola sui diritti da “agganciare” al green pass all’interno dei loro confini.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G7, tutti in Cornovaglia. Su ispionline.it
🌍 ETIOPIA: CRISI SENZA FINE
🇪🇹 Livello cinque, catastrofe
Le Nazioni Unite hanno dichiarato che in Tigray, regione del nord dell’Etiopia, 400.000 persone rischiano di morire di fame. Formalmente queste persone sono considerate “a livello cinque”, un modo politicamente corretto per definire una situazione che le stesse Nazioni Unite classificano come “catastrofica”.
Il governo etiope - guidato dal premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed - ha invece sminuito la gravità della situazione, negato responsabilità nella carestia, e assicurato che permetterà l’accesso delle agenzie umanitarie nella regione.
⚔️ Man-made disaster
La carestia è il risultato di otto mesi di conflitto tra le milizie del nord, il governo etiope e soldati eritrei, che ha provocato la fuga di 1,7 milioni di persone. L'Onu ha più volte accusato le parti in conflitto di crimini di guerra, e ieri ha dichiarato che l’80% dei raccolti è stato “distrutto volontariamente” dai belligeranti.
Dal Secondo dopoguerra questa sarebbe la terza grande carestia per l’Etiopia. La peggiore fu negli anni Ottanta, con quasi 800.000 morti: concentrata anche allora soprattutto nel Tigray, anche in quel caso causata da tattiche di “terra bruciata” del governo contro i ribelli. Non sono casi isolati: si stima che tre quarti delle carestie mondiali degli ultimi 70 anni siano state provocate da conflitti armati o repressione politica.
🌍 Il mondo resta a guardare
Intanto il governo etiope ha rimandato a fine giugno le elezioni legislative, escludendo dal voto la regione del Tigray. E quella che nel 2018 appariva come una “pacifica” transizione democratica dopo decenni di governi autoritari, si è complicata. D’altronde la questione del Tigray è per forza di cose sensibile: il fronte ribelle tigrino ha guidato la regione per quasi vent’anni, e ora il governo sembra intenzionato a superare il sistema federale, accentrando il potere.
Nonostante la gravità della crisi, le reazioni internazionali sono state fin troppo timide. L’attenzione dei “grandi” è rivolta ad altro (dal G7 al vertice Nato, al bilaterale Biden-Putin), nessuno vuole percorrere opzioni militari e il governo etiope è un partner fondamentale nel Corno d’Africa. Insomma, come spesso accade, l’Africa è sempre in fondo all’agenda dei “grandi”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: guida geopolitica agli europei di calcio. Su ispionline.it
🇪🇹 Livello cinque, catastrofe
Le Nazioni Unite hanno dichiarato che in Tigray, regione del nord dell’Etiopia, 400.000 persone rischiano di morire di fame. Formalmente queste persone sono considerate “a livello cinque”, un modo politicamente corretto per definire una situazione che le stesse Nazioni Unite classificano come “catastrofica”.
Il governo etiope - guidato dal premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed - ha invece sminuito la gravità della situazione, negato responsabilità nella carestia, e assicurato che permetterà l’accesso delle agenzie umanitarie nella regione.
⚔️ Man-made disaster
La carestia è il risultato di otto mesi di conflitto tra le milizie del nord, il governo etiope e soldati eritrei, che ha provocato la fuga di 1,7 milioni di persone. L'Onu ha più volte accusato le parti in conflitto di crimini di guerra, e ieri ha dichiarato che l’80% dei raccolti è stato “distrutto volontariamente” dai belligeranti.
Dal Secondo dopoguerra questa sarebbe la terza grande carestia per l’Etiopia. La peggiore fu negli anni Ottanta, con quasi 800.000 morti: concentrata anche allora soprattutto nel Tigray, anche in quel caso causata da tattiche di “terra bruciata” del governo contro i ribelli. Non sono casi isolati: si stima che tre quarti delle carestie mondiali degli ultimi 70 anni siano state provocate da conflitti armati o repressione politica.
🌍 Il mondo resta a guardare
Intanto il governo etiope ha rimandato a fine giugno le elezioni legislative, escludendo dal voto la regione del Tigray. E quella che nel 2018 appariva come una “pacifica” transizione democratica dopo decenni di governi autoritari, si è complicata. D’altronde la questione del Tigray è per forza di cose sensibile: il fronte ribelle tigrino ha guidato la regione per quasi vent’anni, e ora il governo sembra intenzionato a superare il sistema federale, accentrando il potere.
Nonostante la gravità della crisi, le reazioni internazionali sono state fin troppo timide. L’attenzione dei “grandi” è rivolta ad altro (dal G7 al vertice Nato, al bilaterale Biden-Putin), nessuno vuole percorrere opzioni militari e il governo etiope è un partner fondamentale nel Corno d’Africa. Insomma, come spesso accade, l’Africa è sempre in fondo all’agenda dei “grandi”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: guida geopolitica agli europei di calcio. Su ispionline.it
🌎 G7: LA CINA NON CI AVVICINA
🇨🇳 Pechino nel mirino
Nel comunicato finale del G7, le bordate contro la Cina non mancano. Su Hong Kong, Taiwan, il Mar cinese meridionale, diritti umani, quello di domenica è stato di certo uno dei comunicati più “assertivi” degli ultimi anni.
Ma la realtà è che la differenza di approccio alla Cina tra le due sponde dell’Atlantico è palpabile. Mentre Biden vedeva nel vertice una rampa di lancio nella “sfida globale contro le autocrazie”, i leader europei si sono dimostrati più cauti. Macron ha dichiarato che il G7 “non è ostile alla Cina”, mentre Draghi ha detto che Pechino è un partner importante in alcuni settori, come quello del clima. E ora?
⚔️ Rivalità differenziata?
Di sicuro, gli europei continuano a guardare a Pechino con un approccio pragmatico, riconoscendone l’importanza sia strategica che commerciale che, per alcuni paesi come Germania e Giappone, è molto rilevante (le esportazioni verso la Cina valgono quasi il 3% del PIL tedesco, ma meno dell’1% per l’Italia).
Nonostante tutto, Washington e Bruxelles sono comunque allineate su molti fronti (anche Bruxelles ha definito la Cina “rivale sistemico”): dalla volontà di limitare la penetrazione cinese nelle “infrastrutture strategiche” (soprattutto 5G e digitale) alla determinata difesa dei diritti umani (in primis verso gli abusi nello Xinjiang).
🇺🇸 Biden contro tutti?
Certo, l’approccio americano è meno “pragmatico” di quello europeo. Biden lo ha chiarito anche oggi, al vertice Nato: per la Casa Bianca democrazia e diritti umani non sono negoziabili. Biden lo potrebbe ribadire anche mercoledì, quando vedrà Putin. Per Washington l’esplicita difesa della democrazia fa parte del tentativo di recuperare l’influenza perduta nel corso della presidenza Trump, che aveva rinunciato a “guidare” il mondo.
Non a caso, proprio Biden ha spinto perché il G7 approntasse un piano sulle infrastrutture che possa rivaleggiare con la Belt and Road Initiative cinese. Un tentativo di far capire a tutti che l’America è tornata. Che però si scontra con la realtà: per l’Occidente la Cina rimane un partner scomodo, ma inevitabile. Una bella gatta da pelare, oggi e nel futuro.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, l’ora di Bennett. Su ispionline.it
🇨🇳 Pechino nel mirino
Nel comunicato finale del G7, le bordate contro la Cina non mancano. Su Hong Kong, Taiwan, il Mar cinese meridionale, diritti umani, quello di domenica è stato di certo uno dei comunicati più “assertivi” degli ultimi anni.
Ma la realtà è che la differenza di approccio alla Cina tra le due sponde dell’Atlantico è palpabile. Mentre Biden vedeva nel vertice una rampa di lancio nella “sfida globale contro le autocrazie”, i leader europei si sono dimostrati più cauti. Macron ha dichiarato che il G7 “non è ostile alla Cina”, mentre Draghi ha detto che Pechino è un partner importante in alcuni settori, come quello del clima. E ora?
⚔️ Rivalità differenziata?
Di sicuro, gli europei continuano a guardare a Pechino con un approccio pragmatico, riconoscendone l’importanza sia strategica che commerciale che, per alcuni paesi come Germania e Giappone, è molto rilevante (le esportazioni verso la Cina valgono quasi il 3% del PIL tedesco, ma meno dell’1% per l’Italia).
Nonostante tutto, Washington e Bruxelles sono comunque allineate su molti fronti (anche Bruxelles ha definito la Cina “rivale sistemico”): dalla volontà di limitare la penetrazione cinese nelle “infrastrutture strategiche” (soprattutto 5G e digitale) alla determinata difesa dei diritti umani (in primis verso gli abusi nello Xinjiang).
🇺🇸 Biden contro tutti?
Certo, l’approccio americano è meno “pragmatico” di quello europeo. Biden lo ha chiarito anche oggi, al vertice Nato: per la Casa Bianca democrazia e diritti umani non sono negoziabili. Biden lo potrebbe ribadire anche mercoledì, quando vedrà Putin. Per Washington l’esplicita difesa della democrazia fa parte del tentativo di recuperare l’influenza perduta nel corso della presidenza Trump, che aveva rinunciato a “guidare” il mondo.
Non a caso, proprio Biden ha spinto perché il G7 approntasse un piano sulle infrastrutture che possa rivaleggiare con la Belt and Road Initiative cinese. Un tentativo di far capire a tutti che l’America è tornata. Che però si scontra con la realtà: per l’Occidente la Cina rimane un partner scomodo, ma inevitabile. Una bella gatta da pelare, oggi e nel futuro.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, l’ora di Bennett. Su ispionline.it
🌎 UE-USA: INTESA SUI DAZI
🤝 New Deal
Diciassette anni di attriti e dissapori. Oggi l’accordo. Al termine del summit Ue-Usa, le parti hanno annunciato di aver sospeso per cinque anni i dazi sulla vertenza sugli aiuti di stato a Boeing e Airbus. Una svolta storica per una contesa che dura dal 2004 e che ha coinvolto quattro diversi Presidenti americani.
Lo scontro si era infiammato solo un anno fa. A marzo 2020 su Airbus l’Organizzazione mondiale del Commercio aveva dato ragione a Washington: Trump aveva così imposto dazi per 7,5 miliardi di dollari contro l’Ue. A ottobre, invece, il Wto aveva dato ragione all’Ue, consentendo di imporre dazi per 4 miliardi agli Usa.
🕊 Pace (quasi) fatta...
L’arrivo di Biden alla Casa Bianca ha cambiato tutto. Il nuovo accordo sospende i dazi per cinque anni, ed è cruciale per due ragioni. Perché riduce la pressione su un settore, quello dell’aviazione, messo in ginocchio dalla pandemia: in un solo anno le compagnie aeree mondiali hanno perso 510 miliardi di dollari (il 61% delle entrate pre-pandemia).
Ma anche perché risolve un nodo politico. Per Trump, che odiava il Wto e nel 2019 lo aveva quasi paralizzato (non nominando i giudici per l’Organo di conciliazione), poter usare proprio una sentenza del Wto in suo favore contro l’alleato di sempre era il culmine del suo approccio divisivo alle relazioni internazionali. Oggi, quella ferita comincia a essere sanata.
🇨🇳 … ma per fare cosa?
Ora Bruxelles e Washington sono più vicine, ma di sicuro gli USA non fanno niente per niente. Al termine del suo primo tour europeo, Biden può dichiarare di avere rafforzato il multilateralismo. Ieri ha rassicurato gli alleati Nato, ribadendo il suo sostegno all’Alleanza senza chiedere (come invece faceva Trump) un aumento delle spese europee per la difesa.
In cambio ha chiesto e (in parte) ottenuto un approccio più duro degli alleati occidentali verso Pechino. Sì, perché Washington è sempre più "ossessionata” dallo scontro con il Dragone, e ha bisogno di avere l’Europa al suo fianco.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera l’approfondimento: Usa-Ue, dazi passati. Su ispionline.it
🤝 New Deal
Diciassette anni di attriti e dissapori. Oggi l’accordo. Al termine del summit Ue-Usa, le parti hanno annunciato di aver sospeso per cinque anni i dazi sulla vertenza sugli aiuti di stato a Boeing e Airbus. Una svolta storica per una contesa che dura dal 2004 e che ha coinvolto quattro diversi Presidenti americani.
Lo scontro si era infiammato solo un anno fa. A marzo 2020 su Airbus l’Organizzazione mondiale del Commercio aveva dato ragione a Washington: Trump aveva così imposto dazi per 7,5 miliardi di dollari contro l’Ue. A ottobre, invece, il Wto aveva dato ragione all’Ue, consentendo di imporre dazi per 4 miliardi agli Usa.
🕊 Pace (quasi) fatta...
L’arrivo di Biden alla Casa Bianca ha cambiato tutto. Il nuovo accordo sospende i dazi per cinque anni, ed è cruciale per due ragioni. Perché riduce la pressione su un settore, quello dell’aviazione, messo in ginocchio dalla pandemia: in un solo anno le compagnie aeree mondiali hanno perso 510 miliardi di dollari (il 61% delle entrate pre-pandemia).
Ma anche perché risolve un nodo politico. Per Trump, che odiava il Wto e nel 2019 lo aveva quasi paralizzato (non nominando i giudici per l’Organo di conciliazione), poter usare proprio una sentenza del Wto in suo favore contro l’alleato di sempre era il culmine del suo approccio divisivo alle relazioni internazionali. Oggi, quella ferita comincia a essere sanata.
🇨🇳 … ma per fare cosa?
Ora Bruxelles e Washington sono più vicine, ma di sicuro gli USA non fanno niente per niente. Al termine del suo primo tour europeo, Biden può dichiarare di avere rafforzato il multilateralismo. Ieri ha rassicurato gli alleati Nato, ribadendo il suo sostegno all’Alleanza senza chiedere (come invece faceva Trump) un aumento delle spese europee per la difesa.
In cambio ha chiesto e (in parte) ottenuto un approccio più duro degli alleati occidentali verso Pechino. Sì, perché Washington è sempre più "ossessionata” dallo scontro con il Dragone, e ha bisogno di avere l’Europa al suo fianco.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera l’approfondimento: Usa-Ue, dazi passati. Su ispionline.it
🌎 BIDEN-PUTIN: PASSO A DUE
🇺🇸🇷🇺 Incontro o duello?
Quando due leader di paesi avversari si incontrano, di solito lo fanno per rilanciare le proprie relazioni. Oggi, al summit Usa-Russia, non è andata esattamente così.
Prima del vertice, Biden aveva anticipato che avrebbe messo sul tavolo tutto ciò che non andava nelle azioni di Mosca: dai cyberattacchi russi alle interferenze elettorali, dall’ingerenza militare in Ucraina all’avvelenamento e arresto di Navalny.
Così è andata: a parte qualche scambio di complimenti e il ritorno dei rispettivi ambasciatori questo summit non ha rivoluzionato le relazioni tra i due paesi (già tese e che rimangono tali).
⚔️ Poca chimica
Quello di oggi è stato il trentesimo incontro tra un Presidente americano e uno russo dall’inizio della guerra fredda. Per Putin, è il quinto. Ma, tra tutti, è difficile ricordare un vertice più teso.
Quelli certamente più proficui si tennero negli anni Ottanta e Novanta: tra Gorbachev e Reagan nel 1985 (anche loro si videro a Ginevra) e i due tra Yeltsin e Clinton. Oggi, invece, Russia e Stati Uniti sono molto distanti, e il clima è davvero da “nuova guerra fredda”. Ecco perché a molti è tornato alla memoria il tesissimo incontro tra Eisenhower e Chruschev del 1955: anche loro si videro a Ginevra.
D’altronde, è pur vero che Putin non ha fatto quasi nulla per smorzare le tensioni prima del vertice. Certo, ha richiamato i 100.000 soldati che ad aprile si stavano radunando al confine ucraino. Ma solo tre settimane fa ha collaborato con Lukashenko per dirottare un aereo europeo.
⏳ Distensione rimandata?
Biden è arrivato al vertice subito dopo il summit Nato che, lunedì, nel suo comunicato finale menzionava la Russia 62 volte. Ma all’incontro ha tentato la carta del dialogo, spingendosi a definire Putin un “degno avversario”.
Già così, Putin ha già ottenuto ciò che vuole: un bilaterale con Biden è un esplicito riconoscimento che la Russia merita di stare al tavolo delle grandi potenze. Ma il presidente russo ha potuto anche capire quali spazi restino per eventuali negoziati con Washington: dagli scambi di prigionieri al rafforzamento dei trattati per la riduzione degli armamenti nucleari.
E il summit è stato utile anche agli Usa. Biden ha dimostrato di non temere il faccia a faccia con Putin, anche su temi “scomodi”, soprattutto perché sa che il vero “scontro” di questi tempi è quello con Pechino. Per questo con Mosca, per quanto complicato e fragile, un equilibrio sarà necessario trovarlo, e il summit di oggi è stato un buon passo in questa direzione.
Stasera lo speciale ISPI Daily Focus: Biden in Europa: 5 cose che abbiamo imparato. Su ispionline.it
🇺🇸🇷🇺 Incontro o duello?
Quando due leader di paesi avversari si incontrano, di solito lo fanno per rilanciare le proprie relazioni. Oggi, al summit Usa-Russia, non è andata esattamente così.
Prima del vertice, Biden aveva anticipato che avrebbe messo sul tavolo tutto ciò che non andava nelle azioni di Mosca: dai cyberattacchi russi alle interferenze elettorali, dall’ingerenza militare in Ucraina all’avvelenamento e arresto di Navalny.
Così è andata: a parte qualche scambio di complimenti e il ritorno dei rispettivi ambasciatori questo summit non ha rivoluzionato le relazioni tra i due paesi (già tese e che rimangono tali).
⚔️ Poca chimica
Quello di oggi è stato il trentesimo incontro tra un Presidente americano e uno russo dall’inizio della guerra fredda. Per Putin, è il quinto. Ma, tra tutti, è difficile ricordare un vertice più teso.
Quelli certamente più proficui si tennero negli anni Ottanta e Novanta: tra Gorbachev e Reagan nel 1985 (anche loro si videro a Ginevra) e i due tra Yeltsin e Clinton. Oggi, invece, Russia e Stati Uniti sono molto distanti, e il clima è davvero da “nuova guerra fredda”. Ecco perché a molti è tornato alla memoria il tesissimo incontro tra Eisenhower e Chruschev del 1955: anche loro si videro a Ginevra.
D’altronde, è pur vero che Putin non ha fatto quasi nulla per smorzare le tensioni prima del vertice. Certo, ha richiamato i 100.000 soldati che ad aprile si stavano radunando al confine ucraino. Ma solo tre settimane fa ha collaborato con Lukashenko per dirottare un aereo europeo.
⏳ Distensione rimandata?
Biden è arrivato al vertice subito dopo il summit Nato che, lunedì, nel suo comunicato finale menzionava la Russia 62 volte. Ma all’incontro ha tentato la carta del dialogo, spingendosi a definire Putin un “degno avversario”.
Già così, Putin ha già ottenuto ciò che vuole: un bilaterale con Biden è un esplicito riconoscimento che la Russia merita di stare al tavolo delle grandi potenze. Ma il presidente russo ha potuto anche capire quali spazi restino per eventuali negoziati con Washington: dagli scambi di prigionieri al rafforzamento dei trattati per la riduzione degli armamenti nucleari.
E il summit è stato utile anche agli Usa. Biden ha dimostrato di non temere il faccia a faccia con Putin, anche su temi “scomodi”, soprattutto perché sa che il vero “scontro” di questi tempi è quello con Pechino. Per questo con Mosca, per quanto complicato e fragile, un equilibrio sarà necessario trovarlo, e il summit di oggi è stato un buon passo in questa direzione.
Stasera lo speciale ISPI Daily Focus: Biden in Europa: 5 cose che abbiamo imparato. Su ispionline.it
🌏 COREA DEL NORD: IL RISO O LA BOMBA
🇰🇵 Quarantacinque dollari
Era il prezzo di un casco di banane ieri a Pyongyang. E proprio ieri Kim Jong-un, leader della Corea del Nord, ha ammesso che la situazione alimentare nel paese è “tesa”.
Già da parecchio tempo era chiaro che qualcosa non andasse. Con l’arrivo della pandemia, la Corea del Nord aveva sigillato i confini terrestri con la Cina, e da quel momento il passaggio di due tifoni aveva registrato continui blackout. Poi, tra agosto e settembre, i aveva causato danni ingenti. E ancora settimana scorsa piogge torrenziali potrebbero aver compromesso i raccolti.
🚶♀️ L’ardua marcia
Non è la prima volta che Kim ammette che le cose stiano andando male. A gennaio, all’apertura dell’ottavo congresso del Partito, aveva dichiarato che il piano quinquennale (che aveva presentato proprio lui nel 2016) aveva “fallito sotto quasi ogni aspetto”.
Ad aprile, poi, Kim aveva invitato i suoi cittadini a prepararsi a una “ardua marcia”, rievocando la carestia che nel 1994-1998 causò la morte di almeno mezzo milione di persone (più del 2% della popolazione).
D’altronde oggi pandemia e tifoni hanno solo peggiorato un’emergenza cronica. Negli ultimi vent’anni, la quota di persone nel mondo affette da malnutrizione è calata dal 14% al 9%. Ma in Corea del Nord non ha fatto che aumentare: dal 32% al 48%.
🚀 Fame di tregua?
Chi spera che la carestia possa riportare Pyongyang al tavolo dei negoziati sul nucleare resterà deluso. Perché, per quanto grave, è difficile che la situazione si avvicini a quella degli anni Novanta, che aveva quasi portato il regime al collasso (comunque senza spegnere le sue ambizioni nucleari).
È improbabile poi che Pyongyang riveda rapidamente – nonostante la crisi – la propria politica di destinare alla spesa militare quasi un terzo del PIL. Una quota enorme, ma necessaria per tenere a bada i nemici del Sud.
Per Kim, che si avvicina al decimo anniversario dalla sua inaugurazione questo dicembre, l’unico modo di rimanere in sella sarà quello di allinearsi a ciò che tutti i leader nordcoreani hanno sempre fatto nei momenti di difficoltà: mostrarsi inflessibili verso gli avversari e lavare i panni sporchi in casa.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, addio libertà di stampa. Su ispionline.it
🇰🇵 Quarantacinque dollari
Era il prezzo di un casco di banane ieri a Pyongyang. E proprio ieri Kim Jong-un, leader della Corea del Nord, ha ammesso che la situazione alimentare nel paese è “tesa”.
Già da parecchio tempo era chiaro che qualcosa non andasse. Con l’arrivo della pandemia, la Corea del Nord aveva sigillato i confini terrestri con la Cina, e da quel momento il passaggio di due tifoni aveva registrato continui blackout. Poi, tra agosto e settembre, i aveva causato danni ingenti. E ancora settimana scorsa piogge torrenziali potrebbero aver compromesso i raccolti.
🚶♀️ L’ardua marcia
Non è la prima volta che Kim ammette che le cose stiano andando male. A gennaio, all’apertura dell’ottavo congresso del Partito, aveva dichiarato che il piano quinquennale (che aveva presentato proprio lui nel 2016) aveva “fallito sotto quasi ogni aspetto”.
Ad aprile, poi, Kim aveva invitato i suoi cittadini a prepararsi a una “ardua marcia”, rievocando la carestia che nel 1994-1998 causò la morte di almeno mezzo milione di persone (più del 2% della popolazione).
D’altronde oggi pandemia e tifoni hanno solo peggiorato un’emergenza cronica. Negli ultimi vent’anni, la quota di persone nel mondo affette da malnutrizione è calata dal 14% al 9%. Ma in Corea del Nord non ha fatto che aumentare: dal 32% al 48%.
🚀 Fame di tregua?
Chi spera che la carestia possa riportare Pyongyang al tavolo dei negoziati sul nucleare resterà deluso. Perché, per quanto grave, è difficile che la situazione si avvicini a quella degli anni Novanta, che aveva quasi portato il regime al collasso (comunque senza spegnere le sue ambizioni nucleari).
È improbabile poi che Pyongyang riveda rapidamente – nonostante la crisi – la propria politica di destinare alla spesa militare quasi un terzo del PIL. Una quota enorme, ma necessaria per tenere a bada i nemici del Sud.
Per Kim, che si avvicina al decimo anniversario dalla sua inaugurazione questo dicembre, l’unico modo di rimanere in sella sarà quello di allinearsi a ciò che tutti i leader nordcoreani hanno sempre fatto nei momenti di difficoltà: mostrarsi inflessibili verso gli avversari e lavare i panni sporchi in casa.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Hong Kong, addio libertà di stampa. Su ispionline.it
🌍 ELEZIONI IRAN: UNA SCELTA SENZA SCELTA
🇮🇷 La nuova intransigenza
600 candidati potenziali, solo 7 approvati, 4 ancora in corsa, un vincitore preannunciato. Salvo sorprese, il presidente iraniano dopo il voto di oggi sarà Ebrahim Raisi: capo dell’apparato giudiziario e molto vicino all’ayatollah Khamenei, è il più conservatore tra i candidati ammessi dal Consiglio dei guardiani.
Il moderato Rouhani - firmatario dello storico accordo sul nucleare - si appresta così a essere sostituito da un candidato molto più hardliner. In quelle che, però, potrebbero essere le elezioni meno partecipate di sempre.
📉 Sempre più chiusi
L’Ayatollah Khamenei mira a mettere nelle mani sicure di un “suo” uomo il governo del paese, anche per facilitare la transizione verso una nuova Guida Suprema. È uno dei momenti più delicati per la Repubblica Islamica: il 70% della popolazione iraniana ha meno di 40 anni, non ha ricordi della Rivoluzione del 1979 e chiede nuovi diritti e nuove libertà.
Intanto il paese è sempre più povero e stanco. Al crollo del prezzo del petrolio del 2014 si è aggiunto il ritorno delle sanzioni americane, che hanno compresso ulteriormente le entrate per il regime e scatenato crisi di iperinflazione. Il reddito pro capite degli iraniani è calato del 30% in dieci anni. E il paese sta uscendo solo ora dalla sua quarta ondata di pandemia. Per tutte queste ragioni alle urne quest’anno potrebbe presentarsi solo il 40% degli elettori, la quota più bassa dai tempi della rivoluzione.
🔁 Circolo vizioso
Sul dossier Iran, Trump aveva cambiato radicalmente strategia rispetto a Obama. Via il negoziato, ha cercato di azzoppare il regime con la maximum pressure: ritiro dall’accordo sul nucleare, ritorno delle sanzioni, uccisione di Soleimani. Ma il risultato è stato l’opposto: il rafforzamento dell’ala conservatrice, che ha utilizzato il naufragio dell’accordo sul nucleare per fare campagna contro i moderati.
Con l’arrivo al governo degli intransigenti, il destino dell'accordo sul nucleare sarà ancora più incerto. Da un lato, persino Raisi ha espresso sostegno al negoziato, perché il peso delle sanzioni è insostenibile. Ma un compromesso più ampio, che porti a un periodo di reale distensione con l’Occidente e con gli “avversari” in Medio Oriente, è ormai un’ipotesi sempre più remota.
La tavola rotonda ISPI giovedì 24 giugno: “Iran al voto, chi guiderà la Repubblica islamica?” Iscriviti a questo link: https://www.ispionline.it/iranalvoto
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Perù, vittoria all’ultimo voto. Su ispionline.it
🇮🇷 La nuova intransigenza
600 candidati potenziali, solo 7 approvati, 4 ancora in corsa, un vincitore preannunciato. Salvo sorprese, il presidente iraniano dopo il voto di oggi sarà Ebrahim Raisi: capo dell’apparato giudiziario e molto vicino all’ayatollah Khamenei, è il più conservatore tra i candidati ammessi dal Consiglio dei guardiani.
Il moderato Rouhani - firmatario dello storico accordo sul nucleare - si appresta così a essere sostituito da un candidato molto più hardliner. In quelle che, però, potrebbero essere le elezioni meno partecipate di sempre.
📉 Sempre più chiusi
L’Ayatollah Khamenei mira a mettere nelle mani sicure di un “suo” uomo il governo del paese, anche per facilitare la transizione verso una nuova Guida Suprema. È uno dei momenti più delicati per la Repubblica Islamica: il 70% della popolazione iraniana ha meno di 40 anni, non ha ricordi della Rivoluzione del 1979 e chiede nuovi diritti e nuove libertà.
Intanto il paese è sempre più povero e stanco. Al crollo del prezzo del petrolio del 2014 si è aggiunto il ritorno delle sanzioni americane, che hanno compresso ulteriormente le entrate per il regime e scatenato crisi di iperinflazione. Il reddito pro capite degli iraniani è calato del 30% in dieci anni. E il paese sta uscendo solo ora dalla sua quarta ondata di pandemia. Per tutte queste ragioni alle urne quest’anno potrebbe presentarsi solo il 40% degli elettori, la quota più bassa dai tempi della rivoluzione.
🔁 Circolo vizioso
Sul dossier Iran, Trump aveva cambiato radicalmente strategia rispetto a Obama. Via il negoziato, ha cercato di azzoppare il regime con la maximum pressure: ritiro dall’accordo sul nucleare, ritorno delle sanzioni, uccisione di Soleimani. Ma il risultato è stato l’opposto: il rafforzamento dell’ala conservatrice, che ha utilizzato il naufragio dell’accordo sul nucleare per fare campagna contro i moderati.
Con l’arrivo al governo degli intransigenti, il destino dell'accordo sul nucleare sarà ancora più incerto. Da un lato, persino Raisi ha espresso sostegno al negoziato, perché il peso delle sanzioni è insostenibile. Ma un compromesso più ampio, che porti a un periodo di reale distensione con l’Occidente e con gli “avversari” in Medio Oriente, è ormai un’ipotesi sempre più remota.
La tavola rotonda ISPI giovedì 24 giugno: “Iran al voto, chi guiderà la Repubblica islamica?” Iscriviti a questo link: https://www.ispionline.it/iranalvoto
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Perù, vittoria all’ultimo voto. Su ispionline.it
🌍 VARIANTI IN EUROPA: UNA CALDA ESTATE
🇬🇧 Apertura rimandata
Oggi il Regno Unito sarebbe dovuto uscire da un lockdown che dura da dicembre. Invece settimana scorsa Boris Johnson ha annunciato un’estensione fino al 19 luglio, per evitare che la “variante Delta” comprometta i progressi fatti.
La variante è ormai dominante in UK e Portogallo e si sta diffondendo rapidamente in tutta l’Ue: in Italia siamo al 20% di nuovi casi. C’era da attenderselo, vista la sua contagiosità. Cattive notizie per la “vecchia Europa”?
💉 Non è finita...
Certo, dall’estate scorsa molto è cambiato: ormai il 47% degli europei (e il 52% degli italiani) ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e una fetta importante di popolazione è guarita dall’infezione. In molti sono, dunque, temporaneamente immuni.
Ora però le varianti rendono il nuovo coronavirus molto più contagioso, e la “delta” sembra renderlo anche leggermente più pericoloso: in UK i ricoveri di persone non vaccinate aumentano più velocemente dei nuovi casi. La buona notizia è che i vaccini sembrano offrire una protezione molto forte anche nei confronti della variante. Insomma, i casi in UK sono quintuplicati in un mese ma al momento, per fortuna, i decessi restano bassi. Una ragione di ottimismo, anche se per ora le certezze restano poche.
🦠 … finché non è finita ovunque
Così in Europa torna la prudenza. E dire che solo un mese fa era stato raggiunto l’accordo sullo “EU Covid Certificate” che dal 1° luglio dovrebbe permettere agli europei vaccinati di viaggiare in sicurezza in Ue, e che di recente il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie aveva promosso gran parte d’Europa ad “area verde”, cioè a rischio basso.
Adesso ci si chiede quanto dureranno le aperture. Una nuova frenata del settore turistico e dei viaggi, che per l’Italia rappresentavano il 13% del PIL nel 2019 (eravamo settimi in Europa, secondi solo alla Spagna tra i grandi paesi europei), sarebbe un colpo pesante. Solo le vaccinazioni, al momento, stanno riuscendo a evitare una nuova débacle. Quelle stesse vaccinazioni che però nel mondo non decollano, anche a causa delle promesse non mantenute da noi europei.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, vittoria annunciata. Su ispionline.it
🇬🇧 Apertura rimandata
Oggi il Regno Unito sarebbe dovuto uscire da un lockdown che dura da dicembre. Invece settimana scorsa Boris Johnson ha annunciato un’estensione fino al 19 luglio, per evitare che la “variante Delta” comprometta i progressi fatti.
La variante è ormai dominante in UK e Portogallo e si sta diffondendo rapidamente in tutta l’Ue: in Italia siamo al 20% di nuovi casi. C’era da attenderselo, vista la sua contagiosità. Cattive notizie per la “vecchia Europa”?
💉 Non è finita...
Certo, dall’estate scorsa molto è cambiato: ormai il 47% degli europei (e il 52% degli italiani) ha ricevuto almeno una dose di vaccino, e una fetta importante di popolazione è guarita dall’infezione. In molti sono, dunque, temporaneamente immuni.
Ora però le varianti rendono il nuovo coronavirus molto più contagioso, e la “delta” sembra renderlo anche leggermente più pericoloso: in UK i ricoveri di persone non vaccinate aumentano più velocemente dei nuovi casi. La buona notizia è che i vaccini sembrano offrire una protezione molto forte anche nei confronti della variante. Insomma, i casi in UK sono quintuplicati in un mese ma al momento, per fortuna, i decessi restano bassi. Una ragione di ottimismo, anche se per ora le certezze restano poche.
🦠 … finché non è finita ovunque
Così in Europa torna la prudenza. E dire che solo un mese fa era stato raggiunto l’accordo sullo “EU Covid Certificate” che dal 1° luglio dovrebbe permettere agli europei vaccinati di viaggiare in sicurezza in Ue, e che di recente il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie aveva promosso gran parte d’Europa ad “area verde”, cioè a rischio basso.
Adesso ci si chiede quanto dureranno le aperture. Una nuova frenata del settore turistico e dei viaggi, che per l’Italia rappresentavano il 13% del PIL nel 2019 (eravamo settimi in Europa, secondi solo alla Spagna tra i grandi paesi europei), sarebbe un colpo pesante. Solo le vaccinazioni, al momento, stanno riuscendo a evitare una nuova débacle. Quelle stesse vaccinazioni che però nel mondo non decollano, anche a causa delle promesse non mantenute da noi europei.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, vittoria annunciata. Su ispionline.it
🌍 NEXT GENERATION EU: TUTTI A BORDO
🚂 Si parte!
Dieci “A”, una sola “B”: promossa (quasi) a pieni voti. È l’Italia di Next Generation EU, che oggi ha accolto Ursula von der Leyen a Roma per sancire ufficialmente l’approvazione dei piani di spesa italiani da parte della Commissione. Adesso la palla passa al Consiglio dell’Ue, cioè ai governi nazionali, che dovrebbero approvare i piani a luglio.
Per l’Italia, l’approvazione sbloccherà la prima tranche da 25 miliardi di euro di prefinanziamento. In tutto, entro il 2026 Roma potrebbe ricevere 192 miliardi di euro, di cui 123 di prestiti a tasso agevolato e 69 di trasferimenti diretti.
💰 Chi tiene i cordoni
È proprio quell’unica “B” che potrebbe impensierire Roma e le altre capitali. L’Italia, come d’altronde tutti gli altri paesi esaminati sinora, quella “B” l’ha ricevuta alla voce “Costi”, che la Commissione ritiene vadano dettagliati meglio.
Ed è lì che si gioca la partita. Perché su Next Generation EU c’è davvero chi “guadagna” e chi “perde”: l’Italia sarà un beneficiario netto di trasferimenti per 33 miliardi di euro ma quei soldi alla fine dovranno essere rimborsati da altri, come Germania o Paesi Bassi.
Il dibattito sulle voci di spesa non sarà dunque solo tecnico ma anche molto politico, perché le regole prevedono che uno stato Ue possa opporsi all’erogazione del denaro in caso di non meglio specificati “gravi scostamenti”. I “paesi frugali” avranno terreno fertile per le loro battaglie, e già ieri in Germania il possibile successore di Merkel ha proposto il non rinnovo del Recovery Fund.
⏰ Solidarietà a termine
Lo sforzo di solidarietà fatto dagli Stati europei non va certo sminuito. Anzi, la Commissione ha appena cominciato a emettere gli “Eurobond”: un primo, vero e proprio debito pubblico europeo. Roma lo chiedeva da tempo, ma prima della pandemia sembrava inimmaginabile.
Tuttavia le emissioni sono a termine: il debito creato con gli Eurobond dovrà essere estinto entro il 2058. Se l’Italia vuole avere una chance di rendere il debito europeo permanente dovrà convincere i “frugali”, dimostrando di saper spendere bene i fondi. Una sfida per Roma, certo, ma da cui potrebbe dipendere la forma futura dell’Unione europea.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Spagna, indulto alla (giunta) catalana. Su ispionline.it
🚂 Si parte!
Dieci “A”, una sola “B”: promossa (quasi) a pieni voti. È l’Italia di Next Generation EU, che oggi ha accolto Ursula von der Leyen a Roma per sancire ufficialmente l’approvazione dei piani di spesa italiani da parte della Commissione. Adesso la palla passa al Consiglio dell’Ue, cioè ai governi nazionali, che dovrebbero approvare i piani a luglio.
Per l’Italia, l’approvazione sbloccherà la prima tranche da 25 miliardi di euro di prefinanziamento. In tutto, entro il 2026 Roma potrebbe ricevere 192 miliardi di euro, di cui 123 di prestiti a tasso agevolato e 69 di trasferimenti diretti.
💰 Chi tiene i cordoni
È proprio quell’unica “B” che potrebbe impensierire Roma e le altre capitali. L’Italia, come d’altronde tutti gli altri paesi esaminati sinora, quella “B” l’ha ricevuta alla voce “Costi”, che la Commissione ritiene vadano dettagliati meglio.
Ed è lì che si gioca la partita. Perché su Next Generation EU c’è davvero chi “guadagna” e chi “perde”: l’Italia sarà un beneficiario netto di trasferimenti per 33 miliardi di euro ma quei soldi alla fine dovranno essere rimborsati da altri, come Germania o Paesi Bassi.
Il dibattito sulle voci di spesa non sarà dunque solo tecnico ma anche molto politico, perché le regole prevedono che uno stato Ue possa opporsi all’erogazione del denaro in caso di non meglio specificati “gravi scostamenti”. I “paesi frugali” avranno terreno fertile per le loro battaglie, e già ieri in Germania il possibile successore di Merkel ha proposto il non rinnovo del Recovery Fund.
⏰ Solidarietà a termine
Lo sforzo di solidarietà fatto dagli Stati europei non va certo sminuito. Anzi, la Commissione ha appena cominciato a emettere gli “Eurobond”: un primo, vero e proprio debito pubblico europeo. Roma lo chiedeva da tempo, ma prima della pandemia sembrava inimmaginabile.
Tuttavia le emissioni sono a termine: il debito creato con gli Eurobond dovrà essere estinto entro il 2058. Se l’Italia vuole avere una chance di rendere il debito europeo permanente dovrà convincere i “frugali”, dimostrando di saper spendere bene i fondi. Una sfida per Roma, certo, ma da cui potrebbe dipendere la forma futura dell’Unione europea.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Spagna, indulto alla (giunta) catalana. Su ispionline.it
🌏 HONG KONG: STOP ALLE ROTATIVE
🗞 Ultima edizione
L’Apple Daily chiuderà stanotte. Il giornale indipendente e pro-democrazia di Hong Kong era sotto attacco da mesi, dopo l’arresto del suo fondatore Jimmy Lai lo scorso dicembre. Negli ultimi giorni sono stati arrestati il direttore e sei altri giornalisti; poi, il blocco dei fondi.
Azioni che hanno convinto l’editore Next Digital a chiudere il giornale, che Pechino ha spesso denunciato come organo di “propaganda filo-democratica". L’Ue ha duramente condannato l’accaduto, accusando la Cina di "soffocare la libertà di stampa e la libera espressione delle opinioni”.
🇭🇰 Un paese, un sistema?
La decisione segna uno storico spartiacque. Sono lontanissimi i giorni del famoso “Un paese, due sistemi” di Deng Xiaoping, che nel 1979 chiedeva la restituzione della Hong Kong “britannica” alla Cina promettendo però di salvaguardarne il sistema democratico. E lontanissimo sembra persino il 2014, quando gli attivisti manifestavano chiedendo il suffragio universale.
Formalmente, Pechino si impegna ancora a garantire che fino al 2047 il sistema istituzionale di Hong Kong rimanga separato da quello cinese. Ma nulla vieta che gli assomigli sempre di più. E così, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale e della riforma elettorale, Hong Kong assomiglia sempre più a una riproduzione in piccolo della Cina continentale.
💣 La Cina è sempre più vicina
Hong Kong è solo uno dei tanti contesti regionali in cui si accumulano frizioni tra Pechino e “gli altri”, che siano l’Occidente democratico o i paesi vicini. La questione degli uiguri nello Xinjiang ha già fatto scattare condanne e sanzioni da Usa e Ue, ma serve a poco: la Cina continua a muoversi con sempre più disinvoltura sullo scacchiere regionale, e di recente ha condotto sempre più “popolate” incursioni di jet militari nello spazio aereo di Taiwan.
Quel che è certo è che Usa e Ue non stanno più a guardare. A inizio anno, Bruxelles ha messo nel congelatore il trattato Ue-Cina sugli investimenti: una mossa costata molto soprattutto a Berlino, ma ritenuta inevitabile. E adesso si parla addirittura di aprire negoziati commerciali con Taiwan, da sempre paria perché considerato territorio cinese da Pechino. Indice che il clima è sempre più teso, e che – anche su pressione di Biden – l’Europa non intende più “mollare il colpo”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue, Bruxelles non è sul Mediterraneo. Su ispionline.it
🗞 Ultima edizione
L’Apple Daily chiuderà stanotte. Il giornale indipendente e pro-democrazia di Hong Kong era sotto attacco da mesi, dopo l’arresto del suo fondatore Jimmy Lai lo scorso dicembre. Negli ultimi giorni sono stati arrestati il direttore e sei altri giornalisti; poi, il blocco dei fondi.
Azioni che hanno convinto l’editore Next Digital a chiudere il giornale, che Pechino ha spesso denunciato come organo di “propaganda filo-democratica". L’Ue ha duramente condannato l’accaduto, accusando la Cina di "soffocare la libertà di stampa e la libera espressione delle opinioni”.
🇭🇰 Un paese, un sistema?
La decisione segna uno storico spartiacque. Sono lontanissimi i giorni del famoso “Un paese, due sistemi” di Deng Xiaoping, che nel 1979 chiedeva la restituzione della Hong Kong “britannica” alla Cina promettendo però di salvaguardarne il sistema democratico. E lontanissimo sembra persino il 2014, quando gli attivisti manifestavano chiedendo il suffragio universale.
Formalmente, Pechino si impegna ancora a garantire che fino al 2047 il sistema istituzionale di Hong Kong rimanga separato da quello cinese. Ma nulla vieta che gli assomigli sempre di più. E così, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale e della riforma elettorale, Hong Kong assomiglia sempre più a una riproduzione in piccolo della Cina continentale.
💣 La Cina è sempre più vicina
Hong Kong è solo uno dei tanti contesti regionali in cui si accumulano frizioni tra Pechino e “gli altri”, che siano l’Occidente democratico o i paesi vicini. La questione degli uiguri nello Xinjiang ha già fatto scattare condanne e sanzioni da Usa e Ue, ma serve a poco: la Cina continua a muoversi con sempre più disinvoltura sullo scacchiere regionale, e di recente ha condotto sempre più “popolate” incursioni di jet militari nello spazio aereo di Taiwan.
Quel che è certo è che Usa e Ue non stanno più a guardare. A inizio anno, Bruxelles ha messo nel congelatore il trattato Ue-Cina sugli investimenti: una mossa costata molto soprattutto a Berlino, ma ritenuta inevitabile. E adesso si parla addirittura di aprire negoziati commerciali con Taiwan, da sempre paria perché considerato territorio cinese da Pechino. Indice che il clima è sempre più teso, e che – anche su pressione di Biden – l’Europa non intende più “mollare il colpo”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Consiglio Ue, Bruxelles non è sul Mediterraneo. Su ispionline.it