🌏 CINA: RIVOLUZIONE IN FAMIGLIA
🇨🇳 Passeggini vuoti
Una svolta storica: Pechino permetterà alle coppie di avere fino a tre figli, abbandonando progressivamente le politiche di controllo demografico che avevano accompagnato il paese fino a pochi anni fa. Il politburo del Partito comunista cinese, dopo aver sostituito la “politica del figlio unico” in vigore dal 1980 al 2015 con il limite di due figli, cambia ancora.
La decisione arriva dopo che nuovi dati hanno confermato il rapido invecchiamento della popolazione cinese. Ma la scelta è comunque ancora “conservatrice” rispetto al parere di molti esperti, che avevano suggerito di abolire del tutto i controlli sulle nascite.
📉 La sottile linea rossa
Aborti forzati, sterilizzazioni, licenziamenti: per decenni sono state le mosse di Pechino, nel timore che una crescita incontrollata condannasse il paese a un futuro di sovrappopolazione e povertà. Così già a metà anni Novanta il tasso di fertilità era crollato, da 6,5 a 1,3 figli per donna. Fin troppo. Il Partito comunista ha impiegato decenni per cambiare linea, e ora si trova a gestire tassi di fertilità “italiani” con un reddito medio che però è circa un terzo rispetto a quello della popolazione italiana.
Non sarà semplice. Anche perché la frenata demografica è una questione mondiale, non solo cinese. Il mondo è ormai sempre più vicino al “livello di sostituzione”, la soglia di 2,1 figli per donna che permette al più di mantenere la popolazione costante.
⏳Il vecchio e il bambino
Chi pagherà le nostre pensioni? La domanda, tipica del mondo occidentale, ora riguarda sempre più i paesi emergenti. E in Cina la politica del figlio unico (combinata al rapido aumento dell’aspettativa di vita) ha provocato squilibri enormi: ogni figlio si ritrova a dover mantenere due genitori e quattro nonni. Non a caso assieme allo “sblocco” delle nascite sarà aumentata l’età pensionabile.
Il rallentamento demografico rafforza la teoria della “stagnazione secolare”: un futuro con meno crescita economica per tutti. E se l’ambiente forse ringrazia (meno persone, meno emissioni?), chi oggi è “aggrappato” alla crescita cinese potrebbe dover guardare altrove nel giro di pochi decenni.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Colombia, il pane e le rose. Su ispionline.it
🇨🇳 Passeggini vuoti
Una svolta storica: Pechino permetterà alle coppie di avere fino a tre figli, abbandonando progressivamente le politiche di controllo demografico che avevano accompagnato il paese fino a pochi anni fa. Il politburo del Partito comunista cinese, dopo aver sostituito la “politica del figlio unico” in vigore dal 1980 al 2015 con il limite di due figli, cambia ancora.
La decisione arriva dopo che nuovi dati hanno confermato il rapido invecchiamento della popolazione cinese. Ma la scelta è comunque ancora “conservatrice” rispetto al parere di molti esperti, che avevano suggerito di abolire del tutto i controlli sulle nascite.
📉 La sottile linea rossa
Aborti forzati, sterilizzazioni, licenziamenti: per decenni sono state le mosse di Pechino, nel timore che una crescita incontrollata condannasse il paese a un futuro di sovrappopolazione e povertà. Così già a metà anni Novanta il tasso di fertilità era crollato, da 6,5 a 1,3 figli per donna. Fin troppo. Il Partito comunista ha impiegato decenni per cambiare linea, e ora si trova a gestire tassi di fertilità “italiani” con un reddito medio che però è circa un terzo rispetto a quello della popolazione italiana.
Non sarà semplice. Anche perché la frenata demografica è una questione mondiale, non solo cinese. Il mondo è ormai sempre più vicino al “livello di sostituzione”, la soglia di 2,1 figli per donna che permette al più di mantenere la popolazione costante.
⏳Il vecchio e il bambino
Chi pagherà le nostre pensioni? La domanda, tipica del mondo occidentale, ora riguarda sempre più i paesi emergenti. E in Cina la politica del figlio unico (combinata al rapido aumento dell’aspettativa di vita) ha provocato squilibri enormi: ogni figlio si ritrova a dover mantenere due genitori e quattro nonni. Non a caso assieme allo “sblocco” delle nascite sarà aumentata l’età pensionabile.
Il rallentamento demografico rafforza la teoria della “stagnazione secolare”: un futuro con meno crescita economica per tutti. E se l’ambiente forse ringrazia (meno persone, meno emissioni?), chi oggi è “aggrappato” alla crescita cinese potrebbe dover guardare altrove nel giro di pochi decenni.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Colombia, il pane e le rose. Su ispionline.it
🌏 OLIMPIADI: THE SHOW MUST GO ON. FORSE...
🚀 Avanti tutta
Il governo giapponese tiene la barra dritta: ieri la Presidente del Comitato organizzatore ha ribadito che le Olimpiadi di Tokyo cominceranno puntualmente a fine luglio. L’annuncio è arrivato dopo che uno dei maggiori consulenti sulla pandemia del governo aveva dichiarato che tenere i giochi in una situazione epidemiologica tanto incerta “non è normale”.
A causa della pandemia Tokyo aveva già dovuto posticipare di un anno i giochi che tra meno di due mesi – pur con staff ridotti al minimo e senza spettatori – porteranno in Giappone 90mila persone da tutto il mondo: una situazione non semplice da gestire.
🦠 Vite sospese
Le Olimpiadi non sono state l’unico grande evento internazionale rimandato o cancellato: dalla Settimana Santa al pellegrinaggio alla Mecca, dal World Economic Forum agli europei di calcio. E proprio quei paesi asiatici che l’anno scorso si sono dimostrati i più rapidi a contenere la pandemia, grazie a efficientissimi sistemi di testing e tracciamento, oggi annaspano sotto il peso di varianti più trasmissibili e vaccinazioni a rilento (solo il 9% dei giapponesi ha ricevuto almeno la prima dose, contro il 39% in Ue).
La voglia di un ritorno alla normalità è tanta, ma lo è anche la paura: il 60% dei giapponesi vorrebbe che le Olimpiadi fossero cancellate, 10.000 degli 80.000 volontari si sono dichiarati indisponibili e 100 città giapponesi hanno scelto di non ospitare atleti olimpici.
🕊️ Spirito olimpico?
L’ondata di infezioni in Giappone ha costretto il paese a dichiarare uno stato di emergenza fino al 20 giugno. Qualcosa che la Cina non fa da marzo dell’anno scorso. È l’asimmetria della pandemia: quando a maggio il Giappone registrava 7.000 contagi giornalieri, al di là del mare la Cina era a 15 casi al giorno.
Eppure, malgrado la pandemia in Cina sembri sotto controllo, in Usa si parla già di non partecipare (almeno con i propri diplomatici) alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Conta più lo scontro Usa-Cina che non il timore del contagio.
Ulteriore indizio, se mai ce ne fosse bisogno, che il ritorno al mondo che avevamo lasciato è anche un ritorno all’incessante “grande gioco” tra le grandi potenze.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, qualcosa è cambiato. Su ispionline.it
🚀 Avanti tutta
Il governo giapponese tiene la barra dritta: ieri la Presidente del Comitato organizzatore ha ribadito che le Olimpiadi di Tokyo cominceranno puntualmente a fine luglio. L’annuncio è arrivato dopo che uno dei maggiori consulenti sulla pandemia del governo aveva dichiarato che tenere i giochi in una situazione epidemiologica tanto incerta “non è normale”.
A causa della pandemia Tokyo aveva già dovuto posticipare di un anno i giochi che tra meno di due mesi – pur con staff ridotti al minimo e senza spettatori – porteranno in Giappone 90mila persone da tutto il mondo: una situazione non semplice da gestire.
🦠 Vite sospese
Le Olimpiadi non sono state l’unico grande evento internazionale rimandato o cancellato: dalla Settimana Santa al pellegrinaggio alla Mecca, dal World Economic Forum agli europei di calcio. E proprio quei paesi asiatici che l’anno scorso si sono dimostrati i più rapidi a contenere la pandemia, grazie a efficientissimi sistemi di testing e tracciamento, oggi annaspano sotto il peso di varianti più trasmissibili e vaccinazioni a rilento (solo il 9% dei giapponesi ha ricevuto almeno la prima dose, contro il 39% in Ue).
La voglia di un ritorno alla normalità è tanta, ma lo è anche la paura: il 60% dei giapponesi vorrebbe che le Olimpiadi fossero cancellate, 10.000 degli 80.000 volontari si sono dichiarati indisponibili e 100 città giapponesi hanno scelto di non ospitare atleti olimpici.
🕊️ Spirito olimpico?
L’ondata di infezioni in Giappone ha costretto il paese a dichiarare uno stato di emergenza fino al 20 giugno. Qualcosa che la Cina non fa da marzo dell’anno scorso. È l’asimmetria della pandemia: quando a maggio il Giappone registrava 7.000 contagi giornalieri, al di là del mare la Cina era a 15 casi al giorno.
Eppure, malgrado la pandemia in Cina sembri sotto controllo, in Usa si parla già di non partecipare (almeno con i propri diplomatici) alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Conta più lo scontro Usa-Cina che non il timore del contagio.
Ulteriore indizio, se mai ce ne fosse bisogno, che il ritorno al mondo che avevamo lasciato è anche un ritorno all’incessante “grande gioco” tra le grandi potenze.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, qualcosa è cambiato. Su ispionline.it
Channel name was changed to «ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale»
🌎 USA E VACCINI: TOO LITTLE, TOO LATE?
🎺 Arrivano i nostri
“Come durante la guerra fredda siamo stati l’arsenale della democrazia, oggi saremo l’arsenale dei vaccini”. L’aveva dichiarato Biden qualche settimana fa, annunciando che gli USA avrebbero donato al mondo 80 milioni di dosi di vaccini.
Ieri Washington ha rivelato dove invierà i primi 25 milioni di dosi: per tre quarti a Covax, l’alleanza globale per portare i vaccini ai paesi più poveri, e per un quarto a singoli paesi, come India e Territori palestinesi.
🇺🇸 Ancora “America First”
L’annuncio della Casa Bianca arriva poco prima del “tour europeo” di Biden che lo porterà al G7, dove in agenda c’è una discussione su come vaccinare tutto il mondo (e non solo le economie avanzate).
Anche per questo, Washington ha definito le proprie donazioni un “game changer”. In un certo senso è vero: l’annuncio di Biden è importante perché al momento le dosi donate tra Ue, Russia e Cina, sono meno di 20 milioni.
Ed è vero anche se gli USA arrivano molto in ritardo rispetto ai partner: ovvero solo dopo che negli Stati Uniti si è superata la soglia del 50% di persone vaccinate con almeno una dose, mentre Pechino si era attivata subito.
🙄 Molto rumore per nulla?
Per i paesi in via di sviluppo, disperatamente alla ricerca di vaccini, a contare non sono però soltanto le dosi donate (una goccia nel mare), ma soprattutto quelle esportate. E qui gli Usa sono ancora molto indietro. Gli 80 milioni di dosi in donazione entro giugno sono le prime esportazioni significative, mentre l’Ue ha già esportato quasi 230 milioni di dosi (circa la metà della sua produzione) e Pechino addirittura 350 milioni (un terzo della sua produzione).
Quindi: bene gli sforzi, ma ancora non bastano perché anche così le enormi differenze di accesso ai vaccini tra i paesi avanzati e “gli altri” rimarranno tali a lungo. Un esempio su tutti: in Africa, continente con 1,2 miliardi di abitanti, a oggi sono state inoculate circa 35 milioni di dosi. Meno che nella sola Italia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Fortezza Danimarca. Su ispionline.it
🎺 Arrivano i nostri
“Come durante la guerra fredda siamo stati l’arsenale della democrazia, oggi saremo l’arsenale dei vaccini”. L’aveva dichiarato Biden qualche settimana fa, annunciando che gli USA avrebbero donato al mondo 80 milioni di dosi di vaccini.
Ieri Washington ha rivelato dove invierà i primi 25 milioni di dosi: per tre quarti a Covax, l’alleanza globale per portare i vaccini ai paesi più poveri, e per un quarto a singoli paesi, come India e Territori palestinesi.
🇺🇸 Ancora “America First”
L’annuncio della Casa Bianca arriva poco prima del “tour europeo” di Biden che lo porterà al G7, dove in agenda c’è una discussione su come vaccinare tutto il mondo (e non solo le economie avanzate).
Anche per questo, Washington ha definito le proprie donazioni un “game changer”. In un certo senso è vero: l’annuncio di Biden è importante perché al momento le dosi donate tra Ue, Russia e Cina, sono meno di 20 milioni.
Ed è vero anche se gli USA arrivano molto in ritardo rispetto ai partner: ovvero solo dopo che negli Stati Uniti si è superata la soglia del 50% di persone vaccinate con almeno una dose, mentre Pechino si era attivata subito.
🙄 Molto rumore per nulla?
Per i paesi in via di sviluppo, disperatamente alla ricerca di vaccini, a contare non sono però soltanto le dosi donate (una goccia nel mare), ma soprattutto quelle esportate. E qui gli Usa sono ancora molto indietro. Gli 80 milioni di dosi in donazione entro giugno sono le prime esportazioni significative, mentre l’Ue ha già esportato quasi 230 milioni di dosi (circa la metà della sua produzione) e Pechino addirittura 350 milioni (un terzo della sua produzione).
Quindi: bene gli sforzi, ma ancora non bastano perché anche così le enormi differenze di accesso ai vaccini tra i paesi avanzati e “gli altri” rimarranno tali a lungo. Un esempio su tutti: in Africa, continente con 1,2 miliardi di abitanti, a oggi sono state inoculate circa 35 milioni di dosi. Meno che nella sola Italia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Fortezza Danimarca. Su ispionline.it
🌎 G7: UNA TASSA ALL’AMERICANA
🤝 We have a deal
I governi dei paesi G7 hanno raggiunto un accordo per una “tassa minima globale”. Dopo quasi un decennio di negoziati che avevano sempre incontrato l’opposizione di Washington, Biden ha accolto le richieste dei governi europei (Francia in testa, Italia e Germania al seguito) che minacciavano di fare da soli.
Adesso il negoziato si sposta al G20, dove si spera di convincere rapidamente gli altri “grandi”: per un accordo di principio si parla già del G20 delle Finanze a Venezia di luglio.
🔍 Un “momento storico”?
Così lo ha definito Le Maire, il ministro delle finanze francese. L’accordo prevede una tassa minima globale del 15% per le grandi multinazionali e l’obbligo per quelle “digitali” a pagare maggiori tasse sui profitti nei paesi in cui i servizi vengono erogati.
Ma attenzione a non sopravvalutare la portata dell’intesa. Innanzitutto, quel 15% è più basso del 21% proposto in aprile dallo stesso Biden, che così “salva” Londra (tassa al 19%) e penalizza meno l’Irlanda (oggi 12,5%). Inoltre per la sua applicazione serviranno diversi anni: i paesi dovranno adottare la legislazione necessaria senza introdurre scappatoie.
Con il nuovo regime in vigore, per gli Usa ci sarebbero 48 miliardi di euro l’anno di maggiori entrate, per l’Europa 40, per l’Italia 3: sembra molto, ma è solo lo 0,3%-0,7% delle entrate complessive.
🇺🇸 America is back?
La rapidità con cui si è giunti a un accordo tra i paesi G7 è stata salutata come un segnale: con Trump uscito di scena il multilateralismo è tornato, e la Casa Bianca è ben contenta di riprendere in mano il ruolo di guida delle “democrazie ricche”.
Ma dietro agli annunci rimane l’opportunismo: Washington aveva bisogno dell’accordo per rendere più attuabile l’aumento di tasse alle proprie imprese senza che queste ultime vadano altrove. Quelle entrate servono a Biden per finanziare il suo piano di investimenti da 4.200 miliardi di dollari.
Ed è proprio negli Usa che si giocherà gran parte della partita: il 72% dei profitti delle 100 multinazionali più grandi è in America. Biden o no, il Congresso americano è già sul piede di guerra.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, la CDU frena l'ultradestra. Su ispionline.it
🤝 We have a deal
I governi dei paesi G7 hanno raggiunto un accordo per una “tassa minima globale”. Dopo quasi un decennio di negoziati che avevano sempre incontrato l’opposizione di Washington, Biden ha accolto le richieste dei governi europei (Francia in testa, Italia e Germania al seguito) che minacciavano di fare da soli.
Adesso il negoziato si sposta al G20, dove si spera di convincere rapidamente gli altri “grandi”: per un accordo di principio si parla già del G20 delle Finanze a Venezia di luglio.
🔍 Un “momento storico”?
Così lo ha definito Le Maire, il ministro delle finanze francese. L’accordo prevede una tassa minima globale del 15% per le grandi multinazionali e l’obbligo per quelle “digitali” a pagare maggiori tasse sui profitti nei paesi in cui i servizi vengono erogati.
Ma attenzione a non sopravvalutare la portata dell’intesa. Innanzitutto, quel 15% è più basso del 21% proposto in aprile dallo stesso Biden, che così “salva” Londra (tassa al 19%) e penalizza meno l’Irlanda (oggi 12,5%). Inoltre per la sua applicazione serviranno diversi anni: i paesi dovranno adottare la legislazione necessaria senza introdurre scappatoie.
Con il nuovo regime in vigore, per gli Usa ci sarebbero 48 miliardi di euro l’anno di maggiori entrate, per l’Europa 40, per l’Italia 3: sembra molto, ma è solo lo 0,3%-0,7% delle entrate complessive.
🇺🇸 America is back?
La rapidità con cui si è giunti a un accordo tra i paesi G7 è stata salutata come un segnale: con Trump uscito di scena il multilateralismo è tornato, e la Casa Bianca è ben contenta di riprendere in mano il ruolo di guida delle “democrazie ricche”.
Ma dietro agli annunci rimane l’opportunismo: Washington aveva bisogno dell’accordo per rendere più attuabile l’aumento di tasse alle proprie imprese senza che queste ultime vadano altrove. Quelle entrate servono a Biden per finanziare il suo piano di investimenti da 4.200 miliardi di dollari.
Ed è proprio negli Usa che si giocherà gran parte della partita: il 72% dei profitti delle 100 multinazionali più grandi è in America. Biden o no, il Congresso americano è già sul piede di guerra.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, la CDU frena l'ultradestra. Su ispionline.it
🌎 USA E MIGRANTI: LA PORTA È CHIUSA
⛔️ “Do not come”
Ieri la vicepresidente Usa Kamala Harris è arrivata in Guatemala con un messaggio molto chiaro per chi aspira a entrare irregolarmente negli Stati Uniti: “Non venite. Se raggiungete i nostri confini, sarete rimandati indietro”.
Quello di ieri è solo l'inizio del primo viaggio estero di Harris, inviata da Biden per trovare soluzioni alla never ending “crisi migratoria” al confine meridionale. Oggi volerà in Messico. Il tempismo del viaggio di Kamala non è un caso: sul fronte migranti si preannuncia un’estate molto calda.
📈 Terra promessa
Dall’insediamento di Biden gli arrivi irregolari alla frontiera sud sono raddoppiati, e ormai si avvicinano ai 200.000 al mese: più di quelli del periodo delle “carovane” dal Centro America che, nel 2019, avevano messo in difficoltà l’amministrazione Trump. Il 44% di loro proviene dal “Northern Triangle” (Honduras, El Salvador e, appunto, Guatemala).
L'impennata segue però un trend di crescita cominciato dalla scorsa estate, dopo la prima ondata pandemica, e probabilmente peggiorato dalla pratica (ereditata dall’amministrazione Trump) di respingere direttamente al confine la maggior parte dei migranti fermati. Che, spesso, ci riprovano.
⛰ Strada in salita
Per trattare con il Guatemala, Harris è arrivata con le mani quasi vuote: 500.000 dosi di vaccino e 26 milioni di dollari in aiuti. Poca cosa per un paese di 17 milioni di abitanti. E un nulla, se l’offerta al Messico (130 milioni di abitanti) sarà simile.
Ma per Harris e Biden la sfida più grande sulle politiche migratorie si giocherà dentro i confini USA: il Partito democratico è spaccato. Biden aveva promesso di smantellare le politiche di Trump. E, certo, ha stoppato la costruzione del muro col Messico, ridotto il numero di bambini migranti separati dalle loro famiglie e aumentato il numero di rifugiati ammessi. Ma continua ad attuare i respingimenti diretti alla frontiera e non ha ancora proposto riforme per ampliare le vie legali di ingresso negli Usa per migranti “economici”.
Braccati dal loro partito, per Biden e Harris non sarà semplice dimostrare che, per gestire l’emergenza migranti, esiste una “terza via”.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera: l’Europa incontra Biden. Su ispionline.it
⛔️ “Do not come”
Ieri la vicepresidente Usa Kamala Harris è arrivata in Guatemala con un messaggio molto chiaro per chi aspira a entrare irregolarmente negli Stati Uniti: “Non venite. Se raggiungete i nostri confini, sarete rimandati indietro”.
Quello di ieri è solo l'inizio del primo viaggio estero di Harris, inviata da Biden per trovare soluzioni alla never ending “crisi migratoria” al confine meridionale. Oggi volerà in Messico. Il tempismo del viaggio di Kamala non è un caso: sul fronte migranti si preannuncia un’estate molto calda.
📈 Terra promessa
Dall’insediamento di Biden gli arrivi irregolari alla frontiera sud sono raddoppiati, e ormai si avvicinano ai 200.000 al mese: più di quelli del periodo delle “carovane” dal Centro America che, nel 2019, avevano messo in difficoltà l’amministrazione Trump. Il 44% di loro proviene dal “Northern Triangle” (Honduras, El Salvador e, appunto, Guatemala).
L'impennata segue però un trend di crescita cominciato dalla scorsa estate, dopo la prima ondata pandemica, e probabilmente peggiorato dalla pratica (ereditata dall’amministrazione Trump) di respingere direttamente al confine la maggior parte dei migranti fermati. Che, spesso, ci riprovano.
⛰ Strada in salita
Per trattare con il Guatemala, Harris è arrivata con le mani quasi vuote: 500.000 dosi di vaccino e 26 milioni di dollari in aiuti. Poca cosa per un paese di 17 milioni di abitanti. E un nulla, se l’offerta al Messico (130 milioni di abitanti) sarà simile.
Ma per Harris e Biden la sfida più grande sulle politiche migratorie si giocherà dentro i confini USA: il Partito democratico è spaccato. Biden aveva promesso di smantellare le politiche di Trump. E, certo, ha stoppato la costruzione del muro col Messico, ridotto il numero di bambini migranti separati dalle loro famiglie e aumentato il numero di rifugiati ammessi. Ma continua ad attuare i respingimenti diretti alla frontiera e non ha ancora proposto riforme per ampliare le vie legali di ingresso negli Usa per migranti “economici”.
Braccati dal loro partito, per Biden e Harris non sarà semplice dimostrare che, per gestire l’emergenza migranti, esiste una “terza via”.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera: l’Europa incontra Biden. Su ispionline.it
🌎 MONDO POST-COVID: TORNA L’INFLAZIONE?
📈 Alle stelle
A maggio in Cina i prezzi alla produzione industriale sono cresciuti del 9%. È l’aumento più significativo dal 2008, a sua volta trainato da un altro boom: quello dei prezzi mondiali delle materie prime.
Nel corso della prima ondata della pandemia (e salvo alcune eccezioni, come il petrolio) i prezzi delle materie prime si sono ridotti solo di poco, per poi schizzare verso l’alto dalla seconda metà del 2020. Una corsa che non si è ancora arrestata: oggi l’indice che ne raccoglie i prezzi è del 40% più alto rispetto ai livelli pre-pandemia.
🎉 Una buona notizia...
La risalita dei prezzi è in gran parte trainata dalla ripresa delle attività economiche. Se l’anno scorso abbiamo assistito alla peggior recessione dell’ultimo secolo, oggi il mondo sta rapidamente tornando “back on track”. Tanto che le stime più recenti dicono che il “colpo” subito dal PIL mondiale nel medio periodo (-3%) sarà modesto se paragonato al -9% causato dalla recessione del 2008-2009.
Va ancora meglio alle economie avanzate: il “rimbalzo” ai livelli di PIL pre-pandemia dovrebbe essere quattro volte più rapido rispetto a quello dei paesi più poveri (basti pensare che gli Usa hanno già superato i livelli del 2019).
👎 … o una notizia cattiva?
Ma c’è un rovescio della medaglia: il possibile ritorno dell’inflazione. Una crescita eccessiva dei prezzi al consumo costringerebbe molte Banche centrali a rivedere le politiche monetarie espansive (rafforzate con la pandemia). Un quadro che rievoca la “stagflazione” degli anni Settanta, ovvero la concomitanza di recessione economica e inflazione: lo spettro di ogni economista.
A perderci sarebbero proprio quei paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che stanno beneficiando dei bassi tassi di interesse e che non vedono di buon occhio un loro rialzo. Perché la fine del salvifico “whatever it takes” ci riporta con la mente ai tempi in cui sui giornali dominava un altro anglicismo: spread.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, la guerra delle salsicce. Su ispionline.it
📈 Alle stelle
A maggio in Cina i prezzi alla produzione industriale sono cresciuti del 9%. È l’aumento più significativo dal 2008, a sua volta trainato da un altro boom: quello dei prezzi mondiali delle materie prime.
Nel corso della prima ondata della pandemia (e salvo alcune eccezioni, come il petrolio) i prezzi delle materie prime si sono ridotti solo di poco, per poi schizzare verso l’alto dalla seconda metà del 2020. Una corsa che non si è ancora arrestata: oggi l’indice che ne raccoglie i prezzi è del 40% più alto rispetto ai livelli pre-pandemia.
🎉 Una buona notizia...
La risalita dei prezzi è in gran parte trainata dalla ripresa delle attività economiche. Se l’anno scorso abbiamo assistito alla peggior recessione dell’ultimo secolo, oggi il mondo sta rapidamente tornando “back on track”. Tanto che le stime più recenti dicono che il “colpo” subito dal PIL mondiale nel medio periodo (-3%) sarà modesto se paragonato al -9% causato dalla recessione del 2008-2009.
Va ancora meglio alle economie avanzate: il “rimbalzo” ai livelli di PIL pre-pandemia dovrebbe essere quattro volte più rapido rispetto a quello dei paesi più poveri (basti pensare che gli Usa hanno già superato i livelli del 2019).
👎 … o una notizia cattiva?
Ma c’è un rovescio della medaglia: il possibile ritorno dell’inflazione. Una crescita eccessiva dei prezzi al consumo costringerebbe molte Banche centrali a rivedere le politiche monetarie espansive (rafforzate con la pandemia). Un quadro che rievoca la “stagflazione” degli anni Settanta, ovvero la concomitanza di recessione economica e inflazione: lo spettro di ogni economista.
A perderci sarebbero proprio quei paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che stanno beneficiando dei bassi tassi di interesse e che non vedono di buon occhio un loro rialzo. Perché la fine del salvifico “whatever it takes” ci riporta con la mente ai tempi in cui sui giornali dominava un altro anglicismo: spread.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, la guerra delle salsicce. Su ispionline.it
🌎 GREEN PASS UE: BACK TO NORMAL?
✅ Semaforo verde
A larghissima maggioranza, ieri il Parlamento Ue ha approvato il “green pass”, il certificato che permetterà agli europei di spostarsi da un paese Ue all’altro se vaccinati, guariti o con un test recente negativo. Ora manca solo l’approvazione finale da parte del Consiglio Ue per essere operativi dal 1° luglio. Poco fa, via libera anche dal Garante della privacy italiano.
La misura, lanciata a marzo, era rimasta imbrigliata in un lungo dibattito tra le capitali europee. Ma l’accordo sembra ormai a portata di mano.
📈 Ever closer Union
Dopo una partenza molto lenta nella campagna vaccinale, oggi ormai il 42% dei cittadini europei ha ricevuto almeno una dose di vaccino anti-Covid. L’Ue è dunque sempre più vicina ai “primi della classe” come Israele (63%) e UK (60%), e in poche settimane potrebbe raggiungere e superare gli Stati Uniti (51%), frenati da una certa inerzia della popolazione più giovane (che Biden cerca di agevolare pagando le imprese per vaccinare i dipendenti).
Con un’efficacia molto alta verso infezioni e casi gravi, le cose in Europa sembrano volgere al meglio. Certo, resta l’incognita “variante delta”, che sta provocando un aumento di casi e ospedalizzazioni nel Regno Unito, e bisogna sperare che altre varianti non scompaginino i piani vaccinali.
🇪🇺 L’Europa s’è desta?
È legittimo chiederselo. Dopo la partenza assai deludente delle vaccinazioni, la Commissione von der Leyen era finita nel mirino degli Stati membri (e dell’opinione pubblica). Ci si chiedeva se non sarebbe stato meglio andare ognuno per la propria strada. Risolta la penuria iniziale di vaccini, la spina nel fianco di questi ultimi mesi è stata proprio la questione degli spostamenti tra paesi.
In un mondo ancora bloccato, dove spesso neanche il vaccino è sufficiente per essere ammessi alla frontiera, il “green pass” sarebbe una vittoria per i paesi Ue. Soprattutto per quelli bisognosi di turismo, come Italia e Grecia, e che più hanno premuto per la creazione di un documento comune europeo.
Come spesso accade in Europa, però, il diavolo sta nei dettagli: il successo di questo “lasciapassare” dipenderà dagli Stati membri, che avranno l’ultima parola sui diritti da “agganciare” al green pass all’interno dei loro confini.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G7, tutti in Cornovaglia. Su ispionline.it
✅ Semaforo verde
A larghissima maggioranza, ieri il Parlamento Ue ha approvato il “green pass”, il certificato che permetterà agli europei di spostarsi da un paese Ue all’altro se vaccinati, guariti o con un test recente negativo. Ora manca solo l’approvazione finale da parte del Consiglio Ue per essere operativi dal 1° luglio. Poco fa, via libera anche dal Garante della privacy italiano.
La misura, lanciata a marzo, era rimasta imbrigliata in un lungo dibattito tra le capitali europee. Ma l’accordo sembra ormai a portata di mano.
📈 Ever closer Union
Dopo una partenza molto lenta nella campagna vaccinale, oggi ormai il 42% dei cittadini europei ha ricevuto almeno una dose di vaccino anti-Covid. L’Ue è dunque sempre più vicina ai “primi della classe” come Israele (63%) e UK (60%), e in poche settimane potrebbe raggiungere e superare gli Stati Uniti (51%), frenati da una certa inerzia della popolazione più giovane (che Biden cerca di agevolare pagando le imprese per vaccinare i dipendenti).
Con un’efficacia molto alta verso infezioni e casi gravi, le cose in Europa sembrano volgere al meglio. Certo, resta l’incognita “variante delta”, che sta provocando un aumento di casi e ospedalizzazioni nel Regno Unito, e bisogna sperare che altre varianti non scompaginino i piani vaccinali.
🇪🇺 L’Europa s’è desta?
È legittimo chiederselo. Dopo la partenza assai deludente delle vaccinazioni, la Commissione von der Leyen era finita nel mirino degli Stati membri (e dell’opinione pubblica). Ci si chiedeva se non sarebbe stato meglio andare ognuno per la propria strada. Risolta la penuria iniziale di vaccini, la spina nel fianco di questi ultimi mesi è stata proprio la questione degli spostamenti tra paesi.
In un mondo ancora bloccato, dove spesso neanche il vaccino è sufficiente per essere ammessi alla frontiera, il “green pass” sarebbe una vittoria per i paesi Ue. Soprattutto per quelli bisognosi di turismo, come Italia e Grecia, e che più hanno premuto per la creazione di un documento comune europeo.
Come spesso accade in Europa, però, il diavolo sta nei dettagli: il successo di questo “lasciapassare” dipenderà dagli Stati membri, che avranno l’ultima parola sui diritti da “agganciare” al green pass all’interno dei loro confini.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G7, tutti in Cornovaglia. Su ispionline.it
🌍 ETIOPIA: CRISI SENZA FINE
🇪🇹 Livello cinque, catastrofe
Le Nazioni Unite hanno dichiarato che in Tigray, regione del nord dell’Etiopia, 400.000 persone rischiano di morire di fame. Formalmente queste persone sono considerate “a livello cinque”, un modo politicamente corretto per definire una situazione che le stesse Nazioni Unite classificano come “catastrofica”.
Il governo etiope - guidato dal premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed - ha invece sminuito la gravità della situazione, negato responsabilità nella carestia, e assicurato che permetterà l’accesso delle agenzie umanitarie nella regione.
⚔️ Man-made disaster
La carestia è il risultato di otto mesi di conflitto tra le milizie del nord, il governo etiope e soldati eritrei, che ha provocato la fuga di 1,7 milioni di persone. L'Onu ha più volte accusato le parti in conflitto di crimini di guerra, e ieri ha dichiarato che l’80% dei raccolti è stato “distrutto volontariamente” dai belligeranti.
Dal Secondo dopoguerra questa sarebbe la terza grande carestia per l’Etiopia. La peggiore fu negli anni Ottanta, con quasi 800.000 morti: concentrata anche allora soprattutto nel Tigray, anche in quel caso causata da tattiche di “terra bruciata” del governo contro i ribelli. Non sono casi isolati: si stima che tre quarti delle carestie mondiali degli ultimi 70 anni siano state provocate da conflitti armati o repressione politica.
🌍 Il mondo resta a guardare
Intanto il governo etiope ha rimandato a fine giugno le elezioni legislative, escludendo dal voto la regione del Tigray. E quella che nel 2018 appariva come una “pacifica” transizione democratica dopo decenni di governi autoritari, si è complicata. D’altronde la questione del Tigray è per forza di cose sensibile: il fronte ribelle tigrino ha guidato la regione per quasi vent’anni, e ora il governo sembra intenzionato a superare il sistema federale, accentrando il potere.
Nonostante la gravità della crisi, le reazioni internazionali sono state fin troppo timide. L’attenzione dei “grandi” è rivolta ad altro (dal G7 al vertice Nato, al bilaterale Biden-Putin), nessuno vuole percorrere opzioni militari e il governo etiope è un partner fondamentale nel Corno d’Africa. Insomma, come spesso accade, l’Africa è sempre in fondo all’agenda dei “grandi”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: guida geopolitica agli europei di calcio. Su ispionline.it
🇪🇹 Livello cinque, catastrofe
Le Nazioni Unite hanno dichiarato che in Tigray, regione del nord dell’Etiopia, 400.000 persone rischiano di morire di fame. Formalmente queste persone sono considerate “a livello cinque”, un modo politicamente corretto per definire una situazione che le stesse Nazioni Unite classificano come “catastrofica”.
Il governo etiope - guidato dal premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed - ha invece sminuito la gravità della situazione, negato responsabilità nella carestia, e assicurato che permetterà l’accesso delle agenzie umanitarie nella regione.
⚔️ Man-made disaster
La carestia è il risultato di otto mesi di conflitto tra le milizie del nord, il governo etiope e soldati eritrei, che ha provocato la fuga di 1,7 milioni di persone. L'Onu ha più volte accusato le parti in conflitto di crimini di guerra, e ieri ha dichiarato che l’80% dei raccolti è stato “distrutto volontariamente” dai belligeranti.
Dal Secondo dopoguerra questa sarebbe la terza grande carestia per l’Etiopia. La peggiore fu negli anni Ottanta, con quasi 800.000 morti: concentrata anche allora soprattutto nel Tigray, anche in quel caso causata da tattiche di “terra bruciata” del governo contro i ribelli. Non sono casi isolati: si stima che tre quarti delle carestie mondiali degli ultimi 70 anni siano state provocate da conflitti armati o repressione politica.
🌍 Il mondo resta a guardare
Intanto il governo etiope ha rimandato a fine giugno le elezioni legislative, escludendo dal voto la regione del Tigray. E quella che nel 2018 appariva come una “pacifica” transizione democratica dopo decenni di governi autoritari, si è complicata. D’altronde la questione del Tigray è per forza di cose sensibile: il fronte ribelle tigrino ha guidato la regione per quasi vent’anni, e ora il governo sembra intenzionato a superare il sistema federale, accentrando il potere.
Nonostante la gravità della crisi, le reazioni internazionali sono state fin troppo timide. L’attenzione dei “grandi” è rivolta ad altro (dal G7 al vertice Nato, al bilaterale Biden-Putin), nessuno vuole percorrere opzioni militari e il governo etiope è un partner fondamentale nel Corno d’Africa. Insomma, come spesso accade, l’Africa è sempre in fondo all’agenda dei “grandi”.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: guida geopolitica agli europei di calcio. Su ispionline.it
🌎 G7: LA CINA NON CI AVVICINA
🇨🇳 Pechino nel mirino
Nel comunicato finale del G7, le bordate contro la Cina non mancano. Su Hong Kong, Taiwan, il Mar cinese meridionale, diritti umani, quello di domenica è stato di certo uno dei comunicati più “assertivi” degli ultimi anni.
Ma la realtà è che la differenza di approccio alla Cina tra le due sponde dell’Atlantico è palpabile. Mentre Biden vedeva nel vertice una rampa di lancio nella “sfida globale contro le autocrazie”, i leader europei si sono dimostrati più cauti. Macron ha dichiarato che il G7 “non è ostile alla Cina”, mentre Draghi ha detto che Pechino è un partner importante in alcuni settori, come quello del clima. E ora?
⚔️ Rivalità differenziata?
Di sicuro, gli europei continuano a guardare a Pechino con un approccio pragmatico, riconoscendone l’importanza sia strategica che commerciale che, per alcuni paesi come Germania e Giappone, è molto rilevante (le esportazioni verso la Cina valgono quasi il 3% del PIL tedesco, ma meno dell’1% per l’Italia).
Nonostante tutto, Washington e Bruxelles sono comunque allineate su molti fronti (anche Bruxelles ha definito la Cina “rivale sistemico”): dalla volontà di limitare la penetrazione cinese nelle “infrastrutture strategiche” (soprattutto 5G e digitale) alla determinata difesa dei diritti umani (in primis verso gli abusi nello Xinjiang).
🇺🇸 Biden contro tutti?
Certo, l’approccio americano è meno “pragmatico” di quello europeo. Biden lo ha chiarito anche oggi, al vertice Nato: per la Casa Bianca democrazia e diritti umani non sono negoziabili. Biden lo potrebbe ribadire anche mercoledì, quando vedrà Putin. Per Washington l’esplicita difesa della democrazia fa parte del tentativo di recuperare l’influenza perduta nel corso della presidenza Trump, che aveva rinunciato a “guidare” il mondo.
Non a caso, proprio Biden ha spinto perché il G7 approntasse un piano sulle infrastrutture che possa rivaleggiare con la Belt and Road Initiative cinese. Un tentativo di far capire a tutti che l’America è tornata. Che però si scontra con la realtà: per l’Occidente la Cina rimane un partner scomodo, ma inevitabile. Una bella gatta da pelare, oggi e nel futuro.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, l’ora di Bennett. Su ispionline.it
🇨🇳 Pechino nel mirino
Nel comunicato finale del G7, le bordate contro la Cina non mancano. Su Hong Kong, Taiwan, il Mar cinese meridionale, diritti umani, quello di domenica è stato di certo uno dei comunicati più “assertivi” degli ultimi anni.
Ma la realtà è che la differenza di approccio alla Cina tra le due sponde dell’Atlantico è palpabile. Mentre Biden vedeva nel vertice una rampa di lancio nella “sfida globale contro le autocrazie”, i leader europei si sono dimostrati più cauti. Macron ha dichiarato che il G7 “non è ostile alla Cina”, mentre Draghi ha detto che Pechino è un partner importante in alcuni settori, come quello del clima. E ora?
⚔️ Rivalità differenziata?
Di sicuro, gli europei continuano a guardare a Pechino con un approccio pragmatico, riconoscendone l’importanza sia strategica che commerciale che, per alcuni paesi come Germania e Giappone, è molto rilevante (le esportazioni verso la Cina valgono quasi il 3% del PIL tedesco, ma meno dell’1% per l’Italia).
Nonostante tutto, Washington e Bruxelles sono comunque allineate su molti fronti (anche Bruxelles ha definito la Cina “rivale sistemico”): dalla volontà di limitare la penetrazione cinese nelle “infrastrutture strategiche” (soprattutto 5G e digitale) alla determinata difesa dei diritti umani (in primis verso gli abusi nello Xinjiang).
🇺🇸 Biden contro tutti?
Certo, l’approccio americano è meno “pragmatico” di quello europeo. Biden lo ha chiarito anche oggi, al vertice Nato: per la Casa Bianca democrazia e diritti umani non sono negoziabili. Biden lo potrebbe ribadire anche mercoledì, quando vedrà Putin. Per Washington l’esplicita difesa della democrazia fa parte del tentativo di recuperare l’influenza perduta nel corso della presidenza Trump, che aveva rinunciato a “guidare” il mondo.
Non a caso, proprio Biden ha spinto perché il G7 approntasse un piano sulle infrastrutture che possa rivaleggiare con la Belt and Road Initiative cinese. Un tentativo di far capire a tutti che l’America è tornata. Che però si scontra con la realtà: per l’Occidente la Cina rimane un partner scomodo, ma inevitabile. Una bella gatta da pelare, oggi e nel futuro.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, l’ora di Bennett. Su ispionline.it
🌎 UE-USA: INTESA SUI DAZI
🤝 New Deal
Diciassette anni di attriti e dissapori. Oggi l’accordo. Al termine del summit Ue-Usa, le parti hanno annunciato di aver sospeso per cinque anni i dazi sulla vertenza sugli aiuti di stato a Boeing e Airbus. Una svolta storica per una contesa che dura dal 2004 e che ha coinvolto quattro diversi Presidenti americani.
Lo scontro si era infiammato solo un anno fa. A marzo 2020 su Airbus l’Organizzazione mondiale del Commercio aveva dato ragione a Washington: Trump aveva così imposto dazi per 7,5 miliardi di dollari contro l’Ue. A ottobre, invece, il Wto aveva dato ragione all’Ue, consentendo di imporre dazi per 4 miliardi agli Usa.
🕊 Pace (quasi) fatta...
L’arrivo di Biden alla Casa Bianca ha cambiato tutto. Il nuovo accordo sospende i dazi per cinque anni, ed è cruciale per due ragioni. Perché riduce la pressione su un settore, quello dell’aviazione, messo in ginocchio dalla pandemia: in un solo anno le compagnie aeree mondiali hanno perso 510 miliardi di dollari (il 61% delle entrate pre-pandemia).
Ma anche perché risolve un nodo politico. Per Trump, che odiava il Wto e nel 2019 lo aveva quasi paralizzato (non nominando i giudici per l’Organo di conciliazione), poter usare proprio una sentenza del Wto in suo favore contro l’alleato di sempre era il culmine del suo approccio divisivo alle relazioni internazionali. Oggi, quella ferita comincia a essere sanata.
🇨🇳 … ma per fare cosa?
Ora Bruxelles e Washington sono più vicine, ma di sicuro gli USA non fanno niente per niente. Al termine del suo primo tour europeo, Biden può dichiarare di avere rafforzato il multilateralismo. Ieri ha rassicurato gli alleati Nato, ribadendo il suo sostegno all’Alleanza senza chiedere (come invece faceva Trump) un aumento delle spese europee per la difesa.
In cambio ha chiesto e (in parte) ottenuto un approccio più duro degli alleati occidentali verso Pechino. Sì, perché Washington è sempre più "ossessionata” dallo scontro con il Dragone, e ha bisogno di avere l’Europa al suo fianco.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera l’approfondimento: Usa-Ue, dazi passati. Su ispionline.it
🤝 New Deal
Diciassette anni di attriti e dissapori. Oggi l’accordo. Al termine del summit Ue-Usa, le parti hanno annunciato di aver sospeso per cinque anni i dazi sulla vertenza sugli aiuti di stato a Boeing e Airbus. Una svolta storica per una contesa che dura dal 2004 e che ha coinvolto quattro diversi Presidenti americani.
Lo scontro si era infiammato solo un anno fa. A marzo 2020 su Airbus l’Organizzazione mondiale del Commercio aveva dato ragione a Washington: Trump aveva così imposto dazi per 7,5 miliardi di dollari contro l’Ue. A ottobre, invece, il Wto aveva dato ragione all’Ue, consentendo di imporre dazi per 4 miliardi agli Usa.
🕊 Pace (quasi) fatta...
L’arrivo di Biden alla Casa Bianca ha cambiato tutto. Il nuovo accordo sospende i dazi per cinque anni, ed è cruciale per due ragioni. Perché riduce la pressione su un settore, quello dell’aviazione, messo in ginocchio dalla pandemia: in un solo anno le compagnie aeree mondiali hanno perso 510 miliardi di dollari (il 61% delle entrate pre-pandemia).
Ma anche perché risolve un nodo politico. Per Trump, che odiava il Wto e nel 2019 lo aveva quasi paralizzato (non nominando i giudici per l’Organo di conciliazione), poter usare proprio una sentenza del Wto in suo favore contro l’alleato di sempre era il culmine del suo approccio divisivo alle relazioni internazionali. Oggi, quella ferita comincia a essere sanata.
🇨🇳 … ma per fare cosa?
Ora Bruxelles e Washington sono più vicine, ma di sicuro gli USA non fanno niente per niente. Al termine del suo primo tour europeo, Biden può dichiarare di avere rafforzato il multilateralismo. Ieri ha rassicurato gli alleati Nato, ribadendo il suo sostegno all’Alleanza senza chiedere (come invece faceva Trump) un aumento delle spese europee per la difesa.
In cambio ha chiesto e (in parte) ottenuto un approccio più duro degli alleati occidentali verso Pechino. Sì, perché Washington è sempre più "ossessionata” dallo scontro con il Dragone, e ha bisogno di avere l’Europa al suo fianco.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera l’approfondimento: Usa-Ue, dazi passati. Su ispionline.it