🌍 IL GIOVEDÌ NERO DI BIG OIL
👩⚖️ Triplo colpo
Sul clima non si scherza: anche se sei una compagnia che di mestiere produce e vende combustibili fossili. È questo il segnale arrivato forte e chiaro a tre delle più grandi oil major mondiali negli ultimi giorni.
Gli azionisti di ExxonMobil e Chevron hanno imposto alle rispettive dirigenze di velocizzare il raggiungimento dell’obiettivo “zero emissioni”. Nel frattempo, un tribunale olandese ha ordinato a Shell di accelerare sulla riduzione delle sue emissioni di gas serra: una sentenza storica.
🛢️ Vittoria per il clima?
Di certo un primo passo, ma ancora molto resta da fare. Innanzitutto, malgrado siano tra le top 5 oil companies al mondo per fatturato, ExxonMobil, Shell e Chevron rappresentano solo il 7% della produzione mondiale, che è ancora in mano alle grandi compagnie di stato.
Poi, la domanda mondiale di petrolio è in forte ripresa dopo il crollo dovuto alla pandemia. Non è un caso che i prezzi oscillino intorno ai 70 dollari al barile: ben lontani dai minimi del 2015 (25 dollari) e dal “baratro pandemico” del 2020 (11 dollari).
Intanto, proprio ieri l’Organizzazione meteorologica mondiale ha dichiarato che c’è un’alta probabilità che in meno di dieci anni l’aumento della temperatura terrestre superi i fatidici 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il limite dell’accordo di Parigi.
♻️ … e per gli altri?
Se si vuole avere una chance di mantenere gli impegni presi a Parigi, i nuovi investimenti nei combustibili fossili dovrebbero cessare da oggi, e dal 2035 tutte le nuove auto vendute dovrebbero essere elettriche. Obiettivi chiaramente non realizzabili; ma anche loro versioni più “soft” non piacciono ai grandi esportatori di petrolio e gas.
Le stime a oggi dicono che, per rispettare i target di Parigi, il reddito pro capite dei paesi esportatori oil&gas si ridurrebbe in media del 75%. Qualcosa di impensabile sia per i “grandi” che hanno già lanciato transizioni che stentano a decollare (l’Arabia Saudita), sia per i “piccoli” alle porte di casa nostra (Libia), che rischiano di precipitare ulteriormente nel caos.
La strada, come detto, è lunga. Ma soprattutto lastricata di insidie.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, vincere facile. Su ispionline.it
👩⚖️ Triplo colpo
Sul clima non si scherza: anche se sei una compagnia che di mestiere produce e vende combustibili fossili. È questo il segnale arrivato forte e chiaro a tre delle più grandi oil major mondiali negli ultimi giorni.
Gli azionisti di ExxonMobil e Chevron hanno imposto alle rispettive dirigenze di velocizzare il raggiungimento dell’obiettivo “zero emissioni”. Nel frattempo, un tribunale olandese ha ordinato a Shell di accelerare sulla riduzione delle sue emissioni di gas serra: una sentenza storica.
🛢️ Vittoria per il clima?
Di certo un primo passo, ma ancora molto resta da fare. Innanzitutto, malgrado siano tra le top 5 oil companies al mondo per fatturato, ExxonMobil, Shell e Chevron rappresentano solo il 7% della produzione mondiale, che è ancora in mano alle grandi compagnie di stato.
Poi, la domanda mondiale di petrolio è in forte ripresa dopo il crollo dovuto alla pandemia. Non è un caso che i prezzi oscillino intorno ai 70 dollari al barile: ben lontani dai minimi del 2015 (25 dollari) e dal “baratro pandemico” del 2020 (11 dollari).
Intanto, proprio ieri l’Organizzazione meteorologica mondiale ha dichiarato che c’è un’alta probabilità che in meno di dieci anni l’aumento della temperatura terrestre superi i fatidici 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il limite dell’accordo di Parigi.
♻️ … e per gli altri?
Se si vuole avere una chance di mantenere gli impegni presi a Parigi, i nuovi investimenti nei combustibili fossili dovrebbero cessare da oggi, e dal 2035 tutte le nuove auto vendute dovrebbero essere elettriche. Obiettivi chiaramente non realizzabili; ma anche loro versioni più “soft” non piacciono ai grandi esportatori di petrolio e gas.
Le stime a oggi dicono che, per rispettare i target di Parigi, il reddito pro capite dei paesi esportatori oil&gas si ridurrebbe in media del 75%. Qualcosa di impensabile sia per i “grandi” che hanno già lanciato transizioni che stentano a decollare (l’Arabia Saudita), sia per i “piccoli” alle porte di casa nostra (Libia), che rischiano di precipitare ulteriormente nel caos.
La strada, come detto, è lunga. Ma soprattutto lastricata di insidie.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, vincere facile. Su ispionline.it
Benvenuto!
Riceverai un messaggio al giorno con gli ultimi aggiornamenti sulla geopolitica.
Ti piace "Il mondo in tasca" dell'ISPI? Invita anche i tuoi amici a unirsi al canale Telegram. Per farlo, basterà inviare loro questo link: https://t.me/ispionline
Riceverai un messaggio al giorno con gli ultimi aggiornamenti sulla geopolitica.
Ti piace "Il mondo in tasca" dell'ISPI? Invita anche i tuoi amici a unirsi al canale Telegram. Per farlo, basterà inviare loro questo link: https://t.me/ispionline
ISPI - Geopolitica pinned «Benvenuto! Riceverai un messaggio al giorno con gli ultimi aggiornamenti sulla geopolitica. Ti piace "Il mondo in tasca" dell'ISPI? Invita anche i tuoi amici a unirsi al canale Telegram. Per farlo, basterà inviare loro questo link: https://t.me/ispionline»
🌎 BRASILE: ORE CONTATE PER BOLSOVIRUS?
🇧🇷 Stato di accusa
La protesta cresce. Questo weekend migliaia di persone hanno manifestato in tutto il Brasile: soprattutto davanti al Congresso, chiedendo che il presidente Bolsonaro (che da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni) venga messo in stato di accusa.
Solo un mese fa il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare proprio all’impeachment di Bolsonaro. Se succedesse sarebbe il terzo presidente a fare questa fine, dopo Fernando Collor nel 1992 e Dilma Rousseff nel 2016. Ma anche senza impeachment, le fortune elettorali del presidente sembrano ormai una cosa del passato.
🦠 Fuori controllo (ancora)
270.000. Sono i decessi ufficiali causati dal coronavirus in Brasile da inizio anno, quasi 2.000 al giorno. Che salgono quasi a mezzo milione da inizio pandemia.
Bolsonaro avrebbe ostacolato l’avvio della campagna vaccinale brasiliana, stando ad alcuni dirigenti farmaceutici che hanno testimoniato contro di lui. Ad oggi, ormai il 22% dei brasiliani ha ricevuto almeno una dose di vaccino: una quota simile a quella degli argentini che, come il Brasile, sono alle prese con la peggiore ondata da inizio pandemia.
Un numero di morti ancora così alto, in Brasile e in Argentina, è la spia di quanto diffusa sia l’infezione: lì neppure il vaccino, al momento, riesce a scalfire l’andamento di contagi e decessi. Soprattutto tra gli strati meno abbienti della popolazione, più esposti al rischio di contagio e con minore accesso ai vaccini.
🗳 Bolsonaro out?
Con l’elezione di Biden e la “conversione” di Boris Johnson, Bolsonaro è ormai rimasto tra i pochissimi leader in carica a negare – ancora oggi – la gravità della pandemia. Sarà forse anche per questo che ora il 45% dei brasiliani giudica la sua azione “negativa” o “terribile”.
E da quando lo scorso marzo la Corte suprema ha riabilitato Lula, l'ex presidente guida nettamente nei sondaggi per le elezioni dell’anno prossimo: il 40% dei brasiliani dichiara che voterebbe per lui, contro solo il 27% che si schiera a favore di Bolsonaro.
Mentre le presidenziali del 2022 si avvicinano sempre più, non sembra quindi arrestarsi l'inesorabile "caduta dall'Olimpo" di Bolsonaro.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, un governo senza Netanyahu. Su ispionline.it
🇧🇷 Stato di accusa
La protesta cresce. Questo weekend migliaia di persone hanno manifestato in tutto il Brasile: soprattutto davanti al Congresso, chiedendo che il presidente Bolsonaro (che da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni) venga messo in stato di accusa.
Solo un mese fa il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare proprio all’impeachment di Bolsonaro. Se succedesse sarebbe il terzo presidente a fare questa fine, dopo Fernando Collor nel 1992 e Dilma Rousseff nel 2016. Ma anche senza impeachment, le fortune elettorali del presidente sembrano ormai una cosa del passato.
🦠 Fuori controllo (ancora)
270.000. Sono i decessi ufficiali causati dal coronavirus in Brasile da inizio anno, quasi 2.000 al giorno. Che salgono quasi a mezzo milione da inizio pandemia.
Bolsonaro avrebbe ostacolato l’avvio della campagna vaccinale brasiliana, stando ad alcuni dirigenti farmaceutici che hanno testimoniato contro di lui. Ad oggi, ormai il 22% dei brasiliani ha ricevuto almeno una dose di vaccino: una quota simile a quella degli argentini che, come il Brasile, sono alle prese con la peggiore ondata da inizio pandemia.
Un numero di morti ancora così alto, in Brasile e in Argentina, è la spia di quanto diffusa sia l’infezione: lì neppure il vaccino, al momento, riesce a scalfire l’andamento di contagi e decessi. Soprattutto tra gli strati meno abbienti della popolazione, più esposti al rischio di contagio e con minore accesso ai vaccini.
🗳 Bolsonaro out?
Con l’elezione di Biden e la “conversione” di Boris Johnson, Bolsonaro è ormai rimasto tra i pochissimi leader in carica a negare – ancora oggi – la gravità della pandemia. Sarà forse anche per questo che ora il 45% dei brasiliani giudica la sua azione “negativa” o “terribile”.
E da quando lo scorso marzo la Corte suprema ha riabilitato Lula, l'ex presidente guida nettamente nei sondaggi per le elezioni dell’anno prossimo: il 40% dei brasiliani dichiara che voterebbe per lui, contro solo il 27% che si schiera a favore di Bolsonaro.
Mentre le presidenziali del 2022 si avvicinano sempre più, non sembra quindi arrestarsi l'inesorabile "caduta dall'Olimpo" di Bolsonaro.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, un governo senza Netanyahu. Su ispionline.it
👍1
🌏 CINA: RIVOLUZIONE IN FAMIGLIA
🇨🇳 Passeggini vuoti
Una svolta storica: Pechino permetterà alle coppie di avere fino a tre figli, abbandonando progressivamente le politiche di controllo demografico che avevano accompagnato il paese fino a pochi anni fa. Il politburo del Partito comunista cinese, dopo aver sostituito la “politica del figlio unico” in vigore dal 1980 al 2015 con il limite di due figli, cambia ancora.
La decisione arriva dopo che nuovi dati hanno confermato il rapido invecchiamento della popolazione cinese. Ma la scelta è comunque ancora “conservatrice” rispetto al parere di molti esperti, che avevano suggerito di abolire del tutto i controlli sulle nascite.
📉 La sottile linea rossa
Aborti forzati, sterilizzazioni, licenziamenti: per decenni sono state le mosse di Pechino, nel timore che una crescita incontrollata condannasse il paese a un futuro di sovrappopolazione e povertà. Così già a metà anni Novanta il tasso di fertilità era crollato, da 6,5 a 1,3 figli per donna. Fin troppo. Il Partito comunista ha impiegato decenni per cambiare linea, e ora si trova a gestire tassi di fertilità “italiani” con un reddito medio che però è circa un terzo rispetto a quello della popolazione italiana.
Non sarà semplice. Anche perché la frenata demografica è una questione mondiale, non solo cinese. Il mondo è ormai sempre più vicino al “livello di sostituzione”, la soglia di 2,1 figli per donna che permette al più di mantenere la popolazione costante.
⏳Il vecchio e il bambino
Chi pagherà le nostre pensioni? La domanda, tipica del mondo occidentale, ora riguarda sempre più i paesi emergenti. E in Cina la politica del figlio unico (combinata al rapido aumento dell’aspettativa di vita) ha provocato squilibri enormi: ogni figlio si ritrova a dover mantenere due genitori e quattro nonni. Non a caso assieme allo “sblocco” delle nascite sarà aumentata l’età pensionabile.
Il rallentamento demografico rafforza la teoria della “stagnazione secolare”: un futuro con meno crescita economica per tutti. E se l’ambiente forse ringrazia (meno persone, meno emissioni?), chi oggi è “aggrappato” alla crescita cinese potrebbe dover guardare altrove nel giro di pochi decenni.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Colombia, il pane e le rose. Su ispionline.it
🇨🇳 Passeggini vuoti
Una svolta storica: Pechino permetterà alle coppie di avere fino a tre figli, abbandonando progressivamente le politiche di controllo demografico che avevano accompagnato il paese fino a pochi anni fa. Il politburo del Partito comunista cinese, dopo aver sostituito la “politica del figlio unico” in vigore dal 1980 al 2015 con il limite di due figli, cambia ancora.
La decisione arriva dopo che nuovi dati hanno confermato il rapido invecchiamento della popolazione cinese. Ma la scelta è comunque ancora “conservatrice” rispetto al parere di molti esperti, che avevano suggerito di abolire del tutto i controlli sulle nascite.
📉 La sottile linea rossa
Aborti forzati, sterilizzazioni, licenziamenti: per decenni sono state le mosse di Pechino, nel timore che una crescita incontrollata condannasse il paese a un futuro di sovrappopolazione e povertà. Così già a metà anni Novanta il tasso di fertilità era crollato, da 6,5 a 1,3 figli per donna. Fin troppo. Il Partito comunista ha impiegato decenni per cambiare linea, e ora si trova a gestire tassi di fertilità “italiani” con un reddito medio che però è circa un terzo rispetto a quello della popolazione italiana.
Non sarà semplice. Anche perché la frenata demografica è una questione mondiale, non solo cinese. Il mondo è ormai sempre più vicino al “livello di sostituzione”, la soglia di 2,1 figli per donna che permette al più di mantenere la popolazione costante.
⏳Il vecchio e il bambino
Chi pagherà le nostre pensioni? La domanda, tipica del mondo occidentale, ora riguarda sempre più i paesi emergenti. E in Cina la politica del figlio unico (combinata al rapido aumento dell’aspettativa di vita) ha provocato squilibri enormi: ogni figlio si ritrova a dover mantenere due genitori e quattro nonni. Non a caso assieme allo “sblocco” delle nascite sarà aumentata l’età pensionabile.
Il rallentamento demografico rafforza la teoria della “stagnazione secolare”: un futuro con meno crescita economica per tutti. E se l’ambiente forse ringrazia (meno persone, meno emissioni?), chi oggi è “aggrappato” alla crescita cinese potrebbe dover guardare altrove nel giro di pochi decenni.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Colombia, il pane e le rose. Su ispionline.it
🌏 OLIMPIADI: THE SHOW MUST GO ON. FORSE...
🚀 Avanti tutta
Il governo giapponese tiene la barra dritta: ieri la Presidente del Comitato organizzatore ha ribadito che le Olimpiadi di Tokyo cominceranno puntualmente a fine luglio. L’annuncio è arrivato dopo che uno dei maggiori consulenti sulla pandemia del governo aveva dichiarato che tenere i giochi in una situazione epidemiologica tanto incerta “non è normale”.
A causa della pandemia Tokyo aveva già dovuto posticipare di un anno i giochi che tra meno di due mesi – pur con staff ridotti al minimo e senza spettatori – porteranno in Giappone 90mila persone da tutto il mondo: una situazione non semplice da gestire.
🦠 Vite sospese
Le Olimpiadi non sono state l’unico grande evento internazionale rimandato o cancellato: dalla Settimana Santa al pellegrinaggio alla Mecca, dal World Economic Forum agli europei di calcio. E proprio quei paesi asiatici che l’anno scorso si sono dimostrati i più rapidi a contenere la pandemia, grazie a efficientissimi sistemi di testing e tracciamento, oggi annaspano sotto il peso di varianti più trasmissibili e vaccinazioni a rilento (solo il 9% dei giapponesi ha ricevuto almeno la prima dose, contro il 39% in Ue).
La voglia di un ritorno alla normalità è tanta, ma lo è anche la paura: il 60% dei giapponesi vorrebbe che le Olimpiadi fossero cancellate, 10.000 degli 80.000 volontari si sono dichiarati indisponibili e 100 città giapponesi hanno scelto di non ospitare atleti olimpici.
🕊️ Spirito olimpico?
L’ondata di infezioni in Giappone ha costretto il paese a dichiarare uno stato di emergenza fino al 20 giugno. Qualcosa che la Cina non fa da marzo dell’anno scorso. È l’asimmetria della pandemia: quando a maggio il Giappone registrava 7.000 contagi giornalieri, al di là del mare la Cina era a 15 casi al giorno.
Eppure, malgrado la pandemia in Cina sembri sotto controllo, in Usa si parla già di non partecipare (almeno con i propri diplomatici) alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Conta più lo scontro Usa-Cina che non il timore del contagio.
Ulteriore indizio, se mai ce ne fosse bisogno, che il ritorno al mondo che avevamo lasciato è anche un ritorno all’incessante “grande gioco” tra le grandi potenze.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, qualcosa è cambiato. Su ispionline.it
🚀 Avanti tutta
Il governo giapponese tiene la barra dritta: ieri la Presidente del Comitato organizzatore ha ribadito che le Olimpiadi di Tokyo cominceranno puntualmente a fine luglio. L’annuncio è arrivato dopo che uno dei maggiori consulenti sulla pandemia del governo aveva dichiarato che tenere i giochi in una situazione epidemiologica tanto incerta “non è normale”.
A causa della pandemia Tokyo aveva già dovuto posticipare di un anno i giochi che tra meno di due mesi – pur con staff ridotti al minimo e senza spettatori – porteranno in Giappone 90mila persone da tutto il mondo: una situazione non semplice da gestire.
🦠 Vite sospese
Le Olimpiadi non sono state l’unico grande evento internazionale rimandato o cancellato: dalla Settimana Santa al pellegrinaggio alla Mecca, dal World Economic Forum agli europei di calcio. E proprio quei paesi asiatici che l’anno scorso si sono dimostrati i più rapidi a contenere la pandemia, grazie a efficientissimi sistemi di testing e tracciamento, oggi annaspano sotto il peso di varianti più trasmissibili e vaccinazioni a rilento (solo il 9% dei giapponesi ha ricevuto almeno la prima dose, contro il 39% in Ue).
La voglia di un ritorno alla normalità è tanta, ma lo è anche la paura: il 60% dei giapponesi vorrebbe che le Olimpiadi fossero cancellate, 10.000 degli 80.000 volontari si sono dichiarati indisponibili e 100 città giapponesi hanno scelto di non ospitare atleti olimpici.
🕊️ Spirito olimpico?
L’ondata di infezioni in Giappone ha costretto il paese a dichiarare uno stato di emergenza fino al 20 giugno. Qualcosa che la Cina non fa da marzo dell’anno scorso. È l’asimmetria della pandemia: quando a maggio il Giappone registrava 7.000 contagi giornalieri, al di là del mare la Cina era a 15 casi al giorno.
Eppure, malgrado la pandemia in Cina sembri sotto controllo, in Usa si parla già di non partecipare (almeno con i propri diplomatici) alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Conta più lo scontro Usa-Cina che non il timore del contagio.
Ulteriore indizio, se mai ce ne fosse bisogno, che il ritorno al mondo che avevamo lasciato è anche un ritorno all’incessante “grande gioco” tra le grandi potenze.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, qualcosa è cambiato. Su ispionline.it
Channel name was changed to «ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale»
🌎 USA E VACCINI: TOO LITTLE, TOO LATE?
🎺 Arrivano i nostri
“Come durante la guerra fredda siamo stati l’arsenale della democrazia, oggi saremo l’arsenale dei vaccini”. L’aveva dichiarato Biden qualche settimana fa, annunciando che gli USA avrebbero donato al mondo 80 milioni di dosi di vaccini.
Ieri Washington ha rivelato dove invierà i primi 25 milioni di dosi: per tre quarti a Covax, l’alleanza globale per portare i vaccini ai paesi più poveri, e per un quarto a singoli paesi, come India e Territori palestinesi.
🇺🇸 Ancora “America First”
L’annuncio della Casa Bianca arriva poco prima del “tour europeo” di Biden che lo porterà al G7, dove in agenda c’è una discussione su come vaccinare tutto il mondo (e non solo le economie avanzate).
Anche per questo, Washington ha definito le proprie donazioni un “game changer”. In un certo senso è vero: l’annuncio di Biden è importante perché al momento le dosi donate tra Ue, Russia e Cina, sono meno di 20 milioni.
Ed è vero anche se gli USA arrivano molto in ritardo rispetto ai partner: ovvero solo dopo che negli Stati Uniti si è superata la soglia del 50% di persone vaccinate con almeno una dose, mentre Pechino si era attivata subito.
🙄 Molto rumore per nulla?
Per i paesi in via di sviluppo, disperatamente alla ricerca di vaccini, a contare non sono però soltanto le dosi donate (una goccia nel mare), ma soprattutto quelle esportate. E qui gli Usa sono ancora molto indietro. Gli 80 milioni di dosi in donazione entro giugno sono le prime esportazioni significative, mentre l’Ue ha già esportato quasi 230 milioni di dosi (circa la metà della sua produzione) e Pechino addirittura 350 milioni (un terzo della sua produzione).
Quindi: bene gli sforzi, ma ancora non bastano perché anche così le enormi differenze di accesso ai vaccini tra i paesi avanzati e “gli altri” rimarranno tali a lungo. Un esempio su tutti: in Africa, continente con 1,2 miliardi di abitanti, a oggi sono state inoculate circa 35 milioni di dosi. Meno che nella sola Italia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Fortezza Danimarca. Su ispionline.it
🎺 Arrivano i nostri
“Come durante la guerra fredda siamo stati l’arsenale della democrazia, oggi saremo l’arsenale dei vaccini”. L’aveva dichiarato Biden qualche settimana fa, annunciando che gli USA avrebbero donato al mondo 80 milioni di dosi di vaccini.
Ieri Washington ha rivelato dove invierà i primi 25 milioni di dosi: per tre quarti a Covax, l’alleanza globale per portare i vaccini ai paesi più poveri, e per un quarto a singoli paesi, come India e Territori palestinesi.
🇺🇸 Ancora “America First”
L’annuncio della Casa Bianca arriva poco prima del “tour europeo” di Biden che lo porterà al G7, dove in agenda c’è una discussione su come vaccinare tutto il mondo (e non solo le economie avanzate).
Anche per questo, Washington ha definito le proprie donazioni un “game changer”. In un certo senso è vero: l’annuncio di Biden è importante perché al momento le dosi donate tra Ue, Russia e Cina, sono meno di 20 milioni.
Ed è vero anche se gli USA arrivano molto in ritardo rispetto ai partner: ovvero solo dopo che negli Stati Uniti si è superata la soglia del 50% di persone vaccinate con almeno una dose, mentre Pechino si era attivata subito.
🙄 Molto rumore per nulla?
Per i paesi in via di sviluppo, disperatamente alla ricerca di vaccini, a contare non sono però soltanto le dosi donate (una goccia nel mare), ma soprattutto quelle esportate. E qui gli Usa sono ancora molto indietro. Gli 80 milioni di dosi in donazione entro giugno sono le prime esportazioni significative, mentre l’Ue ha già esportato quasi 230 milioni di dosi (circa la metà della sua produzione) e Pechino addirittura 350 milioni (un terzo della sua produzione).
Quindi: bene gli sforzi, ma ancora non bastano perché anche così le enormi differenze di accesso ai vaccini tra i paesi avanzati e “gli altri” rimarranno tali a lungo. Un esempio su tutti: in Africa, continente con 1,2 miliardi di abitanti, a oggi sono state inoculate circa 35 milioni di dosi. Meno che nella sola Italia.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Fortezza Danimarca. Su ispionline.it
🌎 G7: UNA TASSA ALL’AMERICANA
🤝 We have a deal
I governi dei paesi G7 hanno raggiunto un accordo per una “tassa minima globale”. Dopo quasi un decennio di negoziati che avevano sempre incontrato l’opposizione di Washington, Biden ha accolto le richieste dei governi europei (Francia in testa, Italia e Germania al seguito) che minacciavano di fare da soli.
Adesso il negoziato si sposta al G20, dove si spera di convincere rapidamente gli altri “grandi”: per un accordo di principio si parla già del G20 delle Finanze a Venezia di luglio.
🔍 Un “momento storico”?
Così lo ha definito Le Maire, il ministro delle finanze francese. L’accordo prevede una tassa minima globale del 15% per le grandi multinazionali e l’obbligo per quelle “digitali” a pagare maggiori tasse sui profitti nei paesi in cui i servizi vengono erogati.
Ma attenzione a non sopravvalutare la portata dell’intesa. Innanzitutto, quel 15% è più basso del 21% proposto in aprile dallo stesso Biden, che così “salva” Londra (tassa al 19%) e penalizza meno l’Irlanda (oggi 12,5%). Inoltre per la sua applicazione serviranno diversi anni: i paesi dovranno adottare la legislazione necessaria senza introdurre scappatoie.
Con il nuovo regime in vigore, per gli Usa ci sarebbero 48 miliardi di euro l’anno di maggiori entrate, per l’Europa 40, per l’Italia 3: sembra molto, ma è solo lo 0,3%-0,7% delle entrate complessive.
🇺🇸 America is back?
La rapidità con cui si è giunti a un accordo tra i paesi G7 è stata salutata come un segnale: con Trump uscito di scena il multilateralismo è tornato, e la Casa Bianca è ben contenta di riprendere in mano il ruolo di guida delle “democrazie ricche”.
Ma dietro agli annunci rimane l’opportunismo: Washington aveva bisogno dell’accordo per rendere più attuabile l’aumento di tasse alle proprie imprese senza che queste ultime vadano altrove. Quelle entrate servono a Biden per finanziare il suo piano di investimenti da 4.200 miliardi di dollari.
Ed è proprio negli Usa che si giocherà gran parte della partita: il 72% dei profitti delle 100 multinazionali più grandi è in America. Biden o no, il Congresso americano è già sul piede di guerra.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, la CDU frena l'ultradestra. Su ispionline.it
🤝 We have a deal
I governi dei paesi G7 hanno raggiunto un accordo per una “tassa minima globale”. Dopo quasi un decennio di negoziati che avevano sempre incontrato l’opposizione di Washington, Biden ha accolto le richieste dei governi europei (Francia in testa, Italia e Germania al seguito) che minacciavano di fare da soli.
Adesso il negoziato si sposta al G20, dove si spera di convincere rapidamente gli altri “grandi”: per un accordo di principio si parla già del G20 delle Finanze a Venezia di luglio.
🔍 Un “momento storico”?
Così lo ha definito Le Maire, il ministro delle finanze francese. L’accordo prevede una tassa minima globale del 15% per le grandi multinazionali e l’obbligo per quelle “digitali” a pagare maggiori tasse sui profitti nei paesi in cui i servizi vengono erogati.
Ma attenzione a non sopravvalutare la portata dell’intesa. Innanzitutto, quel 15% è più basso del 21% proposto in aprile dallo stesso Biden, che così “salva” Londra (tassa al 19%) e penalizza meno l’Irlanda (oggi 12,5%). Inoltre per la sua applicazione serviranno diversi anni: i paesi dovranno adottare la legislazione necessaria senza introdurre scappatoie.
Con il nuovo regime in vigore, per gli Usa ci sarebbero 48 miliardi di euro l’anno di maggiori entrate, per l’Europa 40, per l’Italia 3: sembra molto, ma è solo lo 0,3%-0,7% delle entrate complessive.
🇺🇸 America is back?
La rapidità con cui si è giunti a un accordo tra i paesi G7 è stata salutata come un segnale: con Trump uscito di scena il multilateralismo è tornato, e la Casa Bianca è ben contenta di riprendere in mano il ruolo di guida delle “democrazie ricche”.
Ma dietro agli annunci rimane l’opportunismo: Washington aveva bisogno dell’accordo per rendere più attuabile l’aumento di tasse alle proprie imprese senza che queste ultime vadano altrove. Quelle entrate servono a Biden per finanziare il suo piano di investimenti da 4.200 miliardi di dollari.
Ed è proprio negli Usa che si giocherà gran parte della partita: il 72% dei profitti delle 100 multinazionali più grandi è in America. Biden o no, il Congresso americano è già sul piede di guerra.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Germania, la CDU frena l'ultradestra. Su ispionline.it
🌎 USA E MIGRANTI: LA PORTA È CHIUSA
⛔️ “Do not come”
Ieri la vicepresidente Usa Kamala Harris è arrivata in Guatemala con un messaggio molto chiaro per chi aspira a entrare irregolarmente negli Stati Uniti: “Non venite. Se raggiungete i nostri confini, sarete rimandati indietro”.
Quello di ieri è solo l'inizio del primo viaggio estero di Harris, inviata da Biden per trovare soluzioni alla never ending “crisi migratoria” al confine meridionale. Oggi volerà in Messico. Il tempismo del viaggio di Kamala non è un caso: sul fronte migranti si preannuncia un’estate molto calda.
📈 Terra promessa
Dall’insediamento di Biden gli arrivi irregolari alla frontiera sud sono raddoppiati, e ormai si avvicinano ai 200.000 al mese: più di quelli del periodo delle “carovane” dal Centro America che, nel 2019, avevano messo in difficoltà l’amministrazione Trump. Il 44% di loro proviene dal “Northern Triangle” (Honduras, El Salvador e, appunto, Guatemala).
L'impennata segue però un trend di crescita cominciato dalla scorsa estate, dopo la prima ondata pandemica, e probabilmente peggiorato dalla pratica (ereditata dall’amministrazione Trump) di respingere direttamente al confine la maggior parte dei migranti fermati. Che, spesso, ci riprovano.
⛰ Strada in salita
Per trattare con il Guatemala, Harris è arrivata con le mani quasi vuote: 500.000 dosi di vaccino e 26 milioni di dollari in aiuti. Poca cosa per un paese di 17 milioni di abitanti. E un nulla, se l’offerta al Messico (130 milioni di abitanti) sarà simile.
Ma per Harris e Biden la sfida più grande sulle politiche migratorie si giocherà dentro i confini USA: il Partito democratico è spaccato. Biden aveva promesso di smantellare le politiche di Trump. E, certo, ha stoppato la costruzione del muro col Messico, ridotto il numero di bambini migranti separati dalle loro famiglie e aumentato il numero di rifugiati ammessi. Ma continua ad attuare i respingimenti diretti alla frontiera e non ha ancora proposto riforme per ampliare le vie legali di ingresso negli Usa per migranti “economici”.
Braccati dal loro partito, per Biden e Harris non sarà semplice dimostrare che, per gestire l’emergenza migranti, esiste una “terza via”.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera: l’Europa incontra Biden. Su ispionline.it
⛔️ “Do not come”
Ieri la vicepresidente Usa Kamala Harris è arrivata in Guatemala con un messaggio molto chiaro per chi aspira a entrare irregolarmente negli Stati Uniti: “Non venite. Se raggiungete i nostri confini, sarete rimandati indietro”.
Quello di ieri è solo l'inizio del primo viaggio estero di Harris, inviata da Biden per trovare soluzioni alla never ending “crisi migratoria” al confine meridionale. Oggi volerà in Messico. Il tempismo del viaggio di Kamala non è un caso: sul fronte migranti si preannuncia un’estate molto calda.
📈 Terra promessa
Dall’insediamento di Biden gli arrivi irregolari alla frontiera sud sono raddoppiati, e ormai si avvicinano ai 200.000 al mese: più di quelli del periodo delle “carovane” dal Centro America che, nel 2019, avevano messo in difficoltà l’amministrazione Trump. Il 44% di loro proviene dal “Northern Triangle” (Honduras, El Salvador e, appunto, Guatemala).
L'impennata segue però un trend di crescita cominciato dalla scorsa estate, dopo la prima ondata pandemica, e probabilmente peggiorato dalla pratica (ereditata dall’amministrazione Trump) di respingere direttamente al confine la maggior parte dei migranti fermati. Che, spesso, ci riprovano.
⛰ Strada in salita
Per trattare con il Guatemala, Harris è arrivata con le mani quasi vuote: 500.000 dosi di vaccino e 26 milioni di dollari in aiuti. Poca cosa per un paese di 17 milioni di abitanti. E un nulla, se l’offerta al Messico (130 milioni di abitanti) sarà simile.
Ma per Harris e Biden la sfida più grande sulle politiche migratorie si giocherà dentro i confini USA: il Partito democratico è spaccato. Biden aveva promesso di smantellare le politiche di Trump. E, certo, ha stoppato la costruzione del muro col Messico, ridotto il numero di bambini migranti separati dalle loro famiglie e aumentato il numero di rifugiati ammessi. Ma continua ad attuare i respingimenti diretti alla frontiera e non ha ancora proposto riforme per ampliare le vie legali di ingresso negli Usa per migranti “economici”.
Braccati dal loro partito, per Biden e Harris non sarà semplice dimostrare che, per gestire l’emergenza migranti, esiste una “terza via”.
Nell’ISPI Daily focus di questa sera: l’Europa incontra Biden. Su ispionline.it
🌎 MONDO POST-COVID: TORNA L’INFLAZIONE?
📈 Alle stelle
A maggio in Cina i prezzi alla produzione industriale sono cresciuti del 9%. È l’aumento più significativo dal 2008, a sua volta trainato da un altro boom: quello dei prezzi mondiali delle materie prime.
Nel corso della prima ondata della pandemia (e salvo alcune eccezioni, come il petrolio) i prezzi delle materie prime si sono ridotti solo di poco, per poi schizzare verso l’alto dalla seconda metà del 2020. Una corsa che non si è ancora arrestata: oggi l’indice che ne raccoglie i prezzi è del 40% più alto rispetto ai livelli pre-pandemia.
🎉 Una buona notizia...
La risalita dei prezzi è in gran parte trainata dalla ripresa delle attività economiche. Se l’anno scorso abbiamo assistito alla peggior recessione dell’ultimo secolo, oggi il mondo sta rapidamente tornando “back on track”. Tanto che le stime più recenti dicono che il “colpo” subito dal PIL mondiale nel medio periodo (-3%) sarà modesto se paragonato al -9% causato dalla recessione del 2008-2009.
Va ancora meglio alle economie avanzate: il “rimbalzo” ai livelli di PIL pre-pandemia dovrebbe essere quattro volte più rapido rispetto a quello dei paesi più poveri (basti pensare che gli Usa hanno già superato i livelli del 2019).
👎 … o una notizia cattiva?
Ma c’è un rovescio della medaglia: il possibile ritorno dell’inflazione. Una crescita eccessiva dei prezzi al consumo costringerebbe molte Banche centrali a rivedere le politiche monetarie espansive (rafforzate con la pandemia). Un quadro che rievoca la “stagflazione” degli anni Settanta, ovvero la concomitanza di recessione economica e inflazione: lo spettro di ogni economista.
A perderci sarebbero proprio quei paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che stanno beneficiando dei bassi tassi di interesse e che non vedono di buon occhio un loro rialzo. Perché la fine del salvifico “whatever it takes” ci riporta con la mente ai tempi in cui sui giornali dominava un altro anglicismo: spread.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, la guerra delle salsicce. Su ispionline.it
📈 Alle stelle
A maggio in Cina i prezzi alla produzione industriale sono cresciuti del 9%. È l’aumento più significativo dal 2008, a sua volta trainato da un altro boom: quello dei prezzi mondiali delle materie prime.
Nel corso della prima ondata della pandemia (e salvo alcune eccezioni, come il petrolio) i prezzi delle materie prime si sono ridotti solo di poco, per poi schizzare verso l’alto dalla seconda metà del 2020. Una corsa che non si è ancora arrestata: oggi l’indice che ne raccoglie i prezzi è del 40% più alto rispetto ai livelli pre-pandemia.
🎉 Una buona notizia...
La risalita dei prezzi è in gran parte trainata dalla ripresa delle attività economiche. Se l’anno scorso abbiamo assistito alla peggior recessione dell’ultimo secolo, oggi il mondo sta rapidamente tornando “back on track”. Tanto che le stime più recenti dicono che il “colpo” subito dal PIL mondiale nel medio periodo (-3%) sarà modesto se paragonato al -9% causato dalla recessione del 2008-2009.
Va ancora meglio alle economie avanzate: il “rimbalzo” ai livelli di PIL pre-pandemia dovrebbe essere quattro volte più rapido rispetto a quello dei paesi più poveri (basti pensare che gli Usa hanno già superato i livelli del 2019).
👎 … o una notizia cattiva?
Ma c’è un rovescio della medaglia: il possibile ritorno dell’inflazione. Una crescita eccessiva dei prezzi al consumo costringerebbe molte Banche centrali a rivedere le politiche monetarie espansive (rafforzate con la pandemia). Un quadro che rievoca la “stagflazione” degli anni Settanta, ovvero la concomitanza di recessione economica e inflazione: lo spettro di ogni economista.
A perderci sarebbero proprio quei paesi fortemente indebitati, come l’Italia, che stanno beneficiando dei bassi tassi di interesse e che non vedono di buon occhio un loro rialzo. Perché la fine del salvifico “whatever it takes” ci riporta con la mente ai tempi in cui sui giornali dominava un altro anglicismo: spread.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Brexit, la guerra delle salsicce. Su ispionline.it
🌎 GREEN PASS UE: BACK TO NORMAL?
✅ Semaforo verde
A larghissima maggioranza, ieri il Parlamento Ue ha approvato il “green pass”, il certificato che permetterà agli europei di spostarsi da un paese Ue all’altro se vaccinati, guariti o con un test recente negativo. Ora manca solo l’approvazione finale da parte del Consiglio Ue per essere operativi dal 1° luglio. Poco fa, via libera anche dal Garante della privacy italiano.
La misura, lanciata a marzo, era rimasta imbrigliata in un lungo dibattito tra le capitali europee. Ma l’accordo sembra ormai a portata di mano.
📈 Ever closer Union
Dopo una partenza molto lenta nella campagna vaccinale, oggi ormai il 42% dei cittadini europei ha ricevuto almeno una dose di vaccino anti-Covid. L’Ue è dunque sempre più vicina ai “primi della classe” come Israele (63%) e UK (60%), e in poche settimane potrebbe raggiungere e superare gli Stati Uniti (51%), frenati da una certa inerzia della popolazione più giovane (che Biden cerca di agevolare pagando le imprese per vaccinare i dipendenti).
Con un’efficacia molto alta verso infezioni e casi gravi, le cose in Europa sembrano volgere al meglio. Certo, resta l’incognita “variante delta”, che sta provocando un aumento di casi e ospedalizzazioni nel Regno Unito, e bisogna sperare che altre varianti non scompaginino i piani vaccinali.
🇪🇺 L’Europa s’è desta?
È legittimo chiederselo. Dopo la partenza assai deludente delle vaccinazioni, la Commissione von der Leyen era finita nel mirino degli Stati membri (e dell’opinione pubblica). Ci si chiedeva se non sarebbe stato meglio andare ognuno per la propria strada. Risolta la penuria iniziale di vaccini, la spina nel fianco di questi ultimi mesi è stata proprio la questione degli spostamenti tra paesi.
In un mondo ancora bloccato, dove spesso neanche il vaccino è sufficiente per essere ammessi alla frontiera, il “green pass” sarebbe una vittoria per i paesi Ue. Soprattutto per quelli bisognosi di turismo, come Italia e Grecia, e che più hanno premuto per la creazione di un documento comune europeo.
Come spesso accade in Europa, però, il diavolo sta nei dettagli: il successo di questo “lasciapassare” dipenderà dagli Stati membri, che avranno l’ultima parola sui diritti da “agganciare” al green pass all’interno dei loro confini.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G7, tutti in Cornovaglia. Su ispionline.it
✅ Semaforo verde
A larghissima maggioranza, ieri il Parlamento Ue ha approvato il “green pass”, il certificato che permetterà agli europei di spostarsi da un paese Ue all’altro se vaccinati, guariti o con un test recente negativo. Ora manca solo l’approvazione finale da parte del Consiglio Ue per essere operativi dal 1° luglio. Poco fa, via libera anche dal Garante della privacy italiano.
La misura, lanciata a marzo, era rimasta imbrigliata in un lungo dibattito tra le capitali europee. Ma l’accordo sembra ormai a portata di mano.
📈 Ever closer Union
Dopo una partenza molto lenta nella campagna vaccinale, oggi ormai il 42% dei cittadini europei ha ricevuto almeno una dose di vaccino anti-Covid. L’Ue è dunque sempre più vicina ai “primi della classe” come Israele (63%) e UK (60%), e in poche settimane potrebbe raggiungere e superare gli Stati Uniti (51%), frenati da una certa inerzia della popolazione più giovane (che Biden cerca di agevolare pagando le imprese per vaccinare i dipendenti).
Con un’efficacia molto alta verso infezioni e casi gravi, le cose in Europa sembrano volgere al meglio. Certo, resta l’incognita “variante delta”, che sta provocando un aumento di casi e ospedalizzazioni nel Regno Unito, e bisogna sperare che altre varianti non scompaginino i piani vaccinali.
🇪🇺 L’Europa s’è desta?
È legittimo chiederselo. Dopo la partenza assai deludente delle vaccinazioni, la Commissione von der Leyen era finita nel mirino degli Stati membri (e dell’opinione pubblica). Ci si chiedeva se non sarebbe stato meglio andare ognuno per la propria strada. Risolta la penuria iniziale di vaccini, la spina nel fianco di questi ultimi mesi è stata proprio la questione degli spostamenti tra paesi.
In un mondo ancora bloccato, dove spesso neanche il vaccino è sufficiente per essere ammessi alla frontiera, il “green pass” sarebbe una vittoria per i paesi Ue. Soprattutto per quelli bisognosi di turismo, come Italia e Grecia, e che più hanno premuto per la creazione di un documento comune europeo.
Come spesso accade in Europa, però, il diavolo sta nei dettagli: il successo di questo “lasciapassare” dipenderà dagli Stati membri, che avranno l’ultima parola sui diritti da “agganciare” al green pass all’interno dei loro confini.
Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: G7, tutti in Cornovaglia. Su ispionline.it