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🌍 MAROCCO-SPAGNA: MIGRANTI PER RITORSIONE?

🇪🇸 Assalto all’exclave
Più di 8.000 migranti sono arrivati in Spagna nel giro di due giorni. Sembra strano, ma lo hanno fatto senza metter piede su suolo europeo, almeno geograficamente: sono entrati a Ceuta che, come Melilla, è un’exclave spagnola in Nord Africa che confina con il Marocco.
Non è certo il primo “assalto” alle exclavi, da oltre vent’anni circondate da barriere protettive. Nell’ottobre 2005 centinaia di migranti tentarono di forzare la barriera di Ceuta. Il bilancio? 18 morti e oltre 50 feriti.
I tentativi sono all’ordine del giorno, ma numeri così alti in breve tempo non si erano mai visti. Così Madrid ha inviato l’esercito a Ceuta, il premier Sanchez ha visitato le due città e quasi 5.000 migranti sono già stati riportati in Marocco.

⚔️ Ritorsione politica?
Di certo non sarebbe la prima volta. Già dopo gli “accordi” Ue-Turchia del 2016, Erdogan ha più volte minacciato una ripresa dei flussi irregolari. A febbraio 2020 aveva addirittura dichiarato aperte le frontiere con la Grecia, provocando l’ammassarsi di migliaia di migranti al confine.
Anche il Marocco vuole lanciare un segnale? Forse. Solo un mese fa Madrid ha concesso a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario che combatte per l'indipendenza del Sahara occidentale dal Marocco, di curarsi in Spagna. In risposta Rabat aveva offerto asilo politico a Carles Puigdemont, l’ex leader catalano oggi in esilio.

🚨 Il campanello d’allarme
I flussi irregolari dall’Africa verso l'Europa sono in crescita da tempo. L’anno scorso gli sbarchi in Italia sono più che triplicati rispetto al 2019 (da 11.000 a 34.000). In Spagna da agosto a oggi più di 22.000 persone sono sbarcate sulle isole Canarie, il numero più alto dal 2006.
A parte le contingenze politiche, i flussi hanno cause strutturali, soprattutto economiche, che la pandemia ha esacerbato. La frenata della crescita mondiale ha generato milioni di nuovi poveri, in gran parte concentrati in Africa. In Tunisia il turismo, che contribuisce a più del 10% del PIL del paese, l'anno scorso si è contratto del 98%.
Così la pressione migratoria verso l’Europa cresce, mentre i confini europei restano chiusi. Una “tempesta perfetta”, pronta per essere strumentalizzata.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Giappone, dilemma olimpico. Su ispionline.it

Domani alle 18.00: Voto storico in Cile: si volta pagina? Iscriviti alla tavola rotonda ISPI qui: https://www.ispionline.it/votoincile
🌎 USA-RUSSIA: PROVE DI DISGELO (CON UN OCCHIO ALLA GERMANIA)

Sanzioni sospese
Ieri il segretario di stato americano, Antony Blinken, ha annunciato lo stop alle sanzioni Usa sul raddoppio del gasdotto Nord Stream, come segno di amicizia per Berlino e di apertura verso Mosca. Ciò che Blinken non ha detto è che si tratta di una sospensione limitata e parziale.
Il Nord Stream, operativo da un decennio, trasporta gas naturale dalla Russia verso l’Europa attraversando il mar Baltico e aggirando così Bielorussia e Ucraina, due paesi di transito. Al raddoppio la Germania e la Russia lavorano da anni, tra polemiche e diffidenze sia in Europa, sia oltreoceano.

🧊 Kiev: lasciati al freddo?
5%: è la percentuale di tubi che manca per completare il raddoppio di Nord Stream. Dal 2011 il gasdotto permette di trasportare ogni anno fino a 55 miliardi di metri cubi di gas (Gmc). Un suo raddoppio gli permetterebbe di superare la portata massima del gasdotto che attraversa l’Ucraina (100 Gmc), ironicamente chiamato Druzhba (“amicizia” in russo).
Così, Kiev teme di “rimanere a secco”: con il raddoppio la Russia acquisterebbe la capacità di tagliare le forniture all’Ucraina senza colpire l'Europa. Per Kiev, dal 2014 in conflitto aperto con Mosca, significherebbe rischiare così che l'Ue smetta di interpretare la sicurezza dell’Ucraina anche come sicurezza per i paesi europei (dipendenti dal gas russo).

Solo uno spiraglio?
La Germania ha tirato un sospiro di sollievo, grazie al gesto che riavvicina così Berlino e Washington. Ma in realtà la disputa è tutt’altro che chiusa. La sospensione delle sanzioni è temporanea (90 giorni) e parziale: riguarda la compagnia che gestisce il progetto, ma non le navi russe che posano i tubi.
Inoltre, la timida apertura di Biden ha incontrato forti critiche bipartisan a Washington. Da anni, infatti, l’opposizione al raddoppio di Nord Stream è uno dei pochi temi che mette d’accordo tutti negli Usa: è stato infatti proprio Trump, lo scorso gennaio, a imporre le sanzioni sulle navi russe che Biden non ha sospeso.
Non a caso Biden ha dichiarato che gli Usa “continueranno a opporsi al completamento del progetto”. Segno che dopo la “carota”, ancora una volta, potrebbe arrivare il “bastone”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Green pass, scontro europeo. Su ispionline.it
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🌍 BEYOND ISRAELE-PALESTINE: I VERI FRONTI DI BIDEN

🕊️ Il fuoco cessa (per ora)
232 morti palestinesi, 12 israeliani, 156 edifici rasi al suolo a Gaza. Questo il bilancio di undici giorni di conflitto tra Israele e Hamas, fino al cessate il fuoco di stanotte (che, per il momento, sembra reggere).
Una tregua raggiunta grazie alla mediazione dell’Egitto, ma anche all’"ora basta" sussurrato mercoledì da Biden a Netanyahu. Gaza festeggia per quella che sembra essere la fine delle peggiori violenze dal 2014 (che allora durarono sette settimane). Ma Hamas ha già avvertito Israele (“abbiamo il dito sul grilletto”) e Tel Aviv non esclude ulteriori azioni.

🇺🇸 Usa: la mente altrove...
Malgrado le spinte perché cessasse il conflitto, gli Usa di Biden sembrano sempre più lontani dal Medio Oriente. Lontananza dovuta alla disillusione (o realismo?) della nuova amministrazione, che diversamente dalle tre precedenti non ha mai promesso soluzioni rapide. Ma anche ai tanti altri dossier che Washington considera più urgenti.
Mercoledì il segretario di stato americano Blinken era in Groenlandia per un meeting del Consiglio Artico, dove imperversa la corsa per rotte e risorse. Una buona occasione anche per un primo incontro con il suo omologo russo Lavrov, nel tentativo (riuscito) di abbassare la tensione tra le due potenze. E oggi proprio Biden vedrà il presidente sudcoreano per parlare, tra le altre cose, di Cina e Corea del Nord.
Un’agenda fitta, da cui il Medio Oriente sembra sparito.

🌅 Nulla come prima
Intanto, la Palestina “abbandonata” dagli Usa potrebbe essere a un punto di non ritorno: il conflitto sembra sancire il definitivo tramonto della “soluzione dei due Stati”. Le violenze dimostrano l’inconciliabilità delle posizioni, mentre la progressiva occupazione israeliana della Cisgiordania rende sempre meno realistica la possibilità di uno “Stato palestinese”.
Negli Usa, invece, il conflitto ha reso evidenti i rapidi cambiamenti nel campo democratico. Se un tempo entrambi i partiti americani erano più vicini a Israele, oggi i democratici sembrano sempre più sensibili alla causa palestinese. Anche per le analogie con le tensioni razziali negli Usa.
A Biden non resta che la ricerca di un difficile equilibrio, cercando di non trasformare anche il "campo" democratico, in un campo di battaglia tra schieramenti opposti.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Global Health Summit, l’Italia torna protagonista. Su ispionline.it
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🌍 ACCORDO EUROPA-CINA: IL PARLAMENTO UE “VOTA” BIDEN?

🇪🇺 Il simbolo dell’Europa “autonoma”
Negoziato dal 2013, annunciato in pompa magna a fine 2020, messo nel congelatore settimana scorsa. Venerdì il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che sospende la ratifica dell’accordo Cina-Ue sugli investimenti (CAI), che avrebbe dovuto tutelare meglio capitali e proprietà intellettuale europei in Cina.
L’accordo, annunciato proprio durante la staffetta Trump-Biden, sembrava segnalare maggiore “autonomia strategica” di Bruxelles da Washington, con l'Europa che avrebbe assunto una posizione più equidistante rispetto a Pechino.

Arriva Biden: fermi tutti?
Solo a dicembre Biden aveva “caldamente sconsigliato” di siglare l’accordo con la Cina. Sembrava però dovesse finire come nel 2014, quando nonostante il “no” di Obama alla Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture a “guida” cinese, prima Londra e poi altri 18 paesi Ue (Italia inclusa) avevano deciso di farne parte.
A dire il vero, neanche questa volta l’avvertimento degli Stati Uniti è stato determinante: è stato il Parlamento Ue - che ha sempre avuto molti dubbi sull’accordo - a bocciarlo. I parlamentari avevano chiesto che nell’accordo si inserisse la condanna dei lavori forzati. Poi a marzo, dopo che l’Ue aveva imposto sanzioni su Pechino (per violazioni dei diritti umani nello Xinjiang) la Cina aveva risposto sanzionando cinque membri del Parlamento europeo. Così siamo arrivati al voto di venerdì.
Autonomia strategica sì, ma non a ogni costo.

🇨🇳 ...e le stelle non stanno a guardate
Se le relazioni Ue-Cina sono in fase calante, non si può dire altrettanto per quelle tra Pechino e Mosca, almeno secondo Putin, che settimana scorsa le ha dichiarate ai “migliori livelli di sempre”. Proprio mentre Xi Jinping chiedeva a gran voce una “partnership strategica” di lungo periodo tra i due paesi e inviava una delegazione cinese visita Mosca per una tre giorni di dialogo iniziata oggi.
Malgrado non sempre le due potenze abbiano interessi simili (come in Asia centrale o sull’Artico), il fronte sembra sempre più compatto. E in uno scacchiere internazionale che va complicandosi l’equidistanza non sempre può essere considerata un valore.
Sarà anche per questo che la prima prova di “autonomia strategica” europea si è conclusa in un nulla di fatto.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia, dirottamento di Stato. Su ispionline.it
🌍 EU-BIELORUSSIA: NESSUNO VOLI SUL CIELO DI LUKASHENKO

✈️ No flight, sorry
Ieri il Consiglio europeo ha dato mandato ai ministri Ue di imporre nuove sanzioni sulla Bielorussia. La decisione arriva dopo il dirottamento di un volo Grecia-Lituania, fatto atterrare a Minsk da Lukashenko per arrestare il dissidente Roman Protasevich e la sua compagna. Le sanzioni europee dovrebbero vietare il sorvolo dello spazio aereo europeo da parte di compagnie bielorusse, ed essere accompagnate da misure economiche mirate.
La reazione dell’Ue è stata rapida, anche perché l’intercettazione di un aereo civile ha pochi precedenti persino durante la guerra fredda. Difficile, al momento, capire se sia stata incisiva: gli strumenti a disposizione dell’Europa sono comunque limitati.

🇧🇾 E ora?
Per l’Europa quella di Minsk resta una spina nel fianco, e ora la ferita si è riaperta. Le pressioni Ue su Lukashenko si sono rivelate inefficaci, l’opposizione appare demoralizzata e meno attiva, e le voci critiche al regime restano in carcere o in esilio. E la repressione continua: Lukashenko ha appena varato una legge che di fatto vieta le proteste e “silenzia” la stampa.
Ma c’è di più. Il ruolo di Mosca nel dirottamento sembra esser stato diretto: quattro dei sei agenti presenti sull’aereo su cui viaggiava Protasevich sarebbero russi. Anche per questo la reazione del Consiglio europeo non si è fatta attendere, con la condanna delle “attività illegali, provocatorie e destabilizzanti della Russia contro l'UE”. Tuttavia Mosca, già sotto sanzioni per il ruolo del Cremlino nell’avvelenamento e poi arresto di Navalny, non sembra temere ulteriori ritorsioni.

⚖️ Non solo Bielorussia...
L’affaire bielorusso ha sconvolto l’agenda dei leader europei, ma soprattutto quella dell’Italia, che sperava di riportare sul tavolo il tema migranti. Con il fallimento degli accordi di Malta (meno di mille migranti ricollocati in altri paesi Ue su 45.000 sbarcati), Roma è alla ricerca di un rilancio della redistribuzione su base volontaria e di soluzioni alternative, come un nuovo accordo diretto con la Libia. Ma i 27 governi Ue restano divisi, e il dirottamento ha offerto un’ottima scusa per relegare le migrazioni ai tavoli bilaterali (come l’incontro Draghi-Macron).
Se ne riparla più seriamente, forse, a fine giugno, quando potrebbe essere già troppo tardi.

Giovedì 27 alle 18.00 l’evento ISPI “Bielorussia: prove di forza nei cieli d’Europa”. Iscriviti qui: https://www.ispionline.it/dirottamentobielorussia

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Mali, di golpe in golpe. Su ispionline.it
🌎 BIDEN-PUTIN: “SEE YOU IN GENEVA”

🇷🇺 🇺🇸 When Vladimir met Joe
Alla fine si farà, e anche a stretto giro. Il summit tra Usa-Russia, proposto dal presidente americano ad aprile, si terrà a Ginevra il 16 giugno. Il vertice si inserisce in un’agenda già fitta di impegni per Biden, occupato in un “tour europeo” che comprende nell’arco di una settimana il G7 britannico, un summit Nato e uno con l’Ue.
Multilateralismo tra democrazie e alleati, insomma. Al quale, adesso, si accoda l’incontro con la persona che solo due mesi fa Biden aveva definito “killer”.

🔄 Ritorno alla “normalità”...
Il summit sarà utile per stemperare le tensioni, non da ultimo quelle sul dirottamento dell’aereo in Bielorussia. Ma sia la Casa Bianca, sia il Cremlino hanno già abbassato le aspettative, dichiarando di non attendersi svolte.
Di certo sarà un clima diverso rispetto a quello del 2009, quando Obama (con Biden vicepresidente) aveva offerto un “reset” delle relazioni. Quel reset non ci fu, e l’Ucraina e la Siria sono lì a dimostrarlo. Ma sarà altrettanto diverso rispetto al “cameratismo” del vertice Trump-Putin del 2018, accolto con sconcerto bipartisan a Washington e malumori tra gli alleati Nato.

… ma sarà vera “normalità”?
Sul tavolo ci saranno pandemia, clima, e nucleare: temi trasversali su cui una convergenza è in teoria possibile. E quale città migliore di Ginevra, luogo simbolo di molti trattati internazionali (su guerra e rifugiati), per tentare di trovare una quadra?
Ma sarà dura. L’ultimo vertice Washington-Mosca tenutosi a Ginevra risale al 1985: c’erano Reagan e Gorbachev, la guerra fredda era in fase calante, eppure già allora di risultati se ne videro pochi. In più, oggi Mosca è più attiva che mai e si è ormai perso il conto delle azioni provocatorie: dall’avvelenamento e arresto di Navalny al ruolo di Mosca nel dirottamento del volo in Bielorussia, dalle tensioni militari al confine ucraino ai cyberattacchi che partono dal suo territorio diretti verso gli Usa (SolarWinds e Colonial Pipeline).
Se il luogo dell’incontro è di buon auspicio, difficile che il summit porti a una vera svolta...

Giovedì 27 maggio alle 18 l’evento “Bielorussia: prove di forza nei cieli d’Europa”. Iscriviti qui: https://www.ispionline.it/dirottamentobielorussia

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, gioco di sponda. Su ispionline.it
🌎 COVID: STAFFETTA TRUMP-BIDEN SUL LABORATORIO DI WUHAN

🦠 Virus in provetta
Salto di specie o incidente di laboratorio? Solo a marzo un’indagine internazionale sembrava aver messo la parola fine sui sospetti. Invece ieri Biden ha chiesto ai suoi servizi segreti di “moltiplicare gli sforzi” per chiarire le “vere origini” della pandemia entro 90 giorni, ribadendo che entrambe le ipotesi sono ancora sul tavolo.
Inevitabile la dura risposta di Pechino. Che non solo ha attaccato la Casa Bianca ma ha preso di mira Anthony Fauci, immunologo e consulente del governo americano che nei giorni scorsi aveva chiesto chiarezza sulle origini del virus. “Fauci è un bugiardo e traditore”, parola della stampa allineata.

✍️ Un’indagine... anzi due
E così, questa indagine ha messo a tacere le polemiche di chi negli Usa riteneva che Biden fosse troppo “soft” sul virus. Già, perché le nuove indagini arrivano dopo la rivelazione che la Casa Bianca aveva ricevuto i risultati di una inchiesta segreta sulle origini del virus voluta da Trump: per Biden non era affidabile, ma i repubblicani erano già sul piede di guerra.
La scelta segna un’inversione di rotta rispetto alla posizione ufficiale di Washington, ovvero che tutte le indagini future sarebbero dovute passare dall’OMS, e non da singoli paesi. Così Biden, stavolta con la comunità scientifica al suo fianco, si "allinea" a Trump: dà nuova linfa ai sospetti sull’incidente di laboratorio e getta dubbi sull’imparzialità dell’Oms.

🎯 Pechino nel mirino?
Insomma, malgrado ormai circa metà degli americani abbia ricevuto la prima dose di vaccino e si guardi avanti, la Casa Bianca non intende dimenticare il passato. Certo, ci sono ragioni di sanità pubblica: trovare le cause della peggiore pandemia da un secolo e non ripeterle. Ma anche notevoli risvolti internazionali.
Primo fra tutti, l’ulteriore raffreddamento delle relazioni con Pechino. D’altronde lo si era già visto: dalle sanzioni per la repressione degli uiguri al rinnovato attivismo "nel giardino di casa di Pechino” simboleggiato dal Quad, dalle tensioni su Taiwan alla condanna per la repressione a Hong Kong.
Più che continuità con Trump, segnali che Biden non intende fare sconti.

Nell'ISPI Daily Focus di questa sera: Svizzera-Europa, No Deal. Su ispionline.it
🌍 IL GIOVEDÌ NERO DI BIG OIL

👩‍⚖️ Triplo colpo
Sul clima non si scherza: anche se sei una compagnia che di mestiere produce e vende combustibili fossili. È questo il segnale arrivato forte e chiaro a tre delle più grandi oil major mondiali negli ultimi giorni.
Gli azionisti di ExxonMobil e Chevron hanno imposto alle rispettive dirigenze di velocizzare il raggiungimento dell’obiettivo “zero emissioni”. Nel frattempo, un tribunale olandese ha ordinato a Shell di accelerare sulla riduzione delle sue emissioni di gas serra: una sentenza storica.

🛢️ Vittoria per il clima?
Di certo un primo passo, ma ancora molto resta da fare. Innanzitutto, malgrado siano tra le top 5 oil companies al mondo per fatturato, ExxonMobil, Shell e Chevron rappresentano solo il 7% della produzione mondiale, che è ancora in mano alle grandi compagnie di stato.
Poi, la domanda mondiale di petrolio è in forte ripresa dopo il crollo dovuto alla pandemia. Non è un caso che i prezzi oscillino intorno ai 70 dollari al barile: ben lontani dai minimi del 2015 (25 dollari) e dal “baratro pandemico” del 2020 (11 dollari).
Intanto, proprio ieri l’Organizzazione meteorologica mondiale ha dichiarato che c’è un’alta probabilità che in meno di dieci anni l’aumento della temperatura terrestre superi i fatidici 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale, il limite dell’accordo di Parigi.

♻️ … e per gli altri?
Se si vuole avere una chance di mantenere gli impegni presi a Parigi, i nuovi investimenti nei combustibili fossili dovrebbero cessare da oggi, e dal 2035 tutte le nuove auto vendute dovrebbero essere elettriche. Obiettivi chiaramente non realizzabili; ma anche loro versioni più “soft” non piacciono ai grandi esportatori di petrolio e gas.
Le stime a oggi dicono che, per rispettare i target di Parigi, il reddito pro capite dei paesi esportatori oil&gas si ridurrebbe in media del 75%. Qualcosa di impensabile sia per i “grandi” che hanno già lanciato transizioni che stentano a decollare (l’Arabia Saudita), sia per i “piccoli” alle porte di casa nostra (Libia), che rischiano di precipitare ulteriormente nel caos.
La strada, come detto, è lunga. Ma soprattutto lastricata di insidie.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Iran, vincere facile. Su ispionline.it
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🌎 BRASILE: ORE CONTATE PER BOLSOVIRUS?

🇧🇷 Stato di accusa
La protesta cresce. Questo weekend migliaia di persone hanno manifestato in tutto il Brasile: soprattutto davanti al Congresso, chiedendo che il presidente Bolsonaro (che da tempo si oppone a lockdown, mascherine e vaccinazioni) venga messo in stato di accusa.
Solo un mese fa il Congresso brasiliano ha avviato un’indagine sulla gestione della pandemia che potrebbe portare proprio all’impeachment di Bolsonaro. Se succedesse sarebbe il terzo presidente a fare questa fine, dopo Fernando Collor nel 1992 e Dilma Rousseff nel 2016. Ma anche senza impeachment, le fortune elettorali del presidente sembrano ormai una cosa del passato.

🦠 Fuori controllo (ancora)
270.000. Sono i decessi ufficiali causati dal coronavirus in Brasile da inizio anno, quasi 2.000 al giorno. Che salgono quasi a mezzo milione da inizio pandemia.
Bolsonaro avrebbe ostacolato l’avvio della campagna vaccinale brasiliana, stando ad alcuni dirigenti farmaceutici che hanno testimoniato contro di lui. Ad oggi, ormai il 22% dei brasiliani ha ricevuto almeno una dose di vaccino: una quota simile a quella degli argentini che, come il Brasile, sono alle prese con la peggiore ondata da inizio pandemia.
Un numero di morti ancora così alto, in Brasile e in Argentina, è la spia di quanto diffusa sia l’infezione: lì neppure il vaccino, al momento, riesce a scalfire l’andamento di contagi e decessi. Soprattutto tra gli strati meno abbienti della popolazione, più esposti al rischio di contagio e con minore accesso ai vaccini.

🗳 Bolsonaro out?
Con l’elezione di Biden e la “conversione” di Boris Johnson, Bolsonaro è ormai rimasto tra i pochissimi leader in carica a negare – ancora oggi – la gravità della pandemia. Sarà forse anche per questo che ora il 45% dei brasiliani giudica la sua azione “negativa” o “terribile”.
E da quando lo scorso marzo la Corte suprema ha riabilitato Lula, l'ex presidente guida nettamente nei sondaggi per le elezioni dell’anno prossimo: il 40% dei brasiliani dichiara che voterebbe per lui, contro solo il 27% che si schiera a favore di Bolsonaro.
Mentre le presidenziali del 2022 si avvicinano sempre più, non sembra quindi arrestarsi l'inesorabile "caduta dall'Olimpo" di Bolsonaro.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele, un governo senza Netanyahu. Su ispionline.it
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