ISPI - Geopolitica
27.6K subscribers
1.76K photos
1.82K links
Resta aggiornato sulle ultime analisi e discussioni sulla politica internazionale, le crisi globali e le dinamiche geopolitiche direttamente dalla voce autorevole dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

www.ispionline.it
Download Telegram
🌏 I 100 GIORNI DEL MYANMAR

🇲🇲 Il golpe (già) dimenticato
Martedì sono trascorsi 100 giorni dal colpo di stato del 1° febbraio in Myanmar. La giornata è stata segnata da manifestazioni, marce e proteste in gran parte del paese, a dimostrazione che il regime militare fatica ancora a mantenere un saldo controllo sulla popolazione. Ma l’Occidente non sembra essersene accorto: dopo il clamore iniziale, le proteste sembrano finite nel dimenticatoio.
Eppure, la repressione violenta dell’esercito a oggi ha causato almeno 785 vittime e si è accompagnata all’arresto di 3.800 persone. Cosa accade in Myanmar?

⚔️ Guerra civile “frozen“?
“Ci sono chiari echi di ciò che è successo in Siria”, ha detto Michelle Bachelet, inviata Onu per i diritti umani. Si riferiva alla possibilità che le proteste pro-democrazia si trasformino in guerra civile.
Un rischio concreto per un paese composto per un terzo da minoranze etniche, in lotta con il governo centrale da ben prima del golpe. Golpe che, tra l’altro, causerà una recessione del 20% quest’anno e che potrebbe gettare più di 3 milioni di persone nella povertà.
In effetti una forma organizzata di “resistenza” sembrerebbe già esserci: le Forze della difesa del popolo che sostengono l’opposizione anti-golpe del Governo di unità nazionale (NUG). Ma alla repressione violenta sono seguiti soprattutto episodi di disobbedienza civile. La lotta armata, per ora, sembra lontana.

🇸🇾 Lo spettro della Siria
Di certo il riferimento alla Siria funziona allargando la visuale. Come in Siria nel 2011, la comunità internazionale resta spaccata e non interviene. A marzo i ministri della Difesa di 12 paesi (Italia inclusa) avevano condannato la repressione, Ue e Usa avevano imposto sanzioni e Biden aveva denunciato il “regno del terrore”.
Intanto il regime va alla ricerca di sostegno estero. Che, come in Siria, trova (anche se più freddo e meno “armato”) nella Russia. Mosca ha bloccato la condanna e le sanzioni dell’Onu. E, dopo essere diventata il secondo esportatore di armi verso il paese (dopo la Cina), a marzo ha inviato il Viceministro della Difesa proprio nel pieno della repressione.
Così, mentre i riflettori del Cremlino rimangono accesi, quelli del "mondo libero" si sono già spenti.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Gaza, un vecchio nuovo conflitto. Su ispionline.it
🌍 ISRAELE: ATTACCO DI TERRA SU GAZA. ANZI NO

🪖 “Avanti l’esercito"
“I soldati israeliani stanno attualmente attaccando nella striscia di Gaza”. Sembrava la notizia di un’invasione israeliana, o quantomeno di un’incursione, invece si è trattato di un clamoroso errore di comunicazione dell’esercito israeliano. Che pure ha schierato migliaia di soldati al confine con Gaza, ha richiamato 14.000 riservisti e sta conducendo attacchi con arsenale di terra (oltre che aereo e navale).
È dal 2014 che gli israeliani non lanciano un’incursione terrestre su Gaza. In quel caso l’operazione portò alla morte di 2.000 palestinesi e 73 israeliani. Ma anche oggi il bilancio si aggrava di ora in ora: dall’inizio delle ostilità tra i palestinesi si contano 120 morti e più di 600 feriti.

🗺️ Diplomazia: eppur si muove?
Di fronte all’inasprimento del conflitto, la comunità internazionale non sta più a guardare. Biden, inizialmente cauto, ha prima chiesto ad altri paesi arabi (tra cui Egitto, Giordania e Qatar) di tentare una mediazione e ora ha spedito direttamente nella regione il suo inviato per il conflitto israelo-palestinese, Hady Amr. In una chiamata tra i due, Putin e il segretario generale dell’Onu Guterres hanno invitato alla calma e chiesto un cessate il fuoco.
Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, spesso bloccato da veti incrociati, ha deciso di tenere la propria riunione a domenica per tentare di arrivare a una risoluzione di compromesso.

⚔️ La guerra nella guerra?Sinagoghe e negozi arabi dati alle fiamme, ronde armate, pestaggi. In Israele sembra crescere il rischio di una guerra civile tra ebrei e arabi israeliani. A Lod e Acri, cittadine israeliane con una forte presenza araba, alcuni scontri sono stati molto violenti. In tutta Israele gli arresti sono stati almeno 600 e Netanyahu ha proposto di introdurre “arresti amministrativi, che permetterebbero la detenzione indefinita dei “soggetti pericolosi”.
I disordini hanno anche profondi risvolti politici. Fino a ieri la Lista Araba Unita, il partito che rappresenta la minoranza araba, stava negoziando con l’opposizione per formare un governo anti-Netanyahu. Ora invece Naftali Bennett, un oppositore “da destra” di Netanyahu, propone a “Bibi” addirittura la formazione di un governo di unità nazionale.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Etiopia, la guerra che il mondo non vuole vedere. Su ispionline.it
🌏 CINA: NON VOGLIO MICA LA LUNA...

🇨🇳 Il pianeta “rosso”
Un altro passo nella corsa cinese allo spazio: sabato scorso il rover Zhurong è atterrato con successo sulla superficie di Marte. Fino a oggi solo gli Stati Uniti c’erano riusciti, mentre tutte le altre missioni che avevano tentato l’impresa si erano schiantate sulla superficie marziana o avevano perso contatto con il rover una volta atterrato.
La sonda Tianwen-1 (letteralmente, “Domande al Cielo”) che ha portato il rover cinese su Marte era partita a luglio dell’anno scorso. L’atterraggio è avvenuto a meno di tre mesi dall’arrivo su Marte del rover statunitense Perseverance.

👩‍🚀 Spazio vitale
La corsa allo spazio cinese è carica di significati nazionalistici e geopolitici. Per esempio, il razzo che ha spinto la sonda “marziana” nello spazio si chiama Lunga Marcia 5, come la ritirata strategica dell’Armata rossa nel 1934.
Il nome esplicita un obiettivo: Pechino vuole ritagliarsi il proprio angolo di cielo. Perché le tecnologie spaziali sono dual use, si possono cioè utilizzare per fini civili o militari (anche sulla Terra). Sarà anche per questo che nel 2018 la Cina ha lanciato più satelliti di ogni altro paese.
Nonostante la “fretta” della Cina, il gap tecnologico tra Pechino e Washington rimane ancora grande. Il programma spaziale americano ha un budget di 48 miliardi l’anno, contro gli 11 di quello cinese.

🚀 Ingorgo spaziale
Intanto, lo spazio è un luogo sempre più affollato. Accanto agli attori pubblici aumentano quelli privati, che riducono i costi e propongono soluzioni innovative (come lo SpaceX di Elon Musk). Ma, soprattutto, cresce il numero di paesi con un programma spaziale autonomo, dall’India agli Emirati Arabi Uniti.
Non solo: gli stati che corrono verso lo spazio lo fanno sempre più da soli. Sono lontani i giorni della Stazione spaziale internazionale, progetto congiunto Usa-Russia-Ue-Giappone-Canada, che potrebbe essere mandato in pensione già dal 2024. Adesso Mosca punta a costruirsi la propria stazione autonoma, e così Pechino e New Delhi.
Un salto indietro a prima del 1989 (dall’era della cooperazione multilaterale a quella della guerra fredda) che ben racconta quanto la competizione per lo spazio rifletta ciò che accade sulla Terra.

Leggi anche: “Il Futuro dello Spazio”, il nuovo longread dell’ISPI: bit.ly/futurodellospazio

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Myanmar, un paese in bilico. Su ispionline.it
👍1
🌎 USA, ABORTO: L'OMBRA DI TRUMP

↪️ Virata a destra?
Un primo test. La Corte suprema americana ha deciso che si pronuncerà su una legge del Mississippi del 2018 che proibisce l’aborto dopo 15 settimane di gravidanza. Così l’attuale maggioranza conservatrice della Corte, portata più a destra dalle nomine di Trump, potrebbe decidere di rimettere in discussione la sentenza Roe v. Wade del 1973 che aveva legalizzato le interruzioni di gravidanza fino a 24 settimane dal concepimento.
Un’eventuale sentenza restrittiva potrebbe segnare un punto di svolta per la società americana, portando a una netta compressione di diritti considerati acquisiti da tempo.

⚖️ Politica e giustizia
La Corte suprema Usa è molto diversa dalla Corte costituzionale italiana. I 9 giudici americani sono di nomina puramente politica (li sceglie il Presidente e li conferma il Senato) e restano in carica a vita. In Italia, invece, i 15 giudici sono nominati in parti uguali dal Presidente della Repubblica (organo certamente meno “partigiano” del Presidente Usa), dal Parlamento e dalla magistratura, e restano in carica 9 anni.
Dai primi anni Settanta, la Corte suprema americana ha quasi sempre avuto una leggera maggioranza repubblicana. Ma la novità è arrivata con l'"ultimo atto" della presidenza Trump a ottobre: la scelta della giudice cattolica conservatrice Amy Coney Barrett, che ha portato la maggioranza repubblicana a un netto “6 contro 3”. La più ampia da trent’anni.

📝 Una sentenza già scritta?
Non necessariamente. È stata proprio questa Corte a maggioranza conservatrice a dichiarare costituzionale la “ObamaCare” odiata da Trump e a stabilire che le coppie dello stesso sesso possono sposarsi.
Tuttavia nell’ultimo decennio, ancora prima della nomina di Coney Barrett, la Corte suprema ha preso decisioni “conservatrici” più di tre volte su quattro. Un numero ben diverso rispetto alla “età dell’oro” democratica (1953-1964), quando la Corte prese decisioni conservatrici solo nel 34% dei casi. E, includendo Coney Barrett, 4 dei 6 giudici considerati più conservatori da quando esiste la Corte suprema sono in carica oggi.
Uno dei tanti indizi che il “ciclone Trump” è forse destinato a lasciare il segno sulla società americana ancora a lungo.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Israele-Gaza, diplomazia in panne. Su ispionline.it
🌍 MAROCCO-SPAGNA: MIGRANTI PER RITORSIONE?

🇪🇸 Assalto all’exclave
Più di 8.000 migranti sono arrivati in Spagna nel giro di due giorni. Sembra strano, ma lo hanno fatto senza metter piede su suolo europeo, almeno geograficamente: sono entrati a Ceuta che, come Melilla, è un’exclave spagnola in Nord Africa che confina con il Marocco.
Non è certo il primo “assalto” alle exclavi, da oltre vent’anni circondate da barriere protettive. Nell’ottobre 2005 centinaia di migranti tentarono di forzare la barriera di Ceuta. Il bilancio? 18 morti e oltre 50 feriti.
I tentativi sono all’ordine del giorno, ma numeri così alti in breve tempo non si erano mai visti. Così Madrid ha inviato l’esercito a Ceuta, il premier Sanchez ha visitato le due città e quasi 5.000 migranti sono già stati riportati in Marocco.

⚔️ Ritorsione politica?
Di certo non sarebbe la prima volta. Già dopo gli “accordi” Ue-Turchia del 2016, Erdogan ha più volte minacciato una ripresa dei flussi irregolari. A febbraio 2020 aveva addirittura dichiarato aperte le frontiere con la Grecia, provocando l’ammassarsi di migliaia di migranti al confine.
Anche il Marocco vuole lanciare un segnale? Forse. Solo un mese fa Madrid ha concesso a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario che combatte per l'indipendenza del Sahara occidentale dal Marocco, di curarsi in Spagna. In risposta Rabat aveva offerto asilo politico a Carles Puigdemont, l’ex leader catalano oggi in esilio.

🚨 Il campanello d’allarme
I flussi irregolari dall’Africa verso l'Europa sono in crescita da tempo. L’anno scorso gli sbarchi in Italia sono più che triplicati rispetto al 2019 (da 11.000 a 34.000). In Spagna da agosto a oggi più di 22.000 persone sono sbarcate sulle isole Canarie, il numero più alto dal 2006.
A parte le contingenze politiche, i flussi hanno cause strutturali, soprattutto economiche, che la pandemia ha esacerbato. La frenata della crescita mondiale ha generato milioni di nuovi poveri, in gran parte concentrati in Africa. In Tunisia il turismo, che contribuisce a più del 10% del PIL del paese, l'anno scorso si è contratto del 98%.
Così la pressione migratoria verso l’Europa cresce, mentre i confini europei restano chiusi. Una “tempesta perfetta”, pronta per essere strumentalizzata.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Giappone, dilemma olimpico. Su ispionline.it

Domani alle 18.00: Voto storico in Cile: si volta pagina? Iscriviti alla tavola rotonda ISPI qui: https://www.ispionline.it/votoincile
🌎 USA-RUSSIA: PROVE DI DISGELO (CON UN OCCHIO ALLA GERMANIA)

Sanzioni sospese
Ieri il segretario di stato americano, Antony Blinken, ha annunciato lo stop alle sanzioni Usa sul raddoppio del gasdotto Nord Stream, come segno di amicizia per Berlino e di apertura verso Mosca. Ciò che Blinken non ha detto è che si tratta di una sospensione limitata e parziale.
Il Nord Stream, operativo da un decennio, trasporta gas naturale dalla Russia verso l’Europa attraversando il mar Baltico e aggirando così Bielorussia e Ucraina, due paesi di transito. Al raddoppio la Germania e la Russia lavorano da anni, tra polemiche e diffidenze sia in Europa, sia oltreoceano.

🧊 Kiev: lasciati al freddo?
5%: è la percentuale di tubi che manca per completare il raddoppio di Nord Stream. Dal 2011 il gasdotto permette di trasportare ogni anno fino a 55 miliardi di metri cubi di gas (Gmc). Un suo raddoppio gli permetterebbe di superare la portata massima del gasdotto che attraversa l’Ucraina (100 Gmc), ironicamente chiamato Druzhba (“amicizia” in russo).
Così, Kiev teme di “rimanere a secco”: con il raddoppio la Russia acquisterebbe la capacità di tagliare le forniture all’Ucraina senza colpire l'Europa. Per Kiev, dal 2014 in conflitto aperto con Mosca, significherebbe rischiare così che l'Ue smetta di interpretare la sicurezza dell’Ucraina anche come sicurezza per i paesi europei (dipendenti dal gas russo).

Solo uno spiraglio?
La Germania ha tirato un sospiro di sollievo, grazie al gesto che riavvicina così Berlino e Washington. Ma in realtà la disputa è tutt’altro che chiusa. La sospensione delle sanzioni è temporanea (90 giorni) e parziale: riguarda la compagnia che gestisce il progetto, ma non le navi russe che posano i tubi.
Inoltre, la timida apertura di Biden ha incontrato forti critiche bipartisan a Washington. Da anni, infatti, l’opposizione al raddoppio di Nord Stream è uno dei pochi temi che mette d’accordo tutti negli Usa: è stato infatti proprio Trump, lo scorso gennaio, a imporre le sanzioni sulle navi russe che Biden non ha sospeso.
Non a caso Biden ha dichiarato che gli Usa “continueranno a opporsi al completamento del progetto”. Segno che dopo la “carota”, ancora una volta, potrebbe arrivare il “bastone”.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Green pass, scontro europeo. Su ispionline.it
Il mondo in tasca: invita i tuoi amici

Ti piace il servizio Telegram dell'ISPI? Invita anche i tuoi amici a unirsi al canale per ricevere un'analisi e un'infografica al giorno sul mondo che cambia.

Per farlo, basterà inviare loro questo link: https://t.me/ispionline
🌍 BEYOND ISRAELE-PALESTINE: I VERI FRONTI DI BIDEN

🕊️ Il fuoco cessa (per ora)
232 morti palestinesi, 12 israeliani, 156 edifici rasi al suolo a Gaza. Questo il bilancio di undici giorni di conflitto tra Israele e Hamas, fino al cessate il fuoco di stanotte (che, per il momento, sembra reggere).
Una tregua raggiunta grazie alla mediazione dell’Egitto, ma anche all’"ora basta" sussurrato mercoledì da Biden a Netanyahu. Gaza festeggia per quella che sembra essere la fine delle peggiori violenze dal 2014 (che allora durarono sette settimane). Ma Hamas ha già avvertito Israele (“abbiamo il dito sul grilletto”) e Tel Aviv non esclude ulteriori azioni.

🇺🇸 Usa: la mente altrove...
Malgrado le spinte perché cessasse il conflitto, gli Usa di Biden sembrano sempre più lontani dal Medio Oriente. Lontananza dovuta alla disillusione (o realismo?) della nuova amministrazione, che diversamente dalle tre precedenti non ha mai promesso soluzioni rapide. Ma anche ai tanti altri dossier che Washington considera più urgenti.
Mercoledì il segretario di stato americano Blinken era in Groenlandia per un meeting del Consiglio Artico, dove imperversa la corsa per rotte e risorse. Una buona occasione anche per un primo incontro con il suo omologo russo Lavrov, nel tentativo (riuscito) di abbassare la tensione tra le due potenze. E oggi proprio Biden vedrà il presidente sudcoreano per parlare, tra le altre cose, di Cina e Corea del Nord.
Un’agenda fitta, da cui il Medio Oriente sembra sparito.

🌅 Nulla come prima
Intanto, la Palestina “abbandonata” dagli Usa potrebbe essere a un punto di non ritorno: il conflitto sembra sancire il definitivo tramonto della “soluzione dei due Stati”. Le violenze dimostrano l’inconciliabilità delle posizioni, mentre la progressiva occupazione israeliana della Cisgiordania rende sempre meno realistica la possibilità di uno “Stato palestinese”.
Negli Usa, invece, il conflitto ha reso evidenti i rapidi cambiamenti nel campo democratico. Se un tempo entrambi i partiti americani erano più vicini a Israele, oggi i democratici sembrano sempre più sensibili alla causa palestinese. Anche per le analogie con le tensioni razziali negli Usa.
A Biden non resta che la ricerca di un difficile equilibrio, cercando di non trasformare anche il "campo" democratico, in un campo di battaglia tra schieramenti opposti.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Global Health Summit, l’Italia torna protagonista. Su ispionline.it
1
🌍 ACCORDO EUROPA-CINA: IL PARLAMENTO UE “VOTA” BIDEN?

🇪🇺 Il simbolo dell’Europa “autonoma”
Negoziato dal 2013, annunciato in pompa magna a fine 2020, messo nel congelatore settimana scorsa. Venerdì il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che sospende la ratifica dell’accordo Cina-Ue sugli investimenti (CAI), che avrebbe dovuto tutelare meglio capitali e proprietà intellettuale europei in Cina.
L’accordo, annunciato proprio durante la staffetta Trump-Biden, sembrava segnalare maggiore “autonomia strategica” di Bruxelles da Washington, con l'Europa che avrebbe assunto una posizione più equidistante rispetto a Pechino.

Arriva Biden: fermi tutti?
Solo a dicembre Biden aveva “caldamente sconsigliato” di siglare l’accordo con la Cina. Sembrava però dovesse finire come nel 2014, quando nonostante il “no” di Obama alla Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture a “guida” cinese, prima Londra e poi altri 18 paesi Ue (Italia inclusa) avevano deciso di farne parte.
A dire il vero, neanche questa volta l’avvertimento degli Stati Uniti è stato determinante: è stato il Parlamento Ue - che ha sempre avuto molti dubbi sull’accordo - a bocciarlo. I parlamentari avevano chiesto che nell’accordo si inserisse la condanna dei lavori forzati. Poi a marzo, dopo che l’Ue aveva imposto sanzioni su Pechino (per violazioni dei diritti umani nello Xinjiang) la Cina aveva risposto sanzionando cinque membri del Parlamento europeo. Così siamo arrivati al voto di venerdì.
Autonomia strategica sì, ma non a ogni costo.

🇨🇳 ...e le stelle non stanno a guardate
Se le relazioni Ue-Cina sono in fase calante, non si può dire altrettanto per quelle tra Pechino e Mosca, almeno secondo Putin, che settimana scorsa le ha dichiarate ai “migliori livelli di sempre”. Proprio mentre Xi Jinping chiedeva a gran voce una “partnership strategica” di lungo periodo tra i due paesi e inviava una delegazione cinese visita Mosca per una tre giorni di dialogo iniziata oggi.
Malgrado non sempre le due potenze abbiano interessi simili (come in Asia centrale o sull’Artico), il fronte sembra sempre più compatto. E in uno scacchiere internazionale che va complicandosi l’equidistanza non sempre può essere considerata un valore.
Sarà anche per questo che la prima prova di “autonomia strategica” europea si è conclusa in un nulla di fatto.

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Bielorussia, dirottamento di Stato. Su ispionline.it
🌍 EU-BIELORUSSIA: NESSUNO VOLI SUL CIELO DI LUKASHENKO

✈️ No flight, sorry
Ieri il Consiglio europeo ha dato mandato ai ministri Ue di imporre nuove sanzioni sulla Bielorussia. La decisione arriva dopo il dirottamento di un volo Grecia-Lituania, fatto atterrare a Minsk da Lukashenko per arrestare il dissidente Roman Protasevich e la sua compagna. Le sanzioni europee dovrebbero vietare il sorvolo dello spazio aereo europeo da parte di compagnie bielorusse, ed essere accompagnate da misure economiche mirate.
La reazione dell’Ue è stata rapida, anche perché l’intercettazione di un aereo civile ha pochi precedenti persino durante la guerra fredda. Difficile, al momento, capire se sia stata incisiva: gli strumenti a disposizione dell’Europa sono comunque limitati.

🇧🇾 E ora?
Per l’Europa quella di Minsk resta una spina nel fianco, e ora la ferita si è riaperta. Le pressioni Ue su Lukashenko si sono rivelate inefficaci, l’opposizione appare demoralizzata e meno attiva, e le voci critiche al regime restano in carcere o in esilio. E la repressione continua: Lukashenko ha appena varato una legge che di fatto vieta le proteste e “silenzia” la stampa.
Ma c’è di più. Il ruolo di Mosca nel dirottamento sembra esser stato diretto: quattro dei sei agenti presenti sull’aereo su cui viaggiava Protasevich sarebbero russi. Anche per questo la reazione del Consiglio europeo non si è fatta attendere, con la condanna delle “attività illegali, provocatorie e destabilizzanti della Russia contro l'UE”. Tuttavia Mosca, già sotto sanzioni per il ruolo del Cremlino nell’avvelenamento e poi arresto di Navalny, non sembra temere ulteriori ritorsioni.

⚖️ Non solo Bielorussia...
L’affaire bielorusso ha sconvolto l’agenda dei leader europei, ma soprattutto quella dell’Italia, che sperava di riportare sul tavolo il tema migranti. Con il fallimento degli accordi di Malta (meno di mille migranti ricollocati in altri paesi Ue su 45.000 sbarcati), Roma è alla ricerca di un rilancio della redistribuzione su base volontaria e di soluzioni alternative, come un nuovo accordo diretto con la Libia. Ma i 27 governi Ue restano divisi, e il dirottamento ha offerto un’ottima scusa per relegare le migrazioni ai tavoli bilaterali (come l’incontro Draghi-Macron).
Se ne riparla più seriamente, forse, a fine giugno, quando potrebbe essere già troppo tardi.

Giovedì 27 alle 18.00 l’evento ISPI “Bielorussia: prove di forza nei cieli d’Europa”. Iscriviti qui: https://www.ispionline.it/dirottamentobielorussia

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Mali, di golpe in golpe. Su ispionline.it
🌎 BIDEN-PUTIN: “SEE YOU IN GENEVA”

🇷🇺 🇺🇸 When Vladimir met Joe
Alla fine si farà, e anche a stretto giro. Il summit tra Usa-Russia, proposto dal presidente americano ad aprile, si terrà a Ginevra il 16 giugno. Il vertice si inserisce in un’agenda già fitta di impegni per Biden, occupato in un “tour europeo” che comprende nell’arco di una settimana il G7 britannico, un summit Nato e uno con l’Ue.
Multilateralismo tra democrazie e alleati, insomma. Al quale, adesso, si accoda l’incontro con la persona che solo due mesi fa Biden aveva definito “killer”.

🔄 Ritorno alla “normalità”...
Il summit sarà utile per stemperare le tensioni, non da ultimo quelle sul dirottamento dell’aereo in Bielorussia. Ma sia la Casa Bianca, sia il Cremlino hanno già abbassato le aspettative, dichiarando di non attendersi svolte.
Di certo sarà un clima diverso rispetto a quello del 2009, quando Obama (con Biden vicepresidente) aveva offerto un “reset” delle relazioni. Quel reset non ci fu, e l’Ucraina e la Siria sono lì a dimostrarlo. Ma sarà altrettanto diverso rispetto al “cameratismo” del vertice Trump-Putin del 2018, accolto con sconcerto bipartisan a Washington e malumori tra gli alleati Nato.

… ma sarà vera “normalità”?
Sul tavolo ci saranno pandemia, clima, e nucleare: temi trasversali su cui una convergenza è in teoria possibile. E quale città migliore di Ginevra, luogo simbolo di molti trattati internazionali (su guerra e rifugiati), per tentare di trovare una quadra?
Ma sarà dura. L’ultimo vertice Washington-Mosca tenutosi a Ginevra risale al 1985: c’erano Reagan e Gorbachev, la guerra fredda era in fase calante, eppure già allora di risultati se ne videro pochi. In più, oggi Mosca è più attiva che mai e si è ormai perso il conto delle azioni provocatorie: dall’avvelenamento e arresto di Navalny al ruolo di Mosca nel dirottamento del volo in Bielorussia, dalle tensioni militari al confine ucraino ai cyberattacchi che partono dal suo territorio diretti verso gli Usa (SolarWinds e Colonial Pipeline).
Se il luogo dell’incontro è di buon auspicio, difficile che il summit porti a una vera svolta...

Giovedì 27 maggio alle 18 l’evento “Bielorussia: prove di forza nei cieli d’Europa”. Iscriviti qui: https://www.ispionline.it/dirottamentobielorussia

Nell’ISPI Daily Focus di questa sera: Libia, gioco di sponda. Su ispionline.it