ISPI - Geopolitica
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🌏 CINA: IN DEBITO DI CRESCITA

🐲Fra ambizione e realtà
+5%: è l’obiettivo di crescita economica per il 2023 annunciato ieri al Congresso Nazionale del Popolo, il più basso da decenni. Ufficialmente, le ambizioni sono state ridimensionate per dare priorità alla stabilità economica del Paese. Ma il cambiamento potrebbe celare ragioni più profonde, come le “incertezze esterne” (leggasi Ucraina, ma soprattutto la guerra tecno-commerciale con gli Stati Uniti). Ma anche (e soprattutto) significativi squilibri interni.
Dopo le regolamentazioni (e purghe) del settore privato dello scorso anno, nelle ultime settimane sono aumentate le “azioni anticorruzione” nella finanza. Insomma, crescere meno per “educarne cento”?

🔮Crescere, ma come?
Può darsi, visto che Pechino dovrà (meglio prima che dopo) fare i conti l’elevato debito degli enti locali, cresciuto a dismisura durante la pandemia: i prestiti municipali hanno ormai raggiunto un valore pari al 280% delle loro entrate, praticamente dieci volte il debito cinese sul PIL (21%). E mentre quest’ultimo rimane “pulito” agli occhi del mondo, in Cina gli enti locali faticano a pagare gli interessi, ormai pari all'11% delle entrate (in Italia, il Paese più indebitato del G7, gli interessi sono “solo” il 3,5% del PIL).
E con il debito che frena la crescita, la domanda è come rendere sostenibile la crescita cinese, il cui motore storico – l'attività manufatturiera – è in calo ormai da anni. Fra la diminuzione della popolazione attiva (dovuta a un basso tasso di natalità) e l’aumento dei salari, il manifatturiero cinese ha infatti perso l’attrattività che lo caratterizzava negli anni del boom economico.
Riuscirà Pechino a generare nuova crescita, o crescerà generando nuovo debito?

🔥L'incubo europeo
E mentre il mondo attende la ripresa del gigante cinese, in Europa i sentimenti sono contrastanti: certo, l’industria europea beneficerebbe della ripresa cinese, ma con la produzione aumenterebbe anche il consumo di Gnl, spingendone verso l’alto il prezzo. L’approssimarsi della fine dell’inverno e gli stoccaggi europei più pieni del previsto hanno fatto quasi dimenticare la crisi energetica. Ma proprio quegli stoccaggi l’anno scorso si sono riempiti grazie al Gnl inutilizzato dalle industrie cinese, al tempo delle chiusure per lockdown.
Oltre a quella economica, l’Occidente guarda con preoccupazione anche a un’altra “crescita” cinese: quella delle spese per la difesa, che nel 2023 aumenteranno del 7,2%. Insieme al timore che Pechino decida di vendere armi a Mosca. Ci aspetta una nuova estate di fuoco?

📚Che impatto ha avuto l’ascesa della Cina sulle relazioni internazionali e sulla tenuta dell’ordine globale? Scoprilo il 17 marzo nel nuovo corso online della ISPI School. Ultimi giorni per iscriversi: https://www.ispionline.it/it/corsi/dalla-grande-divergenza-alla-grande-convergenza-il-mondo-euroatlantico-e-la-sfida-cinese-36946

👉🇮🇷Dopo mesi di repressioni, le studentesse iraniane sono vittime di intossicazioni di massa e c’è chi sospetta una ‘vendetta’ del regime per le proteste. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-allultimo-respiro-119613
🌍UE: STOP AL MOTORE TERMICO IN PANNE

⚠️ All’ultimo momento
Il divieto di vendita di nuove auto a benzina e diesel a partire dal 2035 sembrava un affare fatto e doveva essere votato proprio oggi. A metà febbraio, il Parlamento europeo aveva infatti approvato il regolamento sul tema concordato con il Consiglio dell’Unione, che aveva a sua volta già dato un primo assenso informale e oggi avrebbe dovuto dare quello definitivo.
Un passaggio considerato una formalità. Ma, a sorpresa, la maggioranza qualificata necessaria per l’approvazione è venuta a mancare: al voto contrario della Polonia e all'astensione della Bulgaria si è aggiunta l’opposizione di Germania e Italia. Ecco perché la presidenza svedese del Consiglio ha preferito rimandare il voto a data da destinarsi. Ovvero fino a quando il governo tedesco non riceverà le garanzie richieste sull’inclusione dei carburanti sintetici (e-fuel) tra quelli accettati post-2035.

🚗 Das auto
La normativa attualmente proposta prevede una sezione non vincolante in cui si afferma che la Commissione proporrà un accordo per autorizzare la vendita di veicoli alimentati con e-fuel dopo il 2035. Ma il governo tedesco, e in particolare i liberali del FDP, chiedono che tale impegno diventi vincolante. La salvezza del motore termico è infatti uno dei cavalli di battaglia del partito, che l’ha fatta inserire nell’accordo di coalizione del governo tedesco.
La stessa coalizione che, però, negli scorsi mesi si è dimostrata tutt’altro che unita sulle forniture di armi all’Ucraina. Per evitare così nuovi screzi con gli alleati, e vista l’inflessibilità del FDP nel rivedere le sue posizioni, specie dopo le sconfitte incassate nelle regionali dello scorso anno, Scholz è stato quindi ben felice di trovare una sponda nell’Italia, che condivide le stesse perplessità tedesche sul puntare solo sull’elettrico.

💰Il costo delle scelte
Per molti Paesi dell’UE, specialmente quelli dell’Est Europa, il settore automobilistico rappresenta quasi il 15% del totale dell’occupazione manifatturiera. Il numero delle componenti di un’auto elettrica è poi in media del 30% inferiore a quello di un'auto con motore termico. Di conseguenza, vietare la vendita di nuovi veicoli a combustione interna negli anni a venire non è una decisione politicamente (ed economicamente) facile da prendere.
Molti dei principali produttori del settore, tra cui Audi e Mercedes-Benz, hanno già annunciato l’intenzione di rendere la propria flotta di veicoli totalmente elettrica anche prima del 2035. Una scelta che rischia però di accrescere la dipendenza europea dalla Cina, leader in tutta la catena del valore delle batterie elettriche. Pechino ha infatti la quota di mercato maggioritaria a livello mondiale nella lavorazione dei principali metalli del ciclo produttivo, e nella produzione di batterie (56%).
Quale costo l’UE è disposta a pagare per raggiungere i suoi obiettivi ambientali?

🔴Dopo mesi di proteste, in Iran centinaia di studentesse sono vittime di intossicazioni di massa. Cosa sta accadendo? Proseguiranno le manifestazioni contro il regime, nonostante tutto? Ne parliamo oggi nella tavola rotonda ISPI alle ore 18.10. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/evento/iran-la-rivolta-delle-donne

👉🇫🇷 Sciopero generale in Francia oggi contro la riforma delle pensioni voluta da Emmanuel Macron. I sindacati minacciano di ‘bloccare il paese’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-muro-contro-muro-sulle-pensioni-119835
🌍 UE: INCONTRI CRITICI 

🇺🇸🇪🇺 La strana coppia 
Dopo l’incontro di ieri con il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è ora attesa negli Stati Uniti, dove venerdì incontrerà il Presidente Joe Biden. Al centro dei colloqui la transizione ecologica, con il capo dell’esecutivo europeo che cercherà di convincere gli americani a collaborare per la produzione di materie prime strategiche, essenziali per l’industria verde. 
Un viaggio che arriva a pochi giorni dalla pubblicazione, prevista per martedì prossimo, del Net-Zero Industry Act (NZIA), ovvero i nuovi sussidi europei in risposta alle sovvenzioni all’industria verde promosse da Washington (parte dell’Inflation Reduction Act, IRA), e che hanno aumentato gli attriti tra Usa e partner europei. 
Insomma, l’Unione europea è a un bivio: con Washington sarà guerra o pace? 

🇨🇳 Fattore “Xi” 
In fondo, quello delle materie prime critiche è un problema che accomuna l’Occidente. La loro fornitura mondiale è monopolizzata dalla Cina, che fornisce all’Ue il 95% delle terre rare, malgrado Bruxelles la definisca una “rivale sistemica” dal 2020. Anche per questo, con il Critical Raw Materials Act (presentato anch’esso martedì), la Commissione punta entro il 2030 a produrre in Ue almeno il 10% delle materie prime critiche e a lavorarne almeno il 40% del proprio fabbisogno. Oltre a limitare le importazioni da un singolo paese a un massimo del 70% per ogni materiale, una clausola che sembra chiamare direttamente in causa Pechino.  
E qui i problemi sono essenzialmente due: ottenere i permessi per costruire impianti che producono tecnologie a zero emissioni può richiedere dai 2 ai 7 anni. La Commissione insiste che si possano ridurre a uno, ma gli ambientalisti temono ripercussioni su biodiversità e inquinamento idrico. Che però, in fondo, potrebbero essere anche peggiori in Cina. Contraddizioni europee? 

💶 Il libero mercato dei sussidi 
Accanto alle critiche degli ambientalisti ci sono anche valutazioni strettamente economiche. Anche se quello della Commissione sembra un piano ambizioso per ridurre i rischi di approvvigionamento di materie prime strategiche cruciali per il successo della transizione verde, l’estrazione (e la lavorazione) dei minerali richiede un’ingente quantità di energia
Questo rende il processo poco conveniente ai Paesi Ue, soprattutto in questi mesi di crisi con la Russia. Le attività andrebbero così sussidiate a suon di miliardi di euro. Si ripropone, insomma, l’antico dilemma riportato in auge dall’invasione dell’Ucraina: quanto possiamo permetterci di spendere in più per garantirci maggiore sicurezza nell’approvvigionamento delle risorse? Quanto “vale” oggi l'indipendenza strategica? 

👉♀️Nella Giornata internazionale delle donne, l’Onu lancia l’allarme: “diritti sotto attacco in tutto il mondo”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/l8-marzo-e-la-lotta-delle-donne-120007
 
🏫 Le sfide della politica e dell’economia globale ci portano a un imperativo: un nuovo modello di sviluppo non può non tener conto dell’apporto delle donne e della garanzia dei loro diritti. Ma come raggiungere questi obiettivi? Scoprilo il 31 marzo nel nuovo corso online della ISPI School. Ultima settimana per iscriversi: https://www.ispionline.it/it/corsi/parita-di-genere-e-womens-empowerment-modalita-web-live-37053
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🌍 MICROCHIP: AMSTERDAM CAPUT MUNDI? 

🇳🇱 Embargo tecnologico 
Anche i Paesi Bassi imporranno restrizioni alle esportazioni di semiconduttori: lo ha dichiarato ieri la ministra del Commercio olandese, Liesje Schreinemacher. Dopo mesi di negoziati, il presidente Biden è finalmente riuscito a convincere un titubante governo olandese a sposare la sua causa. Nodo del contendere, i macchinari per litografia ultravioletta (EUV e DUV) fondamentali per fabbricare i chip più avanzati e prodotti solo negli Stati Uniti, in Giappone e nei Paesi Bassi. 
Washington vorrebbe impedire a Pechino l’accesso ai macchinari, ma le restrizioni imposte dalla Casa Bianca lo scorso ottobre impediscono alle sole alle aziende statunitensi di esportare apparecchiature EUV (per le quali non esiste un’alternativa estera) in Cina. Mentre la società giapponese Tokyo Electron e quella olandese ASML sarebbero in grado di produrre strumenti sostitutivi nel giro di pochi mesi, rendendo vane le limitazioni dell’amministrazione americana. 

🇨🇳 Tallone d’Achille  
Chi invece non è in grado di fabbricare (almeno per ora) i macchinari per la produzione dei microchip più avanzati è la Cina, che deve importarli dai leader nel settore. Un punto debole nella catena di produzione cinese che Washington ha saputo sfruttare per provare a congelare l’avanzamento tecnologico di Pechino a processi a 14/16 nanometri (mentre l’americana Intel ha annunciato pochi giorni fa lo sviluppo di nodi da 1,8 nanometri).  
E con computer meno potenti, e un'abilità di calcolo limitata, si riduce anche la capacità di “addestrare” modelli di intelligenza artificiale, di produrre sistemi militari avanzati o di migliorare la velocità e l'accuratezza del suo processo decisionale, della pianificazione e della logistica militare. 

☁️ Falla nel sistema 
Dal canto suo, Pechino cerca soluzioni alternative per aggirare le sanzioni americane. Grazie ai servizi cloud, alcune imprese cinesi sembrerebbero comunque in grado di accedere a capacità di calcolo di ultima generazione. Insomma, se non li puoi acquistare, puoi sempre affittarli (e Washington dovrà chiedersi come tappare questa “falla”). 
Eppure, non tutti gli alleati guardano con favore alla strategia americana. In Corea del Sud, importanti produttori di microchip (Samsung, per esempio) sembrano interessati ai sussidi per avviarne la produzione in America, ma non vogliono rinunciare alle loro fabbriche in Cina (la legge Usa glielo vieterebbe per 10 anni). 
D’altronde, in un mondo si fa sempre più polarizzato, lo spazio per restare neutrali e puntare sul libero commercio si assottiglia sempre di più. 

🖥️ Ma cosa sono i microchip? E perché la competizione fra Stati Uniti e Cina ruota (anche) attorno a loro? Ne abbiamo parlato nel Longread di ISPI, “Il Futuro dei Microchip”. Leggilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5598  

👉 🇬🇪 Le proteste in Georgia mettono in luce le contraddizioni di un paese che aspira all’Europa ma è ancora legato all’orbita russa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/se-la-georgia-si-sente-europea-120159
🌍 UE: SPINTA ALLA TRANSIZIONE VERDE

🥕 Bastone e carota bio
La Commissione europea accelera per riuscire a centrare gli obiettivi di abbattimento delle emissioni previsti dal piano Fit for 55. Oggi ha raggiunto un accordo provvisorio con il Parlamento europeo e il Consiglio per rafforzare le regole comunitarie sull'efficienza energetica. Una volta che l’iter legislativo sarà completato, gli Stati membri saranno obbligati a risparmiare tra il 2024 e il 2030 una media annua pari all'1,49% del loro consumo finale di energia. Un bel salto rispetto all’attuale livello dello 0,8%.
Anche ai privati sarà chiesto di fare la loro parte. I sistemi di gestione dell'energia diventeranno un obbligo per le aziende più energivore. In caso queste non ottemperino, saranno soggette a un audit energetico. Introdotto poi anche uno schema di rendicontazione delle prestazioni energetiche dei grandi centri dati. Ma oltre a nuovi obblighi sono previsti anche nuovi sussidi.

It’s a match
L’abbattimento delle emissioni non passa solo dall’efficientamento energetico, ma anche da una politica industriale più aggressiva. La Commissione ha ieri presentato il nuovo regime temporaneo (fino a fine 2025) sugli aiuti di Stato nell’Unione, in risposta all’Inflation Reduction Act americano (IRA). La tempistica non è causale: Ursula von der Leyen sarà oggi alla Casa Bianca per discutere dell’impatto distorsivo dei ricchi sussidi previsti dall’IRA, che stanno convincendo più di una impresa nel campo delle tecnologie verdi a spostare la propria produzione dall’Europa agli USA.
Per evitare questo rischio, la Commissione ha proposto la cosiddetta matching clause: nei casi in cui il rischio di delocalizzazione sia elevato, gli Stati membri potranno offrire tanti sussidi quanto quelli offerti da un governo non europeo. Ma questa opportunità sarà riservata solo alle economie europee più piccole. Un compromesso per mantenere l’unità del mercato unico.

🥳 Giù le emissioni europee
Con questo rinnovato sforzo la Commissione vuole riaffermare il ruolo internazionale dell’UE come punto di riferimento nella lotta al cambiamento climatico, indebolito da alcune delle scelte adottate per affrancarsi dal gas russo. Come la riapertura da parte di alcuni Stati membri di centrali a carbone ormai in disuso. A cui però non è corrisposto un aumento del consumo europeo di carbone, in discesa dopo il picco annuo toccato a settembre 2022, comunque al di sotto dei livelli pre-Covid.
Nonostante la crisi energetica, nel 2022, le emissioni di CO2 nell’UE hanno infatti registrato un calo annuo del 2,5%. Mentre sono invece aumentate negli Stati Uniti (+0,8%) e a livello globale (+0,9%). Un risultato ottenuto in Europa grazie a un uso intensivo delle rinnovabili: il solare, tra maggio ad agosto, ha sostituto il 44% delle importazioni di gas russo nello stesso periodo del 2021.
Con la chiusura dei rubinetti da Mosca, si è chiusa una porta e si è aperto un portone?

🎙Da nove settimane Israele è percorso da vibranti proteste contro la riforma della giustizia proposta dal governo. Ma cosa vuole davvero Netanyahu? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-perche-si-protesta-cosi-tanto-contro-netanyahu-in-israele-120304

👉🇪🇺🇺🇸 Ursula von der Leyen oggi è a Washington per incontrare Joe Biden: l’obiettivo è stemperare le tensioni ed evitare una ‘guerra dei sussidi’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-europa-lira-della-discordia-120410
🌎 USA: SISTEMA BANCARIO SOTTO STRESS

🏦 California dreaming
Settimana difficile per il settore bancario statunitense, scosso da ben tre fallimenti di banche commerciali di primo piano. Mercoledì scorso è successo a Silvergate, un prestatore centrale per l'industria delle criptovalute, tra cui quell’FTX che nel giro di pochi mesi è passato dal valere 32 miliardi di dollari all’accusa di essere una frode su larga scala. Stessa sorte è toccata a Signature, anch’essa affondata da scommesse sulle criptovalute, da cui proveniva il 27% dei suoi depositi.
A far rumore è però la Silicon Valley Bank (SVB), punto di riferimento nel sostegno a startup e imprese tech della “Valley”: il cui fallimento è stato annunciato venerdì dopo perdite per 1,8 miliardi di dollari in una vendita di obbligazioni. Si tratta del secondo più grande crack di una banca commerciale nella storia americana. E il maggiore dal 2008.

💸 Whatever it takes
La crisi di SVB ha cancellato in pochi giorni oltre 100 miliardi di dollari di valore di mercato dalle banche statunitensi. Inevitabile che ci sia stato un immediato intervento delle autorità: gli istituti in crisi sono stati subito rilevati dall’agenzia federale che assicura i depositi, la FDIC. E l’amministrazione americana ha deciso che tutti i clienti degli istituti falliti non subiranno alcuna perdita, venendo così meno al limite di 250 mila dollari di garanzia federale dei depositi.
Misure rapide e molto generose dettate in parte da motivazioni politiche (il tessuto imprenditoriale della Silicon Valley è tra i principali finanziatori del Partito Democratico), ma soprattutto finanziarie: riportare la calma nel sistema bancario, evitare un effetto contagio e scongiurare i timori di una nuova crisi finanziaria.

📈 Non è una Lehman Brothers 2.0
Le differenze con il 2008 sono però sostanziali. SVB è la 16esima banca per ammontare dei depositi nel panorama americano, mentre Lehman Brothers era una delle principali banche di investimento di Wall Street. Inoltre, una delle principali eredità della crisi finanziaria è stata l’introduzione di requisiti di solidità del capitale per le banche molto più severi. Lehman fallì per la speculazione su mutui concessi a chiunque indipendentemente dal rischio di insolvenza. Il fallimento di SVB è invece legato ad investimenti in titoli del Tesoro USA, considerati i più sicuri al mondo.
Ma più la Fed aumenta i tassi di interesse più perdono di valore i titoli del Tesoro emessi negli scorsi anni di costo (quasi) zero del denaro. E SVB ne aveva per più di 100 miliardi di dollari nel suo bilancio con conseguenti gravi perdite quando, in crisi di liquidità, si è trovata costretta a venderli.
Mercoledì la Fed aumenterà nuovamente i tassi. Che i fallimenti di questi giorni la portino a essere meno falco?

👉🇮🇷 🇸🇦 Venerdì Iran e Arabia Saudita hanno annunciato un accordo per la riapertura delle relazioni diplomatiche: e la Cina alla ribalta sulla scena internazionale come mediatore in un’istantanea del mondo che cambia. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-ce-un-nuovo-attore-in-medio-oriente-120751
🌍EUROPA E RIFORME: ELETTRICITÀ STATICA

📄 Più contratti per tutti
Questo pomeriggio la Commissione europea ha presentato la sua proposta per le nuove regole del mercato dell'elettricità dell’Unione. Dopo aver fissato a €180/MWh il tetto ai ricavi di chi produce elettricità con rinnovabili o carbone, adesso la Commissione propone una riforma più articolata, che prova a limitare prezzi incentivando l’adozione di contratti più stabili e di medio e lungo termine.
Alla base della proposta sta proprio il funzionamento del mercato elettrico, in base al quale il prezzo dell’elettricità corrisponde al costo di produzione della fonte più costosa. Il problema? Quasi sempre si tratta del gas naturale, il cui prezzo negli ultimi due anni è esploso, trascinando al rialzo anche la bolletta dell’elettricità.
Ma non tutti in Europa sono convinti che si tratti di un problema. O che vi siano facili soluzioni.

💡Transizione in cortocircuito
L’opzione più semplice, alla fine trascurata dalla Commissione, sarebbe stata “disaccoppiare” i prezzi dell’energia elettrica prodotta con gas naturale da quella prodotta con fonti rinnovabili. Attraverso la creazione di due borse separate, si sarebbe infatti potuto limitare la volatilità del mercato. Ma in questo modo si ridurrebbero gli incentivi a installare più rinnovabili.
Già, perché, al momento, un prezzo unico (ed elevato) premia i produttori di elettricità con fonti rinnovabili. Questi ultimi, a fronte di alti costi d’investimento iniziali, hanno poi costi di produzione vicini allo zero. Situazione opposta rispetto ai produttori con fonti fossili, che devono invece pagare sia i combustibili che i certificati di emissione della CO2.
Chi vorrebbe disaccoppiare i prezzi non ha però tutti i torti: i prezzi altissimi sono sì un incentivo alla transizione, ma per installare e allacciare alla rete nuove rinnovabili occorre tempo. Intanto, chi è già sul mercato fa enormi profitti, e non è detto che li reinvestirà.

⚖️Tanto rumore per nulla?
Tra i sostenitori della riforma ci sono Spagna e Francia. Poco collegata al resto d’Europa e quasi indipendente dal gas russo, Madrid si chiede perché debba pagare per una crisi “di altri”. Parigi, invece, sa di poter approfittare del fatto che oltre il 70% della sua elettricità arriva dal nucleare, e solo il 6% con il gas.
Tra i contrari ci sono però Germania e Paesi Bassi. Stati che usano molto gas per generare elettricità, e dunque beneficerebbero meno di una riforma. Per difendere le loro posizioni, questi governi possono puntare alle opinioni di Acer, l’agenzia dei regolatori europei dell’energia, che ritiene che il sistema attuale sia il più efficace per minimizzare i prezzi senza disincentivare la transizione.
Forse anche per questo, le proposte della Commissione Ue sembrano molto annacquate: usare contratti di lungo periodo per smussare la volatilità dei prezzi. Riusciranno a mettere d’accordo tutti?

👉🇺🇸Il fallimento della Silicon Valley Bank fa tremare i mercati. E se in Europa il rischio contagio sembra scongiurato le conseguenze potrebbero farsi sentire comunque. Ne parliamo nell’ISPI Daily focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/grosso-guaio-in-silicon-valley-120917

🔴Fra Serbia e Kosovo è stato un anno di tensioni crescenti e continue. Oggi, Belgrado e Pristina stanno finalmente negoziando un nuovo accordo reciproco. Riuscirà a stabilizzare l’area? O la Russia ha interesse nel vedere nuovi conflitti sorgere nella zona? Ne parleremo domani nella tavola rotonda ISPI alle ore 15. Registrati e segui qui lo streaming:
https://www.ispionline.it/en/event/europe-and-russia-on-the-balkan-front
🌏 CINA: RIPRESA A DUE VELOCITÀ 

📈 Shopping fever 
Luci e ombre sull’economia cinese. La spesa dei consumatori cinesi è tornata a crescere nei primi due mesi del 2023, dopo un calo in ciascuno dei tre mesi precedenti, e nonostante a gennaio il Paese fosse nel pieno di un picco di infezioni da Covid. Anche la produzione industriale registra un aumento del 2,4% su base annua, ma meno delle previsioni della vigilia (2,6%).  
Gli investimenti in infrastrutture negli ultimi due mesi hanno registrato un'impennata del 9% rispetto all'anno precedente, ma trainati dai bazooka di investimenti pubblici degli scorsi mesi volti a sostenere l’economia in crisi. Insomma, la ripresa post-pandemia rischia di essere eccessivamente dipendente dal sostegno del governo e non è per ora così eclatante. Complici problemi strutturali sempre più evidenti. 

🏠 (Non) cerco casa disperatamente 
Il settore immobiliare continua a registrare dati in negativo, seppure in netto miglioramento rispetto agli ultimi disastrosi mesi. Gli investimenti immobiliari sono scesi del 3,6% su base annua (vs -12% di dicembre), del 3,6% le vendite di immobili (-31% a dicembre) e l'avvio di nuove costruzioni ha subito una contrazione del 9,4%.  
Gli altri due crucci di Pechino si chiamano disoccupazione giovanile e debito. Il 18% dei giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni rimane senza lavoro. Mentre il rapporto debito/Pil per gli enti locali ha raggiunto nel 2022 il valore record del 273,2%. Numeri che non precluderanno il raggiungimento del ben poco ambizioso obiettivo annuale di crescita del 5% fissato settimana scorsa. Ma che impongono più prudenza rispetto al passato nella gestione delle finanze pubbliche, in casa e all’estero.  

💰 Ridimensionamento 
Da quando Pechino ha lanciato il suo piano infrastrutturale globale, le principali otto maggiori banche statali cinesi hanno concesso prestiti verso il mondo per almeno 1600 miliardi di dollari, circa il 2% del PIL globale. Denaro fluito in gran parte verso l’Africa: secondo le stime della Banca Mondiale, la Cina detiene in media il 17% del debito estero dell’Africa subsahariana. Dove molti Paesi sono classificati dal Fondo Monetario Internazionale come “ad alto rischio di default”. 
Di fronte alle crescenti difficoltà a ottenere ritorni e rimborsi sul debito su un numero crescente di progetti, Pechino sta ora cambiando approccio: minor concessione di prestiti a Paesi già fortemente indebitati con la Cina; investimenti in progetti più contenuti e orientati alla transizione verde; priorità agli accordi con Paesi vicini o dall’alto valore strategico
Tra problemi strutturali interni e le difficoltà della Belt and Road, Pechino ha più di una gatta da pelare. 

🔴 Dal piano di pace per l’Ucraina alla mediazione tra Iran e Arabia Saudita, la Cina sembra aver avviato una nuova offensiva diplomatica nelle aree di conflitto più calde del mondo. Qual è l’obiettivo di Xi Jinping? Ne parliamo domani alle 18.00 in questa tavola rotonda: https://www.ispionline.it/it/evento/ucraina-iran-arabia-saudita-xi-alla-ricerca-di-una-pax-cinese  

👉 🇷🇺 È stato intercettato un jet russo vicino allo spazio aereo dell’Estonia. E dopo il drone abbattuto sul Mar Nero si teme il ‘casus belli’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-tensione-ad-alta-quota-121016
🌍BCE: TEMPI DIFFICILI

📈Tassi: avanti tutta
La BCE tira dritto e alza i tassi di interesse di altri 50 punti. Malgrado il fallimento della Silicon Valley Bank (SVB) di venerdì scorso, e il tonfo di Credit Suisse (CS) alla borsa di Zurigo di ieri, Francoforte prosegue la sua lotta contro la (ancora alta) inflazione.
Una decisione che, seppur ampiamente anticipata, sta facendo discutere: con l’aumento dei tassi di interesse scende il valore dei titoli emessi in passato e che oggi rendono molto meno, minacciando la stabilità finanziaria degli istituti di credito che ne abbiano troppi “in pancia”. È il caso di SVB, fallita per i troppi titoli del Tesoro USA. Ma non di CS: una banca sistemica e che, assicurano le autorità, continua a soddisfare i requisiti patrimoniali sanciti dagli accordi di Basilea.

🍎Cadono le mele marce?
Per evitare che la crisi di una banca contagi l’intero sistema finanziario come nel 2008, gli istituti di credito devono oggi dotarsi di risorse patrimoniali in eccesso (“buffer”) che garantiscono la normale attività bancaria in caso di perdite inattese. I cuscinetti, insieme alla ridotta esposizione alle obbligazioni di SVB da questa parte dell’oceano, hanno così limitato gli effetti del fallimento di SVB sui mercati europei.
Caso diverso quello di Credit Suisse: una crisi che ha fatto tremare le borse europee (solo a Milano bruciati €27 miliardi) ma che non è (almeno direttamente) connessa al fallimento di SVB. Investimenti sbagliati (Archegos e Greensill Capital) e buchi di bilancio hanno portato il suo maggior azionista (la Saudi National Bank) ad escludere un ulteriore aumento nelle quote azionarie della banca, portando al crollo dei titoli di ieri (-30%).
Cause diverse, dunque, ma c’è anche un’ulteriore distinzione: CS non può fallire.

Move (too) fast and break things?
Può essere comprata da UBS (la prima banca svizzera per asset – CS è la seconda) o salvata dalla Banca Nazionale Svizzera (che ha già annunciato linee di credito fino a $50 miliardi), ma la banca sistemica è troppo grande per poter fallire. Altrimenti rischierebbe di trascinare con sé l’intero sistema finanziario europeo, e forse mondiale.
Dopo le garanzie giunte dalle autorità svizzere, il titolo di CS ha rimbalzato (+19%). Anche per questo, la BCE ha deciso di proseguire la sua aggressiva stretta sui tassi. In fondo, ridurre la liquidità e costringere le banche a erogare meno credito all’economia reale è l’obiettivo della sua politica monetaria anti-inflazione.
La palla passa ora alla Fed, che la settimana prossima potrebbe alzare ancora i tassi, dovendo però fare i conti con un’economia che è relativamente più esposta al fallimento di SVB. Cosa prevarrà: la stabilità finanziaria o quella monetaria?

👉🇯🇵🇰🇷Segnali di disgelo tra Corea del Sud e Giappone mentre Pyongyang lancia l’ennesimo test balistico. Dura condanna degli Usa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/giappone-e-corea-del-sud-si-volta-pagina-121177
🌍 NET ZERO INDUSTRY ACT: L’UE GONFIA I MUSCOLI (INDUSTRIALI) 

🇪🇺 I magnifici otto 
Sussidi, semplificazioni normative, target di produzione. Questi sono i principali ingredienti del Net Zero Industry Act, il nuovo piano industriale presentato ieri dalla Commissione per rafforzare la capacità produttiva europea e ridurre le dipendenze strategiche in otto settori chiave per la decarbonizzazione. Fotovoltaico, eolico, batterie, pompe di calore e le altre principali declinazioni del clean tech (ma non il nucleare) beneficeranno di autorizzazioni più rapide e di un accesso più facile ai finanziamenti. 
Per ognuno di questi settori l’Unione europea ha poi posto un obiettivo di produzione interna del 40% entro il 2030. Per assicurare la diversificazione degli approvvigionamenti è previsto anche che, nel quadro degli appalti pubblici, ricevano un punteggio inferiore quelle offerte che utilizzano prodotti da un Paese terzo che detenga in quel settore più del 65% della quota di mercato europeo. Ovvero la Cina

🔋 Transizione verde fai da te 
Il mercato globale per la produzione delle tecnologie net-zero triplicherà al 2030. Con un giro d’affari previsto di 600 miliardi di euro, è Pechino a trovarsi in pole position: produce il 70% della quota globale di moduli fotovoltaici, il 77% delle batterie elettriche, l’84% delle pale delle turbine eoliche offshore e circa il 40% delle pompe di calore.  
I 369 miliardi di sgravi e i sussidi dell’Inflation Reduction Act (IRA) americano rischiano poi di ridurre ulteriormente la quota di mercato europea. Ecco quindi che l’UE, un tempo paladina del libero commercio (per lo meno manifatturiero), ha deciso di seguire Cina e USA sulla strada del protezionismo e del dirigismo economico.  

🇺🇸 Addio al WTO? 
L’IRA contiene misure discriminatorie, prevedendo sussidi condizionati a requisiti di produzione locale, in palese violazione delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). In particolare, i crediti fiscali sono garantiti per l’acquisto di veicoli elettrici in cui il 50% delle componenti delle batterie o il 40% dei minerali critici utilizzati provengano dagli Stati Uniti o da Paesi con i quali abbiano un trattato di libero scambio.  
L’UE, dopo mesi di preteste e discussioni con Washington per rientrare nell’elenco dei Paesi esigibili dei sussidi USA, propone ora la stessa ricetta. Il Net Zero Industry Act è quindi un altro chiodo nella bara di un WTO sempre più privato della capacità e dell’autorità di regolare i rapporti commerciali mondiali. 
Può avere ancora un ruolo in una globalizzazione che si fa più regionale e frammentata

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