🌍UE: ANNIVERSARIO CON SANZIONI?
👀 Assenze illustri
E sono (quasi) dieci. A breve dovrebbe arrivare la fumata bianca sul decimo pacchetto dell’Unione Europea di sanzioni contro la Russia. Resta solo da superare lo scetticismo della Polonia, che reputa troppo alto il tetto proposto alle importazioni di gomma sintetica russa, superiore alle quantità arrivata ogni anno dello scorso decennio.
C’è però accordo sul resto delle misure, che prevedono nuove restrizioni all’esportazione verso Mosca di componenti elettronici, macchinari, motori e pezzi di ricambio che potrebbero essere usati dall’esercito russo, per un valore totale di circa 11 miliardi di euro. Un vero e proprio focus su tecnologia duale (usata per scopi civili e militari) e non solo, senza però includere due delle principali richieste di Kiev: il divieto a diamanti e nucleare russi.
💎Un diamante (russo) è per sempre
Anversa è la capitale mondiale del traffico del prezioso minerale. Da qui passano l'86% dei diamanti grezzi del mondo. Di questi, prima della guerra, uno su quattro proveniva dalla Russia. Ora la percentuale si è ridotta notevolmente, ma il Belgio teme che l’inclusione tra le sanzioni di un embargo dei diamanti russi metterebbe a rischio 10mila posti di lavoro nella città: un costo politico insostenibile.
Discorso affine per il nucleare. 18 reattori nucleari su 100 attivi nell’UE sono stati costruiti con il supporto dall’agenzia nucleare russa, Rosatom, che esporta anche gran parte dell’uranio necessario per il loro funzionamento. Tagliare questi rapporti metterebbe a rischio il 37% della produzione di energia della Repubblica Ceca e un terzo del fabbisogno di Bulgaria e Ungheria. Che ad agosto ha persino firmato un nuovo accordo con la Russia per l’apertura di due nuovi reattori.
🔗Scissioni europee
Non è certo la prima volta che l’UE si divide nelle discussioni riguardo alle sanzioni alla Russia. Anche gli scorsi nove pacchetti sono stati oggetto di veti multipli (in primis dell’Ungheria) poi superati dopo settimane di trattative. Non bisogna poi dimenticare le sanzioni alla Russia per l’invasione della Crimea nel 2014, che portarono a più di un malumore nel fronte europeo, nonostante si trattasse di provvedimenti dalla portata estremamente ridotta rispetto a quelli attuali.
La coesione europea è quindi forse una delle buone notizie di questo primo anno di guerra. Ma si profila un bivio spinoso. L'Europa è infatti divisa tra due scuole di pensiero sul possibile sbocco del conflitto. Da una parte la linea dura dei Paesi dell’Est, con Polonia e Baltici che spingono per una vittoria totale ucraina (comprensiva di riconquista della Crimea). Dall’altra, quella più cauta dell’Europa centrale, occidentale e mediterranea, che reputa inevitabile un compromesso con Mosca.
L’Europa può rimanere unita pur con questa divisione?
🎙Un anno di guerra in Ucraina. Stiamo assistendo ai prodromi di una nuova Guerra Fredda? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-un-anno-di-guerra-in-ucraina-e-una-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-russia-117891
🪖L’invasione dell’Ucraina ha riportato la guerra in Europa. Ma è assai diversa da quella che avremmo immaginato. A come sarà, purtroppo, il futuro della guerra, ISPI dedica il suo ultimo longread. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/il-futuro-della-guerra
👀 Assenze illustri
E sono (quasi) dieci. A breve dovrebbe arrivare la fumata bianca sul decimo pacchetto dell’Unione Europea di sanzioni contro la Russia. Resta solo da superare lo scetticismo della Polonia, che reputa troppo alto il tetto proposto alle importazioni di gomma sintetica russa, superiore alle quantità arrivata ogni anno dello scorso decennio.
C’è però accordo sul resto delle misure, che prevedono nuove restrizioni all’esportazione verso Mosca di componenti elettronici, macchinari, motori e pezzi di ricambio che potrebbero essere usati dall’esercito russo, per un valore totale di circa 11 miliardi di euro. Un vero e proprio focus su tecnologia duale (usata per scopi civili e militari) e non solo, senza però includere due delle principali richieste di Kiev: il divieto a diamanti e nucleare russi.
💎Un diamante (russo) è per sempre
Anversa è la capitale mondiale del traffico del prezioso minerale. Da qui passano l'86% dei diamanti grezzi del mondo. Di questi, prima della guerra, uno su quattro proveniva dalla Russia. Ora la percentuale si è ridotta notevolmente, ma il Belgio teme che l’inclusione tra le sanzioni di un embargo dei diamanti russi metterebbe a rischio 10mila posti di lavoro nella città: un costo politico insostenibile.
Discorso affine per il nucleare. 18 reattori nucleari su 100 attivi nell’UE sono stati costruiti con il supporto dall’agenzia nucleare russa, Rosatom, che esporta anche gran parte dell’uranio necessario per il loro funzionamento. Tagliare questi rapporti metterebbe a rischio il 37% della produzione di energia della Repubblica Ceca e un terzo del fabbisogno di Bulgaria e Ungheria. Che ad agosto ha persino firmato un nuovo accordo con la Russia per l’apertura di due nuovi reattori.
🔗Scissioni europee
Non è certo la prima volta che l’UE si divide nelle discussioni riguardo alle sanzioni alla Russia. Anche gli scorsi nove pacchetti sono stati oggetto di veti multipli (in primis dell’Ungheria) poi superati dopo settimane di trattative. Non bisogna poi dimenticare le sanzioni alla Russia per l’invasione della Crimea nel 2014, che portarono a più di un malumore nel fronte europeo, nonostante si trattasse di provvedimenti dalla portata estremamente ridotta rispetto a quelli attuali.
La coesione europea è quindi forse una delle buone notizie di questo primo anno di guerra. Ma si profila un bivio spinoso. L'Europa è infatti divisa tra due scuole di pensiero sul possibile sbocco del conflitto. Da una parte la linea dura dei Paesi dell’Est, con Polonia e Baltici che spingono per una vittoria totale ucraina (comprensiva di riconquista della Crimea). Dall’altra, quella più cauta dell’Europa centrale, occidentale e mediterranea, che reputa inevitabile un compromesso con Mosca.
L’Europa può rimanere unita pur con questa divisione?
🎙Un anno di guerra in Ucraina. Stiamo assistendo ai prodromi di una nuova Guerra Fredda? Non perdere il nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-un-anno-di-guerra-in-ucraina-e-una-nuova-guerra-fredda-tra-usa-e-russia-117891
🪖L’invasione dell’Ucraina ha riportato la guerra in Europa. Ma è assai diversa da quella che avremmo immaginato. A come sarà, purtroppo, il futuro della guerra, ISPI dedica il suo ultimo longread. Leggilo qui: https://www.ispionline.it/it/il-futuro-della-guerra
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🌍
🇬🇧🇪🇺
È stato un pomeriggio di intense negoziazioni a Windsor, dove la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è recata per incontrare il primo ministro inglese Rishi Sunak. L’obiettivo: raggiungere un accordo per risolvere l’annosa questione della gestione dei commerci con e attraverso l’Irlanda del Nord.
Il tema aveva creato conflitti e malumori sia all’interno del Regno Unito che con l’Unione europea, tanto che Bruxelles aveva intrapreso un’azione legale contro Londra (poi sospesa) per il mancato rispetto del protocollo del 2020. La cooperazione tra i due lati della Manica è poi ripresa e, tra scambi top secret e un accordo siglato già a gennaio per lo scambio di dati in tempo reale sul commercio, è sfociata nel patto annunciato questo pomeriggio.
🇮🇪
Secondo il protocollo del 2020, i beni scambiati tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord venivano sottoposti a controlli all’arrivo nell’Irlanda del Nord, invece che al confine tra questa e la Repubblica di Irlanda. Questa seconda opzione era stata infatti considerata molto sensibile a causa della travagliata storia politica del Paese. L’integrità territoriale dell’isola era così salva, evitando che venisse istituito un vero e proprio confine tra le due parti.
Ma, al contempo, manteneva l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, creando di fatto una barriera commerciale nel Mare del Nord e aumentando quindi le procedure burocratiche. Uno scenario sgradito agli unionisti, in particolare al Democratic Unionist party (DUP), che a febbraio 2022 si è ritirato dal governo di Stormont (dove ha sede l’Assemblea dell’Irlanda del Nord) in segno di protesta, aprendo una fase di instabilità politica.
🚛
Il “new Windsor framework” annunciato da Sunak prevede un sistema per l’alleggerimento dei controlli sulle merci destinate all’Irlanda del Nord, che verrebbero importate con una “green lane” semplificata, rispetto a quelle dirette al mercato europeo (“red lane”). Intorno a questo fulcro, l’accordo dovrebbe garantire la sicurezza del mercato unico europeo, rassicurando al contempo chi vedeva minacciata la sovranità nordirlandese e l’integrità del Regno unito.
Si tratta però anche di un passo importante per distendere i rapporti tra Londra e Bruxelles nel segno di un atteggiamento definito “costruttivo” – in una data, forse non casualmente, ancora vicina a quella dell’anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina.
L’impresa di Sunak, però, non è finita. In serata, presenterà al parlamento. Il Primo ministro ha definito l’accordo “epocale”. Sarà in grado di convincere anche le forze più intransigenti ed euroscettiche?
👉🚢
BREXIT, IL RITORNO: PATTO PER L’IRLANDA DEL NORD 🇬🇧🇪🇺
Deal done? È stato un pomeriggio di intense negoziazioni a Windsor, dove la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è recata per incontrare il primo ministro inglese Rishi Sunak. L’obiettivo: raggiungere un accordo per risolvere l’annosa questione della gestione dei commerci con e attraverso l’Irlanda del Nord.
Il tema aveva creato conflitti e malumori sia all’interno del Regno Unito che con l’Unione europea, tanto che Bruxelles aveva intrapreso un’azione legale contro Londra (poi sospesa) per il mancato rispetto del protocollo del 2020. La cooperazione tra i due lati della Manica è poi ripresa e, tra scambi top secret e un accordo siglato già a gennaio per lo scambio di dati in tempo reale sul commercio, è sfociata nel patto annunciato questo pomeriggio.
🇮🇪
La sottile linea doganaleSecondo il protocollo del 2020, i beni scambiati tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord venivano sottoposti a controlli all’arrivo nell’Irlanda del Nord, invece che al confine tra questa e la Repubblica di Irlanda. Questa seconda opzione era stata infatti considerata molto sensibile a causa della travagliata storia politica del Paese. L’integrità territoriale dell’isola era così salva, evitando che venisse istituito un vero e proprio confine tra le due parti.
Ma, al contempo, manteneva l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, creando di fatto una barriera commerciale nel Mare del Nord e aumentando quindi le procedure burocratiche. Uno scenario sgradito agli unionisti, in particolare al Democratic Unionist party (DUP), che a febbraio 2022 si è ritirato dal governo di Stormont (dove ha sede l’Assemblea dell’Irlanda del Nord) in segno di protesta, aprendo una fase di instabilità politica.
🚛
Una questione di sfumature Il “new Windsor framework” annunciato da Sunak prevede un sistema per l’alleggerimento dei controlli sulle merci destinate all’Irlanda del Nord, che verrebbero importate con una “green lane” semplificata, rispetto a quelle dirette al mercato europeo (“red lane”). Intorno a questo fulcro, l’accordo dovrebbe garantire la sicurezza del mercato unico europeo, rassicurando al contempo chi vedeva minacciata la sovranità nordirlandese e l’integrità del Regno unito.
Si tratta però anche di un passo importante per distendere i rapporti tra Londra e Bruxelles nel segno di un atteggiamento definito “costruttivo” – in una data, forse non casualmente, ancora vicina a quella dell’anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina.
L’impresa di Sunak, però, non è finita. In serata, presenterà al parlamento. Il Primo ministro ha definito l’accordo “epocale”. Sarà in grado di convincere anche le forze più intransigenti ed euroscettiche?
👉🚢
Il naufragio al largo delle coste calabresi riporta l’immigrazione al centro del dibattito, tra accuse all’Europa e all’Italia. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-strage-dei-migranti-118463🌎USA-CINA: COVID E ALTRI VELENI
🧐Da dove sbuchi fuori
La pandemia di Covid avrebbe avuto origine da una fuga accidentale da un laboratorio scientifico cinese. Questo è quanto riporta (con un basso grado di certezza) un nuovo rapporto (che smentisce il precedente del 2021) del dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, voce autorevole nel panorama americano che supervisiona l’attività di numerosi laboratori nel campo della biologia avanzata.
Si riaccende così il dibattito sull’origine del coronavirus, su cui si erano già espressi diversi dipartimenti dell’intelligence USA, con opinioni discordanti. L’FBI crede nell’origine da laboratorio, mentre quattro agenzie governative reputano più probabile che la pandemia sia nata per trasmissione naturale. Due sono ancora indecise. E se le accuse sul Covid del governo statunitense alla Cina non sono nuove, il loro tempismo non sembra casuale.
🧮La matematica non sarà mai il mio mestiere
Sin dallo scoppio della pandemia, gli Stati Uniti hanno invitato la Cina a garantire la trasparenza delle indagini internazionali sull’origine della pandemia. Pechino dal canto suo aveva chiesto di non politicizzare la questione. Ma poi, la mancanza di collaborazione delle autorità cinesi ha portato a metà febbraio l'Organizzazione Mondiale della Sanità a rinunciare a continuare l’indagine scientifica sull’origine del Covid, fondamentale per prevenire future pandemie.
Parallelamente, i numeri del coronavirus in Cina continuano a destare più di un dubbio. Il governo cinese parla ormai di vittoria decisiva sul virus: più dell'80% della popolazione sarebbe stata infettata dalla fine della politica zero-Covid, e i morti sarebbero solo 87mila (0,006% della popolazione). Secondo numerosi modelli internazionali, in realtà i decessi sarebbero compresi tra i 600mila e i 2 milioni.
📣 J’accuse
La nebbia cinese su origine e gestione del Covid19 è terreno fertile per le accuse americane che arrivano in un momento in cui Pechino è impegnata a rilanciare il suo ruolo internazionale dopo l’isolamento pandemico. Come si è visto con il discorso di Liu He, lo zar economico cinese, a Davos, il viaggio del capo della diplomazia cinese Wang Yi in Europa e la proposta di pace in 12 punti sulla guerra in Ucraina.
Non a caso, nelle ultime settimane gli USA hanno di nuovo accusato Pechino non solo di aver causato la pandemia, ma anche di voler fornire armi alla Russia, così da screditare il ruolo cinese di mediatore nella guerra in Ucraina.
Oltre che sul piano diplomatico, la competizione resta tesa su quello economico: è di oggi la decisione del Dipartimento del Commercio di vietare ai produttori di chip statunitensi, che vogliano beneficiare di sussidi nazionali, di espandere la capacità produttiva in Cina per un decennio.
C'è ancora spazio per una distensione?
🔴Il premier britannico Rishi Sunak ha annunciato un accordo con la Commissione Europea sul commercio con e attraverso l’Irlanda del Nord. Si chiude il capitolo della Brexit? Ne parliamo nella tavola rotonda ISPI di giovedì 2 marzo alle ore 18.00. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/evento/brexit-accordo-finale
👉🇨🇳🇧🇾Oggi il presidente bielorusso Lukashenko si reca a Pechino per vedere Xi Jinping, mentre in Kazakistan il Segretario Usa Anthony Blinken incontra i ministri delle repubbliche dell’Asia Centrale, tradizionale sfera d’influenza di Mosca. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-diplomazie-incrociate-118694
🧐Da dove sbuchi fuori
La pandemia di Covid avrebbe avuto origine da una fuga accidentale da un laboratorio scientifico cinese. Questo è quanto riporta (con un basso grado di certezza) un nuovo rapporto (che smentisce il precedente del 2021) del dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, voce autorevole nel panorama americano che supervisiona l’attività di numerosi laboratori nel campo della biologia avanzata.
Si riaccende così il dibattito sull’origine del coronavirus, su cui si erano già espressi diversi dipartimenti dell’intelligence USA, con opinioni discordanti. L’FBI crede nell’origine da laboratorio, mentre quattro agenzie governative reputano più probabile che la pandemia sia nata per trasmissione naturale. Due sono ancora indecise. E se le accuse sul Covid del governo statunitense alla Cina non sono nuove, il loro tempismo non sembra casuale.
🧮La matematica non sarà mai il mio mestiere
Sin dallo scoppio della pandemia, gli Stati Uniti hanno invitato la Cina a garantire la trasparenza delle indagini internazionali sull’origine della pandemia. Pechino dal canto suo aveva chiesto di non politicizzare la questione. Ma poi, la mancanza di collaborazione delle autorità cinesi ha portato a metà febbraio l'Organizzazione Mondiale della Sanità a rinunciare a continuare l’indagine scientifica sull’origine del Covid, fondamentale per prevenire future pandemie.
Parallelamente, i numeri del coronavirus in Cina continuano a destare più di un dubbio. Il governo cinese parla ormai di vittoria decisiva sul virus: più dell'80% della popolazione sarebbe stata infettata dalla fine della politica zero-Covid, e i morti sarebbero solo 87mila (0,006% della popolazione). Secondo numerosi modelli internazionali, in realtà i decessi sarebbero compresi tra i 600mila e i 2 milioni.
📣 J’accuse
La nebbia cinese su origine e gestione del Covid19 è terreno fertile per le accuse americane che arrivano in un momento in cui Pechino è impegnata a rilanciare il suo ruolo internazionale dopo l’isolamento pandemico. Come si è visto con il discorso di Liu He, lo zar economico cinese, a Davos, il viaggio del capo della diplomazia cinese Wang Yi in Europa e la proposta di pace in 12 punti sulla guerra in Ucraina.
Non a caso, nelle ultime settimane gli USA hanno di nuovo accusato Pechino non solo di aver causato la pandemia, ma anche di voler fornire armi alla Russia, così da screditare il ruolo cinese di mediatore nella guerra in Ucraina.
Oltre che sul piano diplomatico, la competizione resta tesa su quello economico: è di oggi la decisione del Dipartimento del Commercio di vietare ai produttori di chip statunitensi, che vogliano beneficiare di sussidi nazionali, di espandere la capacità produttiva in Cina per un decennio.
C'è ancora spazio per una distensione?
🔴Il premier britannico Rishi Sunak ha annunciato un accordo con la Commissione Europea sul commercio con e attraverso l’Irlanda del Nord. Si chiude il capitolo della Brexit? Ne parliamo nella tavola rotonda ISPI di giovedì 2 marzo alle ore 18.00. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/evento/brexit-accordo-finale
👉🇨🇳🇧🇾Oggi il presidente bielorusso Lukashenko si reca a Pechino per vedere Xi Jinping, mentre in Kazakistan il Segretario Usa Anthony Blinken incontra i ministri delle repubbliche dell’Asia Centrale, tradizionale sfera d’influenza di Mosca. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/usa-cina-diplomazie-incrociate-118694
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🌍 MACRON: TOURNÉE AFRICANA
🌳 Di nuovo in Africa
È iniziato il viaggio africano del presidente francese Emmanuel Macron. Un tour intensivo che lo porterà in quattro paesi da oggi a domenica, iniziando dal Gabon. Dove è prevista la sua partecipazione al One Forest Summit di Libreville, che riunisce vari capi di stato sul tema della preservazione della foresta equatoriale: il bacino del Congo, polmone verde dell’Africa, è infatti sempre più minacciato dal sovrasfruttamento agricolo.
Macron si sposterà poi in Angola e nella Repubblica del Congo, per concludere il viaggio nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Tappe significative, dato che in due di questi paesi, Gabon e RDC, nel corso dell’anno si terranno le elezioni.
🇫🇷 Voltiamo pagina
Si tratta della diciottesima volta che il presidente francese si reca nel continente africano: a luglio scorso era andato in Camerun, Benin e Guinea Bissau. Il viaggio avviene, significativamente, due giorni dopo un’importante conferenza stampa in cui Macron ha delineato la sua visione per una nuova fase del partenariato con l’Africa.
In un discorso di 35 minuti, Macron si è dilungato sulla necessità di rinnovare i rapporti con il continente, richiamando a una “nuova era” delle relazioni, anche con paesi fuori dalla tradizionale sfera d’influenza francese (come, ad esempio, l’Angola). Con un accento che passi dalle collaborazioni militari a quelle economiche, fino all'istruzione.
🪖 Cambio di rotta
Una riflessione che non può non prendere atto del crescente sentimento di ostilità verso la Francia. Parigi sta infatti soffrendo l’espansione russa, tramite attività di mercenari e campagne di disinformazione, in quella che era tradizionalmente la sua sfera di influenza. E se la Francia rimane ancora uno dei più importanti partner commerciali del continente, sul fronte economico non può che fare i conti con la Cina, che l’ha ampiamente superata per volume di scambio.
L’inversione di rotta dell’Eliseo comporterà anche una “diminuzione visibile” delle basi militari. Ad agosto le truppe francesi avevano lasciato il Mali sotto richiesta della giunta di Bamako; uno scenario riproposto poi a febbraio in Burkina Faso, costringendo Parigi a riarticolare la propria presenza militare nel Sahel. Ora si prevede una riorganizzazione delle basi francesi anche in Senegal, Costa d’Avorio e Gabon, dove si lascerà il passo all’addestramento di (e collaborazione con) forze africane.
Con un occhio al passato, Parigi vuole insomma aggiustare il tiro: riuscirà a trasformare i propositi in fatti?
👉 🇳🇬 In Nigeria, il candidato del partito al governo, Bola Tinubu, è stato eletto nuovo presidente, ma i partiti di opposizione denunciano brogli e chiedono di ripetere il voto. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nigeria-tinubu-presidente-ma-lopposizione-non-ci-sta-118804
🌳 Di nuovo in Africa
È iniziato il viaggio africano del presidente francese Emmanuel Macron. Un tour intensivo che lo porterà in quattro paesi da oggi a domenica, iniziando dal Gabon. Dove è prevista la sua partecipazione al One Forest Summit di Libreville, che riunisce vari capi di stato sul tema della preservazione della foresta equatoriale: il bacino del Congo, polmone verde dell’Africa, è infatti sempre più minacciato dal sovrasfruttamento agricolo.
Macron si sposterà poi in Angola e nella Repubblica del Congo, per concludere il viaggio nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Tappe significative, dato che in due di questi paesi, Gabon e RDC, nel corso dell’anno si terranno le elezioni.
🇫🇷 Voltiamo pagina
Si tratta della diciottesima volta che il presidente francese si reca nel continente africano: a luglio scorso era andato in Camerun, Benin e Guinea Bissau. Il viaggio avviene, significativamente, due giorni dopo un’importante conferenza stampa in cui Macron ha delineato la sua visione per una nuova fase del partenariato con l’Africa.
In un discorso di 35 minuti, Macron si è dilungato sulla necessità di rinnovare i rapporti con il continente, richiamando a una “nuova era” delle relazioni, anche con paesi fuori dalla tradizionale sfera d’influenza francese (come, ad esempio, l’Angola). Con un accento che passi dalle collaborazioni militari a quelle economiche, fino all'istruzione.
🪖 Cambio di rotta
Una riflessione che non può non prendere atto del crescente sentimento di ostilità verso la Francia. Parigi sta infatti soffrendo l’espansione russa, tramite attività di mercenari e campagne di disinformazione, in quella che era tradizionalmente la sua sfera di influenza. E se la Francia rimane ancora uno dei più importanti partner commerciali del continente, sul fronte economico non può che fare i conti con la Cina, che l’ha ampiamente superata per volume di scambio.
L’inversione di rotta dell’Eliseo comporterà anche una “diminuzione visibile” delle basi militari. Ad agosto le truppe francesi avevano lasciato il Mali sotto richiesta della giunta di Bamako; uno scenario riproposto poi a febbraio in Burkina Faso, costringendo Parigi a riarticolare la propria presenza militare nel Sahel. Ora si prevede una riorganizzazione delle basi francesi anche in Senegal, Costa d’Avorio e Gabon, dove si lascerà il passo all’addestramento di (e collaborazione con) forze africane.
Con un occhio al passato, Parigi vuole insomma aggiustare il tiro: riuscirà a trasformare i propositi in fatti?
👉 🇳🇬 In Nigeria, il candidato del partito al governo, Bola Tinubu, è stato eletto nuovo presidente, ma i partiti di opposizione denunciano brogli e chiedono di ripetere il voto. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/nigeria-tinubu-presidente-ma-lopposizione-non-ci-sta-118804
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🌍MOLDAVIA: IL FRONTE OCCIDENTALE
📈Effetto domino?
Continuano le proteste in Moldavia, dove martedì si è tenuta la seconda manifestazione antigovernativa in meno di due settimane. Le richieste dei manifestanti sono le stesse da mesi: sussidi statali per pagare le bollette, nonché neutralità nella guerra in Ucraina. Ma dietro le proteste, organizzate (e finanziate) dal partito dell’oligarca filorusso Ilan Shor, c’è anche chi chiede le dimissioni del governo filoccidentale e le elezioni anticipate.
Dopo anni di governi favorevoli a Mosca, nel 2021 l'ex repubblica sovietica aveva eletto un esecutivo pro-europeo. In meno di un anno, però, il governo ha iniziato a vacillare a causa della guerra e della crisi economica innescata dalla carenza di forniture energetiche russe. E quando le bollette hanno quasi raggiunto l'equivalente di una pensione minima mensile, e il costo della vita a diventare insostenibile (inflazione di gennaio, +27%), i cittadini hanno iniziato a protestare.
Qualcuno però, dietro all’accendersi delle proteste e alla richiesta di nuove elezioni, vede anche lo zampino del Cremlino.
🥵Fronte caldo
In fondo, a prima vista sembrerebbe una guerra ibrida da manuale: manipolare le forniture energetiche per innescare la crisi economica e sfruttare la bassa popolarità del governo pro-europeo (25% di approvazione) per sostituirlo. Mosca nega, e, anzi, accusa Zelenskyy di voler inscenare un‘invasione russa della Transnistria per giustificare un imminente attacco ucraino nella regione.
C'è poi chi interpreta la questione diversamente, ipotizzando che il Cremlino non si sia intromesso apertamente in Moldavia solo a causa dei fallimenti nelle battaglie di Odessa e nella costa ucraina del Mar Nero. Nei piani iniziali di Putin, invece, la posizione strategica della Transnistria gli avrebbe permesso di irrompere in Ucraina da ovest e chiudere la morsa.
E mentre queste rimarranno supposizioni strategiche, una cosa è però certa: il Cremlino un successo l’ha già ottenuto con la crisi (e poi le dimissioni a inizio febbraio) della premier Natalia Gavrilița.
⚠️Leaning West
Prontamente rimpiazzata da Dorin Recean, già consulente presidenziale per questioni di difesa e sicurezza, il governo rimane quindi filo-occidentale, ma fortemente indebolito. Motivo per cui la tensione è alta, l’Occidente monitora eventuali tentativi di destabilizzazione del Paese.
E se da una parte Chișinău ha ottenuto la revisione europea dei suoi sistemi di difesa informatici per contrastare gli attacchi russi e il dilagare della disinformazione, dall’altra in Moldavia servirebbero anche ingenti finanziamenti per accogliere il flusso di rifugiati in fuga dall’Ucraina (108mila rifugiati registrati ufficialmente, pari al 4% della popolazione).
Un tema, quello dei fondi accoglienza, oggi particolarmente caldo anche in Europa. L’Unione sarà pronta a fare fronte anche alle necessità di un paese candidato come la Moldavia?
👉🇮🇳Giorgia Meloni vola a Delhi per rafforzare i rapporti con l’India in concomitanza con il G20 ministeriale. Dove però i lavori si bloccano a causa della guerra in Ucraina. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/meloni-in-india-nuovo-partner-strategico-dellitalia-118972
🔴Che impatto ha avuto l’ascesa della Cina sulle relazioni internazionali e sulla tenuta dell’ordine globale? Scoprilo il 17 marzo nel nuovo corso online della ISPI School: https://www.ispionline.it/it/corsi/dalla-grande-divergenza-alla-grande-convergenza-il-mondo-euroatlantico-e-la-sfida-cinese-36946
📈Effetto domino?
Continuano le proteste in Moldavia, dove martedì si è tenuta la seconda manifestazione antigovernativa in meno di due settimane. Le richieste dei manifestanti sono le stesse da mesi: sussidi statali per pagare le bollette, nonché neutralità nella guerra in Ucraina. Ma dietro le proteste, organizzate (e finanziate) dal partito dell’oligarca filorusso Ilan Shor, c’è anche chi chiede le dimissioni del governo filoccidentale e le elezioni anticipate.
Dopo anni di governi favorevoli a Mosca, nel 2021 l'ex repubblica sovietica aveva eletto un esecutivo pro-europeo. In meno di un anno, però, il governo ha iniziato a vacillare a causa della guerra e della crisi economica innescata dalla carenza di forniture energetiche russe. E quando le bollette hanno quasi raggiunto l'equivalente di una pensione minima mensile, e il costo della vita a diventare insostenibile (inflazione di gennaio, +27%), i cittadini hanno iniziato a protestare.
Qualcuno però, dietro all’accendersi delle proteste e alla richiesta di nuove elezioni, vede anche lo zampino del Cremlino.
🥵Fronte caldo
In fondo, a prima vista sembrerebbe una guerra ibrida da manuale: manipolare le forniture energetiche per innescare la crisi economica e sfruttare la bassa popolarità del governo pro-europeo (25% di approvazione) per sostituirlo. Mosca nega, e, anzi, accusa Zelenskyy di voler inscenare un‘invasione russa della Transnistria per giustificare un imminente attacco ucraino nella regione.
C'è poi chi interpreta la questione diversamente, ipotizzando che il Cremlino non si sia intromesso apertamente in Moldavia solo a causa dei fallimenti nelle battaglie di Odessa e nella costa ucraina del Mar Nero. Nei piani iniziali di Putin, invece, la posizione strategica della Transnistria gli avrebbe permesso di irrompere in Ucraina da ovest e chiudere la morsa.
E mentre queste rimarranno supposizioni strategiche, una cosa è però certa: il Cremlino un successo l’ha già ottenuto con la crisi (e poi le dimissioni a inizio febbraio) della premier Natalia Gavrilița.
⚠️Leaning West
Prontamente rimpiazzata da Dorin Recean, già consulente presidenziale per questioni di difesa e sicurezza, il governo rimane quindi filo-occidentale, ma fortemente indebolito. Motivo per cui la tensione è alta, l’Occidente monitora eventuali tentativi di destabilizzazione del Paese.
E se da una parte Chișinău ha ottenuto la revisione europea dei suoi sistemi di difesa informatici per contrastare gli attacchi russi e il dilagare della disinformazione, dall’altra in Moldavia servirebbero anche ingenti finanziamenti per accogliere il flusso di rifugiati in fuga dall’Ucraina (108mila rifugiati registrati ufficialmente, pari al 4% della popolazione).
Un tema, quello dei fondi accoglienza, oggi particolarmente caldo anche in Europa. L’Unione sarà pronta a fare fronte anche alle necessità di un paese candidato come la Moldavia?
👉🇮🇳Giorgia Meloni vola a Delhi per rafforzare i rapporti con l’India in concomitanza con il G20 ministeriale. Dove però i lavori si bloccano a causa della guerra in Ucraina. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/meloni-in-india-nuovo-partner-strategico-dellitalia-118972
🔴Che impatto ha avuto l’ascesa della Cina sulle relazioni internazionali e sulla tenuta dell’ordine globale? Scoprilo il 17 marzo nel nuovo corso online della ISPI School: https://www.ispionline.it/it/corsi/dalla-grande-divergenza-alla-grande-convergenza-il-mondo-euroatlantico-e-la-sfida-cinese-36946
GERMANIA-USA: ARMIAMOCI E PARTITE?
🇺🇸🇩🇪 Relazione aperta
In queste ore il cancelliere tedesco Olaf Scholz atterra a Washington per un incontro privato con il presidente Joe Biden. Non ne conosciamo i dettagli, ma una cosa è certa: a un anno dall’invasione, è ancora l’Ucraina a dominare l’agenda. Anche perché a Berlino cresce l’irrequietudine. Da un lato aumentano le proteste, e le voci di chi si chiede come e quando finirà il conflitto. Dall’altro crescono le preoccupazioni per un possibile invio di armi cinesi a Mosca.
Una questione spinosa per i due Paesi. Non solo perché ciò prolungherebbe la guerra, svuotando ulteriormente i (già vuoti) arsenali degli alleati. Ma anche perché Pechino è il principale partner commerciale della Germania e quest’ultima non vede di buon occhio la possibilità, ventilata dagli Stati Uniti, di imporre sanzioni alla Cina in caso di invio di armi.
Anzi, il cancelliere tedesco vorrebbe proprio Pechino (e la sua influenza su Mosca) al centro dei negoziati di pace in Ucraina.
💶 Svolta... epocale?
Negoziati che i tedeschi chiedono a gran voce, con oltre 10mila persone che nel fine settimana hanno marciato contro la fornitura di ulteriori armi all'Ucraina. Un'opposizione che non facilita il riarmo della Germania, né tantomeno la Zeitenwende (“Svolta epocale) promessa da Scholz proprio un anno fa, con l’impegno di portare il bilancio della difesa al 2% del PIL e la costituzione di un fondo da €100 miliardi per l’ammodernamento dell’arsenale tedesco.
Ad oggi, però, quasi nulla di quei fondi è ancora stato speso e il budget per le spese militari è fermo all’equivalente di 52 miliardi di dollari (1,3% del PIL), lasciando deluso chi sperava in una politica estera più assertiva – e commisurata alla forza economica del paese. Segno di un cancelliere più preoccupato dalla stabilità interna che da Mosca?
🪖 Umbrella academy
Qualche influenza su Biden il cancelliere tedesco sembra pur averla avuta, perlomeno quando ha ottenuto l’invio dei carri armati americani insieme ai Leopard tedeschi. Più in generale, però, la guerra in Ucraina ha dimostrato ancora una volta la dipendenza della Germania, e dell'UE, dagli Stati Uniti per la propria sicurezza.
Gli aiuti militari statunitensi all'Ucraina sono stati di gran lunga i più elevati di tutti i sostenitori occidentali ($44 miliardi vs $2,3 miliardi tedeschi), ed è stata sempre Washington a spronare gli alleati europei a fare di più.
E così, mentre si attende l’annuncio del nuovo pacchetto americano di aiuti militari a Kiev, rimane invece incerto il nuovo contributo di Berlino. In un mondo in cui prevalgono sempre più gli interessi nazionali, per quanto ancora la sicurezza europea sarà appaltabile agli Stati Uniti?
👉 🇽🇰 🇷🇸 Kosovo e Serbia approvano la proposta dell'Unione Europea per un accordo che metterebbe fine a più di 20 anni di rapporti tesi fra i due vicini balcanici. Ma cosa comporta questo accordo e come cambierebbero gli equilibri nei Balcani? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-laccordo-storico-tra-serbia-e-kosovo-di-cui-sentirete-presto-parlare-119148
🇺🇸🇩🇪 Relazione aperta
In queste ore il cancelliere tedesco Olaf Scholz atterra a Washington per un incontro privato con il presidente Joe Biden. Non ne conosciamo i dettagli, ma una cosa è certa: a un anno dall’invasione, è ancora l’Ucraina a dominare l’agenda. Anche perché a Berlino cresce l’irrequietudine. Da un lato aumentano le proteste, e le voci di chi si chiede come e quando finirà il conflitto. Dall’altro crescono le preoccupazioni per un possibile invio di armi cinesi a Mosca.
Una questione spinosa per i due Paesi. Non solo perché ciò prolungherebbe la guerra, svuotando ulteriormente i (già vuoti) arsenali degli alleati. Ma anche perché Pechino è il principale partner commerciale della Germania e quest’ultima non vede di buon occhio la possibilità, ventilata dagli Stati Uniti, di imporre sanzioni alla Cina in caso di invio di armi.
Anzi, il cancelliere tedesco vorrebbe proprio Pechino (e la sua influenza su Mosca) al centro dei negoziati di pace in Ucraina.
💶 Svolta... epocale?
Negoziati che i tedeschi chiedono a gran voce, con oltre 10mila persone che nel fine settimana hanno marciato contro la fornitura di ulteriori armi all'Ucraina. Un'opposizione che non facilita il riarmo della Germania, né tantomeno la Zeitenwende (“Svolta epocale) promessa da Scholz proprio un anno fa, con l’impegno di portare il bilancio della difesa al 2% del PIL e la costituzione di un fondo da €100 miliardi per l’ammodernamento dell’arsenale tedesco.
Ad oggi, però, quasi nulla di quei fondi è ancora stato speso e il budget per le spese militari è fermo all’equivalente di 52 miliardi di dollari (1,3% del PIL), lasciando deluso chi sperava in una politica estera più assertiva – e commisurata alla forza economica del paese. Segno di un cancelliere più preoccupato dalla stabilità interna che da Mosca?
🪖 Umbrella academy
Qualche influenza su Biden il cancelliere tedesco sembra pur averla avuta, perlomeno quando ha ottenuto l’invio dei carri armati americani insieme ai Leopard tedeschi. Più in generale, però, la guerra in Ucraina ha dimostrato ancora una volta la dipendenza della Germania, e dell'UE, dagli Stati Uniti per la propria sicurezza.
Gli aiuti militari statunitensi all'Ucraina sono stati di gran lunga i più elevati di tutti i sostenitori occidentali ($44 miliardi vs $2,3 miliardi tedeschi), ed è stata sempre Washington a spronare gli alleati europei a fare di più.
E così, mentre si attende l’annuncio del nuovo pacchetto americano di aiuti militari a Kiev, rimane invece incerto il nuovo contributo di Berlino. In un mondo in cui prevalgono sempre più gli interessi nazionali, per quanto ancora la sicurezza europea sarà appaltabile agli Stati Uniti?
👉 🇽🇰 🇷🇸 Kosovo e Serbia approvano la proposta dell'Unione Europea per un accordo che metterebbe fine a più di 20 anni di rapporti tesi fra i due vicini balcanici. Ma cosa comporta questo accordo e come cambierebbero gli equilibri nei Balcani? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-laccordo-storico-tra-serbia-e-kosovo-di-cui-sentirete-presto-parlare-119148
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🌏 CINA: IN DEBITO DI CRESCITA
🐲Fra ambizione e realtà
+5%: è l’obiettivo di crescita economica per il 2023 annunciato ieri al Congresso Nazionale del Popolo, il più basso da decenni. Ufficialmente, le ambizioni sono state ridimensionate per dare priorità alla stabilità economica del Paese. Ma il cambiamento potrebbe celare ragioni più profonde, come le “incertezze esterne” (leggasi Ucraina, ma soprattutto la guerra tecno-commerciale con gli Stati Uniti). Ma anche (e soprattutto) significativi squilibri interni.
Dopo le regolamentazioni (e purghe) del settore privato dello scorso anno, nelle ultime settimane sono aumentate le “azioni anticorruzione” nella finanza. Insomma, crescere meno per “educarne cento”?
🔮Crescere, ma come?
Può darsi, visto che Pechino dovrà (meglio prima che dopo) fare i conti l’elevato debito degli enti locali, cresciuto a dismisura durante la pandemia: i prestiti municipali hanno ormai raggiunto un valore pari al 280% delle loro entrate, praticamente dieci volte il debito cinese sul PIL (21%). E mentre quest’ultimo rimane “pulito” agli occhi del mondo, in Cina gli enti locali faticano a pagare gli interessi, ormai pari all'11% delle entrate (in Italia, il Paese più indebitato del G7, gli interessi sono “solo” il 3,5% del PIL).
E con il debito che frena la crescita, la domanda è come rendere sostenibile la crescita cinese, il cui motore storico – l'attività manufatturiera – è in calo ormai da anni. Fra la diminuzione della popolazione attiva (dovuta a un basso tasso di natalità) e l’aumento dei salari, il manifatturiero cinese ha infatti perso l’attrattività che lo caratterizzava negli anni del boom economico.
Riuscirà Pechino a generare nuova crescita, o crescerà generando nuovo debito?
🔥L'incubo europeo
E mentre il mondo attende la ripresa del gigante cinese, in Europa i sentimenti sono contrastanti: certo, l’industria europea beneficerebbe della ripresa cinese, ma con la produzione aumenterebbe anche il consumo di Gnl, spingendone verso l’alto il prezzo. L’approssimarsi della fine dell’inverno e gli stoccaggi europei più pieni del previsto hanno fatto quasi dimenticare la crisi energetica. Ma proprio quegli stoccaggi l’anno scorso si sono riempiti grazie al Gnl inutilizzato dalle industrie cinese, al tempo delle chiusure per lockdown.
Oltre a quella economica, l’Occidente guarda con preoccupazione anche a un’altra “crescita” cinese: quella delle spese per la difesa, che nel 2023 aumenteranno del 7,2%. Insieme al timore che Pechino decida di vendere armi a Mosca. Ci aspetta una nuova estate di fuoco?
📚Che impatto ha avuto l’ascesa della Cina sulle relazioni internazionali e sulla tenuta dell’ordine globale? Scoprilo il 17 marzo nel nuovo corso online della ISPI School. Ultimi giorni per iscriversi: https://www.ispionline.it/it/corsi/dalla-grande-divergenza-alla-grande-convergenza-il-mondo-euroatlantico-e-la-sfida-cinese-36946
👉🇮🇷Dopo mesi di repressioni, le studentesse iraniane sono vittime di intossicazioni di massa e c’è chi sospetta una ‘vendetta’ del regime per le proteste. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-allultimo-respiro-119613
🐲Fra ambizione e realtà
+5%: è l’obiettivo di crescita economica per il 2023 annunciato ieri al Congresso Nazionale del Popolo, il più basso da decenni. Ufficialmente, le ambizioni sono state ridimensionate per dare priorità alla stabilità economica del Paese. Ma il cambiamento potrebbe celare ragioni più profonde, come le “incertezze esterne” (leggasi Ucraina, ma soprattutto la guerra tecno-commerciale con gli Stati Uniti). Ma anche (e soprattutto) significativi squilibri interni.
Dopo le regolamentazioni (e purghe) del settore privato dello scorso anno, nelle ultime settimane sono aumentate le “azioni anticorruzione” nella finanza. Insomma, crescere meno per “educarne cento”?
🔮Crescere, ma come?
Può darsi, visto che Pechino dovrà (meglio prima che dopo) fare i conti l’elevato debito degli enti locali, cresciuto a dismisura durante la pandemia: i prestiti municipali hanno ormai raggiunto un valore pari al 280% delle loro entrate, praticamente dieci volte il debito cinese sul PIL (21%). E mentre quest’ultimo rimane “pulito” agli occhi del mondo, in Cina gli enti locali faticano a pagare gli interessi, ormai pari all'11% delle entrate (in Italia, il Paese più indebitato del G7, gli interessi sono “solo” il 3,5% del PIL).
E con il debito che frena la crescita, la domanda è come rendere sostenibile la crescita cinese, il cui motore storico – l'attività manufatturiera – è in calo ormai da anni. Fra la diminuzione della popolazione attiva (dovuta a un basso tasso di natalità) e l’aumento dei salari, il manifatturiero cinese ha infatti perso l’attrattività che lo caratterizzava negli anni del boom economico.
Riuscirà Pechino a generare nuova crescita, o crescerà generando nuovo debito?
🔥L'incubo europeo
E mentre il mondo attende la ripresa del gigante cinese, in Europa i sentimenti sono contrastanti: certo, l’industria europea beneficerebbe della ripresa cinese, ma con la produzione aumenterebbe anche il consumo di Gnl, spingendone verso l’alto il prezzo. L’approssimarsi della fine dell’inverno e gli stoccaggi europei più pieni del previsto hanno fatto quasi dimenticare la crisi energetica. Ma proprio quegli stoccaggi l’anno scorso si sono riempiti grazie al Gnl inutilizzato dalle industrie cinese, al tempo delle chiusure per lockdown.
Oltre a quella economica, l’Occidente guarda con preoccupazione anche a un’altra “crescita” cinese: quella delle spese per la difesa, che nel 2023 aumenteranno del 7,2%. Insieme al timore che Pechino decida di vendere armi a Mosca. Ci aspetta una nuova estate di fuoco?
📚Che impatto ha avuto l’ascesa della Cina sulle relazioni internazionali e sulla tenuta dell’ordine globale? Scoprilo il 17 marzo nel nuovo corso online della ISPI School. Ultimi giorni per iscriversi: https://www.ispionline.it/it/corsi/dalla-grande-divergenza-alla-grande-convergenza-il-mondo-euroatlantico-e-la-sfida-cinese-36946
👉🇮🇷Dopo mesi di repressioni, le studentesse iraniane sono vittime di intossicazioni di massa e c’è chi sospetta una ‘vendetta’ del regime per le proteste. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iran-allultimo-respiro-119613
🌍UE: STOP AL MOTORE TERMICO IN PANNE
⚠️ All’ultimo momento
Il divieto di vendita di nuove auto a benzina e diesel a partire dal 2035 sembrava un affare fatto e doveva essere votato proprio oggi. A metà febbraio, il Parlamento europeo aveva infatti approvato il regolamento sul tema concordato con il Consiglio dell’Unione, che aveva a sua volta già dato un primo assenso informale e oggi avrebbe dovuto dare quello definitivo.
Un passaggio considerato una formalità. Ma, a sorpresa, la maggioranza qualificata necessaria per l’approvazione è venuta a mancare: al voto contrario della Polonia e all'astensione della Bulgaria si è aggiunta l’opposizione di Germania e Italia. Ecco perché la presidenza svedese del Consiglio ha preferito rimandare il voto a data da destinarsi. Ovvero fino a quando il governo tedesco non riceverà le garanzie richieste sull’inclusione dei carburanti sintetici (e-fuel) tra quelli accettati post-2035.
🚗 Das auto
La normativa attualmente proposta prevede una sezione non vincolante in cui si afferma che la Commissione proporrà un accordo per autorizzare la vendita di veicoli alimentati con e-fuel dopo il 2035. Ma il governo tedesco, e in particolare i liberali del FDP, chiedono che tale impegno diventi vincolante. La salvezza del motore termico è infatti uno dei cavalli di battaglia del partito, che l’ha fatta inserire nell’accordo di coalizione del governo tedesco.
La stessa coalizione che, però, negli scorsi mesi si è dimostrata tutt’altro che unita sulle forniture di armi all’Ucraina. Per evitare così nuovi screzi con gli alleati, e vista l’inflessibilità del FDP nel rivedere le sue posizioni, specie dopo le sconfitte incassate nelle regionali dello scorso anno, Scholz è stato quindi ben felice di trovare una sponda nell’Italia, che condivide le stesse perplessità tedesche sul puntare solo sull’elettrico.
💰Il costo delle scelte
Per molti Paesi dell’UE, specialmente quelli dell’Est Europa, il settore automobilistico rappresenta quasi il 15% del totale dell’occupazione manifatturiera. Il numero delle componenti di un’auto elettrica è poi in media del 30% inferiore a quello di un'auto con motore termico. Di conseguenza, vietare la vendita di nuovi veicoli a combustione interna negli anni a venire non è una decisione politicamente (ed economicamente) facile da prendere.
Molti dei principali produttori del settore, tra cui Audi e Mercedes-Benz, hanno già annunciato l’intenzione di rendere la propria flotta di veicoli totalmente elettrica anche prima del 2035. Una scelta che rischia però di accrescere la dipendenza europea dalla Cina, leader in tutta la catena del valore delle batterie elettriche. Pechino ha infatti la quota di mercato maggioritaria a livello mondiale nella lavorazione dei principali metalli del ciclo produttivo, e nella produzione di batterie (56%).
Quale costo l’UE è disposta a pagare per raggiungere i suoi obiettivi ambientali?
🔴Dopo mesi di proteste, in Iran centinaia di studentesse sono vittime di intossicazioni di massa. Cosa sta accadendo? Proseguiranno le manifestazioni contro il regime, nonostante tutto? Ne parliamo oggi nella tavola rotonda ISPI alle ore 18.10. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/evento/iran-la-rivolta-delle-donne
👉🇫🇷 Sciopero generale in Francia oggi contro la riforma delle pensioni voluta da Emmanuel Macron. I sindacati minacciano di ‘bloccare il paese’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-muro-contro-muro-sulle-pensioni-119835
⚠️ All’ultimo momento
Il divieto di vendita di nuove auto a benzina e diesel a partire dal 2035 sembrava un affare fatto e doveva essere votato proprio oggi. A metà febbraio, il Parlamento europeo aveva infatti approvato il regolamento sul tema concordato con il Consiglio dell’Unione, che aveva a sua volta già dato un primo assenso informale e oggi avrebbe dovuto dare quello definitivo.
Un passaggio considerato una formalità. Ma, a sorpresa, la maggioranza qualificata necessaria per l’approvazione è venuta a mancare: al voto contrario della Polonia e all'astensione della Bulgaria si è aggiunta l’opposizione di Germania e Italia. Ecco perché la presidenza svedese del Consiglio ha preferito rimandare il voto a data da destinarsi. Ovvero fino a quando il governo tedesco non riceverà le garanzie richieste sull’inclusione dei carburanti sintetici (e-fuel) tra quelli accettati post-2035.
🚗 Das auto
La normativa attualmente proposta prevede una sezione non vincolante in cui si afferma che la Commissione proporrà un accordo per autorizzare la vendita di veicoli alimentati con e-fuel dopo il 2035. Ma il governo tedesco, e in particolare i liberali del FDP, chiedono che tale impegno diventi vincolante. La salvezza del motore termico è infatti uno dei cavalli di battaglia del partito, che l’ha fatta inserire nell’accordo di coalizione del governo tedesco.
La stessa coalizione che, però, negli scorsi mesi si è dimostrata tutt’altro che unita sulle forniture di armi all’Ucraina. Per evitare così nuovi screzi con gli alleati, e vista l’inflessibilità del FDP nel rivedere le sue posizioni, specie dopo le sconfitte incassate nelle regionali dello scorso anno, Scholz è stato quindi ben felice di trovare una sponda nell’Italia, che condivide le stesse perplessità tedesche sul puntare solo sull’elettrico.
💰Il costo delle scelte
Per molti Paesi dell’UE, specialmente quelli dell’Est Europa, il settore automobilistico rappresenta quasi il 15% del totale dell’occupazione manifatturiera. Il numero delle componenti di un’auto elettrica è poi in media del 30% inferiore a quello di un'auto con motore termico. Di conseguenza, vietare la vendita di nuovi veicoli a combustione interna negli anni a venire non è una decisione politicamente (ed economicamente) facile da prendere.
Molti dei principali produttori del settore, tra cui Audi e Mercedes-Benz, hanno già annunciato l’intenzione di rendere la propria flotta di veicoli totalmente elettrica anche prima del 2035. Una scelta che rischia però di accrescere la dipendenza europea dalla Cina, leader in tutta la catena del valore delle batterie elettriche. Pechino ha infatti la quota di mercato maggioritaria a livello mondiale nella lavorazione dei principali metalli del ciclo produttivo, e nella produzione di batterie (56%).
Quale costo l’UE è disposta a pagare per raggiungere i suoi obiettivi ambientali?
🔴Dopo mesi di proteste, in Iran centinaia di studentesse sono vittime di intossicazioni di massa. Cosa sta accadendo? Proseguiranno le manifestazioni contro il regime, nonostante tutto? Ne parliamo oggi nella tavola rotonda ISPI alle ore 18.10. Registrati e segui qui lo streaming: https://www.ispionline.it/it/evento/iran-la-rivolta-delle-donne
👉🇫🇷 Sciopero generale in Francia oggi contro la riforma delle pensioni voluta da Emmanuel Macron. I sindacati minacciano di ‘bloccare il paese’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-muro-contro-muro-sulle-pensioni-119835
🌍 UE: INCONTRI CRITICI
🇺🇸🇪🇺 La strana coppia
Dopo l’incontro di ieri con il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è ora attesa negli Stati Uniti, dove venerdì incontrerà il Presidente Joe Biden. Al centro dei colloqui la transizione ecologica, con il capo dell’esecutivo europeo che cercherà di convincere gli americani a collaborare per la produzione di materie prime strategiche, essenziali per l’industria verde.
Un viaggio che arriva a pochi giorni dalla pubblicazione, prevista per martedì prossimo, del Net-Zero Industry Act (NZIA), ovvero i nuovi sussidi europei in risposta alle sovvenzioni all’industria verde promosse da Washington (parte dell’Inflation Reduction Act, IRA), e che hanno aumentato gli attriti tra Usa e partner europei.
Insomma, l’Unione europea è a un bivio: con Washington sarà guerra o pace?
🇨🇳 Fattore “Xi”
In fondo, quello delle materie prime critiche è un problema che accomuna l’Occidente. La loro fornitura mondiale è monopolizzata dalla Cina, che fornisce all’Ue il 95% delle terre rare, malgrado Bruxelles la definisca una “rivale sistemica” dal 2020. Anche per questo, con il Critical Raw Materials Act (presentato anch’esso martedì), la Commissione punta entro il 2030 a produrre in Ue almeno il 10% delle materie prime critiche e a lavorarne almeno il 40% del proprio fabbisogno. Oltre a limitare le importazioni da un singolo paese a un massimo del 70% per ogni materiale, una clausola che sembra chiamare direttamente in causa Pechino.
E qui i problemi sono essenzialmente due: ottenere i permessi per costruire impianti che producono tecnologie a zero emissioni può richiedere dai 2 ai 7 anni. La Commissione insiste che si possano ridurre a uno, ma gli ambientalisti temono ripercussioni su biodiversità e inquinamento idrico. Che però, in fondo, potrebbero essere anche peggiori in Cina. Contraddizioni europee?
💶 Il libero mercato dei sussidi
Accanto alle critiche degli ambientalisti ci sono anche valutazioni strettamente economiche. Anche se quello della Commissione sembra un piano ambizioso per ridurre i rischi di approvvigionamento di materie prime strategiche cruciali per il successo della transizione verde, l’estrazione (e la lavorazione) dei minerali richiede un’ingente quantità di energia.
Questo rende il processo poco conveniente ai Paesi Ue, soprattutto in questi mesi di crisi con la Russia. Le attività andrebbero così sussidiate a suon di miliardi di euro. Si ripropone, insomma, l’antico dilemma riportato in auge dall’invasione dell’Ucraina: quanto possiamo permetterci di spendere in più per garantirci maggiore sicurezza nell’approvvigionamento delle risorse? Quanto “vale” oggi l'indipendenza strategica?
👉♀️Nella Giornata internazionale delle donne, l’Onu lancia l’allarme: “diritti sotto attacco in tutto il mondo”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/l8-marzo-e-la-lotta-delle-donne-120007
🏫 Le sfide della politica e dell’economia globale ci portano a un imperativo: un nuovo modello di sviluppo non può non tener conto dell’apporto delle donne e della garanzia dei loro diritti. Ma come raggiungere questi obiettivi? Scoprilo il 31 marzo nel nuovo corso online della ISPI School. Ultima settimana per iscriversi: https://www.ispionline.it/it/corsi/parita-di-genere-e-womens-empowerment-modalita-web-live-37053
🇺🇸🇪🇺 La strana coppia
Dopo l’incontro di ieri con il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è ora attesa negli Stati Uniti, dove venerdì incontrerà il Presidente Joe Biden. Al centro dei colloqui la transizione ecologica, con il capo dell’esecutivo europeo che cercherà di convincere gli americani a collaborare per la produzione di materie prime strategiche, essenziali per l’industria verde.
Un viaggio che arriva a pochi giorni dalla pubblicazione, prevista per martedì prossimo, del Net-Zero Industry Act (NZIA), ovvero i nuovi sussidi europei in risposta alle sovvenzioni all’industria verde promosse da Washington (parte dell’Inflation Reduction Act, IRA), e che hanno aumentato gli attriti tra Usa e partner europei.
Insomma, l’Unione europea è a un bivio: con Washington sarà guerra o pace?
🇨🇳 Fattore “Xi”
In fondo, quello delle materie prime critiche è un problema che accomuna l’Occidente. La loro fornitura mondiale è monopolizzata dalla Cina, che fornisce all’Ue il 95% delle terre rare, malgrado Bruxelles la definisca una “rivale sistemica” dal 2020. Anche per questo, con il Critical Raw Materials Act (presentato anch’esso martedì), la Commissione punta entro il 2030 a produrre in Ue almeno il 10% delle materie prime critiche e a lavorarne almeno il 40% del proprio fabbisogno. Oltre a limitare le importazioni da un singolo paese a un massimo del 70% per ogni materiale, una clausola che sembra chiamare direttamente in causa Pechino.
E qui i problemi sono essenzialmente due: ottenere i permessi per costruire impianti che producono tecnologie a zero emissioni può richiedere dai 2 ai 7 anni. La Commissione insiste che si possano ridurre a uno, ma gli ambientalisti temono ripercussioni su biodiversità e inquinamento idrico. Che però, in fondo, potrebbero essere anche peggiori in Cina. Contraddizioni europee?
💶 Il libero mercato dei sussidi
Accanto alle critiche degli ambientalisti ci sono anche valutazioni strettamente economiche. Anche se quello della Commissione sembra un piano ambizioso per ridurre i rischi di approvvigionamento di materie prime strategiche cruciali per il successo della transizione verde, l’estrazione (e la lavorazione) dei minerali richiede un’ingente quantità di energia.
Questo rende il processo poco conveniente ai Paesi Ue, soprattutto in questi mesi di crisi con la Russia. Le attività andrebbero così sussidiate a suon di miliardi di euro. Si ripropone, insomma, l’antico dilemma riportato in auge dall’invasione dell’Ucraina: quanto possiamo permetterci di spendere in più per garantirci maggiore sicurezza nell’approvvigionamento delle risorse? Quanto “vale” oggi l'indipendenza strategica?
👉♀️Nella Giornata internazionale delle donne, l’Onu lancia l’allarme: “diritti sotto attacco in tutto il mondo”. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/l8-marzo-e-la-lotta-delle-donne-120007
🏫 Le sfide della politica e dell’economia globale ci portano a un imperativo: un nuovo modello di sviluppo non può non tener conto dell’apporto delle donne e della garanzia dei loro diritti. Ma come raggiungere questi obiettivi? Scoprilo il 31 marzo nel nuovo corso online della ISPI School. Ultima settimana per iscriversi: https://www.ispionline.it/it/corsi/parita-di-genere-e-womens-empowerment-modalita-web-live-37053
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🌍 MICROCHIP: AMSTERDAM CAPUT MUNDI?
🇳🇱 Embargo tecnologico
Anche i Paesi Bassi imporranno restrizioni alle esportazioni di semiconduttori: lo ha dichiarato ieri la ministra del Commercio olandese, Liesje Schreinemacher. Dopo mesi di negoziati, il presidente Biden è finalmente riuscito a convincere un titubante governo olandese a sposare la sua causa. Nodo del contendere, i macchinari per litografia ultravioletta (EUV e DUV) fondamentali per fabbricare i chip più avanzati e prodotti solo negli Stati Uniti, in Giappone e nei Paesi Bassi.
Washington vorrebbe impedire a Pechino l’accesso ai macchinari, ma le restrizioni imposte dalla Casa Bianca lo scorso ottobre impediscono alle sole alle aziende statunitensi di esportare apparecchiature EUV (per le quali non esiste un’alternativa estera) in Cina. Mentre la società giapponese Tokyo Electron e quella olandese ASML sarebbero in grado di produrre strumenti sostitutivi nel giro di pochi mesi, rendendo vane le limitazioni dell’amministrazione americana.
🇨🇳 Tallone d’Achille
Chi invece non è in grado di fabbricare (almeno per ora) i macchinari per la produzione dei microchip più avanzati è la Cina, che deve importarli dai leader nel settore. Un punto debole nella catena di produzione cinese che Washington ha saputo sfruttare per provare a congelare l’avanzamento tecnologico di Pechino a processi a 14/16 nanometri (mentre l’americana Intel ha annunciato pochi giorni fa lo sviluppo di nodi da 1,8 nanometri).
E con computer meno potenti, e un'abilità di calcolo limitata, si riduce anche la capacità di “addestrare” modelli di intelligenza artificiale, di produrre sistemi militari avanzati o di migliorare la velocità e l'accuratezza del suo processo decisionale, della pianificazione e della logistica militare.
☁️ Falla nel sistema
Dal canto suo, Pechino cerca soluzioni alternative per aggirare le sanzioni americane. Grazie ai servizi cloud, alcune imprese cinesi sembrerebbero comunque in grado di accedere a capacità di calcolo di ultima generazione. Insomma, se non li puoi acquistare, puoi sempre affittarli (e Washington dovrà chiedersi come tappare questa “falla”).
Eppure, non tutti gli alleati guardano con favore alla strategia americana. In Corea del Sud, importanti produttori di microchip (Samsung, per esempio) sembrano interessati ai sussidi per avviarne la produzione in America, ma non vogliono rinunciare alle loro fabbriche in Cina (la legge Usa glielo vieterebbe per 10 anni).
D’altronde, in un mondo si fa sempre più polarizzato, lo spazio per restare neutrali e puntare sul libero commercio si assottiglia sempre di più.
🖥️ Ma cosa sono i microchip? E perché la competizione fra Stati Uniti e Cina ruota (anche) attorno a loro? Ne abbiamo parlato nel Longread di ISPI, “Il Futuro dei Microchip”. Leggilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5598
👉 🇬🇪 Le proteste in Georgia mettono in luce le contraddizioni di un paese che aspira all’Europa ma è ancora legato all’orbita russa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/se-la-georgia-si-sente-europea-120159
🇳🇱 Embargo tecnologico
Anche i Paesi Bassi imporranno restrizioni alle esportazioni di semiconduttori: lo ha dichiarato ieri la ministra del Commercio olandese, Liesje Schreinemacher. Dopo mesi di negoziati, il presidente Biden è finalmente riuscito a convincere un titubante governo olandese a sposare la sua causa. Nodo del contendere, i macchinari per litografia ultravioletta (EUV e DUV) fondamentali per fabbricare i chip più avanzati e prodotti solo negli Stati Uniti, in Giappone e nei Paesi Bassi.
Washington vorrebbe impedire a Pechino l’accesso ai macchinari, ma le restrizioni imposte dalla Casa Bianca lo scorso ottobre impediscono alle sole alle aziende statunitensi di esportare apparecchiature EUV (per le quali non esiste un’alternativa estera) in Cina. Mentre la società giapponese Tokyo Electron e quella olandese ASML sarebbero in grado di produrre strumenti sostitutivi nel giro di pochi mesi, rendendo vane le limitazioni dell’amministrazione americana.
🇨🇳 Tallone d’Achille
Chi invece non è in grado di fabbricare (almeno per ora) i macchinari per la produzione dei microchip più avanzati è la Cina, che deve importarli dai leader nel settore. Un punto debole nella catena di produzione cinese che Washington ha saputo sfruttare per provare a congelare l’avanzamento tecnologico di Pechino a processi a 14/16 nanometri (mentre l’americana Intel ha annunciato pochi giorni fa lo sviluppo di nodi da 1,8 nanometri).
E con computer meno potenti, e un'abilità di calcolo limitata, si riduce anche la capacità di “addestrare” modelli di intelligenza artificiale, di produrre sistemi militari avanzati o di migliorare la velocità e l'accuratezza del suo processo decisionale, della pianificazione e della logistica militare.
☁️ Falla nel sistema
Dal canto suo, Pechino cerca soluzioni alternative per aggirare le sanzioni americane. Grazie ai servizi cloud, alcune imprese cinesi sembrerebbero comunque in grado di accedere a capacità di calcolo di ultima generazione. Insomma, se non li puoi acquistare, puoi sempre affittarli (e Washington dovrà chiedersi come tappare questa “falla”).
Eppure, non tutti gli alleati guardano con favore alla strategia americana. In Corea del Sud, importanti produttori di microchip (Samsung, per esempio) sembrano interessati ai sussidi per avviarne la produzione in America, ma non vogliono rinunciare alle loro fabbriche in Cina (la legge Usa glielo vieterebbe per 10 anni).
D’altronde, in un mondo si fa sempre più polarizzato, lo spazio per restare neutrali e puntare sul libero commercio si assottiglia sempre di più.
🖥️ Ma cosa sono i microchip? E perché la competizione fra Stati Uniti e Cina ruota (anche) attorno a loro? Ne abbiamo parlato nel Longread di ISPI, “Il Futuro dei Microchip”. Leggilo qui: https://essay.ispionline.it/?page_id=5598
👉 🇬🇪 Le proteste in Georgia mettono in luce le contraddizioni di un paese che aspira all’Europa ma è ancora legato all’orbita russa. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/se-la-georgia-si-sente-europea-120159
🌍 UE: SPINTA ALLA TRANSIZIONE VERDE
🥕 Bastone e carota bio
La Commissione europea accelera per riuscire a centrare gli obiettivi di abbattimento delle emissioni previsti dal piano Fit for 55. Oggi ha raggiunto un accordo provvisorio con il Parlamento europeo e il Consiglio per rafforzare le regole comunitarie sull'efficienza energetica. Una volta che l’iter legislativo sarà completato, gli Stati membri saranno obbligati a risparmiare tra il 2024 e il 2030 una media annua pari all'1,49% del loro consumo finale di energia. Un bel salto rispetto all’attuale livello dello 0,8%.
Anche ai privati sarà chiesto di fare la loro parte. I sistemi di gestione dell'energia diventeranno un obbligo per le aziende più energivore. In caso queste non ottemperino, saranno soggette a un audit energetico. Introdotto poi anche uno schema di rendicontazione delle prestazioni energetiche dei grandi centri dati. Ma oltre a nuovi obblighi sono previsti anche nuovi sussidi.
✅ It’s a match
L’abbattimento delle emissioni non passa solo dall’efficientamento energetico, ma anche da una politica industriale più aggressiva. La Commissione ha ieri presentato il nuovo regime temporaneo (fino a fine 2025) sugli aiuti di Stato nell’Unione, in risposta all’Inflation Reduction Act americano (IRA). La tempistica non è causale: Ursula von der Leyen sarà oggi alla Casa Bianca per discutere dell’impatto distorsivo dei ricchi sussidi previsti dall’IRA, che stanno convincendo più di una impresa nel campo delle tecnologie verdi a spostare la propria produzione dall’Europa agli USA.
Per evitare questo rischio, la Commissione ha proposto la cosiddetta matching clause: nei casi in cui il rischio di delocalizzazione sia elevato, gli Stati membri potranno offrire tanti sussidi quanto quelli offerti da un governo non europeo. Ma questa opportunità sarà riservata solo alle economie europee più piccole. Un compromesso per mantenere l’unità del mercato unico.
🥳 Giù le emissioni europee
Con questo rinnovato sforzo la Commissione vuole riaffermare il ruolo internazionale dell’UE come punto di riferimento nella lotta al cambiamento climatico, indebolito da alcune delle scelte adottate per affrancarsi dal gas russo. Come la riapertura da parte di alcuni Stati membri di centrali a carbone ormai in disuso. A cui però non è corrisposto un aumento del consumo europeo di carbone, in discesa dopo il picco annuo toccato a settembre 2022, comunque al di sotto dei livelli pre-Covid.
Nonostante la crisi energetica, nel 2022, le emissioni di CO2 nell’UE hanno infatti registrato un calo annuo del 2,5%. Mentre sono invece aumentate negli Stati Uniti (+0,8%) e a livello globale (+0,9%). Un risultato ottenuto in Europa grazie a un uso intensivo delle rinnovabili: il solare, tra maggio ad agosto, ha sostituto il 44% delle importazioni di gas russo nello stesso periodo del 2021.
Con la chiusura dei rubinetti da Mosca, si è chiusa una porta e si è aperto un portone?
🎙Da nove settimane Israele è percorso da vibranti proteste contro la riforma della giustizia proposta dal governo. Ma cosa vuole davvero Netanyahu? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-perche-si-protesta-cosi-tanto-contro-netanyahu-in-israele-120304
👉🇪🇺🇺🇸 Ursula von der Leyen oggi è a Washington per incontrare Joe Biden: l’obiettivo è stemperare le tensioni ed evitare una ‘guerra dei sussidi’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-europa-lira-della-discordia-120410
🥕 Bastone e carota bio
La Commissione europea accelera per riuscire a centrare gli obiettivi di abbattimento delle emissioni previsti dal piano Fit for 55. Oggi ha raggiunto un accordo provvisorio con il Parlamento europeo e il Consiglio per rafforzare le regole comunitarie sull'efficienza energetica. Una volta che l’iter legislativo sarà completato, gli Stati membri saranno obbligati a risparmiare tra il 2024 e il 2030 una media annua pari all'1,49% del loro consumo finale di energia. Un bel salto rispetto all’attuale livello dello 0,8%.
Anche ai privati sarà chiesto di fare la loro parte. I sistemi di gestione dell'energia diventeranno un obbligo per le aziende più energivore. In caso queste non ottemperino, saranno soggette a un audit energetico. Introdotto poi anche uno schema di rendicontazione delle prestazioni energetiche dei grandi centri dati. Ma oltre a nuovi obblighi sono previsti anche nuovi sussidi.
✅ It’s a match
L’abbattimento delle emissioni non passa solo dall’efficientamento energetico, ma anche da una politica industriale più aggressiva. La Commissione ha ieri presentato il nuovo regime temporaneo (fino a fine 2025) sugli aiuti di Stato nell’Unione, in risposta all’Inflation Reduction Act americano (IRA). La tempistica non è causale: Ursula von der Leyen sarà oggi alla Casa Bianca per discutere dell’impatto distorsivo dei ricchi sussidi previsti dall’IRA, che stanno convincendo più di una impresa nel campo delle tecnologie verdi a spostare la propria produzione dall’Europa agli USA.
Per evitare questo rischio, la Commissione ha proposto la cosiddetta matching clause: nei casi in cui il rischio di delocalizzazione sia elevato, gli Stati membri potranno offrire tanti sussidi quanto quelli offerti da un governo non europeo. Ma questa opportunità sarà riservata solo alle economie europee più piccole. Un compromesso per mantenere l’unità del mercato unico.
🥳 Giù le emissioni europee
Con questo rinnovato sforzo la Commissione vuole riaffermare il ruolo internazionale dell’UE come punto di riferimento nella lotta al cambiamento climatico, indebolito da alcune delle scelte adottate per affrancarsi dal gas russo. Come la riapertura da parte di alcuni Stati membri di centrali a carbone ormai in disuso. A cui però non è corrisposto un aumento del consumo europeo di carbone, in discesa dopo il picco annuo toccato a settembre 2022, comunque al di sotto dei livelli pre-Covid.
Nonostante la crisi energetica, nel 2022, le emissioni di CO2 nell’UE hanno infatti registrato un calo annuo del 2,5%. Mentre sono invece aumentate negli Stati Uniti (+0,8%) e a livello globale (+0,9%). Un risultato ottenuto in Europa grazie a un uso intensivo delle rinnovabili: il solare, tra maggio ad agosto, ha sostituto il 44% delle importazioni di gas russo nello stesso periodo del 2021.
Con la chiusura dei rubinetti da Mosca, si è chiusa una porta e si è aperto un portone?
🎙Da nove settimane Israele è percorso da vibranti proteste contro la riforma della giustizia proposta dal governo. Ma cosa vuole davvero Netanyahu? Ne parliamo nel nuovo episodio di Globally, il nostro podcast sulla geopolitica: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/podcast-globally-perche-si-protesta-cosi-tanto-contro-netanyahu-in-israele-120304
👉🇪🇺🇺🇸 Ursula von der Leyen oggi è a Washington per incontrare Joe Biden: l’obiettivo è stemperare le tensioni ed evitare una ‘guerra dei sussidi’. Ne parliamo nell’ISPI Daily Focus di oggi: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-europa-lira-della-discordia-120410