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InsideOver è un sito di reportage, approfondimento e analisi su temi internazionali. Grazie ai nostri lettori abbiamo realizzato reportage in tutto il mondo.

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Il Milan riparte da zero: la crisi ciclica di un modello di business scollegato dal successo sportivo
La situazione del club rossonero viene analizzata come un caso di difficoltà strutturali legate a un modello economico che non segue più i risultati sul campo.

Leggi l’articolo di Valerio Moggia qui 👉 https://it.insideover.com/economy/il-milan-riparte-da-zero-la-crisi-ciclica-di-un-modello-di-business-scollegato-dal-successo-sportivo.html

#insideover #economia #calcio #milan #business
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Macron sfida Xi: cosa c’è dietro al testa a testa Francia‑Cina in Africa
La crescente competizione tra Parigi e Pechino per l’influenza in Africa riflette nuovi equilibri globali e strategie geopolitiche in evoluzione.

Leggi l’articolo di Federico Giuliani qui 👉 https://it.insideover.com/politica/macron-sfida-xi-cosa-ce-dietro-al-testa-a-testa-francia-cina-in-africa.html

#insideover #politica #geopolitica #cina #francia
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Caccia austriaci contro aerei spia americani: un errore sulla rotta dei mezzi Usa verso il Medio Oriente
Un episodio nei cieli europei evidenzia tensioni e rischi operativi legati ai movimenti militari statunitensi diretti verso il Medio Oriente.

Leggi l’articolo di Davide Bartoccini qui 👉 https://it.insideover.com/difesa/caccia-austriaci-contro-aerei-spia-americani-un-errore-sulla-rotta-dei-mezzi-usa-verso-il-medio-oriente.html

#insideover #difesa #usa #geopolitica #mediooriente
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Nvidia: la mano di un pacifista israeliano dietro i record del colosso dei chip
Dietro il successo globale di Nvidia emerge una figura chiave con un passato legato a posizioni pacifiste, rivelando una dimensione meno nota nella crescita del gigante tecnologico.

Leggi l’articolo di Andrea Muratore qui 👉 https://it.insideover.com/tecnologia/nvidia-la-mano-di-un-pacifista-israeliano-dietro-i-record-del-colosso-dei-chip.html

#insideover #tecnologia #nvidia #israele #innovazione
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Durante una riunione di governo alla Casa Bianca Trump il 27 maggio Trump ha minacciato un’azione militare contro l’Oman se collaborasse con l’Iran per controllare lo Stretto di Hormuz.

Nello stesso contesto Trump ha anche minacciato che non verrà concluso un accordo se Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar non aderiranno formalmente agli Accordi di Abramo, una serie di intese diplomatiche firmate nel 2020 sotto la mediazione USA che hanno portato alla normalizzazione delle relazioni tra Israele e diversi Paesi arabi, tra cui Bahrein e Marocco.

Gli accordi sono stati criticati da Iran e da parte del mondo arabo per aver marginalizzato la questione palestinese.

Alla domanda di un giornalista sulla possibilità di un accordo temporaneo che consentisse a Iran e Oman di gestire congiuntamente il traffico commerciale e marittimo nello Stretto di Hormuz, Trump ha respinto categoricamente l’ipotesi. “No, lo stretto resterà aperto a tutti”, ha dichiarato il presidente statunitense. “Sono acque internazionali e l’Oman si comporterà come tutti gli altri, altrimenti dovremo farlo saltare in aria”.

Secondo diverse fonti regionali, l’amministrazione Trump guarderebbe con crescente preoccupazione alle discussioni avviate tra Oman e Iran su un possibile meccanismo congiunto di supervisione dello Stretto di Hormuz, inserito in un più ampio progetto di sicurezza marittima regionale volto a riaprire pienamente le rotte commerciali dopo mesi di tensioni e scontri che hanno destabilizzato i mercati energetici globali.

Secondo fonti vicine all’amministrazione repubblicana, il dossier sull’adesione dei Paesi arabi agli accordi Abramo sarebbe seguito direttamente dall’inviato Steve Witkoff e da Jared Kushner, già architetto della prima fase degli accordi durante il precedente mandato Trump. "I Paesi arabi ce lo devono”, ha detto Trump.

#trump #iran #hormuz
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Il 22 maggio, Erdoğan ha firmato decreto contro Bilgi: l’ università più libera di Turchia deve essere chiusa. In tre giorni, gli studenti l'hanno riaperta.

L'Università Bilgi nasce negli anni '90: cosmopolita, liberal, europeista. Esattamente il tipo di spazio che l'AKP, partito al governo, non tollera. La scusa ufficiale?

Indagini sulla holding proprietaria hanno portato a sospetti di riciclaggio, frode fiscale. Il messaggio reale? Se studi lì, sei già sospetto.
Dopo giorni di protesta da parte degli studenti, verso i quali lo stato turco ha risposto con violenza e repressione, il governo ha fatto un passo indietro riaprendo l’università.

Il quadro generale, però, non si esaurisce ai confini turchi ma arriva fino in Europa.

In Germania vivono 3,5 milioni di persone di origine turca. E da decenni sono il punto di riferimento dell'AKP all'estero: imam, servizi segreti, reti comunitarie.

Ankara, la capitale, ha costruito una macchina di controllo che funziona anche a migliaia di chilometri di distanza.

La diaspora turca in Germania è per lo più conservatrice e i sondaggi rivelano un paradosso: i giovani in Turchia sono sempre più laici e contro l'AKP, ma lo stesso non si può dire dei loro coetanei in Germania.

Chi vota Erdoğan dall'estero ne subisce il fascino, ma non la repressione. Il paradosso? I turchi della diaspora in Germania sono pro Erdoğan (quindi di destra) ma, politicamente, essendo classe operaia tedesca, in Germania sono “di sinistra”.
Eppure qualcosa si muove. Dopo l'arresto del sindaco İmamoğlu, alcune comunità turche e rappresentanti del CHP hanno organizzato manifestazioni in diverse città tedesche. Non è la maggioranza ma è un segnale.

E chi protesta sa che non è gratis. È lo stesso Erdoğan a fare pressione affinché la popolazione turca all'estero si mobiliti per identificare i dissidenti. Una sorveglianza che arriva fino in Europa: pressioni familiari, isolamento, stalking online.
Erdoğan ha fatto marcia indietro su Bilgi per ora.

Ma la domanda resta: può davvero parlare liberamente chi critica il governo turco, anche vivendo in Germania?

#turkey
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In Cisgiordania procede a ritmo serrato il “sacro lavoro” di ripulire territori palestinesi sempre più ampi “in vista delle future ville ebraiche”, come riferisce il giornale israeliano Haaretz, che dettaglia le conseguenze delle razzie dei coloni.

Dall’inizio del 2023 ad oggi sono 5375 gli attacchi contro i palestinesi della Cisgiordania occupata: attacchi conclusi con palestinesi uccisi, feriti o privati del loro bestiame.

Nel tragico bilancio riportato non compaiono le aggressioni in cui “questi ambasciatori della supremazia razziale”, come annota Haaretz, si sono prodotti in intimidazioni e provocazioni.

Lo scopo è sempre lo stesso: costringere i palestinesi ad andare via dalle loro terre per fare spazio ai coloni prima, e alle ville israeliane poi.

https://it.insideover.com/guerra/cisgiordania-ripulire-le-terre-palestinesi-in-vista-delle-future-ville-ebraiche.html
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In completa violazione del cosiddetto “cessate il fuoco”, il premier israeliano Netanyahu ha dichiarato di aver ordinato all’esercito israeliano di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza.

In una dichiarazione video pronunciata in ebraico durante una conferenza presso l'Accademia di leadership Ein Prat in un insediamento israeliano in Cisgiordania occupata, Netanyahu ha dichiarato: "Attualmente stiamo mettendo alle strette Hamas. Ora controlliamo il 60% del territorio della Striscia. Sapete, eravamo al 50%, siamo passati al 60%. La mia direttiva è di arrivare al 70%”.

Una persona del pubblico ha gridato: “100%”, al che Netanyahu ha risposto ridendo dicendo “Procederemo per gradi. Inizieremo con il 70%.”

A marzo Israele ha pubblicato senza annunci ufficiali le nuove mappe della Striscia di Gaza in cui Israele controllava il 64% del territorio palestinese, anziché il 53% come previsto dagli accordi di “cessate il fuoco”.
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