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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Giorno del Ringraziamento, storia di una Nazione

✍️ Andrea Lessona

Sulla collina di Plymouth, onorarono Dio e gli resero grazie per le messi raccolte. Nel 1623, due anni dopo essere sbarcati dalla Mayflower sulla costa orientale dell'America, i Padri Pellegrini celebrarono il primo Giorno del Ringraziamento.

E ancora oggi, il quarto giovedì del mese di Novembre, gli Stati Uniti si fermano e festeggiano la loro festa più sentita: quella che, come il Natale, unisce parenti e amici, pronti a sfidare le grandi distanze e ritrovarsi per l'occasione.

E' proprio quello che fecero nel XVII secolo i superstiti dei 102 pionieri partiti dall'Europa: avevano vinto l'Atlantico e le sue burrasche per sfuggire alle persecuzioni religiose in Inghilterra ed erano arrivati qui, sulla costa dell'attuale Massachusetts.

Erano partiti 52 uomini, 18 donne e 32 bambini ma durante il viaggio impervio molti si erano ammalati, altri erano morti. Chi ce l'aveva fatta aveva trovato l'inverno brullo ad accoglierlo. Le sementi portate come un tesoro prezioso non attecchivano sul nuovo terreno.

La morte per fame non era più solo un presagio ma una triste certezza. Fu allora che i Nativi Americani si presentarono ai nuovi arrivati e li aiutarono: consigliarono loro come affrontare la terra, cosa prendere, cosa lasciare, quali animali cacciare, quali risparmiare.

I primi tempi furono duri, oltre il limite. Ma quando le messi crebbero e il raccolto fu tagliato, William Bradford, il Governatore della Colonia fondata dai Padri pellegrini, ordinò alla sua gente di radunarsi alla Casa delle Assemblee, sulla collina, per ascoltare il pastore e rendere Grazie a Dio Onnipotente per le benedizioni ricevute. 

Alla festa, secondo la leggenda, parteciparono anche i locali cui i coloni dovevano la loro salvezza. Nel menù del primo Ringraziamento americano ci furono pietanze che diventarono tradizione: il tacchino e la zucca su tutte, insieme alla carne di cervo, alle ostriche, ai molluschi, ai pesci, alle torte di cereali, alla frutta secca e alle noccioline.

Il 29 giugno 1676 Edward Rawson stilò una proclamazione ufficiale in nome del governatore della contea di Charleston, in Massachusetts: con questo atto veniva indetto il Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving) per celebrare la vittoria contro gli "indigeni pagani". Altro ennesimo esempio di ribaltamento della Storia.

Nonostante George Washington decise di festeggiare l'evento per la vittoria contro gli inglesi a Saratoga durante la guerra d'Indipendenza, solo con Abraham Lincoln la festa diventò ufficiale per tutti gli stati dell'Unione. Fu lui a calendarizzarla il quarto giovedì di novembre.

Da quel momento la data è rimasta sempre uguale, e nessuno dei presidenti in carica ha più dimenticato di emettere il proclama annuale di Ringraziamento. Anzi. Ogni anno, si assiste alla Grazia del tacchino, l'animale simbolo e portata principale dell'evento.

L'inquilino della Casa Bianca libera il povero pennuto davanti a macchine fotografiche e cineprese, gesto simbolico di una festa che ha attraversato i secoli e la Storia degli Stati Uniti d'America.
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Molly Malone, la pescivendola di Dublino

📸 ✍️ Andrea Lessona

Dai suoi occhi tristi, scendono lacrime di pioggia. Scivolano sul seno gonfio e cadono lungo il vestito stretto del Seicento. Mentre immobile spinge il carretto di cozze e vongole, fisso la statua di Molly Malone.

Progettata da Jeanne Rynhart, per celebrare il primo millennio di Dublino nel 1988, la scultura fu eretta nella parte inferiore di Grafton Street. Venne presentata al pubblico dal sindaco e dall'assessore Bel Briscoe.

In quella occasione, il 13 giugno fu proclamato il giorno di Molly Malone. Rimossa e conservata in un deposito per far passare i binari dei tram della Luas, il 18 luglio del 2014 la statua è stata esposta a Suffolk Street.

È qui, proprio di fronte all'ufficio del turismo, che ogni giorno migliaia di persone le passano vicino. E molti di loro si fermano per fotografare la pescivendola di Dublino e portare a casa in uno scatto la sua storia.

Una storia immortalata nella canzone dei The Dubliners che porta il nome di Molly Malone e racconta di una povera ragazza che di giorno spingeva un carretto carico di cozze e vongole per le strade della città. E di notte vendeva se stessa.

Morta trentenne di febbre alta, di peste o di malaria, questa giovane donna è diventata uno dei simboli di Dublino e dell'Irlanda tutta. Anche se non c'è certezza della sua vera esistenza.

Secondo l’archivio anagrafico cittadino, in quel periodo viveva solo una ragazza di nome Mary Malone poi deceduta il 13 Giugno 1699 all’età di 30 anni. Se fosse realmente lei non è dato saperlo.

Dubbi sulla sua identità e perplessità sull'origine della canzone che la canta non ne hanno diminuito la fama. Nemmeno i nomignoli in un pessimo slang locale che definiscono la sua statua la “sgualdrina con la cariola” o il “piatto col pesce” ne hanno scalfito la memoria.

Molly Malone continua a essere una tra le figure più importanti della capitale irlandese, ricordo vivo di un passato sofferto della gente di Dublino.

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Museo Walser a Triesenberg, Liechtenstein antico

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel silenzio del museo Walser a Triesenberg, respiro l'aria ferma e la storia dell'edificio che la conserva: due piani raccontano attraverso oggetti preziosi e ricostruzioni la comunità di lingua germanica che si stabilì qui intorno al XIII secolo.

Qui, in questo comune del Liechtenstein, situato sulla sopra Vaduz - la capitale del Principato. Qui dove i 2500 abitanti, compresi quelli delle cinque frazioni, si stringono intorno alla chiesa dalla cupola a cipolla, al minimarket e all'ufficio postale.

Ed è proprio al suo fianco che, con mia grande sorpresa si trova il museo Walser a Triesenberg. E per visitarlo, prima bisogna chiedere alla sua responsabile. Che, attenta, compila il foglio vuoto delle presenze, poi mi dà il biglietto e infine schiaccia un bottone e apre la porta automatica a vetri.

Salendo le scale strette, lascio la modernità alle spalle. Ed entro in un mondo antico che si racconta qui dal 1961 quando il parroco di allora del villaggio, Engelbert Bucher decise di crearlo.

In origine il museo Walser a Triesenberg si chiamava "Heimatmuseum". Poi, dal 1980, è stato trasferito qui dove si trova ora nel cuore del paese proprio vicino all'Hotel Kulm e a dove si ferma il pullman che porta a Vaduz.

Nella struttura museale, le esibizioni raccontano la storia del paese della caratteristica chiesa locale: evidenziano molte delle abitudini e tradizioni così centrali per il modo di vivere della popolazione.

Uno spettacolo multimediale che dura circa 25 minuti dà un'idea precisa di come il paese sia cambiato durante i secoli. Nel seminterrato del museo Walser a Triesenberg, c'è una mostra permanente di sculture in legno dell'artista locale Rudolf Schädler.

Oltre all'edificio principale, la struttura museale vanta una casa tradizionale di 400 anni fa. Si trova oltre la chiesa a sud del cimitero. Ed è là che sto andando, proprio per vedere come viveva la popolazione locale nel XIX secolo.

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Rastoke, la Croazia dei mulini ad acqua

📸 ✍️ Andrea Lessona

Girano, i mulini ad acqua di Rastoke. Girano di una forza trasparente ed eterna: quella del fiume Slunjčica che attraversa questo villaggio croato da favola, e poi si butta in cascate nel fiume Korana.

È qui, nella regione di Kordun, che oltre trecento anni fa l'uomo ha saputo sfruttare il regalo della Natura: un altopiano calcareo scolpito nei millenni. E ha costruito un borgo di poche case che ancora oggi sono icona di un mondo antico da preservare.

Per questo motivo Rastoke, centro storico della municipalità di Slunj, è stato messo sotto protezione nel 1962 dall'Istituto croato per la conservazione. Sette anni dopo è diventato monumento nazionale.

Durante la guerra in Croazia nel 1995, diverse case del villaggio sono state danneggiate per il tentativo, da parte delle truppe paramilitari serbe, di far saltare il grande ponte sul Korana. Per fortuna, i danni sono stati riparati al termine del conflitto che ha diviso la Jugoslavia per sempre.

Oggi Rastoke è un'importante attrazione turistica, volano per lo sviluppo economico della città di Slunj e la regione di Kordun. Molte persone arrivano qui ogni anno, in quella che un tempo era considerata la terra di nessuno, a soli 33 chilometri dal famoso Parco nazionale dei laghi di Plitvice.

Sfruttando la sua favorevole posizione, sulla strada da o verso il mare Adriatico, il villaggio è meta di chi come me vuole vedere la sua architettura tradizionale e caratteristica, gustare i prodotti gastronomici locali, scoprire le abitudini e le origini culturali. E godere della squisita ospitalità delle trenta famiglie che lo abitano e lo preservano.

Incastonato in un mondo a sé, questo borgo antico è meraviglia di 23 cascate crepitanti, gonfiate dal cadere incessante del fiume Slunjčica. Lo stesso che col suo fluire fa girare i 22 mulini ad acqua di Rastoke.

ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
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Non importa quanto piano tu vada sino a quando non ti fermi.
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Vredespaleis, il palazzo della Pace de L'Aia

✍️ Andrea Lessona

Dall’enorme tetto di piastrelle grige, il profilo del Vredespaleis scivola spiovente sul granito, l’arenaria e i laterizi che vestono gli stili romanico, gotico e bizantino del palazzo della Pace de L'Aia.

Aperto ufficialmente il 28 agosto 1913, aveva lo scopo di dare una casa simbolica alla Corte permanente di arbitrato - un tribunale creato per far finire la guerra a seguito del trattato alla Conferenza di Pace dell'Aia 1899.

L'8 aprile 2014 con decisione della Commissione europea il Palazzo della Pace è stato insignito del Marchio del patrimonio europeo per il suo impegno nella realizzazione degli ideali di pace.

Il progetto del Vredespaleis prevedeva inizialmente due grandi torri davanti e due più piccole dietro. Ma per rispettare il budget di spesa, l'architetto francese Louis M. Cordonnier e il suo socio olandese Van der Steur hanno dovuto rivedere il disegno.

Così l'attuale palazzo della Pace de L'Aia è nato solo con una torre grande e una piccola e la libreria che avrebbe dovuto essere separata dal resto dell'edificio ne fa invece parte.

Anche i giardini che lo circondano, progettati da Thomas Hayton Mawson, sono stati privati per lo stesso motivo economico delle sculture e delle fontane rispetto a come erano stati pensati.

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Il mondo è troppo grande per stare in un solo posto
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Skansen Kronan, la fortezza di Goteborg

📸 ✍️ Andrea Lessona

La corona di Skansen Kronan brilla con gli ultimi raggi di sole. Li ho seguiti sin quassù, gradino dopo gradino, lungo la scalinata che dal quartiere di Haga porta alla collina su cui domina la fortezza di Goteborg.

Uno spiazzo di terra battuta accoglie il mio respiro corto di fatica: negli occhi ho mura imponenti, spezzate da finestrelle di ferro e circondate da infissi di legno, che disegnano un edificio dalla storia centenaria, sormontato dal simbolo reale.

Costruita nella seconda metà del XVII secolo, questa fortezza di Goteborg fu realizzata da Erik Dahlberg. Venne inaugurata nel 1689 e, come l'avamposto gemello di Skansen Lejonet, doveva proteggere la seconda città di Svezia dai nemici danesi. Che non arrivarono mai.

Per questo motivo i 23 cannoni di cui è circondato Skansen Kronan non spararono un colpo. Ancora oggi sono qui, muti, nel loro alzo verso l'orizzonte vuoto: vengono cavalcati dai ragazzi per ciondolare le gambe e godere il tramonto.

Intorno al 1850, la struttura diventò un rifugio per i senzatetto. In quel periodo le abitazioni della seconda città di Svezia non erano sufficienti, e i più sfortunati venivano stipati qui. Qualche anno dopo, l'edificio venne addirittura usato come prigione.

La domenica, sullo spiazzo di Skansen Kronan, i carcerati vendevano i loro manufatti di stracci alle persone. Come ho fatto io prima, salivano la collina per comprare a poco prezzo fazzoletti e coperte e, a volte, irridere i condannati.

Sino al 2004 questa fortezza di Goteborg venne adibita a museo militare. Ma a prescindere dall'utilizzo attuale e passato della struttura, ciò che più amano le persone è la vista che si gode da quassù.

Gli occhi possono abbracciare la linea delle case di legno e le strade acciottolate del quartiere di Haga, laggiù. Prima di ridiscendere l'infinita scalinata e attraversarlo, mi volto verso Skansen Kronan. Il sole si è spento dietro l'orizzonte, ma la sua corona continua a brillare dorata.

ℹ️ Visit Sweden
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«L'unico viaggio impossibile è quello che non si inizia mai».
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