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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Road train, il camion australiano

📸 ✍️ Andrea Lessona

Vento d'acciaio a sfregiare la Stuart Highway, i road train attraversano l'Australia: corrono da sud a nord per unire il Paese e trasportare merci di ogni tipo. Colonne interminabili di rimorchi sono padrone dell'asfalto rubato al bush.

Così, se ti capita di avere uno o più dei camion australiani davanti, come è successo me sulla via verso Darwin, non c'è che armarsi di pazienza, e leggerne la targa sino a impararla a memoria.

Seppur qui le strade siano lunghi rettilinei, superare questi autotreni è molto difficile: la loro stazza prende tutta la carreggiata in larghezza e ne occupa decine di metri in lunghezza. Dipende dal modello. Il massimo lo si è raggiunto col Powertrain che ha addirittura un corpo di sei carri con cassoni ribaltabili e una capacità di 200 tonnellate.

Questo genere di camion australiano è usato soprattutto nella miniera d'oro Granite, nella zona occidentale del Territorio del Nord, per le grandi distanze da percorrere e dalla particolarità del materiale trasportato.

Per gli animali o altre merci, ci sono invece modelli diversi: il road train più piccolo ha solo due rimorchi poi si sale a tre, quattro, cinque sino al camion top. Il Guinness dei primati registra un record nel 2000 a Kalgoorlie, Australia Occidentale: un autotreno con 79 semirimorchi per una lunghezza totale superiore ai mille metri.

Non da meno è stato invece il secondo tentativo nel 2006 fatto a Clifton, Queensland: alla motrice del camion australiano sono stati aggiunti 112 semirimorchi per una lunghezza superiore ai 1.500 metri.

Nonostante queste esibizioni, i road train stanno lentamente perdendo l'asfalto: la ferrovia aperta nel Territorio del Nord tra Alice Springs e Darwin nel 2004 ha ridotto i costi di trasporto.

Ma se, come a me, ti capita di parlare con uno dei tanti autisti che guidano i camion australiani, ti dirà che il loro tempo non è ancora finito e che il loro vento d'acciaio continuerà ad attraversare il Paese.

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Municipio di Tampere, scrigno d'arte finlandese

📸 ✍️ Andrea Lessona

Imponente ombra neo-rinascimentale caduta sulla piazza centrale, il municipio di Tampere è scrigno d'arte finlandese: tra le sue mura chiuse al pubblico conserva dipinti preziosissimi.

Progettato da Georg Schreck, l'edificio che è cuore amministrativo e storico della terza città della Finlandia, è stato costruito nel 1890. Sin dall'inizio ha accentrato a sé gli uffici più importanti.

Magistero, tribunale e dipartimento di polizia erano tutti allocati qui, nel municipio di Tampere, tra queste stanze che sono splendore rivelato ai pochi fortunati che ogni giorno le attraversano, lavorandoci.

Nella sua storia secolare, la struttura è stata testimone di eventi significativi. Il primo risale al 1905: durante il Grande Sciopero, dal balcone comunale venne letto il Manifesto Rosso.

Di fronte, sulla piazza centrale, la folla ascoltava il giornalista e politico finlandese Yrjö Mäkelin: chiedeva lo scioglimento del Senato del Grande Ducato della Finlandia, il suffragio universale, libertà politiche, e l'abolizione della censura.

Tredici anni dopo durante la guerra civile, il municipio di Tampere fu l'ultimo edificio del centro tenuto dai Rossi. Nelle pareti e sulle scale principali d'ingresso ci sono ancora i segni della battaglia che causò danni gravissimi alla struttura.

Ecco perché la città finlandese decise di ristrutturarla nel 1960 volendola utilizzare per giubilei e ricevimenti ufficiali. Durante i lavori, vecchie pitture decorative e opere d' arte sono state scoperte nel foyer principale e nella sala grande.

Oltre a nuove opere e mobili acquistati per rendere il municipio di Tampere ancora più affascinate dopo la ristrutturazione, diversi dipinti di artisti finnici sono stati ricevuti in regalo come quelli di Albert Edelfelt, Akseli Gallen-Kallela, Helene Schjerfbeck, Hjalmar Munsterhjelm, Pekka Halonen e Eero Järnefelt.

Ecco perché l'edificio comunale è considerato una sorta di tesoreria d'arte finlandese.

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Giorno del Ringraziamento, storia di una Nazione

✍️ Andrea Lessona

Sulla collina di Plymouth, onorarono Dio e gli resero grazie per le messi raccolte. Nel 1623, due anni dopo essere sbarcati dalla Mayflower sulla costa orientale dell'America, i Padri Pellegrini celebrarono il primo Giorno del Ringraziamento.

E ancora oggi, il quarto giovedì del mese di Novembre, gli Stati Uniti si fermano e festeggiano la loro festa più sentita: quella che, come il Natale, unisce parenti e amici, pronti a sfidare le grandi distanze e ritrovarsi per l'occasione.

E' proprio quello che fecero nel XVII secolo i superstiti dei 102 pionieri partiti dall'Europa: avevano vinto l'Atlantico e le sue burrasche per sfuggire alle persecuzioni religiose in Inghilterra ed erano arrivati qui, sulla costa dell'attuale Massachusetts.

Erano partiti 52 uomini, 18 donne e 32 bambini ma durante il viaggio impervio molti si erano ammalati, altri erano morti. Chi ce l'aveva fatta aveva trovato l'inverno brullo ad accoglierlo. Le sementi portate come un tesoro prezioso non attecchivano sul nuovo terreno.

La morte per fame non era più solo un presagio ma una triste certezza. Fu allora che i Nativi Americani si presentarono ai nuovi arrivati e li aiutarono: consigliarono loro come affrontare la terra, cosa prendere, cosa lasciare, quali animali cacciare, quali risparmiare.

I primi tempi furono duri, oltre il limite. Ma quando le messi crebbero e il raccolto fu tagliato, William Bradford, il Governatore della Colonia fondata dai Padri pellegrini, ordinò alla sua gente di radunarsi alla Casa delle Assemblee, sulla collina, per ascoltare il pastore e rendere Grazie a Dio Onnipotente per le benedizioni ricevute. 

Alla festa, secondo la leggenda, parteciparono anche i locali cui i coloni dovevano la loro salvezza. Nel menù del primo Ringraziamento americano ci furono pietanze che diventarono tradizione: il tacchino e la zucca su tutte, insieme alla carne di cervo, alle ostriche, ai molluschi, ai pesci, alle torte di cereali, alla frutta secca e alle noccioline.

Il 29 giugno 1676 Edward Rawson stilò una proclamazione ufficiale in nome del governatore della contea di Charleston, in Massachusetts: con questo atto veniva indetto il Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving) per celebrare la vittoria contro gli "indigeni pagani". Altro ennesimo esempio di ribaltamento della Storia.

Nonostante George Washington decise di festeggiare l'evento per la vittoria contro gli inglesi a Saratoga durante la guerra d'Indipendenza, solo con Abraham Lincoln la festa diventò ufficiale per tutti gli stati dell'Unione. Fu lui a calendarizzarla il quarto giovedì di novembre.

Da quel momento la data è rimasta sempre uguale, e nessuno dei presidenti in carica ha più dimenticato di emettere il proclama annuale di Ringraziamento. Anzi. Ogni anno, si assiste alla Grazia del tacchino, l'animale simbolo e portata principale dell'evento.

L'inquilino della Casa Bianca libera il povero pennuto davanti a macchine fotografiche e cineprese, gesto simbolico di una festa che ha attraversato i secoli e la Storia degli Stati Uniti d'America.
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Molly Malone, la pescivendola di Dublino

📸 ✍️ Andrea Lessona

Dai suoi occhi tristi, scendono lacrime di pioggia. Scivolano sul seno gonfio e cadono lungo il vestito stretto del Seicento. Mentre immobile spinge il carretto di cozze e vongole, fisso la statua di Molly Malone.

Progettata da Jeanne Rynhart, per celebrare il primo millennio di Dublino nel 1988, la scultura fu eretta nella parte inferiore di Grafton Street. Venne presentata al pubblico dal sindaco e dall'assessore Bel Briscoe.

In quella occasione, il 13 giugno fu proclamato il giorno di Molly Malone. Rimossa e conservata in un deposito per far passare i binari dei tram della Luas, il 18 luglio del 2014 la statua è stata esposta a Suffolk Street.

È qui, proprio di fronte all'ufficio del turismo, che ogni giorno migliaia di persone le passano vicino. E molti di loro si fermano per fotografare la pescivendola di Dublino e portare a casa in uno scatto la sua storia.

Una storia immortalata nella canzone dei The Dubliners che porta il nome di Molly Malone e racconta di una povera ragazza che di giorno spingeva un carretto carico di cozze e vongole per le strade della città. E di notte vendeva se stessa.

Morta trentenne di febbre alta, di peste o di malaria, questa giovane donna è diventata uno dei simboli di Dublino e dell'Irlanda tutta. Anche se non c'è certezza della sua vera esistenza.

Secondo l’archivio anagrafico cittadino, in quel periodo viveva solo una ragazza di nome Mary Malone poi deceduta il 13 Giugno 1699 all’età di 30 anni. Se fosse realmente lei non è dato saperlo.

Dubbi sulla sua identità e perplessità sull'origine della canzone che la canta non ne hanno diminuito la fama. Nemmeno i nomignoli in un pessimo slang locale che definiscono la sua statua la “sgualdrina con la cariola” o il “piatto col pesce” ne hanno scalfito la memoria.

Molly Malone continua a essere una tra le figure più importanti della capitale irlandese, ricordo vivo di un passato sofferto della gente di Dublino.

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Museo Walser a Triesenberg, Liechtenstein antico

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel silenzio del museo Walser a Triesenberg, respiro l'aria ferma e la storia dell'edificio che la conserva: due piani raccontano attraverso oggetti preziosi e ricostruzioni la comunità di lingua germanica che si stabilì qui intorno al XIII secolo.

Qui, in questo comune del Liechtenstein, situato sulla sopra Vaduz - la capitale del Principato. Qui dove i 2500 abitanti, compresi quelli delle cinque frazioni, si stringono intorno alla chiesa dalla cupola a cipolla, al minimarket e all'ufficio postale.

Ed è proprio al suo fianco che, con mia grande sorpresa si trova il museo Walser a Triesenberg. E per visitarlo, prima bisogna chiedere alla sua responsabile. Che, attenta, compila il foglio vuoto delle presenze, poi mi dà il biglietto e infine schiaccia un bottone e apre la porta automatica a vetri.

Salendo le scale strette, lascio la modernità alle spalle. Ed entro in un mondo antico che si racconta qui dal 1961 quando il parroco di allora del villaggio, Engelbert Bucher decise di crearlo.

In origine il museo Walser a Triesenberg si chiamava "Heimatmuseum". Poi, dal 1980, è stato trasferito qui dove si trova ora nel cuore del paese proprio vicino all'Hotel Kulm e a dove si ferma il pullman che porta a Vaduz.

Nella struttura museale, le esibizioni raccontano la storia del paese della caratteristica chiesa locale: evidenziano molte delle abitudini e tradizioni così centrali per il modo di vivere della popolazione.

Uno spettacolo multimediale che dura circa 25 minuti dà un'idea precisa di come il paese sia cambiato durante i secoli. Nel seminterrato del museo Walser a Triesenberg, c'è una mostra permanente di sculture in legno dell'artista locale Rudolf Schädler.

Oltre all'edificio principale, la struttura museale vanta una casa tradizionale di 400 anni fa. Si trova oltre la chiesa a sud del cimitero. Ed è là che sto andando, proprio per vedere come viveva la popolazione locale nel XIX secolo.

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