Stara trta, a Maribor la vite più antica al mondo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal terreno cinto, sale contorta sulle mure tenui della casa vinicola di Maribor. E metro dopo metro si allunga orizzontale senza voler finire mai. È lì da 400 anni, la Stara trta: la vite più antica del mondo, iscritta nel Guinness dei primati, è ancora capace di produrre vino.
Tra i simboli più preziosi della seconda città della Slovenia e di tutta la zona vinicola che la circonda, questa pianta regala una volta all'anno un nettare prelibato che viene riversato in bottiglie dal particolare design artistico realizzate dall'artista Oskar Kogoj.
Sono loro ad accogliere il suo vino rosso dal sapore intenso: è così prezioso che il preparato nato dalla vite più antica del mondo viene regalate dal sindaco alle delegazioni in visita a Maribor.
Qui si ricordano ancora quando furono donate a personaggi illustri come i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il presidente americano Bill Clinton, l'imperatore giapponese Akihito e il presidente ceco Vaclav Havel.
Anche Arnold Schwarzenegger, Brad Pitt, Michel Platini, l'ex presidente della Slovenia Milan Kucan e il Dr. Janez Drovskek sono tornati nelle loro abitazioni con una bottiglia colma del succo della vite più antica al mondo.
La Stara trta è così importante per Maribor che la città slovena le dedica un Festival: appuntamento culturale, culinario e turistico di alto livello, il più grande evento autunnale con oltre 500 partecipanti.
La celebrazione rappresenta il meglio degli eventi che vanno dal taglio fino alla festa di San Martino in cui si celebra la vite più antica del mondo: così tutte le strade del vino che si snodano lungo i dintorni collinosi e ricchi di vigneti della città confluiscono qui, sulla piazza dove si trova la casa vinicola di Maribor, proprio di fronte fiume Drava.
E mentre fuori, si festeggia con canti, balli, cibo e nettare prelibato, dentro l'edificio, che è anche museo e centro turistico, si può scoprire la storia della Stara trta.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal terreno cinto, sale contorta sulle mure tenui della casa vinicola di Maribor. E metro dopo metro si allunga orizzontale senza voler finire mai. È lì da 400 anni, la Stara trta: la vite più antica del mondo, iscritta nel Guinness dei primati, è ancora capace di produrre vino.
Tra i simboli più preziosi della seconda città della Slovenia e di tutta la zona vinicola che la circonda, questa pianta regala una volta all'anno un nettare prelibato che viene riversato in bottiglie dal particolare design artistico realizzate dall'artista Oskar Kogoj.
Sono loro ad accogliere il suo vino rosso dal sapore intenso: è così prezioso che il preparato nato dalla vite più antica del mondo viene regalate dal sindaco alle delegazioni in visita a Maribor.
Qui si ricordano ancora quando furono donate a personaggi illustri come i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il presidente americano Bill Clinton, l'imperatore giapponese Akihito e il presidente ceco Vaclav Havel.
Anche Arnold Schwarzenegger, Brad Pitt, Michel Platini, l'ex presidente della Slovenia Milan Kucan e il Dr. Janez Drovskek sono tornati nelle loro abitazioni con una bottiglia colma del succo della vite più antica al mondo.
La Stara trta è così importante per Maribor che la città slovena le dedica un Festival: appuntamento culturale, culinario e turistico di alto livello, il più grande evento autunnale con oltre 500 partecipanti.
La celebrazione rappresenta il meglio degli eventi che vanno dal taglio fino alla festa di San Martino in cui si celebra la vite più antica del mondo: così tutte le strade del vino che si snodano lungo i dintorni collinosi e ricchi di vigneti della città confluiscono qui, sulla piazza dove si trova la casa vinicola di Maribor, proprio di fronte fiume Drava.
E mentre fuori, si festeggia con canti, balli, cibo e nettare prelibato, dentro l'edificio, che è anche museo e centro turistico, si può scoprire la storia della Stara trta.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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Indian Summer, l’autunno del Canada
✍️ Andrea Lessona
Nell’immensità dei boschi canadesi, il vento fruscia tra i rami sfavillanti d’acero. Il giallo delle foglie sfuma nell’arancio, sino a diventare rosso fuoco. È un regalo unico che ogni anno la natura fa all’uomo. E che qui, in Quebec, chiamano Indian Summer.
I nativi americani approfittavano di questo periodo per disfare i loro tepee e migrare lenti verso sud. Ammiravano il paesaggio incandescente come oggi fanno i turisti che arrivano nella zona francofona del Canada per godere di uno scenario sterminato che vive solo per 15 giorni grazie allo sbalzo climatico tra le notti fredde e i pomeriggi miti.
Gli Indiani ringraziavano il Grande Spirito. Rispettavano la terra su cui vivevano. Prendevano solo il necessario per proteggere il ciclo naturale della Vita. E. per ogni dono ricevuto, pregavano.
Oggi la massa di visitatori arriva armata di macchine fotografiche, affolla i cottage ed entra chiassosa nei negozi di porcellana per portare a casa un ninnolo da mostrare come uno scalpo.
I locali, ormai quasi tutti bianchi - retaggio della colonizzazione anglofrancese - si son fatti guide per far vedere ai turisti la bellezza del luogo. Cavalli bradi al pascolo, laghi cristallini che si specchiano nel cielo, sfregiato dal volare libero di oche selvatiche. Poi, prima di migrare verso sud, i volatili riposano il loro piumaggio variopinto nell’acque del fiume San Lorenzo.
Rientrati nelle abitazioni in affitto, i visitatori gustano le mele rosse dei frutteti. La mattina dopo, a colazione, spalmano sul pane caldo lo sciroppo d’acero ricavato da un foro nel tronco degli alberi.
Qui lo chiamano il nettare dei boschi: viene prodotto nelle case del sidro dopo la bollitura a una temperatura altissima. Il suo profumo inebria il cottage e si diffonde nell’aria frizzantina.
Dalla veranda in legno si vede l’arcobaleno sfumato tendersi basso nel cielo e specchiarsi a terra dove le foglie cadute formano un pavimento variopinto. All’orizzonte, l’alba vibra di fuoco.
✍️ Andrea Lessona
Nell’immensità dei boschi canadesi, il vento fruscia tra i rami sfavillanti d’acero. Il giallo delle foglie sfuma nell’arancio, sino a diventare rosso fuoco. È un regalo unico che ogni anno la natura fa all’uomo. E che qui, in Quebec, chiamano Indian Summer.
I nativi americani approfittavano di questo periodo per disfare i loro tepee e migrare lenti verso sud. Ammiravano il paesaggio incandescente come oggi fanno i turisti che arrivano nella zona francofona del Canada per godere di uno scenario sterminato che vive solo per 15 giorni grazie allo sbalzo climatico tra le notti fredde e i pomeriggi miti.
Gli Indiani ringraziavano il Grande Spirito. Rispettavano la terra su cui vivevano. Prendevano solo il necessario per proteggere il ciclo naturale della Vita. E. per ogni dono ricevuto, pregavano.
Oggi la massa di visitatori arriva armata di macchine fotografiche, affolla i cottage ed entra chiassosa nei negozi di porcellana per portare a casa un ninnolo da mostrare come uno scalpo.
I locali, ormai quasi tutti bianchi - retaggio della colonizzazione anglofrancese - si son fatti guide per far vedere ai turisti la bellezza del luogo. Cavalli bradi al pascolo, laghi cristallini che si specchiano nel cielo, sfregiato dal volare libero di oche selvatiche. Poi, prima di migrare verso sud, i volatili riposano il loro piumaggio variopinto nell’acque del fiume San Lorenzo.
Rientrati nelle abitazioni in affitto, i visitatori gustano le mele rosse dei frutteti. La mattina dopo, a colazione, spalmano sul pane caldo lo sciroppo d’acero ricavato da un foro nel tronco degli alberi.
Qui lo chiamano il nettare dei boschi: viene prodotto nelle case del sidro dopo la bollitura a una temperatura altissima. Il suo profumo inebria il cottage e si diffonde nell’aria frizzantina.
Dalla veranda in legno si vede l’arcobaleno sfumato tendersi basso nel cielo e specchiarsi a terra dove le foglie cadute formano un pavimento variopinto. All’orizzonte, l’alba vibra di fuoco.
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Torre civica di Innsbruck, vedetta del Tirolo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Un orizzonte dipinto di cielo blu e montagne verdi si disegna intorno alla torre civica di Innsbruck. Quassù a 31 metri da terra, appoggiato alla balaustra della sua piattaforma panoramica, ogni cosa sembra diversa.
Sotto, una tela colorata si distende continua sui tetti delle case del centro storico. E finisce là, dove il mio sguardo si perde nella bellezza a 360 gradi e senza tempo della capitale austriaca del Tirolo.
Tempo fermato in un istante e riportato indietro tra il 1442 e il 1450 quando la torre civica di Innsbruck fu costruita a fianco del vecchio municipio, e innalzata pietra su pietra per 51 metri. Quadrata e medievale alla base, tocca le nubi con un ottagono rinascimentale e una cupola a lucernario.
Simbolo di consapevolezza e determinazione di una borghesia forte e risoluta, la struttura divenne nei secoli emblema della città insieme al Tettuccio d'Oro e alla Colonna di Sant'Anna.
Ma se oggi è attrattiva storica, ieri era anche e soprattutto un edificio di vedetta in cui il primo custode di cui si ha notizia aveva mansioni specifiche. Ricevuto l'incarico ufficiale dal consiglio cittadino nel 1529, il guardiano doveva battere le ore e avvertire la popolazione in caso di incendio o pericolo.
L'ultima guardiana della torre di Innsbruck finì il proprio servizio nel 1967. Non fu solo la fine del suo lavoro ma la fine di un'epoca in cui la modernità prese il sopravvento e mandò in pensione l'essere umano.
Oggi la struttura è meta turistica da visitare dopo aver faticato un po': per raggiungere la piattaforma panoramica dove sono io bisogna salire i 148 gradini che attraversano le mura interne. Ridipinte nei secoli, sono ora graffiate da nomi scritti in cuori stretti e qualche oscenità.
Quando si arriva quassù, tutto passa in un istante: il buio delle scale e gli spazi stretti si aprono nella luce dell'orizzonte dipinto di cielo blu e montagne verdi.
ℹ️ Innsbruck Info
📸 ✍️ Andrea Lessona
Un orizzonte dipinto di cielo blu e montagne verdi si disegna intorno alla torre civica di Innsbruck. Quassù a 31 metri da terra, appoggiato alla balaustra della sua piattaforma panoramica, ogni cosa sembra diversa.
Sotto, una tela colorata si distende continua sui tetti delle case del centro storico. E finisce là, dove il mio sguardo si perde nella bellezza a 360 gradi e senza tempo della capitale austriaca del Tirolo.
Tempo fermato in un istante e riportato indietro tra il 1442 e il 1450 quando la torre civica di Innsbruck fu costruita a fianco del vecchio municipio, e innalzata pietra su pietra per 51 metri. Quadrata e medievale alla base, tocca le nubi con un ottagono rinascimentale e una cupola a lucernario.
Simbolo di consapevolezza e determinazione di una borghesia forte e risoluta, la struttura divenne nei secoli emblema della città insieme al Tettuccio d'Oro e alla Colonna di Sant'Anna.
Ma se oggi è attrattiva storica, ieri era anche e soprattutto un edificio di vedetta in cui il primo custode di cui si ha notizia aveva mansioni specifiche. Ricevuto l'incarico ufficiale dal consiglio cittadino nel 1529, il guardiano doveva battere le ore e avvertire la popolazione in caso di incendio o pericolo.
L'ultima guardiana della torre di Innsbruck finì il proprio servizio nel 1967. Non fu solo la fine del suo lavoro ma la fine di un'epoca in cui la modernità prese il sopravvento e mandò in pensione l'essere umano.
Oggi la struttura è meta turistica da visitare dopo aver faticato un po': per raggiungere la piattaforma panoramica dove sono io bisogna salire i 148 gradini che attraversano le mura interne. Ridipinte nei secoli, sono ora graffiate da nomi scritti in cuori stretti e qualche oscenità.
Quando si arriva quassù, tutto passa in un istante: il buio delle scale e gli spazi stretti si aprono nella luce dell'orizzonte dipinto di cielo blu e montagne verdi.
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Marble Arch, l'arco trionfale di Londra
✍️ Andrea Lessona
Il marmo bianco di Marble Arch è storia incisa dell'impero Britannico. Emblema smanioso di celebrazione, l'arco trionfale di Londra è oggi uno dei tanti simboli che caratterizzano la capitale inglese.
Sfidando il passato divieto, che solo ai membri anziani della famiglia reale e alcuni soldati scelti dava il privilegio di attraversarlo, sono passato sotto all'arcata più grande delle tre: quella centrale.
Da lì ho potuto ammirare il marmo di Carrara e Seravezza con cui Marble Arch venne pensato e realizzato. Fu l'urbanista e architetto inglese John Nash (1752-1835) a disegnarlo nel 1828.
Dopo aver studiato per anni l'arco di Costantino a Roma e quello di Trionfo del Carrousel a Parigi, stese il progetto. In origine, la struttura doveva essere e rappresentare una grande entrata trionfale alla nuova residenza reale di Buckingham Palace.
Purtroppo, le arcate di Marble Arch non erano grandi abbastanza per le carrozze. Così l'opera di Nash - uno tra i massimi rappresentanti del genere pittoresco - venne ricollocata nel 1851.
L'arco trionfale di Londra fu trasportato nella piazza a cui dà nome – proprio vicino alla confluenza di Bayswater Road e Edgware Road con un piccolo ma significativo scorcio su Hyde Park, il polmone della capitale britannica.
Non lontano da lì, c'è il famoso Speakers' Corner - la zona franca dove esprimere pareri e opinioni in massima libertà. Entrambe le attrattive occupano i resti dell'antica Tyburn, il luogo in cui per quasi seicento anni avvenivano le pubbliche esecuzioni. Poi nel XVIII secolo furono sospese.
Dove oggi si trova il lato meridionale di Marble Arch, nel 1658 fu impiccato il cadavere di Oliver Cromwell (1599-1658). Il corpo del Lord Protettore del Commonwealth e del Protettorato d'Inghilterra, Scozia e Irlanda e delle Colonie britanniche, fu riesumato per la macabra occasione. E appeso tra il pubblico ludibrio degli astanti.
ℹ️ Visit Britain
✍️ Andrea Lessona
Il marmo bianco di Marble Arch è storia incisa dell'impero Britannico. Emblema smanioso di celebrazione, l'arco trionfale di Londra è oggi uno dei tanti simboli che caratterizzano la capitale inglese.
Sfidando il passato divieto, che solo ai membri anziani della famiglia reale e alcuni soldati scelti dava il privilegio di attraversarlo, sono passato sotto all'arcata più grande delle tre: quella centrale.
Da lì ho potuto ammirare il marmo di Carrara e Seravezza con cui Marble Arch venne pensato e realizzato. Fu l'urbanista e architetto inglese John Nash (1752-1835) a disegnarlo nel 1828.
Dopo aver studiato per anni l'arco di Costantino a Roma e quello di Trionfo del Carrousel a Parigi, stese il progetto. In origine, la struttura doveva essere e rappresentare una grande entrata trionfale alla nuova residenza reale di Buckingham Palace.
Purtroppo, le arcate di Marble Arch non erano grandi abbastanza per le carrozze. Così l'opera di Nash - uno tra i massimi rappresentanti del genere pittoresco - venne ricollocata nel 1851.
L'arco trionfale di Londra fu trasportato nella piazza a cui dà nome – proprio vicino alla confluenza di Bayswater Road e Edgware Road con un piccolo ma significativo scorcio su Hyde Park, il polmone della capitale britannica.
Non lontano da lì, c'è il famoso Speakers' Corner - la zona franca dove esprimere pareri e opinioni in massima libertà. Entrambe le attrattive occupano i resti dell'antica Tyburn, il luogo in cui per quasi seicento anni avvenivano le pubbliche esecuzioni. Poi nel XVIII secolo furono sospese.
Dove oggi si trova il lato meridionale di Marble Arch, nel 1658 fu impiccato il cadavere di Oliver Cromwell (1599-1658). Il corpo del Lord Protettore del Commonwealth e del Protettorato d'Inghilterra, Scozia e Irlanda e delle Colonie britanniche, fu riesumato per la macabra occasione. E appeso tra il pubblico ludibrio degli astanti.
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La Settimana de il Reporter
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Marmo di Lasa, oro bianco dell’Alto Adige
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Iberdrola, la Torre di Bilb
📸 ✍️ Andrea Lessona
Triangolo isoscele dai lati ricurvi, la torre di Bilbao riflette in verticale il capoluogo della provincia di Biscaglia: quaranta piani in vetro per 165 metri, che ne fanno l'edificio più alto della città e dei Paesi Baschi.
I lavori per realizzarla nell'ex area industriale di Abandoibarra, vicino al fiume Nervión e al museo Guggenheim, iniziarono il 19 marzo del 2009. Quattro anni dopo, il 21 febbraio del 2012 re Juan Carlos la inaugurò ufficialmente.
Tranne quando la foschia cala nella valle, la torre di Bilbao è visibile da ogni angolo della città: imperiosa, si alza nel cielo del centro dei Paesi Baschi e lo tratteggia col suo profilo aggraziato.
Progettato dall'architetto argentino Cesar Pelli, l'edificio è il quartiere generale della Iberdrola - la più grande azienda produttrice e distributrice di elettricità e gas naturale in Spagna.
È lei a dare nome alla torre di Bilbao che, secondo le intenzioni, nei suoi primi otto piani doveva ospitare un hotel dalla catena alberghiera spagnola ABBA. Al suo posto, invece, c'è un auditorium con una capienza di 200 persone.
Gli altri piani della struttura, per un totale di 50 mila metri quadrati, ospitano uffici. Dalle loro pareti in vetro si gode una vista ineguagliabile: la più importante città dei Paesi Baschi circondata dal fiume Nervión.
Facilmente raggiungibile grazie alla nuova e potente mezzi di trasporti, la torre di Bilbao è diventata uno dei simboli più importanti della città. Proprio come il vicinissimo museo Guggenheim che l'edificio in vetro sovrasta con la sua altezza.
In cima alla Iberdrola, è stato predisposto un eliporto: viene usato solo in caso di gravi necessità, principalmente dai mezzi di soccorso medico per fornire un pronto intervento d'aiuto.
È lassù che, il triangolo isoscele dai lati ricurvi della torre di Bilbao, finisce – limite verticale imposto da terra che il cielo della città e dei Paesi Baschi delimita con le sue nuvole.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Triangolo isoscele dai lati ricurvi, la torre di Bilbao riflette in verticale il capoluogo della provincia di Biscaglia: quaranta piani in vetro per 165 metri, che ne fanno l'edificio più alto della città e dei Paesi Baschi.
I lavori per realizzarla nell'ex area industriale di Abandoibarra, vicino al fiume Nervión e al museo Guggenheim, iniziarono il 19 marzo del 2009. Quattro anni dopo, il 21 febbraio del 2012 re Juan Carlos la inaugurò ufficialmente.
Tranne quando la foschia cala nella valle, la torre di Bilbao è visibile da ogni angolo della città: imperiosa, si alza nel cielo del centro dei Paesi Baschi e lo tratteggia col suo profilo aggraziato.
Progettato dall'architetto argentino Cesar Pelli, l'edificio è il quartiere generale della Iberdrola - la più grande azienda produttrice e distributrice di elettricità e gas naturale in Spagna.
È lei a dare nome alla torre di Bilbao che, secondo le intenzioni, nei suoi primi otto piani doveva ospitare un hotel dalla catena alberghiera spagnola ABBA. Al suo posto, invece, c'è un auditorium con una capienza di 200 persone.
Gli altri piani della struttura, per un totale di 50 mila metri quadrati, ospitano uffici. Dalle loro pareti in vetro si gode una vista ineguagliabile: la più importante città dei Paesi Baschi circondata dal fiume Nervión.
Facilmente raggiungibile grazie alla nuova e potente mezzi di trasporti, la torre di Bilbao è diventata uno dei simboli più importanti della città. Proprio come il vicinissimo museo Guggenheim che l'edificio in vetro sovrasta con la sua altezza.
In cima alla Iberdrola, è stato predisposto un eliporto: viene usato solo in caso di gravi necessità, principalmente dai mezzi di soccorso medico per fornire un pronto intervento d'aiuto.
È lassù che, il triangolo isoscele dai lati ricurvi della torre di Bilbao, finisce – limite verticale imposto da terra che il cielo della città e dei Paesi Baschi delimita con le sue nuvole.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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St George's Market, il mercato di Belfast
📸 ✍️ Andrea Lessona
Oltre i suoi mattoni rossi in stile vittoriano, il mercato di Belfast rivela un mondo antico di performance e contrattazioni moderne: dal venerdì alla domenica, alcuni artisti e oltre 300 commercianti si contendono l'attenzione e l'acquisto dei presenti.
Anche se l'offerta dei prodotti è davvero ampia, molte di loro vengono al St George’s Market più per vivere l'atmosfera di un tempo passato scandita da qualche nota musicale che per comprare davvero qualcosa.
Edificato in tre fasi tra il 1890 e il 1896, in May Street vicino al fiume Lagan, il mercato di Belfast è l'ultimo coperto della capitale dell’Irlanda del Nord. Disegnato da JC Bretland, l'edificio in mattoni rossi e arenaria ha l'ingresso tratteggiato da archi romani.
Sulle mura esterne del St George's Market, c'è il motto latino della città: Pro Tanto Quid Retribuamus che significa «Cosa dobbiamo dare in cambio per così tanto». E quello in gaelico: Lámh Dearg na Éireann, la Mano Rossa d'Irlanda.
Dentro il mercato di Belfast, le lunghe file ordinate di bancarelle mettono in mostra di tutto: carne, pesce, frutta e verdura fresca, prodotti biologici, oggetti di artigianato locale, vecchi vestiti, libri e fumetti.
Così mentre le faccio passare una a una posso davvero vivere l'atmosfera del St George's Market che sin dalla sua apertura ha caratterizzato la vita degli abitanti della città. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando dal cielo cadevano bombe naziste, si rifugiavano qui.
Di quei rumori di morte, oggi, resta solo l'eco della batteria: insieme ad altri strumenti ravviva alcune performance musicali o teatrali organizzate per qualche occasione particolare. O solo per correggere le voci stonate dei commercianti nel mercato di Belfast.
Molti di loro hanno ereditato da nonni o genitori lavoro e passione. Alcune bancarelle sono rimaste addirittura le stesse - tradizione tramandata di un mondo antico da vivere al St George's Market.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Oltre i suoi mattoni rossi in stile vittoriano, il mercato di Belfast rivela un mondo antico di performance e contrattazioni moderne: dal venerdì alla domenica, alcuni artisti e oltre 300 commercianti si contendono l'attenzione e l'acquisto dei presenti.
Anche se l'offerta dei prodotti è davvero ampia, molte di loro vengono al St George’s Market più per vivere l'atmosfera di un tempo passato scandita da qualche nota musicale che per comprare davvero qualcosa.
Edificato in tre fasi tra il 1890 e il 1896, in May Street vicino al fiume Lagan, il mercato di Belfast è l'ultimo coperto della capitale dell’Irlanda del Nord. Disegnato da JC Bretland, l'edificio in mattoni rossi e arenaria ha l'ingresso tratteggiato da archi romani.
Sulle mura esterne del St George's Market, c'è il motto latino della città: Pro Tanto Quid Retribuamus che significa «Cosa dobbiamo dare in cambio per così tanto». E quello in gaelico: Lámh Dearg na Éireann, la Mano Rossa d'Irlanda.
Dentro il mercato di Belfast, le lunghe file ordinate di bancarelle mettono in mostra di tutto: carne, pesce, frutta e verdura fresca, prodotti biologici, oggetti di artigianato locale, vecchi vestiti, libri e fumetti.
Così mentre le faccio passare una a una posso davvero vivere l'atmosfera del St George's Market che sin dalla sua apertura ha caratterizzato la vita degli abitanti della città. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando dal cielo cadevano bombe naziste, si rifugiavano qui.
Di quei rumori di morte, oggi, resta solo l'eco della batteria: insieme ad altri strumenti ravviva alcune performance musicali o teatrali organizzate per qualche occasione particolare. O solo per correggere le voci stonate dei commercianti nel mercato di Belfast.
Molti di loro hanno ereditato da nonni o genitori lavoro e passione. Alcune bancarelle sono rimaste addirittura le stesse - tradizione tramandata di un mondo antico da vivere al St George's Market.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Mala Strana, l'essenza di Praga
📸 ✍️ Andrea Lessona
Mala Strana è l'essenza di Praga: affascinante, magica, senza tempo. La piccola città, in lingua ceca, è da camminare passo a passo seguendo l'acciottolato delle sue strade e la sua storia antica.
È così che va scoperta. Ed è così che, iniziando dalla piazza che dà nome al quartiere, ho risalito la Nerudova - una delle vie barocche meglio conservate della capitale ceca. Da lassù, ho visto la zona distendersi.
Proseguendo per l'Úvoz, il vicolo di ciottoli tra le case barocche che porta al monastero di Strahov, sono ridisceso lungo la strada intitolata a Jan Neruda: il poeta visse a Mala Strana al 47 di questi edifici dalle insegne scolpite con cui identificare le abitazioni prima dell'introduzione dei numeri.
Tra loro spiccano per foggia e importanza il palazzo Bretfeld del 1765 con le sue cancellate barocche, il palazzo Thun-Hohenstein del 1720, sede dell'ambasciata italiana con i suoi frontoni rinascimentali sul retro e il portone principale con due aquile scolpite da Matthias Braun.
Poco oltre, Palazzo Moržin esalta le sue figure di mori ricurvi. Appena dopo, al 12, un'insegna dalla forma di tre violini ricorda che qui a Mala Strana abitò una famiglia di liutai: gli Edlinger.
Finita via Neruda, la città piccola si apre sulla piazza che le dà nome e ne è cuore. Al centro si trova San Nicola, la chiesa capolavoro dei Dientzenhofer, padre e figlio. La facciata terminata nel 1710 è ingresso dalla manifesta rotondità degli interni, ricchi di pitture e statue realizzate da Platzer il Vecchio.
Vicino all'edificio ecclesiastico si trova la colonna alla Vergine del 1715 e l'imponenza soffocante di palazzo Liechenstein del 1791. Proseguendo per piazza Mala Strana sono arrivato davanti al vecchio municipio del quartiere.
Ieri il suo stile rinascimentale conservava l'anagrafe della zona, oggi dispensa piacere e divertimento attraverso il ristorante, il bar e un locale con musica dal vivo. Poi sono sceso per via Karmelistká e ho imboccato il sottopassaggio per i giardini pensili di Vrtba.
È la zona più tranquilla e più verde di Mala Strana, dove godere di un panorama unico. Appena dopo, si trova la chiesa barocca di Nostra Signora della Vittoria con la statua, grande come una bambola, di Gesù Bambino.
Voltato a sinistra sula Harantova sono arrivato davanti a Maria in Vincoli, l'edificio ecclesiastico del 1169 più vecchio del quartiere. Le sue arcate romaniche sorreggono i vecchi campanili gotici e tutelano gli interni barocchi.
Da qui, dopo aver superato alcuni palazzi barocchi dove Beethoven e Mozart stettero per qualche tempo, mi sono imbattuto nell'edificio ex sede del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta.
Poi, svoltato su piazza Velkoprevorske, ho camminato gli ultimi passi di Mala Strana e ho raggiunto l'isola di Kampa. Seppure le appartenga geograficamente, l'atollo artificiale è per chi la conosce zona a sé: magia nella magia di un quartiere e di una città che non ha eguali.
Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Mala Strana è l'essenza di Praga: affascinante, magica, senza tempo. La piccola città, in lingua ceca, è da camminare passo a passo seguendo l'acciottolato delle sue strade e la sua storia antica.
È così che va scoperta. Ed è così che, iniziando dalla piazza che dà nome al quartiere, ho risalito la Nerudova - una delle vie barocche meglio conservate della capitale ceca. Da lassù, ho visto la zona distendersi.
Proseguendo per l'Úvoz, il vicolo di ciottoli tra le case barocche che porta al monastero di Strahov, sono ridisceso lungo la strada intitolata a Jan Neruda: il poeta visse a Mala Strana al 47 di questi edifici dalle insegne scolpite con cui identificare le abitazioni prima dell'introduzione dei numeri.
Tra loro spiccano per foggia e importanza il palazzo Bretfeld del 1765 con le sue cancellate barocche, il palazzo Thun-Hohenstein del 1720, sede dell'ambasciata italiana con i suoi frontoni rinascimentali sul retro e il portone principale con due aquile scolpite da Matthias Braun.
Poco oltre, Palazzo Moržin esalta le sue figure di mori ricurvi. Appena dopo, al 12, un'insegna dalla forma di tre violini ricorda che qui a Mala Strana abitò una famiglia di liutai: gli Edlinger.
Finita via Neruda, la città piccola si apre sulla piazza che le dà nome e ne è cuore. Al centro si trova San Nicola, la chiesa capolavoro dei Dientzenhofer, padre e figlio. La facciata terminata nel 1710 è ingresso dalla manifesta rotondità degli interni, ricchi di pitture e statue realizzate da Platzer il Vecchio.
Vicino all'edificio ecclesiastico si trova la colonna alla Vergine del 1715 e l'imponenza soffocante di palazzo Liechenstein del 1791. Proseguendo per piazza Mala Strana sono arrivato davanti al vecchio municipio del quartiere.
Ieri il suo stile rinascimentale conservava l'anagrafe della zona, oggi dispensa piacere e divertimento attraverso il ristorante, il bar e un locale con musica dal vivo. Poi sono sceso per via Karmelistká e ho imboccato il sottopassaggio per i giardini pensili di Vrtba.
È la zona più tranquilla e più verde di Mala Strana, dove godere di un panorama unico. Appena dopo, si trova la chiesa barocca di Nostra Signora della Vittoria con la statua, grande come una bambola, di Gesù Bambino.
Voltato a sinistra sula Harantova sono arrivato davanti a Maria in Vincoli, l'edificio ecclesiastico del 1169 più vecchio del quartiere. Le sue arcate romaniche sorreggono i vecchi campanili gotici e tutelano gli interni barocchi.
Da qui, dopo aver superato alcuni palazzi barocchi dove Beethoven e Mozart stettero per qualche tempo, mi sono imbattuto nell'edificio ex sede del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta.
Poi, svoltato su piazza Velkoprevorske, ho camminato gli ultimi passi di Mala Strana e ho raggiunto l'isola di Kampa. Seppure le appartenga geograficamente, l'atollo artificiale è per chi la conosce zona a sé: magia nella magia di un quartiere e di una città che non ha eguali.
Visit Czech Republic
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«Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per iI quale non mi ero in alcun modo preparato, ma, che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il più impegnativo, il più intenso».
Tiziano Terzani
Tiziano Terzani
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Municipio di Helsinki, cuore della capitale finlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflesso nel mar Baltico, il municipio di Helsinki tremula elegante. Un tratteggio fine che diventa imponenza tenue non appena la barca ne sfregia l'immagine e io dalla prua alzo lo sguardo per guardare l'edificio nella sua interezza.
Verniciata di azzurro opaco, la struttura neoclassica si distende sulla piazza proprio davanti al porto della capitale – simbolo e scrigno storico della più importante città finlandese.
E pensare che in origine il municipio di Helsinki era un albergo: infatti venne progettato da Carl Ludvig Engel che disegnò anche altri grandi edifici attorno alla vicina Piazza del Senato.
Terminato nel 1833, l'hotel Seurahuone diventò presto un importante centro culturale. Oltre alle sue 27 camere e le sale per incontri e riunioni ospitavano artisti, musicisti, scrittori e ricchi di San Pietroburgo arrivati qui per le terme.
Ogni martedì, nella sala delle Feste si organizzavano concerti - tanto che la prima di Sibellius, il noto musicista finnico, si tenne qui. Come qui, nel 1896, vennero proiettati i trenta minuti del film “Il treno arriva in città” trasmesso solo sei mesi prima a Parigi.
Nel 1901, la struttura venne acquistata dalla città che – dopo il trasferimento dell'albergo nel 1913 - lo trasformò nel municipio di Helsinki sfruttando l'estensione dell'edificio e la grandezza degli spazi interni.
Tra il 1965 e il 1970, il la necessità di rinnovare il comune era ormai tale che venne indetto un concorso architettonico. Ad aggiudicarselo fu Aarno Ruusuvuori che trasformò molti dei vecchi interni classici realizzando moderni inserti in vetro.
Oggi il municipio di Helsinki ospita gli uffici del sindaco, degli assessori, le sali consiliari e gli uffici al pian terreno dove si può accedere liberamente. E dove ci sono esposizioni, concerti e mostre. Per visitare le stanze di sopra, occorre prenotare una visita guidata e scoprire così le opere e la storia che conservano.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflesso nel mar Baltico, il municipio di Helsinki tremula elegante. Un tratteggio fine che diventa imponenza tenue non appena la barca ne sfregia l'immagine e io dalla prua alzo lo sguardo per guardare l'edificio nella sua interezza.
Verniciata di azzurro opaco, la struttura neoclassica si distende sulla piazza proprio davanti al porto della capitale – simbolo e scrigno storico della più importante città finlandese.
E pensare che in origine il municipio di Helsinki era un albergo: infatti venne progettato da Carl Ludvig Engel che disegnò anche altri grandi edifici attorno alla vicina Piazza del Senato.
Terminato nel 1833, l'hotel Seurahuone diventò presto un importante centro culturale. Oltre alle sue 27 camere e le sale per incontri e riunioni ospitavano artisti, musicisti, scrittori e ricchi di San Pietroburgo arrivati qui per le terme.
Ogni martedì, nella sala delle Feste si organizzavano concerti - tanto che la prima di Sibellius, il noto musicista finnico, si tenne qui. Come qui, nel 1896, vennero proiettati i trenta minuti del film “Il treno arriva in città” trasmesso solo sei mesi prima a Parigi.
Nel 1901, la struttura venne acquistata dalla città che – dopo il trasferimento dell'albergo nel 1913 - lo trasformò nel municipio di Helsinki sfruttando l'estensione dell'edificio e la grandezza degli spazi interni.
Tra il 1965 e il 1970, il la necessità di rinnovare il comune era ormai tale che venne indetto un concorso architettonico. Ad aggiudicarselo fu Aarno Ruusuvuori che trasformò molti dei vecchi interni classici realizzando moderni inserti in vetro.
Oggi il municipio di Helsinki ospita gli uffici del sindaco, degli assessori, le sali consiliari e gli uffici al pian terreno dove si può accedere liberamente. E dove ci sono esposizioni, concerti e mostre. Per visitare le stanze di sopra, occorre prenotare una visita guidata e scoprire così le opere e la storia che conservano.
ℹ️ Visit Finland
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