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Quartiere Haga, affresco di Goteborg

📸 ✍️ Andrea Lessona

Intarsio acciottolato di antiche stradine e vecchie case in legno a tre piani, il quartiere di Haga è uno dei più caratteristici di Goteborg. Un affresco vivo di un passato lontano riportato al suo antico splendore.

Mentre ne attraverso le vie, penso a quando, intorno alla del XVII secolo, venne realizzato per volere della Regina Cristina di Svezia fuori dalle mura cittadine. E proprio per la sua posizione poteva essere demolito o trasformato per difendersi.

Cosa che avvenne nel 1690 quando 34 case del quartiere di Haga vennero abbattute per fare una strada coperta che dalle mura cittadine portasse lassù, sulla collina dove si trova la fortezza di Skansen Kronan.

Con l'insediamento di nuove industrie, nel 1840 molti lavoratori si trasferirono e iniziarono ad abitare nel quartiere di Haga: creando così il primo distretto operaio della seconda città di Svezia.

Negli anni '20 del Novecento, però, la popolazione cominciò a diminuire. E molte opere pubbliche della zona vennero chiuse perché inutilizzate. Fu così che il quartiere di Haga diventò una zona principalmente residenziale.

Col tempo, gli edifici così come le strade persero l'antico fascino – essendo state quasi abbandonate a se stesse. Almeno sino al 1980 quando, anche grazie a un gruppo di abitanti, il quartiere Haga ha iniziato a rifiorire.

Il passato e la pessima reputazione di cui era vittima sono stati cancellati da massicci interventi di rinnovamento. E oggi la zona, dove vivono circa quattro mila persone, è parte integrante della seconda città svedese.

Mentre la cammino, ne percepisco l'atmosfera caratterizzata da curiosi negozi di antiquariato, caffetterie alla moda e locali di gastronomia che vendono prodotti tipici della zona. E danno vita a questo affresco di Goteborg.

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«Per quelli che possono sognare, non c’è altro luogo che il lontano». Anonimo
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Ghiacciaio dell'Aletsch, il gigante svizzero

📸 ✍️ Andrea Lessona

Anima incisa di picozze e ramponi, cammino la mia ombra sul ghiacciaio dell'Aletsch: 23 chilometri distesi tra i canton Berna e Vallese della Svizzera che lo rendono il più lungo di tutte le Alpi.

Legato stretto a Martin Nellen, ne sfregio la superficie dalle smagliature azzurre con passi lenti e misurati. È grazie a quest'uomo dalla grande esperienza che posso scoprire una delle zone più affascinati della Terra - patrimonio mondiale dell'Unesco.

Dopo aver lasciato il paese di Bettmeralp, ho incontrato la mia guida alpina sull'ovovia di Moosfluh: insieme siamo saliti nel cielo svizzero e abbiamo raggiunto il punto panoramico da dove si può vedere il ghiacciaio dell'Aletsch scivolare sino all'orizzonte.

Poi, sfidando di nuovo l'altitudine, abbiamo imboccato uno dei sentieri che scendono zigzagando tra la meraviglia della natura elvetica: riserve da fitte a rade di larici e pini cembri, e rododendri in fiore d'estate.

Attento a ogni passo, Martin ha iniziato a raccontarmi il ghiacciaio dell'Aletsch: il suo bacino collettore si trova nella regione della Jungfrau, lassù a quattro mila metri. La fronte, invece, è nella gola di Massa - 2500 metri più in basso.

Secondo studi accurati, questo ghiaccio pesa in tutto 27 miliardi di tonnellate. Sciogliendolo si potrebbe dare a ogni persona un litro di acqua al giorno per i prossimi sei anni.

Dopo una buona ora di camminata, Martin ed io ci siamo fermati a mangiare una barretta di cioccolata e ammirare da una visuale diversa il ghiacciaio dell'Aletsch: nonostante la sua imponenza, si sta ritirando ogni anno.

La cosa è evidente anche a occhi meno esperti: sui due fianchi della valle il ghiacciaio dell'Aletsch è costeggiato da una striscia più chiara dove cresce una vegetazione giovane, sviluppata solo negli ultimi decenni.

Finalmente, dopo un'altra ora di camminata, siamo arrivati davanti al ghiaccio: picozza in mano, ramponi ai piedi, legato dietro a Martin ho iniziato a camminarlo. Passi emozionati e scricchiolanti.

Piano piano ci siamo diretti verso le due striature scure del ghiacciaio dell'Aletsch: Martin mi ha spiegato che sono le morene mediane, detriti e pietre che salgono in superficie con lo scioglimento del ghiaccio.

Il fenomeno genera anche tavole glaciali e i coni di sabbia. Il tutto è dovuto al movimento della cosa bianca che - nonostante l'apparenza - scorre lenta verso il basso: 200 metri l'anno all'altezza della capanna Konkordia; 80-90 sotto la foresta di cembri.

Nel vento sempre più freddo, metro dopo metro, la mia ombra ha continuato a scivolare dietro a Martin. Il respiro del ghiacciaio dell'Aletsch si confondeva col mio: vita nella vita da preservare.

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Elefanti marini della California, la colonia di Piedras Blancas

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sulla spiaggia di Piedras Blancas, gli elefanti marini della California sognano il mare di fronte: gli occhi chiusi per il sole che acceca, muovono le pinne nella sabbia come nuotassero.

Appoggiato alla balaustra della recinzione che costeggia un tratto della Pacific Coast Highway, li guardo divertito. E fatico a pensare che solo pochi decenni fa, questi animali enormi dalla faccia buffa e dolce erano considerati estinti.

Negli ultimi anni del 1800, i balenieri scoprirono che il grasso degli elefanti marini della California producevano un olio di grande qualità. Per loro fu l'inizio di una presunta fine. Cacciati senza pietà, scomparvero dalle acque americane.

Poi, quasi per caso, un piccolo gruppo fu avvistato sull'isola di Guadalupe, al largo della Baja californiana. Gli esemplari che mi trovo davanti sono i loro diretti discendenti. Furono scoperti qui intorno al 1990 da biologi statunitensi.

Gli stessi che due anni dopo, sempre qui, videro nascere il primo cucciolo degli elefanti marini della California. Nel 1996, la colonia aveva raggiunto le mille unità. Oggi, secondo gli ultimi calcoli, gli animali sono oltre 15 mila.

Una legge federale del 1972, la Marine Mammal Protection Act, ne tutela benessere e vita. Tanto che gli automobilisti, fermatisi come me nel parcheggio apposito lungo la Pacific Coast Highway per guardarli, non li disturbano affatto. Anzi.

Infatti, nonostante vicino alla recinzione i curiosi armati di macchina fotografica continuino ad aumentare, sulla spiaggia di Piedras Blancas gli elefanti marini della California continuano a sognare il mare di fronte.
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«Meno un turista conosce, meno errori commette perché non si aspetterà di dover spiegare l'ignoranza».
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La Violette, il Municipio di Liegi

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel buio della notte, la luce delle sue finestre delimita i contorni classici de La Violette. È così, con un nome semplice e familiare, che i cittadini di questa città vallone del Belgio chiamano il municipio di Liegi.

La struttura si trova sul lato sud di place du Marché sin dal Duecento per esercitare il potere comunale a dispetto di quello dei potenti vescovi che in passato governavano la zona.

In origine, il municipio di Liegi era una dimora con una violetta per insegna (da qui la ragione del suo soprannome). Poi nel 1718 dopo una serie di danneggiamenti, l'ultimo dei quali ad opera di Luigi XIV, fu sostituita dall'attuale edificio.

Salendo il doppio scalone esterno, abbellito da pigne decorative, sembra di entrare nella storia di questa città: secoli di vita vissuta che qui rivivono negli archivi comunali così come nella bellezza architettonica.

Al secondo piano del municipio di Liegi si nota l'alternanza di frontoni ricurvi o triangolari sopra le finestre con il grande frontone con gli stemmi dei principi-vescovi e dei due borgomastri che assistettero alla realizzazione del palazzo. Sul lato opposto c'è un cortile d'onore contornato da due ali.

L'interno de La Violette è contraddistinto da una grande sala d'attesa con un soffitto policromo con spazi intercalati da colonne in granito nero. Grazie a visite guidate, si può ammirare il gruppo scultoreo originale delle Tre Grazie di Del Cour.

Al piano superiore del municipio di Liegi, invece, c'è la famosa ex sala dei matrimoni, ricca di busti e quadri e quella del Consiglio comunale dove si prendono le decisioni sul futuro della città. Di notevole pregio è il soffitto, decorato a stucchi.

Al di là della preziosità degli interni e del valore storico-culturale dell'edificio, per gli abitanti della città La Violette è un simbolo e un punto di riferimento nella vita di tutti i giorni.

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Museo Statale di storia, lo scrigno della Russia

✍️ Andrea Lessona

Immenso scrigno intarsiato, il Museo Statale di storia della Russia raccoglie una collezione di oltre un milione di pezzi: raccontano delle popolazioni che hanno occupato uno dei più grandi stati europei dal paleolitico sino al XVIII secolo.

Realizzata a Mosca nel 1872 da Ivan Zabelin, Aleksey Uvarov e altri slavofili per promuovere la coscienza nazionale, la struttura museale si trova tra la Piazza Rossa e la piazza del Maneggio. Proprio dove un tempo c'era il Negozio principale di medicina in stile barocco moscovita voluto da Pietro il Grande.

L'attuale edificio del Museo Statale di storia della Russia venne costruito secondo i canoni dello stile neorusso tra il 1875 ed il 1881 e inaugurato ufficialmente da sua maestà lo Zar Alessandro III.

L'interno, dove possono essere ammirate sia reliquie di tribù preistoriche sia oggetti della famosa dinastia Romanov, fu decorato secondo i canoni del neoromanticismo russo da vari artisti.

Durante il regime sovietico, le pitture murali all'interno del Museo Statale di storia della Russia furono dichiarate di cattivo gusto e perciò ricoperte da d'intonaco. L'edificio venne restaurato tra il 1986 e il 1997 per ritrovare il suo aspetto iniziale.

All'interno della struttura museale si può ammirare una barca estratta dal Volga; manufatti in oro del periodo Scita; un rotolo di corteccia di betulla manoscritto nell'Antico dialetto di Novgorod.

E poi ancora: ceramiche popolari russe, case dei popoli nomadi della steppa dell’età del Bronzo, gioielli di tombe vichinghe, affreschi ed icone di chiese delle città della vecchia Russia, mobili e costumi della vita alla corte degli zar.

La biblioteca del Museo Statale di storia della Russia ha manoscritti inestimabili come il Salterio Chludov e la Miscellanea di Sviatoslav I di Kiev e diversi vangeli tra cui quello di Mstislav, di Yuriev e di Halych. Solo la collezione di monete ha un milione e settecentomila pezzi, la più grande di Russia.
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«Riempi la tua vita con esperienze e non cose. Abbi storie da raccontare, non cose da mostrare».
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