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Il deserto del Sudafrica in fiore
✍️ Andrea Lessona
Nel deserto del Sudafrica, fiori selvaggi sbocciano infiniti e improvvisi, e colorano l’arido del Northern Cape - la più grande e meno popolata provincia del Paese ai confini del mondo.
Succede ogni anno durante la primavera australe, quando la natura regala questo spettacolo atteso e inusuale. Infatti, nonostante la pioggia manchi per lunghi periodi, la zona brulla diventa un immenso tappeto variopinto.
La provincia sudafricana nel nord-ovest del Paese, al confine con la Namibia e il Botswana, dona un'ampia varietà di esperienze e paesaggi: dalle aree aride e sconfinate, al freddo Atlantico; dai tesori naturali dei suoi parchi nazionali, sino alle sue città storiche.
Ci sono itinerari che attraversano il Northern Cape e permettono di scoprire tutte le sue meraviglie: la via delle dune rosse del Kalahari dalle particolari sfumature arancio.
Così come anche il percorso del Kokerboom (pianta della specie dell’aloe), il deserto del Richtersveld con il fiume Orange e i paesaggi lunari che sembrano copiati dal nostri satellite.
Tra queste possibilità, c’è la strada che attraversa il Parco Nazionale Namaqua le cui aride vallate ospitano la fioritura del deserto. La via costeggia la selvaggia costa nord-occidentale, rimasta inaccessibile per molti anni a causa delle numerose miniere di diamanti.
Da un lato si possono ammirare i delfini e le balene mentre dall'altro è possibile scoprire la fauna endemica che popola il Veld, la meravigliosa regione di altopiani che delinea il Sudafrica.
Quando poi arriva la primavera, il Parco nazionale di Namaqua si tinge di fiori multicolori e si popola di farfalle, api e uccelli. La zona ospita 3.500 specie di piante, di cui mille presenti esclusivamente in questo luogo.
Oltre alla sua flora unica al mondo, i viaggiatori possono osservare una ricca fauna di aquile, caracals (lince del deserto), gazzelle, istrici e babbuini. Uno spettacolo nello spettacolo che solo il Sudafrica può regalare.
ℹ️ South African Tourism
✍️ Andrea Lessona
Nel deserto del Sudafrica, fiori selvaggi sbocciano infiniti e improvvisi, e colorano l’arido del Northern Cape - la più grande e meno popolata provincia del Paese ai confini del mondo.
Succede ogni anno durante la primavera australe, quando la natura regala questo spettacolo atteso e inusuale. Infatti, nonostante la pioggia manchi per lunghi periodi, la zona brulla diventa un immenso tappeto variopinto.
La provincia sudafricana nel nord-ovest del Paese, al confine con la Namibia e il Botswana, dona un'ampia varietà di esperienze e paesaggi: dalle aree aride e sconfinate, al freddo Atlantico; dai tesori naturali dei suoi parchi nazionali, sino alle sue città storiche.
Ci sono itinerari che attraversano il Northern Cape e permettono di scoprire tutte le sue meraviglie: la via delle dune rosse del Kalahari dalle particolari sfumature arancio.
Così come anche il percorso del Kokerboom (pianta della specie dell’aloe), il deserto del Richtersveld con il fiume Orange e i paesaggi lunari che sembrano copiati dal nostri satellite.
Tra queste possibilità, c’è la strada che attraversa il Parco Nazionale Namaqua le cui aride vallate ospitano la fioritura del deserto. La via costeggia la selvaggia costa nord-occidentale, rimasta inaccessibile per molti anni a causa delle numerose miniere di diamanti.
Da un lato si possono ammirare i delfini e le balene mentre dall'altro è possibile scoprire la fauna endemica che popola il Veld, la meravigliosa regione di altopiani che delinea il Sudafrica.
Quando poi arriva la primavera, il Parco nazionale di Namaqua si tinge di fiori multicolori e si popola di farfalle, api e uccelli. La zona ospita 3.500 specie di piante, di cui mille presenti esclusivamente in questo luogo.
Oltre alla sua flora unica al mondo, i viaggiatori possono osservare una ricca fauna di aquile, caracals (lince del deserto), gazzelle, istrici e babbuini. Uno spettacolo nello spettacolo che solo il Sudafrica può regalare.
ℹ️ South African Tourism
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Rundetaarn, la Torre rotonda di Copenaghen
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla torre rotonda di Copenaghen, guardo la capitale danese a 360 gradi. Attraverso la cancellata in ferro battuto che cinge la piattaforma panoramica, il profilo della città è un lento digradare di tetti vecchi e guglie antiche.
Da quassù, la torre del municipio, le code di drago della Borsa, la Vor Frelsers Kirke sono così vicine che gli occhi non faticano a sfiorarne i contorni preziosi, e a coglierne le sfumature.
Costruita nel centro della città tra il 1637 e il 1642, la torre rotonda di Copenaghen si alza per 34.8 metri sul livello della strada. Fu fatta innalzare da re Cristiano IV come primo complesso edilizio della Trinità.
Secondo il progetto, doveva comprendere le strutture più importanti per gli studiosi seicenteschi: l’osservatorio astronomico, la chiesa degli studenti - la Trinitatis Kirke - e la biblioteca universitaria.
Mentre prima mi avvicinavo alla Rundetaarn, nome danese della torre circolare di Copenaghen, ho visto sulla sua facciata un’iscrizione dorata: “Che il Signore, la corretta Dottrina e la Giustizia penetrino nel cuore del sovrano Cristiano IV, 1642”.
A disegnarlo, sembra sia stato lo stesso sovrano, l'uomo che fece realizzare questa struttura con lo scopo di farne l'osservatorio astronomico dell’Università – funzione che mantenne sino al 1861.
Oggi, la torre rotonda di Copenaghen è una delle attrattive più conosciute della capitale danese. Superato l'ingresso si sale una rampa elicoidale: si snoda per 209 metri e fa 7,5 giri intorno al pilastro centrale, internamente vuoto.
Mentre si procede verso la cima, si può entrare a vedere la biblioteca: distesa su 900 metri ospita per tutto l’anno esposizioni temporanee e diversi eventi culturali. Un tempo, la sala conteneva l’intera collezione universitaria.
Chiusa nel 1861, quando i libri divennero troppi, fu adibita a laboratorio e deposito, e fu riaperta al pubblico nel 1987. Appena sopra, si accede a un'altra parte importante della torre rotonda di Copenaghen: il Ringerloftet, il “sottotetto delle campane”.
Il posto è caratterizzato dalle possenti travi di pino a vista: sono state usate per la ricostruzione dopo l’incendio della città nel 1728. Qui c'è anche un'esposizione di oggetti legati alla storia della struttura e una rappresentazione della volta celeste con segni zodiacali luminosi.
Fatti gli ultimi passi, si esce sulla piattaforma della torre circolare di Copenaghen. Quassù si trova il cannocchiale astronomico che può essere usato da chiunque voglia ammirare la volta celeste in inverno e parte dell'estate. È il più antico osservatorio ancora funzionante in Europa.
Camminando intorno al balcone della la Rundetaarn, cinto dalla cancellata in ferro battuto, bastano gli occhi per vedere il profilo della città danese digradare in tetti vecchi e guglie antiche.
ℹ️ VisitDenmark
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla torre rotonda di Copenaghen, guardo la capitale danese a 360 gradi. Attraverso la cancellata in ferro battuto che cinge la piattaforma panoramica, il profilo della città è un lento digradare di tetti vecchi e guglie antiche.
Da quassù, la torre del municipio, le code di drago della Borsa, la Vor Frelsers Kirke sono così vicine che gli occhi non faticano a sfiorarne i contorni preziosi, e a coglierne le sfumature.
Costruita nel centro della città tra il 1637 e il 1642, la torre rotonda di Copenaghen si alza per 34.8 metri sul livello della strada. Fu fatta innalzare da re Cristiano IV come primo complesso edilizio della Trinità.
Secondo il progetto, doveva comprendere le strutture più importanti per gli studiosi seicenteschi: l’osservatorio astronomico, la chiesa degli studenti - la Trinitatis Kirke - e la biblioteca universitaria.
Mentre prima mi avvicinavo alla Rundetaarn, nome danese della torre circolare di Copenaghen, ho visto sulla sua facciata un’iscrizione dorata: “Che il Signore, la corretta Dottrina e la Giustizia penetrino nel cuore del sovrano Cristiano IV, 1642”.
A disegnarlo, sembra sia stato lo stesso sovrano, l'uomo che fece realizzare questa struttura con lo scopo di farne l'osservatorio astronomico dell’Università – funzione che mantenne sino al 1861.
Oggi, la torre rotonda di Copenaghen è una delle attrattive più conosciute della capitale danese. Superato l'ingresso si sale una rampa elicoidale: si snoda per 209 metri e fa 7,5 giri intorno al pilastro centrale, internamente vuoto.
Mentre si procede verso la cima, si può entrare a vedere la biblioteca: distesa su 900 metri ospita per tutto l’anno esposizioni temporanee e diversi eventi culturali. Un tempo, la sala conteneva l’intera collezione universitaria.
Chiusa nel 1861, quando i libri divennero troppi, fu adibita a laboratorio e deposito, e fu riaperta al pubblico nel 1987. Appena sopra, si accede a un'altra parte importante della torre rotonda di Copenaghen: il Ringerloftet, il “sottotetto delle campane”.
Il posto è caratterizzato dalle possenti travi di pino a vista: sono state usate per la ricostruzione dopo l’incendio della città nel 1728. Qui c'è anche un'esposizione di oggetti legati alla storia della struttura e una rappresentazione della volta celeste con segni zodiacali luminosi.
Fatti gli ultimi passi, si esce sulla piattaforma della torre circolare di Copenaghen. Quassù si trova il cannocchiale astronomico che può essere usato da chiunque voglia ammirare la volta celeste in inverno e parte dell'estate. È il più antico osservatorio ancora funzionante in Europa.
Camminando intorno al balcone della la Rundetaarn, cinto dalla cancellata in ferro battuto, bastano gli occhi per vedere il profilo della città danese digradare in tetti vecchi e guglie antiche.
ℹ️ VisitDenmark
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«Per questo l'arte, quella vera, quella che viene dall'anima, è cosi importante nella nostra vita. L'arte ci consola, ci solleva, l'arte ci orienta. L'arte ci cura.
Noi non siamo solo quel che mangiamo e l'aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato».
Tiziano Terzani
Noi non siamo solo quel che mangiamo e l'aria che respiriamo. Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato».
Tiziano Terzani
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Exbunker, il bunker d’arte di Utrecht
✍️ Andrea Lessona
Nel Wilhelminapark di Utrecht, l’imponenza quadrata di un bunker della Seconda Guerra Mondiale è memoria pesante. Vestito di tempo e ricordi bellici, oggi è uno spazio espositivo. E gli è stato dato il nome di EXbunker.
Ogni mese ospita mostre di arte, performance, installazioni e altre attività d’intrattenimento. Così che il simbolo di un conflitto disumano, diventi oggi un esempio di civiltà attraverso l’arte.
Realizzato nell’ala ovest del Wilhelminapark nel 1943, durante l'ultimo programma di costruzione di bunker nazisti, la struttura occupa una larga zona del parco della città olandese di Utrecht.
Realizzato in cemento armato, il bunker è a prova di bomba e poteva ospitare sino a sei persone. Le sue pareti sono tutte finite uniformemente, con l’eccezione del muro dell’ala ovest.
Questa parte è stato ricoperta da uno strato più grezzo di cemento, quasi squamato. Forse l’obiettivo era di renderlo meno visibile, tra le fronde dei molti alberi che ci sono nel Wilhelminapark.
L’accesso al bunker è possibile proprio grazie all’ala ovest ed è direttamente collegato alla strada. Dopo ricerche e misurazioni dettagliate, la struttura nel parco di Utrecht è stata catalogato del tipo 682. Si tratta di un modello molto raro - l’unico esemplare in Olanda.
Si pensa che l’edificio militare sia stato realizzato in una foggia originale perché considerato un Commando Bunker, ovvero uno di quelli di particolare importanza strategica e di grandi dimensioni.
Ancora oggi, nonostante siano passati molti anni dalla sua costruzione il bunker è completamente integro. Grazie alla costruzione particolare e alla sua riconoscibilità, è stato aggiunto dal Comune di Utrecht all'elenco dei monumenti.
Ciò che ieri era simbolo bellico imposto da una stato straniero e invasore è oggi un luogo in cui il meglio dell’essere umano può manifestarsi attraverso le sue creazioni a memoria futura.
ℹ️ Holland
✍️ Andrea Lessona
Nel Wilhelminapark di Utrecht, l’imponenza quadrata di un bunker della Seconda Guerra Mondiale è memoria pesante. Vestito di tempo e ricordi bellici, oggi è uno spazio espositivo. E gli è stato dato il nome di EXbunker.
Ogni mese ospita mostre di arte, performance, installazioni e altre attività d’intrattenimento. Così che il simbolo di un conflitto disumano, diventi oggi un esempio di civiltà attraverso l’arte.
Realizzato nell’ala ovest del Wilhelminapark nel 1943, durante l'ultimo programma di costruzione di bunker nazisti, la struttura occupa una larga zona del parco della città olandese di Utrecht.
Realizzato in cemento armato, il bunker è a prova di bomba e poteva ospitare sino a sei persone. Le sue pareti sono tutte finite uniformemente, con l’eccezione del muro dell’ala ovest.
Questa parte è stato ricoperta da uno strato più grezzo di cemento, quasi squamato. Forse l’obiettivo era di renderlo meno visibile, tra le fronde dei molti alberi che ci sono nel Wilhelminapark.
L’accesso al bunker è possibile proprio grazie all’ala ovest ed è direttamente collegato alla strada. Dopo ricerche e misurazioni dettagliate, la struttura nel parco di Utrecht è stata catalogato del tipo 682. Si tratta di un modello molto raro - l’unico esemplare in Olanda.
Si pensa che l’edificio militare sia stato realizzato in una foggia originale perché considerato un Commando Bunker, ovvero uno di quelli di particolare importanza strategica e di grandi dimensioni.
Ancora oggi, nonostante siano passati molti anni dalla sua costruzione il bunker è completamente integro. Grazie alla costruzione particolare e alla sua riconoscibilità, è stato aggiunto dal Comune di Utrecht all'elenco dei monumenti.
Ciò che ieri era simbolo bellico imposto da una stato straniero e invasore è oggi un luogo in cui il meglio dell’essere umano può manifestarsi attraverso le sue creazioni a memoria futura.
ℹ️ Holland
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Il tempio di Apollo a Delfi
✍️ Andrea Lessona
Dalla Via Sacra che sale il monte Parnaso, i resti del Tempio di Apollo a Delfi sembrano sfocati dal sole. Solo quando, un passo dopo l'altro, si arriva a fatica a definirne i contorni tutto appare nitido e imponente.
Le antiche colonne che reggevano il tetto scomparso sono state erose dal tempo – lascito ultimo insieme alle fondamenta di questa struttura che i greci hanno dedicato al dio del sole.
Con il teatro e lo stadio, il tempio di Apollo è parte fondamentale del sito archeologico oggi patrimonio Unesco. Qui ogni anno migliaia e migliaia di visitatori arrivano per soffermarsi di fronte a quel che è stato uno dei luoghi più importanti della Grecia.
Sull'architrave della struttura c'erano importanti massime di sapienza. Tra loro il motto Conosci te stesso con cui il grande filosofo Socrate caratterizzò la sua vita, cercando di interpretarlo ogni giorno.
All'interno del tempio di Apollo bruciava la fiamma eterna mentre nel recinto si trovavano alcune statue. Tra le due più importanti c'erano le due scolpite dallo scultore greco Patrocle di Crotone.
Per realizzare questa imponente struttura fu necessario portare della terra dalla valle del Parnaso: servì a costruire il terrapieno per le fondamenta lungo cui scorre la Via Sacra. Mentre sul tratto di passaggio fu innalzato il Muro Poligonale.
Sulle sue pareti, i pellegrini hanno inciso nella pietra intenzioni e preghiere al dio del sole. Tra loro al tempio di Apollo di Gelone, tiranno di Siracusa, che venne a Delfi per ringraziare per la vittoria nella corsa dei cavalli ai Giochi olimpici.
Proprio di fronte alla struttura, si vede bene il teatro che è stato scavato nelle pendici della montagna. Proseguendo lungo la Via Sacra, si arriva ai resti dello stadio – la prossima tappa del viaggio.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Dalla Via Sacra che sale il monte Parnaso, i resti del Tempio di Apollo a Delfi sembrano sfocati dal sole. Solo quando, un passo dopo l'altro, si arriva a fatica a definirne i contorni tutto appare nitido e imponente.
Le antiche colonne che reggevano il tetto scomparso sono state erose dal tempo – lascito ultimo insieme alle fondamenta di questa struttura che i greci hanno dedicato al dio del sole.
Con il teatro e lo stadio, il tempio di Apollo è parte fondamentale del sito archeologico oggi patrimonio Unesco. Qui ogni anno migliaia e migliaia di visitatori arrivano per soffermarsi di fronte a quel che è stato uno dei luoghi più importanti della Grecia.
Sull'architrave della struttura c'erano importanti massime di sapienza. Tra loro il motto Conosci te stesso con cui il grande filosofo Socrate caratterizzò la sua vita, cercando di interpretarlo ogni giorno.
All'interno del tempio di Apollo bruciava la fiamma eterna mentre nel recinto si trovavano alcune statue. Tra le due più importanti c'erano le due scolpite dallo scultore greco Patrocle di Crotone.
Per realizzare questa imponente struttura fu necessario portare della terra dalla valle del Parnaso: servì a costruire il terrapieno per le fondamenta lungo cui scorre la Via Sacra. Mentre sul tratto di passaggio fu innalzato il Muro Poligonale.
Sulle sue pareti, i pellegrini hanno inciso nella pietra intenzioni e preghiere al dio del sole. Tra loro al tempio di Apollo di Gelone, tiranno di Siracusa, che venne a Delfi per ringraziare per la vittoria nella corsa dei cavalli ai Giochi olimpici.
Proprio di fronte alla struttura, si vede bene il teatro che è stato scavato nelle pendici della montagna. Proseguendo lungo la Via Sacra, si arriva ai resti dello stadio – la prossima tappa del viaggio.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
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Castello di Vaduz, simbolo del Liechtenstein
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dall'alto della rupe, il castello di Vaduz domina il cielo del Liechtenstein. Simbolo della capitale e del Principato, il maniero è la residenza ufficiale dei principi di questo piccolo stato nel cuore dell'Europa.
Realizzata nel XII secolo dai conti di Werdenberg-Sargans per difendere la zona, la struttura ha la foggia di una cittadella medievale. Lo si capisce bene quando, dopo aver salito i 120 metri del sentiero a zig zag, si arriva sulla terrazza naturale dove sorge il complesso.
Davanti appare maestoso il torrione che icon agli edifici del lato orientale sono la parte più antica. La torre stessa si adagia su una pianta di circa 12 metri per 13 e il muro al pianterreno è spesso sino a quattro.
L'ingresso del castello di Vaduz, usato solo dai principi del Liechtenstein e i loro ospiti non è quello originario – la prima entrata, alta undici metri, si trovava sul lato della corte. All'interno ci sono ancora le fondamenta della cappella di San Anna - anch'esse dell'alto medioevo. L'altare principale invece è del tardo gotico.
Il 12 febbraio del 1499, durante la guerra sveva, gli svizzeri bruciarono il maniero e lo distrussero. Cosicché le torri a pianta circolare vennero innalzate tra il 1529 e il 1532 e il lato occidentale ampliato dal conte Kaspar von Hohenems.
Nel 1712, i principi di Liechtenstein comprò la contea e il castello di Vaduz. Carlo VI del Sacro Romano Impero permise loro di unire anche la signoria di Schellenberg ottenuta nel 1699. In questo modo nacque il microstato tuttora esistente
Tra il 1904 e il 1920, il maniero fu restaurato in molte sue parti. Solo nel 1938, però, la famiglia reale decise di farne la propria residenza ufficiale.
Le grandi porte vengono spalancate solo una volta l'anno per la festa del Principato. In quell'occasione l'arcivescovo celebra una messa nella cappella privata del castello di Vaduz e i giardini vengono aperti ai sudditi per ammirare i fuochi d'artificio.
ℹ️ Liechtenstein Marketing
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dall'alto della rupe, il castello di Vaduz domina il cielo del Liechtenstein. Simbolo della capitale e del Principato, il maniero è la residenza ufficiale dei principi di questo piccolo stato nel cuore dell'Europa.
Realizzata nel XII secolo dai conti di Werdenberg-Sargans per difendere la zona, la struttura ha la foggia di una cittadella medievale. Lo si capisce bene quando, dopo aver salito i 120 metri del sentiero a zig zag, si arriva sulla terrazza naturale dove sorge il complesso.
Davanti appare maestoso il torrione che icon agli edifici del lato orientale sono la parte più antica. La torre stessa si adagia su una pianta di circa 12 metri per 13 e il muro al pianterreno è spesso sino a quattro.
L'ingresso del castello di Vaduz, usato solo dai principi del Liechtenstein e i loro ospiti non è quello originario – la prima entrata, alta undici metri, si trovava sul lato della corte. All'interno ci sono ancora le fondamenta della cappella di San Anna - anch'esse dell'alto medioevo. L'altare principale invece è del tardo gotico.
Il 12 febbraio del 1499, durante la guerra sveva, gli svizzeri bruciarono il maniero e lo distrussero. Cosicché le torri a pianta circolare vennero innalzate tra il 1529 e il 1532 e il lato occidentale ampliato dal conte Kaspar von Hohenems.
Nel 1712, i principi di Liechtenstein comprò la contea e il castello di Vaduz. Carlo VI del Sacro Romano Impero permise loro di unire anche la signoria di Schellenberg ottenuta nel 1699. In questo modo nacque il microstato tuttora esistente
Tra il 1904 e il 1920, il maniero fu restaurato in molte sue parti. Solo nel 1938, però, la famiglia reale decise di farne la propria residenza ufficiale.
Le grandi porte vengono spalancate solo una volta l'anno per la festa del Principato. In quell'occasione l'arcivescovo celebra una messa nella cappella privata del castello di Vaduz e i giardini vengono aperti ai sudditi per ammirare i fuochi d'artificio.
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Quartiere Haga, affresco di Goteborg
📸 ✍️ Andrea Lessona
Intarsio acciottolato di antiche stradine e vecchie case in legno a tre piani, il quartiere di Haga è uno dei più caratteristici di Goteborg. Un affresco vivo di un passato lontano riportato al suo antico splendore.
Mentre ne attraverso le vie, penso a quando, intorno alla del XVII secolo, venne realizzato per volere della Regina Cristina di Svezia fuori dalle mura cittadine. E proprio per la sua posizione poteva essere demolito o trasformato per difendersi.
Cosa che avvenne nel 1690 quando 34 case del quartiere di Haga vennero abbattute per fare una strada coperta che dalle mura cittadine portasse lassù, sulla collina dove si trova la fortezza di Skansen Kronan.
Con l'insediamento di nuove industrie, nel 1840 molti lavoratori si trasferirono e iniziarono ad abitare nel quartiere di Haga: creando così il primo distretto operaio della seconda città di Svezia.
Negli anni '20 del Novecento, però, la popolazione cominciò a diminuire. E molte opere pubbliche della zona vennero chiuse perché inutilizzate. Fu così che il quartiere di Haga diventò una zona principalmente residenziale.
Col tempo, gli edifici così come le strade persero l'antico fascino – essendo state quasi abbandonate a se stesse. Almeno sino al 1980 quando, anche grazie a un gruppo di abitanti, il quartiere Haga ha iniziato a rifiorire.
Il passato e la pessima reputazione di cui era vittima sono stati cancellati da massicci interventi di rinnovamento. E oggi la zona, dove vivono circa quattro mila persone, è parte integrante della seconda città svedese.
Mentre la cammino, ne percepisco l'atmosfera caratterizzata da curiosi negozi di antiquariato, caffetterie alla moda e locali di gastronomia che vendono prodotti tipici della zona. E danno vita a questo affresco di Goteborg.
ℹ️ Visit Sweden
📸 ✍️ Andrea Lessona
Intarsio acciottolato di antiche stradine e vecchie case in legno a tre piani, il quartiere di Haga è uno dei più caratteristici di Goteborg. Un affresco vivo di un passato lontano riportato al suo antico splendore.
Mentre ne attraverso le vie, penso a quando, intorno alla del XVII secolo, venne realizzato per volere della Regina Cristina di Svezia fuori dalle mura cittadine. E proprio per la sua posizione poteva essere demolito o trasformato per difendersi.
Cosa che avvenne nel 1690 quando 34 case del quartiere di Haga vennero abbattute per fare una strada coperta che dalle mura cittadine portasse lassù, sulla collina dove si trova la fortezza di Skansen Kronan.
Con l'insediamento di nuove industrie, nel 1840 molti lavoratori si trasferirono e iniziarono ad abitare nel quartiere di Haga: creando così il primo distretto operaio della seconda città di Svezia.
Negli anni '20 del Novecento, però, la popolazione cominciò a diminuire. E molte opere pubbliche della zona vennero chiuse perché inutilizzate. Fu così che il quartiere di Haga diventò una zona principalmente residenziale.
Col tempo, gli edifici così come le strade persero l'antico fascino – essendo state quasi abbandonate a se stesse. Almeno sino al 1980 quando, anche grazie a un gruppo di abitanti, il quartiere Haga ha iniziato a rifiorire.
Il passato e la pessima reputazione di cui era vittima sono stati cancellati da massicci interventi di rinnovamento. E oggi la zona, dove vivono circa quattro mila persone, è parte integrante della seconda città svedese.
Mentre la cammino, ne percepisco l'atmosfera caratterizzata da curiosi negozi di antiquariato, caffetterie alla moda e locali di gastronomia che vendono prodotti tipici della zona. E danno vita a questo affresco di Goteborg.
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