I Souk di Marrakech
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il raglio di un'ombra veloce mi spinge contro il muro. La vedo correre via mentre mi passa a fianco: ho appena schivato un carretto trainato da un asino. Uno dei tanti che attraversano i souk di Marrakech al grido di «Balek!».
È l'espressione urlata dai conducenti o dai passanti per avvisarti del pericolo: l'ho dovuta imparare presto. Sin da quando ho iniziato a girare per questo dedalo di vie e incroci infiniti.
Qui, nel cuore mercantile della Città Rosa, ho sfidato il mio senso dell'orientamento. E ho perso, perdendolo. Impossibile districarsi tra i tremila vicoli tortuosi, i derb, in cui gli edifici si rubano l'aria dagli odori intensi.
Anche il sole filtra appena: i suoi raggi passano le fronde di palma tra una casa all'altra, e raggiungono fini l'asfalto stretto. È su questo cemento scrostato che una fiumana di gente cammina in cerca di un ninnolo da strappare alla contrattazione sfinente dei mercanti.
E prova a non farsi travolgere dalle vespe cariche di arance grosse come meloni, o dai carri dipinti con simboli portafortuna tirati dagli asini col manto spelacchiato. Sono loro che spostano le merci da un negozio all'altro.
Negozi di ogni tipo con proprietari ammaliatori, appostati sul bordo della strada per catturare la tua attenzione e portarti dentro per mostrarti ogni ben di Dio: «Tutto originale, tutto garantito».
È successo anche a me appena lasciata piazza Jeema El Fna. Alla prima deviazione mi sono trovato immerso in questo calderone dall'aroma e dai sapori forti, capaci di penetrami le narici, scivolarmi in gola, irritarmi lo stomaco.
I souk di Marrakech sono così: si avvinghiano a te e ti risucchiano nelle loro viscere. Ogni metro è un tentativo vano di resistere all'insistenza. Cui cedo per scoprire gli antichi mestieri e ammirare i manufatti ostentati.
Uno mi viene appeso al collo, spacciato per originale Tuareg. Un pendente di finto argento, simile a una alabarda in miniatura, con un laccio di cuoio. Dopo mezz'ora di rilanci e ribassi nel negozio di un giovane marocchino, lo porto via insieme al sapore dolce del tè alla menta. Elemento essenziale durante una contrattazione.
Poi, cartina alla mano, cerco di dare un senso e uno scopo al mio vagare naufrago tra i marosi colorati dei derb. E arrivo dove le scintille vorticano nell'ombra: un uomo mola i pezzi di una vecchia bicicletta da cui nascerà una lanterna. Dovrei essere nell'Haddadine, il souk dei fabbri.
Più in là c'è quello dei costruttori di strumenti musicali, il Kimakhine: un liutaio soffia note incantatrici mentre prova la sua nuova creatura. Quando la musica finisce cerco una nuova via e nuovi colori che incontro a Sebbaghine, il souk dei tintori.
Qui la lana dipinta di zafferano e vermiglio rilascia odori intensi: servirà per tessere i famosi tappeti marocchini, originati dalle mani esperte di donne sedute ai filari. Ore e ore passate a lavorare secondo l'antico sapere berbero. Disegni intarsiati che ricordano i simboli e l'orgoglio del popolo vissuto sulle montagne dell'Atlante.
È tradizione tramandata come nello Smata, il souk delle babbucce, e il Semmarine, quello del cuoio: è la zona tra il mercato coperto, il qissaria, dove gli artigiani creano le loro opere con tecniche ereditate dai loro trisavoli.
Sono veri e propri artisti che popolano la strada e ne fanno il loro palcoscenico quotidiano: uno spettacolo per gli occhi rapiti dal volteggiare di vecchi strumenti, usati leggeri come la matita di un pittore.
Lo incontro lì vicino, seduto sull'acciottolato, mentre cerco di schivare il raglio di un'ombra veloce che esce dai souk di Marrakech.
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il raglio di un'ombra veloce mi spinge contro il muro. La vedo correre via mentre mi passa a fianco: ho appena schivato un carretto trainato da un asino. Uno dei tanti che attraversano i souk di Marrakech al grido di «Balek!».
È l'espressione urlata dai conducenti o dai passanti per avvisarti del pericolo: l'ho dovuta imparare presto. Sin da quando ho iniziato a girare per questo dedalo di vie e incroci infiniti.
Qui, nel cuore mercantile della Città Rosa, ho sfidato il mio senso dell'orientamento. E ho perso, perdendolo. Impossibile districarsi tra i tremila vicoli tortuosi, i derb, in cui gli edifici si rubano l'aria dagli odori intensi.
Anche il sole filtra appena: i suoi raggi passano le fronde di palma tra una casa all'altra, e raggiungono fini l'asfalto stretto. È su questo cemento scrostato che una fiumana di gente cammina in cerca di un ninnolo da strappare alla contrattazione sfinente dei mercanti.
E prova a non farsi travolgere dalle vespe cariche di arance grosse come meloni, o dai carri dipinti con simboli portafortuna tirati dagli asini col manto spelacchiato. Sono loro che spostano le merci da un negozio all'altro.
Negozi di ogni tipo con proprietari ammaliatori, appostati sul bordo della strada per catturare la tua attenzione e portarti dentro per mostrarti ogni ben di Dio: «Tutto originale, tutto garantito».
È successo anche a me appena lasciata piazza Jeema El Fna. Alla prima deviazione mi sono trovato immerso in questo calderone dall'aroma e dai sapori forti, capaci di penetrami le narici, scivolarmi in gola, irritarmi lo stomaco.
I souk di Marrakech sono così: si avvinghiano a te e ti risucchiano nelle loro viscere. Ogni metro è un tentativo vano di resistere all'insistenza. Cui cedo per scoprire gli antichi mestieri e ammirare i manufatti ostentati.
Uno mi viene appeso al collo, spacciato per originale Tuareg. Un pendente di finto argento, simile a una alabarda in miniatura, con un laccio di cuoio. Dopo mezz'ora di rilanci e ribassi nel negozio di un giovane marocchino, lo porto via insieme al sapore dolce del tè alla menta. Elemento essenziale durante una contrattazione.
Poi, cartina alla mano, cerco di dare un senso e uno scopo al mio vagare naufrago tra i marosi colorati dei derb. E arrivo dove le scintille vorticano nell'ombra: un uomo mola i pezzi di una vecchia bicicletta da cui nascerà una lanterna. Dovrei essere nell'Haddadine, il souk dei fabbri.
Più in là c'è quello dei costruttori di strumenti musicali, il Kimakhine: un liutaio soffia note incantatrici mentre prova la sua nuova creatura. Quando la musica finisce cerco una nuova via e nuovi colori che incontro a Sebbaghine, il souk dei tintori.
Qui la lana dipinta di zafferano e vermiglio rilascia odori intensi: servirà per tessere i famosi tappeti marocchini, originati dalle mani esperte di donne sedute ai filari. Ore e ore passate a lavorare secondo l'antico sapere berbero. Disegni intarsiati che ricordano i simboli e l'orgoglio del popolo vissuto sulle montagne dell'Atlante.
È tradizione tramandata come nello Smata, il souk delle babbucce, e il Semmarine, quello del cuoio: è la zona tra il mercato coperto, il qissaria, dove gli artigiani creano le loro opere con tecniche ereditate dai loro trisavoli.
Sono veri e propri artisti che popolano la strada e ne fanno il loro palcoscenico quotidiano: uno spettacolo per gli occhi rapiti dal volteggiare di vecchi strumenti, usati leggeri come la matita di un pittore.
Lo incontro lì vicino, seduto sull'acciottolato, mentre cerco di schivare il raglio di un'ombra veloce che esce dai souk di Marrakech.
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Poulnabrone, il Dolmen più famoso d’Irlanda
✍️ Andrea Lessona
Nel cielo basso del Burren, il sole attraversa il Poulnabrone Dolmen: ventaglio di luce che screzia una delle tombe megalitiche più importanti d’Irlanda.
Innalzata qui, nella contea del Clare, in mezzo all’apparente nulla della zona carsica dell’Isola, tra il 4.200 e il 2.900 a.C., è memento anonimo di coloro che han trovato sepoltura tra le sue lastre pesanti.
Li hanno scoperti per caso quando nel 1985 una crepa nella pietra causò il crollo del Poulnabrone Dolmen. Durante i lavori di ristrutturazione e di rimessa in posa, emersero i resti di 22 persone tra adulti e bambini.
Con loro, furono rinvenuti oggetti personali, oggi custoditi al Clare Museum: un'ascia di pietra levigata, un ciondolo di osso, cristalli di quarzo, armi. Secondo gli studiosi, intorno al 1.700 a.C., un neonato fu sepolto nel portico della struttura.
Costituita da una lastra lunga e orizzontale che misura 3,6 metri, la tomba megalitica è sorretta da altre due più sottili e verticali di 1,8 metri. Vicino, c’è un tumulo di pietre che forse serviva a stabilizzare la costruzione, in origine molto più alta.
Il tutto è circondato da corde per tenere lontano le persone affinché non danneggino il Poulnabrone Dolmen. Solo il sole l’attraversa.
ℹ️ Turismo Irlandese
✍️ Andrea Lessona
Nel cielo basso del Burren, il sole attraversa il Poulnabrone Dolmen: ventaglio di luce che screzia una delle tombe megalitiche più importanti d’Irlanda.
Innalzata qui, nella contea del Clare, in mezzo all’apparente nulla della zona carsica dell’Isola, tra il 4.200 e il 2.900 a.C., è memento anonimo di coloro che han trovato sepoltura tra le sue lastre pesanti.
Li hanno scoperti per caso quando nel 1985 una crepa nella pietra causò il crollo del Poulnabrone Dolmen. Durante i lavori di ristrutturazione e di rimessa in posa, emersero i resti di 22 persone tra adulti e bambini.
Con loro, furono rinvenuti oggetti personali, oggi custoditi al Clare Museum: un'ascia di pietra levigata, un ciondolo di osso, cristalli di quarzo, armi. Secondo gli studiosi, intorno al 1.700 a.C., un neonato fu sepolto nel portico della struttura.
Costituita da una lastra lunga e orizzontale che misura 3,6 metri, la tomba megalitica è sorretta da altre due più sottili e verticali di 1,8 metri. Vicino, c’è un tumulo di pietre che forse serviva a stabilizzare la costruzione, in origine molto più alta.
Il tutto è circondato da corde per tenere lontano le persone affinché non danneggino il Poulnabrone Dolmen. Solo il sole l’attraversa.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Cattedrale di York, la chiesa medievale più grande d'Inghilterra
📸 ✍️ Andrea Lessona
Meraviglia gotica innalzata a Dio, la cattedrale di York mi riempie gli occhi della sua bellezza scolpita nei secoli. Mura incise da mani sapienti ed esaltate da vetrate senza pari, ne fanno la chiesa medievale più grande d'Inghilterra.
Costruita tra il 1220 e il 1480 sui resti di una precedente basilica romana, la struttura è un capolavoro d'arte e ingegno: l'esterno è riverbero prezioso dei tanti tesori custoditi all'interno.
Le due torri gemelli che si alzano sul lato occidentale incastonano l'enorme vetrata: alta 17 metri, è composta da vetri trecenteschi con nervature a traforo in pietra a forma di cuore. È lei a screziare i raggi del sole che si allungano dentro sulle pietre antiche del pavimento.
Le cammino leggero, con il timore di privarle della luce. A ogni passo la meraviglia di essere nella cattedrale di York e chiesa metropolitana di San Pietro, seconda per importanza ecclesiastica solo a Canterbury, diventa stupore.
Alzando lo sguardo, ammiro la navata costruita tra il 1291 e il 1360. Alta 32 metri, è sorretta da colonne snelle. La volta a costoloni è come cielo di nuvole crespe in cui spiccano oggetti dorati.
Guardo rapito la Vergine Maria intenta ad allattare Gesù con un biberon particolare. Oltre, sul lato nord, c'è la testa di un drago d'oro sporta da sopra il lucernario. In realtà è una gru che si pensa utilizzata per sollevare la copertura della fonte battesimale.
Proseguendo, arrivo alla Five sisters window: la Finestra delle cinque sorelle è la più antica della cattedrale di York, ed è composta da altrettante vetrate di forma slanciata, alte circa 15 metri. Alcuni dei suoi vetri risalgono al 1250. In tutto sono più cento mila tasselli.
Lì vicino c'è la sala capitolare duecentesca: esempio sublime di stile decorato, ha sinuosi rilievi in pietra con oltre duecento teste e figure espressive. Dopo esserne uscito, ritorno sui miei passi e arrivo al Jubé del coro del 1461.
Caratterizzato dall'effigie di 15 re, da Guglielmo I a Enrico VI, la struttura si trova nel centro della cattedrale di York ed è schermo cesellato che impedisce di raggiungere le voci che dall'altra parte cantano a Dio.
Così, per poterle vedere, giro intorno ed entro dai passaggi laterali. I banchi in legno sono cassa di risonanza preziosa per le musica cantata che si innalza e si diffonde per la chiesa in ogni dove. Anche alle mie spalle dove si trova la cappella della Madonna.
Poco oltre c'è l'altare maggiore. Dietro la Grande finestra orientale del 1405 è imponenza sublime: i 23,7 metri per 9,4 di vetrate policrome, che rappresentano l'inizio e la fine del mondo secondo Genesi e Apocalisse, la rendono la più grande al mondo del suo genere. E il tesoro più prezioso della cattedrale di York.
Ma il vero tesoro della chiesa è racchiuso nella sala ad esso dedicata che si trova nell'ipogeo: sceso qualche scalino posso vedere alcuni dei manufatti esposti del XI secolo – tra cui alcuni oggetti che provengono da tombe di arcivescovi medievali.
Nella cripta vicina, scorgo invece i resti dell'edificio ecclesiastico normanno del 1080 tra cui il fonte battesimale con la rappresentazione del battesimo di re Edwin, impartito da Paolino il giorno di Pasqua nel 627.
Il cuore della cattedrale di York è la torre centrale: si trova vicino al transetto meridionale in cui spicca il rosone. È il simbolo unificatore delle case reali dei Lancaster e degli York grazie al matrimonio di Enrico VII ed Elisabetta che fece finire la guerra delle Due Rose e iniziare il casato dei Tudor.
La scala per salire è piccola e si attorciglia stretta e affannosa lungo i 275 gradini che portano lassù. Lassù da dove vedo la città distendersi ammirata e sottomessa ai piedi della cattedrale di York.
ℹ️ Visit Britain Visit York
📸 ✍️ Andrea Lessona
Meraviglia gotica innalzata a Dio, la cattedrale di York mi riempie gli occhi della sua bellezza scolpita nei secoli. Mura incise da mani sapienti ed esaltate da vetrate senza pari, ne fanno la chiesa medievale più grande d'Inghilterra.
Costruita tra il 1220 e il 1480 sui resti di una precedente basilica romana, la struttura è un capolavoro d'arte e ingegno: l'esterno è riverbero prezioso dei tanti tesori custoditi all'interno.
Le due torri gemelli che si alzano sul lato occidentale incastonano l'enorme vetrata: alta 17 metri, è composta da vetri trecenteschi con nervature a traforo in pietra a forma di cuore. È lei a screziare i raggi del sole che si allungano dentro sulle pietre antiche del pavimento.
Le cammino leggero, con il timore di privarle della luce. A ogni passo la meraviglia di essere nella cattedrale di York e chiesa metropolitana di San Pietro, seconda per importanza ecclesiastica solo a Canterbury, diventa stupore.
Alzando lo sguardo, ammiro la navata costruita tra il 1291 e il 1360. Alta 32 metri, è sorretta da colonne snelle. La volta a costoloni è come cielo di nuvole crespe in cui spiccano oggetti dorati.
Guardo rapito la Vergine Maria intenta ad allattare Gesù con un biberon particolare. Oltre, sul lato nord, c'è la testa di un drago d'oro sporta da sopra il lucernario. In realtà è una gru che si pensa utilizzata per sollevare la copertura della fonte battesimale.
Proseguendo, arrivo alla Five sisters window: la Finestra delle cinque sorelle è la più antica della cattedrale di York, ed è composta da altrettante vetrate di forma slanciata, alte circa 15 metri. Alcuni dei suoi vetri risalgono al 1250. In tutto sono più cento mila tasselli.
Lì vicino c'è la sala capitolare duecentesca: esempio sublime di stile decorato, ha sinuosi rilievi in pietra con oltre duecento teste e figure espressive. Dopo esserne uscito, ritorno sui miei passi e arrivo al Jubé del coro del 1461.
Caratterizzato dall'effigie di 15 re, da Guglielmo I a Enrico VI, la struttura si trova nel centro della cattedrale di York ed è schermo cesellato che impedisce di raggiungere le voci che dall'altra parte cantano a Dio.
Così, per poterle vedere, giro intorno ed entro dai passaggi laterali. I banchi in legno sono cassa di risonanza preziosa per le musica cantata che si innalza e si diffonde per la chiesa in ogni dove. Anche alle mie spalle dove si trova la cappella della Madonna.
Poco oltre c'è l'altare maggiore. Dietro la Grande finestra orientale del 1405 è imponenza sublime: i 23,7 metri per 9,4 di vetrate policrome, che rappresentano l'inizio e la fine del mondo secondo Genesi e Apocalisse, la rendono la più grande al mondo del suo genere. E il tesoro più prezioso della cattedrale di York.
Ma il vero tesoro della chiesa è racchiuso nella sala ad esso dedicata che si trova nell'ipogeo: sceso qualche scalino posso vedere alcuni dei manufatti esposti del XI secolo – tra cui alcuni oggetti che provengono da tombe di arcivescovi medievali.
Nella cripta vicina, scorgo invece i resti dell'edificio ecclesiastico normanno del 1080 tra cui il fonte battesimale con la rappresentazione del battesimo di re Edwin, impartito da Paolino il giorno di Pasqua nel 627.
Il cuore della cattedrale di York è la torre centrale: si trova vicino al transetto meridionale in cui spicca il rosone. È il simbolo unificatore delle case reali dei Lancaster e degli York grazie al matrimonio di Enrico VII ed Elisabetta che fece finire la guerra delle Due Rose e iniziare il casato dei Tudor.
La scala per salire è piccola e si attorciglia stretta e affannosa lungo i 275 gradini che portano lassù. Lassù da dove vedo la città distendersi ammirata e sottomessa ai piedi della cattedrale di York.
ℹ️ Visit Britain Visit York
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Pointe du Raz, sulla punta della Bretagna
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Monumento Scott, Edimburgo gotica
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I Souk di Marrakech
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Poulnabrone, il Dolmen più famoso d’Irlanda
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Cattedrale di York, la chiesa medievale più grande d'Inghilterra
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Cari amiche e amici de il Reporter,
il giornalismo di viaggio libero e indipendente ha grandi costi per realizzare ogni giorno testi, foto e video da tutto il mondo.
Se anche tu credi in quel che faccio per regalarti l’emozione di luoghi nuovi, sostieni il mio lavoro con una donazione attraverso il conto corrente bancario:
IT20J0623010010000063709208 Credit Agricole, Andrea Lessona, causale DONAZIONE
Oppure tramite PayPal: andrea.lessona@gmail.com
Grazie e buon viaggio insieme!
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Il deserto del Sudafrica in fiore
✍️ Andrea Lessona
Nel deserto del Sudafrica, fiori selvaggi sbocciano infiniti e improvvisi, e colorano l’arido del Northern Cape - la più grande e meno popolata provincia del Paese ai confini del mondo.
Succede ogni anno durante la primavera australe, quando la natura regala questo spettacolo atteso e inusuale. Infatti, nonostante la pioggia manchi per lunghi periodi, la zona brulla diventa un immenso tappeto variopinto.
La provincia sudafricana nel nord-ovest del Paese, al confine con la Namibia e il Botswana, dona un'ampia varietà di esperienze e paesaggi: dalle aree aride e sconfinate, al freddo Atlantico; dai tesori naturali dei suoi parchi nazionali, sino alle sue città storiche.
Ci sono itinerari che attraversano il Northern Cape e permettono di scoprire tutte le sue meraviglie: la via delle dune rosse del Kalahari dalle particolari sfumature arancio.
Così come anche il percorso del Kokerboom (pianta della specie dell’aloe), il deserto del Richtersveld con il fiume Orange e i paesaggi lunari che sembrano copiati dal nostri satellite.
Tra queste possibilità, c’è la strada che attraversa il Parco Nazionale Namaqua le cui aride vallate ospitano la fioritura del deserto. La via costeggia la selvaggia costa nord-occidentale, rimasta inaccessibile per molti anni a causa delle numerose miniere di diamanti.
Da un lato si possono ammirare i delfini e le balene mentre dall'altro è possibile scoprire la fauna endemica che popola il Veld, la meravigliosa regione di altopiani che delinea il Sudafrica.
Quando poi arriva la primavera, il Parco nazionale di Namaqua si tinge di fiori multicolori e si popola di farfalle, api e uccelli. La zona ospita 3.500 specie di piante, di cui mille presenti esclusivamente in questo luogo.
Oltre alla sua flora unica al mondo, i viaggiatori possono osservare una ricca fauna di aquile, caracals (lince del deserto), gazzelle, istrici e babbuini. Uno spettacolo nello spettacolo che solo il Sudafrica può regalare.
ℹ️ South African Tourism
✍️ Andrea Lessona
Nel deserto del Sudafrica, fiori selvaggi sbocciano infiniti e improvvisi, e colorano l’arido del Northern Cape - la più grande e meno popolata provincia del Paese ai confini del mondo.
Succede ogni anno durante la primavera australe, quando la natura regala questo spettacolo atteso e inusuale. Infatti, nonostante la pioggia manchi per lunghi periodi, la zona brulla diventa un immenso tappeto variopinto.
La provincia sudafricana nel nord-ovest del Paese, al confine con la Namibia e il Botswana, dona un'ampia varietà di esperienze e paesaggi: dalle aree aride e sconfinate, al freddo Atlantico; dai tesori naturali dei suoi parchi nazionali, sino alle sue città storiche.
Ci sono itinerari che attraversano il Northern Cape e permettono di scoprire tutte le sue meraviglie: la via delle dune rosse del Kalahari dalle particolari sfumature arancio.
Così come anche il percorso del Kokerboom (pianta della specie dell’aloe), il deserto del Richtersveld con il fiume Orange e i paesaggi lunari che sembrano copiati dal nostri satellite.
Tra queste possibilità, c’è la strada che attraversa il Parco Nazionale Namaqua le cui aride vallate ospitano la fioritura del deserto. La via costeggia la selvaggia costa nord-occidentale, rimasta inaccessibile per molti anni a causa delle numerose miniere di diamanti.
Da un lato si possono ammirare i delfini e le balene mentre dall'altro è possibile scoprire la fauna endemica che popola il Veld, la meravigliosa regione di altopiani che delinea il Sudafrica.
Quando poi arriva la primavera, il Parco nazionale di Namaqua si tinge di fiori multicolori e si popola di farfalle, api e uccelli. La zona ospita 3.500 specie di piante, di cui mille presenti esclusivamente in questo luogo.
Oltre alla sua flora unica al mondo, i viaggiatori possono osservare una ricca fauna di aquile, caracals (lince del deserto), gazzelle, istrici e babbuini. Uno spettacolo nello spettacolo che solo il Sudafrica può regalare.
ℹ️ South African Tourism
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