Castello di Trakai, la fortezza della Lituania
📸 ✍️ Andrea Lessona
Tra il blue del cielo e del lago Galvé, il castello di Trakai si riverbera rosso. Mentre lo guardo dalle sponde del bacino più grande della Lituania, mi sembra sospeso nel tempo e nello spazio: figlio di una storia ingiusta che lo fece nascere Fortezza, e lo vide morire abbandonato.
Eppure oggi, quello che mi si avvicina mentre cammino il ponte in legno che lo lega alla riva, è una delle mete turistiche lituane più famose e visitate. Ha saputo rinascere a miglior vita nel 1961 anche se non gli è ancora stata resa giustizia per bellezza e importanza.
Non molti sanno che queste mura appartengono all'unico castello sull'acqua dell'Europa orientale: il maniero, infatti, si trova su una delle numerose isole del lago Galvė. E proprio per la sua posizione strategica, il Duca di Trakai, Kęstutis (1297-1382) , lo fece costruire qui.
Poi nel 1377, la Fortezza fu attaccata dai cavalieri teutonici. Dopo l'assassinio del monarca lituano, furono combattute diverse battaglie per la successione sino a quando non venne trovato un accordo tra Jogaila e Vytautas il Grande. A pace raggiunta, anche il castello prosperò di nuove strutture e arredamenti preziosi.
Dopo la battaglia di Grunwald, combattuta il 5 luglio 1410, durante la guerra polacco-lituano-teutonica, il maniero perse la sua importanza strategica e venne trasformato in una residenza.
Abbellita e resa più accattivante rispetto alla sua origine militare, la struttura fu decorata con dipinti preziosi – alcuni resti sono ancora visibili mentre ci si aggira per Trakai una volta superata la pesante porta in ferro e legno.
Da qui si apre uno spiazzo grande: in origine era il cortile nel cui mezzo si esercitavano i soldati. Ai lati c'erano le povere abitazioni in legno, oggi riconvertite ad ospitare oggetti del tempo andato.
Superato un altro ponte che si solleva sul fossato, arrivo nel palazzo Ducale. Dello sfarzo di un tempo conserva solo le mura rosse, rese fuoco dal sole quando brilla nel cielo. All'interno le scale in legno conducono tra le varie stanze dove sono conservate altri cimeli e fanno del Castello un museo importante per conservare la memoria di questa zona.
Delle ferite mortali del XVII secolo che portarono al suo abbandono, molte sono state curate soprattutto nel Novecento. Nel 1905 le autorità imperiali russe decisero per una parziale ristrutturazione.
Lo stesso fecero i tedeschi durante la I Guerra Mondiale. Un nuovo vernissage avvenne poi tra il 1935-1941 quando parti delle mura del Palazzo ducale su cui sto camminando ora furono fortificate e rese più stabili. Così come la torre sudest che fu riedificata con i tipici mattoni rossi.
Dopo il secondo conflitto mondiale, nuovi massicci interventi furono effettuati tra il 1951 e il 1952. Terminarono nel 1961, regalando al castello una foggia tipica del XV secolo con un'enorme rivalutazione della zona circostante.
Tanto che gli esponenti lituani e russi del partito comunista iniziarono ad accorgersi dell'area: un'oasi di pace dove edificare – magari di nascosto – qualche dacia e passare le vacanze. Secondo i più biechi dettami capitalisti.
ℹ️ Lituania Travel
📸 ✍️ Andrea Lessona
Tra il blue del cielo e del lago Galvé, il castello di Trakai si riverbera rosso. Mentre lo guardo dalle sponde del bacino più grande della Lituania, mi sembra sospeso nel tempo e nello spazio: figlio di una storia ingiusta che lo fece nascere Fortezza, e lo vide morire abbandonato.
Eppure oggi, quello che mi si avvicina mentre cammino il ponte in legno che lo lega alla riva, è una delle mete turistiche lituane più famose e visitate. Ha saputo rinascere a miglior vita nel 1961 anche se non gli è ancora stata resa giustizia per bellezza e importanza.
Non molti sanno che queste mura appartengono all'unico castello sull'acqua dell'Europa orientale: il maniero, infatti, si trova su una delle numerose isole del lago Galvė. E proprio per la sua posizione strategica, il Duca di Trakai, Kęstutis (1297-1382) , lo fece costruire qui.
Poi nel 1377, la Fortezza fu attaccata dai cavalieri teutonici. Dopo l'assassinio del monarca lituano, furono combattute diverse battaglie per la successione sino a quando non venne trovato un accordo tra Jogaila e Vytautas il Grande. A pace raggiunta, anche il castello prosperò di nuove strutture e arredamenti preziosi.
Dopo la battaglia di Grunwald, combattuta il 5 luglio 1410, durante la guerra polacco-lituano-teutonica, il maniero perse la sua importanza strategica e venne trasformato in una residenza.
Abbellita e resa più accattivante rispetto alla sua origine militare, la struttura fu decorata con dipinti preziosi – alcuni resti sono ancora visibili mentre ci si aggira per Trakai una volta superata la pesante porta in ferro e legno.
Da qui si apre uno spiazzo grande: in origine era il cortile nel cui mezzo si esercitavano i soldati. Ai lati c'erano le povere abitazioni in legno, oggi riconvertite ad ospitare oggetti del tempo andato.
Superato un altro ponte che si solleva sul fossato, arrivo nel palazzo Ducale. Dello sfarzo di un tempo conserva solo le mura rosse, rese fuoco dal sole quando brilla nel cielo. All'interno le scale in legno conducono tra le varie stanze dove sono conservate altri cimeli e fanno del Castello un museo importante per conservare la memoria di questa zona.
Delle ferite mortali del XVII secolo che portarono al suo abbandono, molte sono state curate soprattutto nel Novecento. Nel 1905 le autorità imperiali russe decisero per una parziale ristrutturazione.
Lo stesso fecero i tedeschi durante la I Guerra Mondiale. Un nuovo vernissage avvenne poi tra il 1935-1941 quando parti delle mura del Palazzo ducale su cui sto camminando ora furono fortificate e rese più stabili. Così come la torre sudest che fu riedificata con i tipici mattoni rossi.
Dopo il secondo conflitto mondiale, nuovi massicci interventi furono effettuati tra il 1951 e il 1952. Terminarono nel 1961, regalando al castello una foggia tipica del XV secolo con un'enorme rivalutazione della zona circostante.
Tanto che gli esponenti lituani e russi del partito comunista iniziarono ad accorgersi dell'area: un'oasi di pace dove edificare – magari di nascosto – qualche dacia e passare le vacanze. Secondo i più biechi dettami capitalisti.
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Case in legno di Stoccolma, il vicolo di Lotsgatan
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Padrão dos Descobrimentos, il monumento delle scoperte di Lisbona
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CN Tower, Toronto dal cielo
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Il Palazzo dei Gran Maestri dei cavalieri di Rodi
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Mercato di Victoria, colori e sapori delle Seychelles
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dipinto vivo di colori sgargianti e profumi tropicali, il mercato di Victoria è il cuore della capitale delle Seychelles. Costruito nel 1840 e rinnovato nel 1999, il Sir Selwyn Selwyn-Clarke Market è spettacolo imperdibile.
Qui, in Street Market, va in scena uno spaccato di vita locale: venditori, carichi di ogni ben di Dio, arrivano da tutta l'isola di Mahé.
Sulle bancarelle dispongono fiori, frutta, verdura e pesce: tesoro prezioso da vendere per ricavare i proventi e continuare una tradizione secolare. Fanno prezzi che le massaie rifiutano, e allora iniziano a contrattare sino all'ultima rupia.
Il giorno migliore con l'offerta più ampia di prodotti è il sabato: durante il fine settimana si può trovare davvero tutto, e la gente si contende gli ultimi arrivi: prelibatezze nostrane per titillare il palato e acuire i sensi.
Al mercato di Victoria si possono trovare verdure dalle strane forme, frutti tropicali, e piante da appartamento sconosciute. E poi ancora: zenzero e chiodi di garofano, spezie profumate, cannella e noce moscata, estratti ed olii essenziali.
C'è anche e il potente e ricercatissimo “mazavarou”: si tratta di un miscuglio a base di peperoncino rosso, aglio, zenzero e olio bollente. Con un tale insieme si possono creare piatti particolari dal forte sapore creolo.
Continuando a girare per il mercato di Victoria, vedo esposti manufatti dalla forma particolare: il venditore mi spiega che si tratta di utensili tipici della cucina seychellois.
Davanti, mi trovo il mortaio con il pestello in legno per le spezie, la grattugia di metallo per il cocco, dei bottoni incisi a mano, ricavati dai gusci delle noci di cocco, e del vasellame coloratissimo.
Sugli alberi di mango del mercato di Victoria, i Madam Paton, i grandi aironi bianchi, aspettano pazienti che compratori e commercianti lascino la scena e qualche scarto. Così che anche per loro sia festa di colori e sapori.
ℹ️ Tourism Seychelles
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dipinto vivo di colori sgargianti e profumi tropicali, il mercato di Victoria è il cuore della capitale delle Seychelles. Costruito nel 1840 e rinnovato nel 1999, il Sir Selwyn Selwyn-Clarke Market è spettacolo imperdibile.
Qui, in Street Market, va in scena uno spaccato di vita locale: venditori, carichi di ogni ben di Dio, arrivano da tutta l'isola di Mahé.
Sulle bancarelle dispongono fiori, frutta, verdura e pesce: tesoro prezioso da vendere per ricavare i proventi e continuare una tradizione secolare. Fanno prezzi che le massaie rifiutano, e allora iniziano a contrattare sino all'ultima rupia.
Il giorno migliore con l'offerta più ampia di prodotti è il sabato: durante il fine settimana si può trovare davvero tutto, e la gente si contende gli ultimi arrivi: prelibatezze nostrane per titillare il palato e acuire i sensi.
Al mercato di Victoria si possono trovare verdure dalle strane forme, frutti tropicali, e piante da appartamento sconosciute. E poi ancora: zenzero e chiodi di garofano, spezie profumate, cannella e noce moscata, estratti ed olii essenziali.
C'è anche e il potente e ricercatissimo “mazavarou”: si tratta di un miscuglio a base di peperoncino rosso, aglio, zenzero e olio bollente. Con un tale insieme si possono creare piatti particolari dal forte sapore creolo.
Continuando a girare per il mercato di Victoria, vedo esposti manufatti dalla forma particolare: il venditore mi spiega che si tratta di utensili tipici della cucina seychellois.
Davanti, mi trovo il mortaio con il pestello in legno per le spezie, la grattugia di metallo per il cocco, dei bottoni incisi a mano, ricavati dai gusci delle noci di cocco, e del vasellame coloratissimo.
Sugli alberi di mango del mercato di Victoria, i Madam Paton, i grandi aironi bianchi, aspettano pazienti che compratori e commercianti lascino la scena e qualche scarto. Così che anche per loro sia festa di colori e sapori.
ℹ️ Tourism Seychelles
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Portorose, Slovenia termale
✍️ Andrea Lessona
Elegante e mondana, Portorose si specchia nell'Adriatico: riflessi di alberghi di lusso, casinò e barche di ogni stazza si allungano sul mare trasparente, e ne dilatano la fama di centro termale d'avanguardia della Slovenia.
Legata per posizione alla vicina municipalità di Pirano, di cui è parte, ne condivide la storia primordiale: i primi insediamenti degli Illiri, l'arrivo delle tribù celtiche, l'annessione all'impero Romano.
Ma è nel XIII secolo che Portorose, nome originato dalla chiesa di Maria delle rose, inizia a essere conosciuta come centro termale. A scoprire il potere e il valore della terapia con le acque del mare, i fanghi delle saline e la salamoia furono i monaci.
La scoperta divenne tradizione tramandata da governante a governante: così, i Veneziani, gli Asburgo e i Francesi goderono anch'essi dei benefici dei religiosi. Il tutto sino al XIX secolo quando nacque una Società per azioni che realizzò diversi centri termali e balneari.
Il benessere divenuto business aveva però bisogno di strutture d'accoglienza: ed ecco che nel 1910 fu costruito l'Hotel Palace che, nel tempo, avrebbe ospitato l'eleganza dei potenti. Oggi molti altri hotel hanno trasformato la località, divenuta la piccola Montecarlo slovena.
Le stesse terme di Portorose hanno assunto nel 1975 la denominazione ufficiale di terme naturali: un nome e un modo più per ribadire la salubrità della zona e delle cure che qui vengono fatte.
La spiaggia di sabbia, affacciata sulla baia dal mare trasparente, è un altro modo per rilassare i pensieri pesanti e godere di innumerevoli servizi: lunghe camminate, nuoto, vela, immersioni, equitazione, tennis, escursioni in bicicletta e trekking.
Gli oltre mille posti barca nella Marina di Portorose garantiscono un continuo flusso di persone ed entrate. In inverno le imbarcazioni restano attraccate qui, dove insieme agli hotel e ai casinò allungano i riflessi sul mare trasparente della Slovenia.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Elegante e mondana, Portorose si specchia nell'Adriatico: riflessi di alberghi di lusso, casinò e barche di ogni stazza si allungano sul mare trasparente, e ne dilatano la fama di centro termale d'avanguardia della Slovenia.
Legata per posizione alla vicina municipalità di Pirano, di cui è parte, ne condivide la storia primordiale: i primi insediamenti degli Illiri, l'arrivo delle tribù celtiche, l'annessione all'impero Romano.
Ma è nel XIII secolo che Portorose, nome originato dalla chiesa di Maria delle rose, inizia a essere conosciuta come centro termale. A scoprire il potere e il valore della terapia con le acque del mare, i fanghi delle saline e la salamoia furono i monaci.
La scoperta divenne tradizione tramandata da governante a governante: così, i Veneziani, gli Asburgo e i Francesi goderono anch'essi dei benefici dei religiosi. Il tutto sino al XIX secolo quando nacque una Società per azioni che realizzò diversi centri termali e balneari.
Il benessere divenuto business aveva però bisogno di strutture d'accoglienza: ed ecco che nel 1910 fu costruito l'Hotel Palace che, nel tempo, avrebbe ospitato l'eleganza dei potenti. Oggi molti altri hotel hanno trasformato la località, divenuta la piccola Montecarlo slovena.
Le stesse terme di Portorose hanno assunto nel 1975 la denominazione ufficiale di terme naturali: un nome e un modo più per ribadire la salubrità della zona e delle cure che qui vengono fatte.
La spiaggia di sabbia, affacciata sulla baia dal mare trasparente, è un altro modo per rilassare i pensieri pesanti e godere di innumerevoli servizi: lunghe camminate, nuoto, vela, immersioni, equitazione, tennis, escursioni in bicicletta e trekking.
Gli oltre mille posti barca nella Marina di Portorose garantiscono un continuo flusso di persone ed entrate. In inverno le imbarcazioni restano attraccate qui, dove insieme agli hotel e ai casinò allungano i riflessi sul mare trasparente della Slovenia.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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Isola di Kampa, Praga magica
📸 ✍️ Andrea Lessona
L'isola di Kampa si disegna nel canale del Diavolo, tela densa a riflettere la magia di Praga. I tratti tenui delle case antiche e dei vecchi mulini scivolano sotto il ponte Carlo, e svaniscono oltre le sue arcate.
È lì che che Na Kampě, nome ceco del quartiere, finisce con l'atmosfera unica di quest'angolo di città. L'ho respirata subito dopo aver lasciato Mala Strana, e superato la piazza del Gran Priorato: lì dove il muro di John Lennon è anticamera colorata alle emozioni che si vivono qui.
Raccontano amori tenuti stretti con lucchetti, attaccati al ponte sul Čertovka: il naviglio dell'isola di Kampa, costruito probabilmente nel XII secolo dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, doveva far girare i mulini ad acqua medievali.
Nel tempo è stato usato anche per lavare i panni degli abitanti della zona, acqua lavandaia che non temeva il nome di canale del Diavolo per colpa di una donna indemoniata che viveva nella vicina piazza dei Maltesi.
In questo angolo protetto di Praga, i soldati spagnoli si accamparono durante la battaglia della Montagna Bianca – lo scontro decisivo della fase boema della Guerra dei Trent'anni avvenuto l'8 novembre 1620.
Oggi l'isola di Kampa si vive passeggiando l'acciottolato delle sue romantiche vie che dividono le case colorate e si aprono sulla Moldova, facendo meritare al quartiere il nome di Venezia praghese.
La bellezza antica delle strutture si confonde con quella della Natura del parco a sud, mix perfetto che trova casa nel Museo di Kampa, ospitato nell'edificio dei Mulini di Sova. Non lontano c'è un murales di Václav Havel, scrittore, drammaturgo e primo presidente dell'allora Cecoslovacchia.
Nel complesso, ci sono grandi collezioni di arte moderna centro-europea, compresa quella delle opere del fondatore dell'arte astratta, František Kupka. Fuori, il canale del Diavolo avvolge l'isola di Kampa in un sospiro.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
L'isola di Kampa si disegna nel canale del Diavolo, tela densa a riflettere la magia di Praga. I tratti tenui delle case antiche e dei vecchi mulini scivolano sotto il ponte Carlo, e svaniscono oltre le sue arcate.
È lì che che Na Kampě, nome ceco del quartiere, finisce con l'atmosfera unica di quest'angolo di città. L'ho respirata subito dopo aver lasciato Mala Strana, e superato la piazza del Gran Priorato: lì dove il muro di John Lennon è anticamera colorata alle emozioni che si vivono qui.
Raccontano amori tenuti stretti con lucchetti, attaccati al ponte sul Čertovka: il naviglio dell'isola di Kampa, costruito probabilmente nel XII secolo dall'Ordine dei Cavalieri di Malta, doveva far girare i mulini ad acqua medievali.
Nel tempo è stato usato anche per lavare i panni degli abitanti della zona, acqua lavandaia che non temeva il nome di canale del Diavolo per colpa di una donna indemoniata che viveva nella vicina piazza dei Maltesi.
In questo angolo protetto di Praga, i soldati spagnoli si accamparono durante la battaglia della Montagna Bianca – lo scontro decisivo della fase boema della Guerra dei Trent'anni avvenuto l'8 novembre 1620.
Oggi l'isola di Kampa si vive passeggiando l'acciottolato delle sue romantiche vie che dividono le case colorate e si aprono sulla Moldova, facendo meritare al quartiere il nome di Venezia praghese.
La bellezza antica delle strutture si confonde con quella della Natura del parco a sud, mix perfetto che trova casa nel Museo di Kampa, ospitato nell'edificio dei Mulini di Sova. Non lontano c'è un murales di Václav Havel, scrittore, drammaturgo e primo presidente dell'allora Cecoslovacchia.
Nel complesso, ci sono grandi collezioni di arte moderna centro-europea, compresa quella delle opere del fondatore dell'arte astratta, František Kupka. Fuori, il canale del Diavolo avvolge l'isola di Kampa in un sospiro.
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