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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Forte Thughen, la Fortezza di Lussemburgo

📸 ✍️ Andrea Lessona

Imponenza sinuosa di antiche mura, la fortezza di Lussemburgo caratterizza con le sue tre torri a ghianda l'altopiano di Kirchberg. Ricordo inespugnabile di una gloria passata, il vecchio forte Thughen è ora un museo che si racconta con la capitale del Gran Ducato.

Realizzata tra il 1732 e il 1733, nell'attuale quartiere nord orientale della città, la struttura ospita dal 2012 l'esposizione permanente Dräi Eechelen: un percorso attraverso i secoli con oltre 600 oggetti e documenti originali sopravvissuti.

Secondo il trattato di Londra, infatti, la maggior parte della fortezza di Lussemburgo venne distrutta nel 1867. Così come altre fortificazioni nella capitale del Gran Ducato. Solo negli Anni 90, il sito venne ricostruito in parallelo con il vicino museo di arte moderna Mudam.

Oggi, in ogni casamatta di cui si compone il complesso, è possibile riscoprire la storia della struttura e dei suoi legami indissolubili con la città: un unicum geografico che è anche un unicum narrativo.

L'itinerario comincia nel medioevo con l'invasione dei Burguignons nel 1443 e finisce con la costruzione del ponte Adolphe nel 1903. In una zona specifica della struttura ci sono fotografie che mostrano la fortezza di Lussemburgo prima e durante la sua demolizione.

Oltre alla mostra principale, il vecchio forte Thughen vanta una spettacolare rete di tunnel sotterranei: alcuni recuperati, altri ricostruiti, regalano l'emozione di camminarli come fossero quelli originali quando l'edificio fu perfezionato tra il 1836 e il 1837.

Uno spazio multimediale dà accesso a una fornitissima banca dati interattiva. E anche alla documentazione audiovisiva in materia di aree tematiche in cui è stato suddiviso il museo della fortezza di Lussemburgo.

Nell'Auditorium del vecchio forte Thughen si svolgono spesso conferenze e proiezioni video sulle collezioni presenti al suo interno. Il primo piano della struttura, invece, è dedicato alle mostre temporanee.

ℹ️ Luxembourg City
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La Galleria delle Collezioni Reali di Madrid

Aprirà i suoi scrigni il 28 giugno, rivelando così al mondo i tesori di inestimabile valore che la Galleria delle Collezioni Reali di Madrid contiene: opere d'arte che mostrano la ricchezza e la diversità conservate dal Patrimonio Nazionale spagnolo.

La sede è un edificio di 40 mila metri quadrati scavato nella roccia, integrato nei dintorni del Palazzo Reale, che si estende dai giardini del Campo del Moro fino alla Plaza de la Armería, dove si trova l'ingresso principale del museo.

Progettato dagli architetti Luis Mansilla ed Emilio Tuñón, il complesso ha avuto importanti riconoscimenti architettonici e offre una vista senza pari sul parco della Casa de Campo e sulla città di Madrid.

All’interno, lo sguardo vaga tra i 650 pezzi dell’esposizione: una selezione di dipinti, sculture, arazzi, mobili e tutti i tipi di arti decorative, ma anche altri oggetti, tra cui opere firmate da grandi artisti come Velázquez, Caravaggio, Goya, Tiziano, Bosch, Luisa Roldán e El Greco.

La visita alla Galleria delle Collezioni Reali permette inoltre di conoscere, attraverso video, riproduzioni in scala e diverse risorse didattiche, la costruzione di monumenti come il Monastero del Escorial o il Palazzo de La Granja, nonché il lavoro di conservazione e ricerca svolto dal Patrimonio Nazionale.

Il museo ha una sala esposizioni temporanee e un grande cubo immersivo dove si possono vedere proiezioni a 360º degli spazi architettonici e naturali dei Siti Reali.

ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Book of Kells, capolavoro d’Irlanda

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sfocato dalla luce tenue che ne attraversa la teca, il Book of Kells rivela poco delle 608 pagine scritte a mano: decorazioni e illustrazioni sublimi che fanno di questo codice miniato, contenente i Quattro Vangeli in latino, un capolavoro dell’arte celtica.

Custodito nella biblioteca del Trinity College a Dublino, il libro sembra sia stato redatto dai discepoli di San Columba nello Scriptorium del monastero di Iona, Scozia, dove viveva il monaco irlandese intorno all'800.

A causa delle incursioni vichinghe dell’806, il codice fu portato nel monastero di Kells, contea di Meath, nell’Irlanda centrale, dai religiosi sfuggiti all'attacco norreno. Lì vi rimase per due secoli prendendo il nome del luogo: Book of Kells.

Con l'arrivo di Oliver Cromwell nel 1654, il codice - conosciuto anche come Grande Evangeliario di San Columba – venne trasferito a Dublino. Henry Jones, futuro vescovo di Meath, lo presentò al Trinity College nel 1661.

Qui il Book of Kells è rimasto sempre dal XVII secolo. Dal XIX secolo, è stato esposto al pubblico nella Old Library dove mi trovo io. Nel 1953 il codice miniato venne restaurato e diviso in quattro volumi.

Due, protetti da una spessa teca, sono visibili al pubblico. Le pagine vengono girate secondo un calendario regolare così da permettere ai visitatori di vedere diverse parti del libro. Gli altri due volumi possono essere consultati solo da pochi studiosi.

Infatti il Book of Kells contiene la copia decorata dei quattro Vangeli nel testo latino basato sulla Vulgata di San Gerolamo, del 384 d.C., frammista a letture dall'antica traduzione della lingua romana.

Come in un grande racconto, il codice miniato alterna immagini religiose a figure umane e animali e disegni astratti. In parecchi casi, sono state stilizzate così da formare delle lettere che esaltano l'unicità di questo capolavoro dell'arte celtica.

ℹ️ Turismo Irlandese
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Le città sono sempre state come le persone, esse mostrano le loro diverse personalità al viaggiatore. A seconda della città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco, o un’antipatia, un’amicizia o inimicizia. Solo attraverso i viaggi possiamo sapere dove c’è qualcosa che ci appartiene oppure no, dove siamo amati e dove siamo rifiutati.
Roman Payne
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Lasseters Camel Cup, la corsa di cammelli in Australia

✍️ Andrea Lessona

Occhi sfiniti, bava alla bocca, ginocchia latte: e anche l'ultimo animale taglia il traguardo. Finisce così la Lasseters Camel Cup, la corsa di cammelli australiana di Alice Springs - la seconda cittadina del Territorio del Nord in Australia.

L'evento divenuto icona è storia ripetuta negli anni: gesta di corridori e astanti che a ogni racconto si vestono di mitico e mutano in mistico. Eppure questo evento che fa inorridire gli animalisti è seguito a ogni edizione da cinquemila persone.

Armate di macchina fotografica e video camera si assiepano lungo la pista per non perdersi un istante e immortalarlo perché il divertimento non abbia fine. In fondo il senso della corsa di cammelli australiana è proprio questo.

È così che la Lasseters Camel Cup nacque nel 1970: scommessa divertita tra due compagni, Noel Fullerton e Keith Mooney-Smith, che in occasione dei festeggiamenti per il centenario di Alice Springs attraversarono il letto asciutto del fiume Todd.

La cosa piacque tanto, e il Lions Club decise di celebrare la corsa di cammelli australiana con cadenza annuale. Come luogo venne scelto il parco Traeger. La recinzione bassa e il tracciato in erba però lo rendevano pericoloso.

Per questo motivo nel 1975 la Lasseters Camel Cup venne spostata nell'Arunga Park Speedway. Dal 1979 sino a oggi ha invece trovato casa al Noel Fullerton Camel Racing Arena a Blatherskite Park.

Costruita da volontari, è l'unica struttura ad hoc dell'emisfero meridionale per celebrare la gara di cammelli australiana. Infatti vanta, vanitosa, una torre per giudici di gara e commentatori.

In questo modo gli spettatori sono sempre informati di ciò che succede quando durante la Lasseters Camel Cup cavallerizzi e cammelli si piegano e piagano la pista con i loro zoccoli al galoppo.

Questi animali vennero importati in Australia dalle Canarie nel 1840 e poi dall’Afghanistan. Dovevano essere usati nelle missioni esplorative e nelle operazioni di costruzione della linea del telegrafo.

Quella che, tagliando longitudinalmente l’Australia, avrebbe poi collegato Darwin ad Adelaide. L’avvento della ferrovia li rese inutili e indesiderati e perciò vennero abbandonati nel deserto. Causando un gravissimo danno all'ambiente non essendo autoctoni.

Oggi, una volta all'anno, alcuni di loro con occhi sfiniti, bava alla bocca, ginocchia latte tagliano il traguardo della Lasseters Camel Cup, la corsa di cammelli australiana di Alice Springs - la seconda cittadina del Territorio del Nord in Australia.

ℹ️ Northern Territory
📷 Peter Carrol
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Ogni cento metri il mondo cambia.
Roberto Bolaño
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Gjogv, il villaggio verde delle Faroe

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nella gola di Gjogv, l’Atlantico entra violento e urlante si infrange contro le pareti scoscese - flusso eterno che ha dato forma al porto naturale e nome a questo villaggio sulla costa nord di Eysturoy, la seconda isola più grande delle Faroe.

Del paesino, nominato nel 2014 dal Consiglio nordico per il premio Natura e ambiente, si ha menzione già dal 1584, anche se sembra esistesse prima. Sin dagli albori, gli abitanti della zona hanno vissuto di pesca.

Una volta, tredici pescherecci salpavano da Gjogv. Negli ultimi sessanta anni la popolazione ha registrato un forte calo. Nel 1950, 210 persone abitavano qui, ora sono 28.

Nel 1982 è stata costruita una fabbrica che produce elementi prefabbricati in calcestruzzo: impiega sei persone ed è l'unica del suo genere nelle isole Faroe. Altre fonti di lavoro sono la fattoria ittica, la guest house dove ho dormito questa notte, e il campeggio.

Si trova su uno spiazzo grande e piatto, proprio davanti al mare. Da lì si vede tutto Gjogv: piccole case colorate, molte col tetto in erba, e la chiesa bianca: è stata consacrata nel 1929 e ogni domenica con o senza il sacerdote di culto protestante luterano si legge la Bibbia.

Dopo aver camminato il legno scricchiolante del suo pavimento e salito le scale che portano al piccolo organo, ho attraversato la strada dove si trova il monumento dedicato ai pescatori morti in mare.

Davanti ai loro nomi e alle loro date incise, una madre e due bambini in bronzo guardano Gjogv e l'Atlantico. Sono stati immortalati così da Janus Kamban, autore di diverse statue commemorative alle Faroe.

Poi ho passeggiato tra le piccole vie ai cui lati le cinquanta abitazioni in legno rimaste si stringono l'un l'altra per proteggersi dal vento che sempre soffia dal mare, arricciandolo di bianco.

Le poche imbarcazioni rimaste sono in secca lungo il cemento vicino la gola di Gjogv: ed è lì che, andando incontro all'Atlantico, cammino.

ℹ️ Visit Faroe
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