La Settimana de il Reporter
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Tettuccio d'Oro d'Innsbruck, meraviglia gotica
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Musica e silenzio, concerto nel deserto tunisino
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Hakaniemi, il mercato delle Pulci di Helsinki
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Königsstuhl, lo Skywalk dell’isola di Rügen
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Zabnik, il mulino galleggiante della Croazia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflesso tremulo nel fiume Mura, il mulino galleggiante di Zabnik è ancorato stretto alla riva di questo piccolo villaggio nella contea di Varazdin, vicino a Sveti Martin na Muri e al confine tra Croazia e Slovenia.
A dividere le due nazioni è proprio il corso d'acqua originato in Austria, negli Alti Tauri. Sino allo scorso secolo, queste strutture in legno ne navigavano la corrente limacciosa e producevano ricchezza.
Ora, di quel tempo andato, non restano che tre esemplari soltanto di mulino galleggiante: uno nel paese sloveno, uno in quello austriaco e l'altro è qui, in Croazia, davanti a me. Il suo profilo ligneo custodisce antiche tecniche e vecchi saperi.
E se non fosse per il materiale recente usato, mai avrei pensato che si trattasse di una riproduzione realizzata nel 2006. Gli scricchiolii annunciano i miei passi incerti nel suo ventre di legno mentre ondeggia per la piena della Mura.
La pioggia della notte prima ne ha gonfiato le acque e resa pericolosa la navigazione. In passato, queste strutture si spostavano tra le sponde dove oggi piste ciclabili e zone pic nic rendono la zona un'oasi naturale da attraversare e godere.
Secondo alcune fonti, i primi esempi di macinazione nell'area risalgono già al IV secolo a.C. Nel tempo, crebbero sempre più anche grazie alle popolazioni ungheresi che vissero qui e sfruttarono meglio la forza del fiume.
Negli Anni Venti del XX secolo, sulla Mura da Lapšina a Podturen, c'erano circa novanta mulini galleggianti, quarant'anni dopo erano rimasti undici e negli Anni Ottanta l'ultimo vicino a Sveti Martin na muri fu chiuso.
Il piccolo museo vicino al mulino galleggiante di Žabnik racconta la sua storia e quella della zona grazie a cartine, filmati e a oggetti sottratti al tempo. E mostra le bellezze di questa regione che, soprattutto in estate e in autunno, è uno splendore da attraversare.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflesso tremulo nel fiume Mura, il mulino galleggiante di Zabnik è ancorato stretto alla riva di questo piccolo villaggio nella contea di Varazdin, vicino a Sveti Martin na Muri e al confine tra Croazia e Slovenia.
A dividere le due nazioni è proprio il corso d'acqua originato in Austria, negli Alti Tauri. Sino allo scorso secolo, queste strutture in legno ne navigavano la corrente limacciosa e producevano ricchezza.
Ora, di quel tempo andato, non restano che tre esemplari soltanto di mulino galleggiante: uno nel paese sloveno, uno in quello austriaco e l'altro è qui, in Croazia, davanti a me. Il suo profilo ligneo custodisce antiche tecniche e vecchi saperi.
E se non fosse per il materiale recente usato, mai avrei pensato che si trattasse di una riproduzione realizzata nel 2006. Gli scricchiolii annunciano i miei passi incerti nel suo ventre di legno mentre ondeggia per la piena della Mura.
La pioggia della notte prima ne ha gonfiato le acque e resa pericolosa la navigazione. In passato, queste strutture si spostavano tra le sponde dove oggi piste ciclabili e zone pic nic rendono la zona un'oasi naturale da attraversare e godere.
Secondo alcune fonti, i primi esempi di macinazione nell'area risalgono già al IV secolo a.C. Nel tempo, crebbero sempre più anche grazie alle popolazioni ungheresi che vissero qui e sfruttarono meglio la forza del fiume.
Negli Anni Venti del XX secolo, sulla Mura da Lapšina a Podturen, c'erano circa novanta mulini galleggianti, quarant'anni dopo erano rimasti undici e negli Anni Ottanta l'ultimo vicino a Sveti Martin na muri fu chiuso.
Il piccolo museo vicino al mulino galleggiante di Žabnik racconta la sua storia e quella della zona grazie a cartine, filmati e a oggetti sottratti al tempo. E mostra le bellezze di questa regione che, soprattutto in estate e in autunno, è uno splendore da attraversare.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
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Forte Thughen, la Fortezza di Lussemburgo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Imponenza sinuosa di antiche mura, la fortezza di Lussemburgo caratterizza con le sue tre torri a ghianda l'altopiano di Kirchberg. Ricordo inespugnabile di una gloria passata, il vecchio forte Thughen è ora un museo che si racconta con la capitale del Gran Ducato.
Realizzata tra il 1732 e il 1733, nell'attuale quartiere nord orientale della città, la struttura ospita dal 2012 l'esposizione permanente Dräi Eechelen: un percorso attraverso i secoli con oltre 600 oggetti e documenti originali sopravvissuti.
Secondo il trattato di Londra, infatti, la maggior parte della fortezza di Lussemburgo venne distrutta nel 1867. Così come altre fortificazioni nella capitale del Gran Ducato. Solo negli Anni 90, il sito venne ricostruito in parallelo con il vicino museo di arte moderna Mudam.
Oggi, in ogni casamatta di cui si compone il complesso, è possibile riscoprire la storia della struttura e dei suoi legami indissolubili con la città: un unicum geografico che è anche un unicum narrativo.
L'itinerario comincia nel medioevo con l'invasione dei Burguignons nel 1443 e finisce con la costruzione del ponte Adolphe nel 1903. In una zona specifica della struttura ci sono fotografie che mostrano la fortezza di Lussemburgo prima e durante la sua demolizione.
Oltre alla mostra principale, il vecchio forte Thughen vanta una spettacolare rete di tunnel sotterranei: alcuni recuperati, altri ricostruiti, regalano l'emozione di camminarli come fossero quelli originali quando l'edificio fu perfezionato tra il 1836 e il 1837.
Uno spazio multimediale dà accesso a una fornitissima banca dati interattiva. E anche alla documentazione audiovisiva in materia di aree tematiche in cui è stato suddiviso il museo della fortezza di Lussemburgo.
Nell'Auditorium del vecchio forte Thughen si svolgono spesso conferenze e proiezioni video sulle collezioni presenti al suo interno. Il primo piano della struttura, invece, è dedicato alle mostre temporanee.
ℹ️ Luxembourg City
📸 ✍️ Andrea Lessona
Imponenza sinuosa di antiche mura, la fortezza di Lussemburgo caratterizza con le sue tre torri a ghianda l'altopiano di Kirchberg. Ricordo inespugnabile di una gloria passata, il vecchio forte Thughen è ora un museo che si racconta con la capitale del Gran Ducato.
Realizzata tra il 1732 e il 1733, nell'attuale quartiere nord orientale della città, la struttura ospita dal 2012 l'esposizione permanente Dräi Eechelen: un percorso attraverso i secoli con oltre 600 oggetti e documenti originali sopravvissuti.
Secondo il trattato di Londra, infatti, la maggior parte della fortezza di Lussemburgo venne distrutta nel 1867. Così come altre fortificazioni nella capitale del Gran Ducato. Solo negli Anni 90, il sito venne ricostruito in parallelo con il vicino museo di arte moderna Mudam.
Oggi, in ogni casamatta di cui si compone il complesso, è possibile riscoprire la storia della struttura e dei suoi legami indissolubili con la città: un unicum geografico che è anche un unicum narrativo.
L'itinerario comincia nel medioevo con l'invasione dei Burguignons nel 1443 e finisce con la costruzione del ponte Adolphe nel 1903. In una zona specifica della struttura ci sono fotografie che mostrano la fortezza di Lussemburgo prima e durante la sua demolizione.
Oltre alla mostra principale, il vecchio forte Thughen vanta una spettacolare rete di tunnel sotterranei: alcuni recuperati, altri ricostruiti, regalano l'emozione di camminarli come fossero quelli originali quando l'edificio fu perfezionato tra il 1836 e il 1837.
Uno spazio multimediale dà accesso a una fornitissima banca dati interattiva. E anche alla documentazione audiovisiva in materia di aree tematiche in cui è stato suddiviso il museo della fortezza di Lussemburgo.
Nell'Auditorium del vecchio forte Thughen si svolgono spesso conferenze e proiezioni video sulle collezioni presenti al suo interno. Il primo piano della struttura, invece, è dedicato alle mostre temporanee.
ℹ️ Luxembourg City
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La Galleria delle Collezioni Reali di Madrid
Aprirà i suoi scrigni il 28 giugno, rivelando così al mondo i tesori di inestimabile valore che la Galleria delle Collezioni Reali di Madrid contiene: opere d'arte che mostrano la ricchezza e la diversità conservate dal Patrimonio Nazionale spagnolo.
La sede è un edificio di 40 mila metri quadrati scavato nella roccia, integrato nei dintorni del Palazzo Reale, che si estende dai giardini del Campo del Moro fino alla Plaza de la Armería, dove si trova l'ingresso principale del museo.
Progettato dagli architetti Luis Mansilla ed Emilio Tuñón, il complesso ha avuto importanti riconoscimenti architettonici e offre una vista senza pari sul parco della Casa de Campo e sulla città di Madrid.
All’interno, lo sguardo vaga tra i 650 pezzi dell’esposizione: una selezione di dipinti, sculture, arazzi, mobili e tutti i tipi di arti decorative, ma anche altri oggetti, tra cui opere firmate da grandi artisti come Velázquez, Caravaggio, Goya, Tiziano, Bosch, Luisa Roldán e El Greco.
La visita alla Galleria delle Collezioni Reali permette inoltre di conoscere, attraverso video, riproduzioni in scala e diverse risorse didattiche, la costruzione di monumenti come il Monastero del Escorial o il Palazzo de La Granja, nonché il lavoro di conservazione e ricerca svolto dal Patrimonio Nazionale.
Il museo ha una sala esposizioni temporanee e un grande cubo immersivo dove si possono vedere proiezioni a 360º degli spazi architettonici e naturali dei Siti Reali.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
Aprirà i suoi scrigni il 28 giugno, rivelando così al mondo i tesori di inestimabile valore che la Galleria delle Collezioni Reali di Madrid contiene: opere d'arte che mostrano la ricchezza e la diversità conservate dal Patrimonio Nazionale spagnolo.
La sede è un edificio di 40 mila metri quadrati scavato nella roccia, integrato nei dintorni del Palazzo Reale, che si estende dai giardini del Campo del Moro fino alla Plaza de la Armería, dove si trova l'ingresso principale del museo.
Progettato dagli architetti Luis Mansilla ed Emilio Tuñón, il complesso ha avuto importanti riconoscimenti architettonici e offre una vista senza pari sul parco della Casa de Campo e sulla città di Madrid.
All’interno, lo sguardo vaga tra i 650 pezzi dell’esposizione: una selezione di dipinti, sculture, arazzi, mobili e tutti i tipi di arti decorative, ma anche altri oggetti, tra cui opere firmate da grandi artisti come Velázquez, Caravaggio, Goya, Tiziano, Bosch, Luisa Roldán e El Greco.
La visita alla Galleria delle Collezioni Reali permette inoltre di conoscere, attraverso video, riproduzioni in scala e diverse risorse didattiche, la costruzione di monumenti come il Monastero del Escorial o il Palazzo de La Granja, nonché il lavoro di conservazione e ricerca svolto dal Patrimonio Nazionale.
Il museo ha una sala esposizioni temporanee e un grande cubo immersivo dove si possono vedere proiezioni a 360º degli spazi architettonici e naturali dei Siti Reali.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Book of Kells, capolavoro d’Irlanda
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sfocato dalla luce tenue che ne attraversa la teca, il Book of Kells rivela poco delle 608 pagine scritte a mano: decorazioni e illustrazioni sublimi che fanno di questo codice miniato, contenente i Quattro Vangeli in latino, un capolavoro dell’arte celtica.
Custodito nella biblioteca del Trinity College a Dublino, il libro sembra sia stato redatto dai discepoli di San Columba nello Scriptorium del monastero di Iona, Scozia, dove viveva il monaco irlandese intorno all'800.
A causa delle incursioni vichinghe dell’806, il codice fu portato nel monastero di Kells, contea di Meath, nell’Irlanda centrale, dai religiosi sfuggiti all'attacco norreno. Lì vi rimase per due secoli prendendo il nome del luogo: Book of Kells.
Con l'arrivo di Oliver Cromwell nel 1654, il codice - conosciuto anche come Grande Evangeliario di San Columba – venne trasferito a Dublino. Henry Jones, futuro vescovo di Meath, lo presentò al Trinity College nel 1661.
Qui il Book of Kells è rimasto sempre dal XVII secolo. Dal XIX secolo, è stato esposto al pubblico nella Old Library dove mi trovo io. Nel 1953 il codice miniato venne restaurato e diviso in quattro volumi.
Due, protetti da una spessa teca, sono visibili al pubblico. Le pagine vengono girate secondo un calendario regolare così da permettere ai visitatori di vedere diverse parti del libro. Gli altri due volumi possono essere consultati solo da pochi studiosi.
Infatti il Book of Kells contiene la copia decorata dei quattro Vangeli nel testo latino basato sulla Vulgata di San Gerolamo, del 384 d.C., frammista a letture dall'antica traduzione della lingua romana.
Come in un grande racconto, il codice miniato alterna immagini religiose a figure umane e animali e disegni astratti. In parecchi casi, sono state stilizzate così da formare delle lettere che esaltano l'unicità di questo capolavoro dell'arte celtica.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sfocato dalla luce tenue che ne attraversa la teca, il Book of Kells rivela poco delle 608 pagine scritte a mano: decorazioni e illustrazioni sublimi che fanno di questo codice miniato, contenente i Quattro Vangeli in latino, un capolavoro dell’arte celtica.
Custodito nella biblioteca del Trinity College a Dublino, il libro sembra sia stato redatto dai discepoli di San Columba nello Scriptorium del monastero di Iona, Scozia, dove viveva il monaco irlandese intorno all'800.
A causa delle incursioni vichinghe dell’806, il codice fu portato nel monastero di Kells, contea di Meath, nell’Irlanda centrale, dai religiosi sfuggiti all'attacco norreno. Lì vi rimase per due secoli prendendo il nome del luogo: Book of Kells.
Con l'arrivo di Oliver Cromwell nel 1654, il codice - conosciuto anche come Grande Evangeliario di San Columba – venne trasferito a Dublino. Henry Jones, futuro vescovo di Meath, lo presentò al Trinity College nel 1661.
Qui il Book of Kells è rimasto sempre dal XVII secolo. Dal XIX secolo, è stato esposto al pubblico nella Old Library dove mi trovo io. Nel 1953 il codice miniato venne restaurato e diviso in quattro volumi.
Due, protetti da una spessa teca, sono visibili al pubblico. Le pagine vengono girate secondo un calendario regolare così da permettere ai visitatori di vedere diverse parti del libro. Gli altri due volumi possono essere consultati solo da pochi studiosi.
Infatti il Book of Kells contiene la copia decorata dei quattro Vangeli nel testo latino basato sulla Vulgata di San Gerolamo, del 384 d.C., frammista a letture dall'antica traduzione della lingua romana.
Come in un grande racconto, il codice miniato alterna immagini religiose a figure umane e animali e disegni astratti. In parecchi casi, sono state stilizzate così da formare delle lettere che esaltano l'unicità di questo capolavoro dell'arte celtica.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Le città sono sempre state come le persone, esse mostrano le loro diverse personalità al viaggiatore. A seconda della città e del viaggiatore, può scoccare un amore reciproco, o un’antipatia, un’amicizia o inimicizia. Solo attraverso i viaggi possiamo sapere dove c’è qualcosa che ci appartiene oppure no, dove siamo amati e dove siamo rifiutati.
Roman Payne
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