«Non si considerava un turista bensì un viaggiatore, e spiegava che si tratta in parte di una differenza temporale. Dopo poche settimane, o pochi mesi, il turista si affretta a tornare a casa; il viaggiatore, che non appartiene ad alcun luogo in particolare, si sposta lentamente da un punto all’altro della terra, per anni».
Paul Bowles
Paul Bowles
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Petrín, la funicolare di Praga
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla cabina della funicolare di Praga, vedo la città svelarsi sotto i miei occhi. A ogni metro salito sulla collina di Petrín, la capitale ceca si distende dabbasso nella sua bellezza antica e moderna - palcoscenico inimitabile di un teatro senza tempo.
I vetri fumè della carrozza la rendono ancora più affascinate, sfocando appena i contorni degli edifici e i loro tetti frastagliati, divisi dalle stradine che li separano in mille rivoli d'asfalto grigio.
Per godere di questo spettacolo, ho dovuto fare una lunga coda e prendere il biglietto nella stazione di Újezd, a Mala Strana, cuore della capitale ceca. E lì, ai piedi della collina Petrín che dà nome alla funicolare di Praga, che inizia il percorso e la storia di questa tratta dall'antico fascino.
Le carrozze solcano i 501 metri dei binari disposti tra il verde rubato alla terra. È così sin dal 1851 quando la funivia entrò in funzione per la prima volta. Nel 1932 la modernità le impose uno stop per sostituire il vecchio meccanismo ad acqua col quale aveva funzionato sin dall'inizio, e introdurre i motori elettrici.
A causa di alcuni smottamenti del terreno, la circolazione fu interrotta di nuovo dal 1965 sino al 1985. Poi, grazie a interventi di stabilizzazione, il servizio riprese e i passeggeri possono di nuovo ammirare la capitale ceca dalla cabina della funicolare di Praga: serve solo un po' di fortuna e prendere il posto vicino al finestrino come ho fatto io.
Da qui riesco a vedere l'altro convoglio scendere verso la stazione di partenza. Poco oltre la carrozza si ferma, e alcuni passeggeri scendono a Nebozízek, la fermata intermedia del percorso.
Qualche istante e riparte verso la cima di Petřín, il capolinea. Grazie all'andatura lenta di 14 chilometri all'ora mi godo il panorama della città che, quando la funicolare di Praga raggiunge la cima, si svela tutta nella sua bellezza distesa.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla cabina della funicolare di Praga, vedo la città svelarsi sotto i miei occhi. A ogni metro salito sulla collina di Petrín, la capitale ceca si distende dabbasso nella sua bellezza antica e moderna - palcoscenico inimitabile di un teatro senza tempo.
I vetri fumè della carrozza la rendono ancora più affascinate, sfocando appena i contorni degli edifici e i loro tetti frastagliati, divisi dalle stradine che li separano in mille rivoli d'asfalto grigio.
Per godere di questo spettacolo, ho dovuto fare una lunga coda e prendere il biglietto nella stazione di Újezd, a Mala Strana, cuore della capitale ceca. E lì, ai piedi della collina Petrín che dà nome alla funicolare di Praga, che inizia il percorso e la storia di questa tratta dall'antico fascino.
Le carrozze solcano i 501 metri dei binari disposti tra il verde rubato alla terra. È così sin dal 1851 quando la funivia entrò in funzione per la prima volta. Nel 1932 la modernità le impose uno stop per sostituire il vecchio meccanismo ad acqua col quale aveva funzionato sin dall'inizio, e introdurre i motori elettrici.
A causa di alcuni smottamenti del terreno, la circolazione fu interrotta di nuovo dal 1965 sino al 1985. Poi, grazie a interventi di stabilizzazione, il servizio riprese e i passeggeri possono di nuovo ammirare la capitale ceca dalla cabina della funicolare di Praga: serve solo un po' di fortuna e prendere il posto vicino al finestrino come ho fatto io.
Da qui riesco a vedere l'altro convoglio scendere verso la stazione di partenza. Poco oltre la carrozza si ferma, e alcuni passeggeri scendono a Nebozízek, la fermata intermedia del percorso.
Qualche istante e riparte verso la cima di Petřín, il capolinea. Grazie all'andatura lenta di 14 chilometri all'ora mi godo il panorama della città che, quando la funicolare di Praga raggiunge la cima, si svela tutta nella sua bellezza distesa.
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Aker Brygge, il quartiere più “in” di Oslo
✍️ Andrea Lessona
Sul molo di Aker Brygge, l'orologio faro segna l'ora e il tempo del quartiere più “in” di Oslo: mentre le sue lancette si spostano impercettibili, la sua banderuola segue il vento che attraversa la baia.
È così da sempre, qui sul fiordo. Sin da quando le prime case costruite in legno formarono un villaggio e, indietreggiando, divennero città – la più grande e più importante della Norvegia.
L'area in cui cammino oggi ha ospitato i cantieri navali e l'industria meccanica di Aker Mekaniske Verksted AS per più di cent'anni fino al 1982 . Poi, dal 1986, il quartiere di Aker Brygge è stato riconvertito.
Gli agenti immobiliari Aker Eiendom AS hanno demolito alcuni vecchi edifici industriali, mentre alcune delle loro principali sale sono state adattate ad aree commerciali.
Il primo passo per ridare nuova vita e funzione ad Aker Brygge è stato nel 1986 grazie al lavoro degli architetti Telje, Torp e Aasen. L'edificio dell'Assicurazione Storebrand, di fronte a Munkedamsveien, è stato completato nel 1998.
Oggi l'area, che si distende su 260 mila metri quadrati, è costituita da un centro commerciale con negozi e ristoranti, un cinema, uffici e appartamenti. Inoltre, c'è un porticciolo e un terminale per i traghetti Nesodden.
Qui, in quest'angolo di Oslo, antico e moderno si mischiano, si confondono, creano un unicum dove vivono novecento persone e altre seimila ci lavorano per soddisfare gli abitanti della città e i turisti.
Negli anni, il quartiere è diventato il luogo di ritrovo numero uno sia di giorno sia di sera. Soprattutto durante il periodo estivo: la bella stagione svela la perfetta combinazione naturale e architettonica.
Camminando sul molo, sin a dove la banchina finisce, sembra davvero di entrare nel mare: è lì che si trova l'orologio faro di Aker Brygge che continua a segnare l'ora e il tempo del quartiere più “in” di Oslo.
ℹ️ Visit Norway
✍️ Andrea Lessona
Sul molo di Aker Brygge, l'orologio faro segna l'ora e il tempo del quartiere più “in” di Oslo: mentre le sue lancette si spostano impercettibili, la sua banderuola segue il vento che attraversa la baia.
È così da sempre, qui sul fiordo. Sin da quando le prime case costruite in legno formarono un villaggio e, indietreggiando, divennero città – la più grande e più importante della Norvegia.
L'area in cui cammino oggi ha ospitato i cantieri navali e l'industria meccanica di Aker Mekaniske Verksted AS per più di cent'anni fino al 1982 . Poi, dal 1986, il quartiere di Aker Brygge è stato riconvertito.
Gli agenti immobiliari Aker Eiendom AS hanno demolito alcuni vecchi edifici industriali, mentre alcune delle loro principali sale sono state adattate ad aree commerciali.
Il primo passo per ridare nuova vita e funzione ad Aker Brygge è stato nel 1986 grazie al lavoro degli architetti Telje, Torp e Aasen. L'edificio dell'Assicurazione Storebrand, di fronte a Munkedamsveien, è stato completato nel 1998.
Oggi l'area, che si distende su 260 mila metri quadrati, è costituita da un centro commerciale con negozi e ristoranti, un cinema, uffici e appartamenti. Inoltre, c'è un porticciolo e un terminale per i traghetti Nesodden.
Qui, in quest'angolo di Oslo, antico e moderno si mischiano, si confondono, creano un unicum dove vivono novecento persone e altre seimila ci lavorano per soddisfare gli abitanti della città e i turisti.
Negli anni, il quartiere è diventato il luogo di ritrovo numero uno sia di giorno sia di sera. Soprattutto durante il periodo estivo: la bella stagione svela la perfetta combinazione naturale e architettonica.
Camminando sul molo, sin a dove la banchina finisce, sembra davvero di entrare nel mare: è lì che si trova l'orologio faro di Aker Brygge che continua a segnare l'ora e il tempo del quartiere più “in” di Oslo.
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Asakusa Yabusame, tiro con l'arco a cavallo in Giappone
✍️ Andrea Lessona
Nell'aria ferma del parco Sumidagawa a Tokyo, la freccia attraversa il sospiro trattenuto della gente e colpisce il bersaglio. Terza delle tre scoccate a infilarsi al centro, segna il momento più importante di Asakusa Yabusame: il tiro con l'arco a cavallo in Giappone.
L'evento affonda le sue radici nel periodo Kamakura (1192–1334). Nata per intrattenere gli dei, questa disciplina deriva dal kyudo – un'arte marziale nipponica il cui significato è “la via dell'arco”.
In passato, la manifestazione si svolgeva a capodanno nel santuario di Asakusa (1600-1868). Oggi, invece, il tiro con l'arco a cavallo in Giappone si celebra soprattutto ogni aprile nella capitale, al parco di Sumidagawa.
Per praticare lo Yabusame serve una grande abilità sia per stare in sella sia per impugnare l'arco e scoccare la freccia: in questo modo l'arciere può usare solo le gambe per mantenersi in equilibrio sul destriero lanciato al galoppo in una corsia lunga circa 250 metri.
Per giunta, i bersagli da colpire nel tiro con l'arco a cavallo in Giappone sono tre: distanziati di circa cinquanta metri l'uno dall'altro. Dopo il primo lancio, il cavaliere deve incoccare un'altra freccia e cercare di cogliere il secondo centro.
Ripetendo gli stessi gesti, tenta poi di fare lo stesso col terzo sotto lo sguardo attento del pubblico ma anche dei giudici dislocati lungo il percorso. Le frecce usate non hanno punta ma una specie di rigonfiamento ovoidale per evitare che qualcuno si faccia male.
Allo Yabusame possono partecipare anche le donne: vestite dei costumi tradizionali duecenteschi, cavalcano puledri agghindati con finimenti preziosi tanto da sembrare quadri dell'epoca in movimento.
Un altro momento imperdibile del tiro con l'arco a cavallo in Giappone è la cerimonia di premiazione dell’arciere che è riuscito a colpire tutti e tre i bersagli. Si chiama Shirokunon Gi ed è un evento nell'evento dal cerimoniale elegante.
ℹ️ JNTO
✍️ Andrea Lessona
Nell'aria ferma del parco Sumidagawa a Tokyo, la freccia attraversa il sospiro trattenuto della gente e colpisce il bersaglio. Terza delle tre scoccate a infilarsi al centro, segna il momento più importante di Asakusa Yabusame: il tiro con l'arco a cavallo in Giappone.
L'evento affonda le sue radici nel periodo Kamakura (1192–1334). Nata per intrattenere gli dei, questa disciplina deriva dal kyudo – un'arte marziale nipponica il cui significato è “la via dell'arco”.
In passato, la manifestazione si svolgeva a capodanno nel santuario di Asakusa (1600-1868). Oggi, invece, il tiro con l'arco a cavallo in Giappone si celebra soprattutto ogni aprile nella capitale, al parco di Sumidagawa.
Per praticare lo Yabusame serve una grande abilità sia per stare in sella sia per impugnare l'arco e scoccare la freccia: in questo modo l'arciere può usare solo le gambe per mantenersi in equilibrio sul destriero lanciato al galoppo in una corsia lunga circa 250 metri.
Per giunta, i bersagli da colpire nel tiro con l'arco a cavallo in Giappone sono tre: distanziati di circa cinquanta metri l'uno dall'altro. Dopo il primo lancio, il cavaliere deve incoccare un'altra freccia e cercare di cogliere il secondo centro.
Ripetendo gli stessi gesti, tenta poi di fare lo stesso col terzo sotto lo sguardo attento del pubblico ma anche dei giudici dislocati lungo il percorso. Le frecce usate non hanno punta ma una specie di rigonfiamento ovoidale per evitare che qualcuno si faccia male.
Allo Yabusame possono partecipare anche le donne: vestite dei costumi tradizionali duecenteschi, cavalcano puledri agghindati con finimenti preziosi tanto da sembrare quadri dell'epoca in movimento.
Un altro momento imperdibile del tiro con l'arco a cavallo in Giappone è la cerimonia di premiazione dell’arciere che è riuscito a colpire tutti e tre i bersagli. Si chiama Shirokunon Gi ed è un evento nell'evento dal cerimoniale elegante.
ℹ️ JNTO
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Casa di Monet, Giverny impressionista
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Speaker's Corner, voce libera di Londra
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1º Maggio Festa dei Lavoratori
Un operaio edile si prende una pausa dalla costruzione dell'iconico Chrysler Building, New York City, 1930. Il grattacielo art deco alto 1.046 piedi (318 metri), progettato dall'architetto William Van Alen, è stato l'edificio più alto del mondo per 11 mesi, fino al completamento dell'Empire State Building.
Un operaio edile si prende una pausa dalla costruzione dell'iconico Chrysler Building, New York City, 1930. Il grattacielo art deco alto 1.046 piedi (318 metri), progettato dall'architetto William Van Alen, è stato l'edificio più alto del mondo per 11 mesi, fino al completamento dell'Empire State Building.
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Festival dei cortili di Cordova, Spagna in fiore
✍️ Andrea Lessona
Come un sipario, aprono la loro bellezza nascosta agli occhi curiosi della gente. E nelle corti del centro storico di Cordova, entrano ammirazione e stupore. Succede le due prime settimane di ogni maggio, quando la città spagnola celebra il Festival dei cortili.
Iscritto dal 2012 nell'elenco del Patrimonio Immateriale dell'Umanità dall'Unesco, l'evento andaluso è tradizione antica nata in epoca romana, proseguita sotto la dominazione araba, e arrivata sino ai giorni nostri.
Durante il Festival dei cortili, le case popolari nel cuore di Cordova, appendono fuori dalle loro pareti bianche vasi con fiori coloratissimi: il profumo intenso delle zagare, dei garofani e dei gelsomini inebria l'aria.
La sera e durante i fine settimana, le vecchie corti ospitano spettacoli di flamenco. E mentre le vesti delle ballerine ruotano meraviglia, c'è la possibilità di degustare le tapas insieme al vino Montilla-Moriles.
Tra balli, canti e sapori intensi, le notti del Festival dei cortili della città andalusa sembrano non finire mai: così come la bellezza rivelata alla gente ignara, che non crede ai propri occhi increduli.
Impressionate, le persone aumentano ogni giorno: attraversano piano le strade e passano da un chiostro all'altro. I più famosi si trovano nei quartieri popolari del centro storico di Cordova.
Le corti dell'Alcázar Viejo, tra l'Alcázar e la parrocchia di San Basilio, di Santa Marina, della Magdalena e nei dintorni di San Lorenzo sono davvero stupende quanto quelle del quartiere ebraico, nella zona della Moschea-Cattedrale.
Tutte, ogni anno, si contendono la vittoria al Festival dei cortili di Cordova. L'evento storico, infatti, è anche un concorso che premia la bellezza originale delle corti della città andalusa – tutte agghindate di meraviglia e stupore.
ℹ️ 📷 Ente Spagnolo del Turismo
✍️ Andrea Lessona
Come un sipario, aprono la loro bellezza nascosta agli occhi curiosi della gente. E nelle corti del centro storico di Cordova, entrano ammirazione e stupore. Succede le due prime settimane di ogni maggio, quando la città spagnola celebra il Festival dei cortili.
Iscritto dal 2012 nell'elenco del Patrimonio Immateriale dell'Umanità dall'Unesco, l'evento andaluso è tradizione antica nata in epoca romana, proseguita sotto la dominazione araba, e arrivata sino ai giorni nostri.
Durante il Festival dei cortili, le case popolari nel cuore di Cordova, appendono fuori dalle loro pareti bianche vasi con fiori coloratissimi: il profumo intenso delle zagare, dei garofani e dei gelsomini inebria l'aria.
La sera e durante i fine settimana, le vecchie corti ospitano spettacoli di flamenco. E mentre le vesti delle ballerine ruotano meraviglia, c'è la possibilità di degustare le tapas insieme al vino Montilla-Moriles.
Tra balli, canti e sapori intensi, le notti del Festival dei cortili della città andalusa sembrano non finire mai: così come la bellezza rivelata alla gente ignara, che non crede ai propri occhi increduli.
Impressionate, le persone aumentano ogni giorno: attraversano piano le strade e passano da un chiostro all'altro. I più famosi si trovano nei quartieri popolari del centro storico di Cordova.
Le corti dell'Alcázar Viejo, tra l'Alcázar e la parrocchia di San Basilio, di Santa Marina, della Magdalena e nei dintorni di San Lorenzo sono davvero stupende quanto quelle del quartiere ebraico, nella zona della Moschea-Cattedrale.
Tutte, ogni anno, si contendono la vittoria al Festival dei cortili di Cordova. L'evento storico, infatti, è anche un concorso che premia la bellezza originale delle corti della città andalusa – tutte agghindate di meraviglia e stupore.
ℹ️ 📷 Ente Spagnolo del Turismo
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Indian Pacific, la ferrovia più lunga d'Australia
✍️ Andrea Lessona
Sotto un sole accecante, i treni dell'Indian Pacific attraversano l'Australia per unire la terra in mezzo ai due oceani. È così che ogni giorno il convoglio della compagnia Trainways parte da Perth in direzione di Sidney.
Come serpenti d'acciaio, i convogli scivolano lungo il tracciato ferrato che divide l'oceano Indiano dal Pacifico: 4.352 chilometri di percorso per quella che è la seconda ferrovia più lunga al mondo e la prima d'Australia.
La Compagnia che ha generato un tale evento nacque nel 1970: dopo anni di duro lavoro, la conversione di linee a scartamento ridotto portò a un’unica grande linea ferroviaria a scartamento standardizzato di proprietà della Trainways.
I treni che la percorrono sono dotati di ogni confort: poltrone ampie, schienale regolabile e tavolino incorporato. L’aria condizionata, come da migliore tradizione australiana, è alla massima potenza.
Nonostante sembrare interminabile, il percorso dura 65 ore con alcune fermate intermedie. Oltre a trasportare la propria auto sul convoglio, si può prenotare una cabina per meglio affrontare il sonno. Naturalmente l'Indian Pacific dispone di una carrozza ristorante, la Red Kangaroo Service.
A Cook, nel bel mezzo del Nullarbor Plain, il personale provvede al rifornimento di acqua ai vagoni e di gasolio alle locomotive. Una delle tappe intermedie più importanti dove molti passeggeri salutano i compagni di viaggio e scendono è Adelaide, capitale del South Australia.
Dopo un'ora abbondante di sosta, per le operazioniss di carico e scarico non solo dei viaggiatori ma anche delle loro vettovaglie, automobile comprese, ecco che il treno dell'Indian Pacific riparte.
Questa volta alla luce del sole e non più in quella artificiale delle lampade alogene, i passeggeri rimasti possono guardare fuori dal finestrino e vedere lo scenario dell'Australia mutare sino a quando il convoglio non entra nella stazione di Sidney.
ℹ️ Tourism Australia
✍️ Andrea Lessona
Sotto un sole accecante, i treni dell'Indian Pacific attraversano l'Australia per unire la terra in mezzo ai due oceani. È così che ogni giorno il convoglio della compagnia Trainways parte da Perth in direzione di Sidney.
Come serpenti d'acciaio, i convogli scivolano lungo il tracciato ferrato che divide l'oceano Indiano dal Pacifico: 4.352 chilometri di percorso per quella che è la seconda ferrovia più lunga al mondo e la prima d'Australia.
La Compagnia che ha generato un tale evento nacque nel 1970: dopo anni di duro lavoro, la conversione di linee a scartamento ridotto portò a un’unica grande linea ferroviaria a scartamento standardizzato di proprietà della Trainways.
I treni che la percorrono sono dotati di ogni confort: poltrone ampie, schienale regolabile e tavolino incorporato. L’aria condizionata, come da migliore tradizione australiana, è alla massima potenza.
Nonostante sembrare interminabile, il percorso dura 65 ore con alcune fermate intermedie. Oltre a trasportare la propria auto sul convoglio, si può prenotare una cabina per meglio affrontare il sonno. Naturalmente l'Indian Pacific dispone di una carrozza ristorante, la Red Kangaroo Service.
A Cook, nel bel mezzo del Nullarbor Plain, il personale provvede al rifornimento di acqua ai vagoni e di gasolio alle locomotive. Una delle tappe intermedie più importanti dove molti passeggeri salutano i compagni di viaggio e scendono è Adelaide, capitale del South Australia.
Dopo un'ora abbondante di sosta, per le operazioniss di carico e scarico non solo dei viaggiatori ma anche delle loro vettovaglie, automobile comprese, ecco che il treno dell'Indian Pacific riparte.
Questa volta alla luce del sole e non più in quella artificiale delle lampade alogene, i passeggeri rimasti possono guardare fuori dal finestrino e vedere lo scenario dell'Australia mutare sino a quando il convoglio non entra nella stazione di Sidney.
ℹ️ Tourism Australia
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Unteruhldingen, il Museo delle palafitte sul lago di Costanza
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sul lago di Costanza, tremuli riflessi disegnano il museo delle palafitte di Unteruhldingen: 23 casette perfettamente ricostruite ridanno vita a un villaggio preistorico che l'Unesco ha proclamato patrimonio dell'Umanità.
Attraversare questo luogo emerso è attraversare il tempo sospeso sulle acque: sicure passerelle legano le antiche abitazioni del Neolitico e del Bronzo in una ragnatela che si snoda su tre percorsi tutti da scoprire.
I resti dei primi edifici antichi, riapparsi e ricostruiti qui, nel museo delle palafitte, risalgono al 1922. E oggi ospitano i laboratori sull’Età della Pietra per studenti e gruppi oltre al cinema.
L'insediamento è stato realizzato seguendo i risultati degli scavi effettuati su insediamenti a Unteruhldingen sul lago di Costanza, e sul Federsee a Bad Buchau la cui datazione va dal 1050 al 850 a.C.
Nel museo delle palafitte, le antiche case con il tetto di canne raccontano quel mondo passato e di come si vivesse allora: qui sono illustrati gli elementi più importanti dell’Epoca Neolitica.
Così, passo dopo passo, si scopre la storia climatica e del paesaggio del lago di Costanza, come venivano realizzate le case, come si allevava il bestiame, come si pescava e come si accendeva il fuoco.
Per meglio capire come si vivesse e lavorasse a quel tempo, i visitatori del museo delle palafitte possono usare strumenti e manufatti: una esperienza viva per conoscere di più i nostri antenati.
Come la scelta di realizzare questo tipo di villaggio: vicino alla acqua e alla terraferma permetteva sia di pescare sia di coltivare e di proteggere uomini e donne da nemici e predatori.
ℹ️ Bodensee
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sul lago di Costanza, tremuli riflessi disegnano il museo delle palafitte di Unteruhldingen: 23 casette perfettamente ricostruite ridanno vita a un villaggio preistorico che l'Unesco ha proclamato patrimonio dell'Umanità.
Attraversare questo luogo emerso è attraversare il tempo sospeso sulle acque: sicure passerelle legano le antiche abitazioni del Neolitico e del Bronzo in una ragnatela che si snoda su tre percorsi tutti da scoprire.
I resti dei primi edifici antichi, riapparsi e ricostruiti qui, nel museo delle palafitte, risalgono al 1922. E oggi ospitano i laboratori sull’Età della Pietra per studenti e gruppi oltre al cinema.
L'insediamento è stato realizzato seguendo i risultati degli scavi effettuati su insediamenti a Unteruhldingen sul lago di Costanza, e sul Federsee a Bad Buchau la cui datazione va dal 1050 al 850 a.C.
Nel museo delle palafitte, le antiche case con il tetto di canne raccontano quel mondo passato e di come si vivesse allora: qui sono illustrati gli elementi più importanti dell’Epoca Neolitica.
Così, passo dopo passo, si scopre la storia climatica e del paesaggio del lago di Costanza, come venivano realizzate le case, come si allevava il bestiame, come si pescava e come si accendeva il fuoco.
Per meglio capire come si vivesse e lavorasse a quel tempo, i visitatori del museo delle palafitte possono usare strumenti e manufatti: una esperienza viva per conoscere di più i nostri antenati.
Come la scelta di realizzare questo tipo di villaggio: vicino alla acqua e alla terraferma permetteva sia di pescare sia di coltivare e di proteggere uomini e donne da nemici e predatori.
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