Varaždinske Toplice, le terme più antiche della Croazia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflessi nelle acque termali di Varaždinske Toplice, i resti romani vivono del loro vecchio splendore: uno splendore costruito intorno alla fonte che da sempre caratterizza questo villaggio nella regione di Hrvastko Zagorje dove si trovano le terme più antiche della Croazia.
Un dono della Natura sfruttato nei secoli dall'uomo per realizzare l'abitato e curarsi: due milioni di litri al giorno con una temperatura di 58 gradi alla sorgente fluiscono costanti e tracciano percorsi sotterranei per poi emergere e regalare benessere.
I romani chiamarono il luogo Aquae Iasae dal nome dei suoi abitanti Iasi pannonici. Grazie a loro, Varaždinske Toplice divenne un importante luogo di cura, culto, cultura in quella che era l'Alta Pannonia.
Devastata dai Goti nel III secolo, la località viene fatta ricostruire da Costantino il Grande. Dopo il disfacimento dell'Impero romano entra sotto il controllo di Zagabria e vi resta per oltre otto secoli.
Solo nel 1829, Varaždinske Toplice diventa un luogo di cura moderno con l'introduzione del controllo medico permanente. La sua fama cresce così tanto da diventare ben presto uno dei luoghi mitteleuropei più conosciuti del suo genere.
Ed è a quel periodo che risalgono le scoperte architettoniche che ho di fronte: mentre si sistema il parco delle terme emergono le pareti del Ninfeo romano – un santuario dedicato alle ninfe.
La maggior parte dei reperti vengono usati per abbellire il complesso di Varaždinske Toplice. Resta solo il portale costruito nel 1865 in cui sono inseriti due leoni di marmo con coda di pesce, un frammento dell'immagine di una ninfa e la tabella che allude al periodo del Ninfeo.
Dell'antica struttura romana solo una quarta parte del sommerso è stata portata alla luce: i resti dei bagni termali, della piccola piazza e del sacrario fanno parte dei più importanti complessi archeologici della Croazia.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflessi nelle acque termali di Varaždinske Toplice, i resti romani vivono del loro vecchio splendore: uno splendore costruito intorno alla fonte che da sempre caratterizza questo villaggio nella regione di Hrvastko Zagorje dove si trovano le terme più antiche della Croazia.
Un dono della Natura sfruttato nei secoli dall'uomo per realizzare l'abitato e curarsi: due milioni di litri al giorno con una temperatura di 58 gradi alla sorgente fluiscono costanti e tracciano percorsi sotterranei per poi emergere e regalare benessere.
I romani chiamarono il luogo Aquae Iasae dal nome dei suoi abitanti Iasi pannonici. Grazie a loro, Varaždinske Toplice divenne un importante luogo di cura, culto, cultura in quella che era l'Alta Pannonia.
Devastata dai Goti nel III secolo, la località viene fatta ricostruire da Costantino il Grande. Dopo il disfacimento dell'Impero romano entra sotto il controllo di Zagabria e vi resta per oltre otto secoli.
Solo nel 1829, Varaždinske Toplice diventa un luogo di cura moderno con l'introduzione del controllo medico permanente. La sua fama cresce così tanto da diventare ben presto uno dei luoghi mitteleuropei più conosciuti del suo genere.
Ed è a quel periodo che risalgono le scoperte architettoniche che ho di fronte: mentre si sistema il parco delle terme emergono le pareti del Ninfeo romano – un santuario dedicato alle ninfe.
La maggior parte dei reperti vengono usati per abbellire il complesso di Varaždinske Toplice. Resta solo il portale costruito nel 1865 in cui sono inseriti due leoni di marmo con coda di pesce, un frammento dell'immagine di una ninfa e la tabella che allude al periodo del Ninfeo.
Dell'antica struttura romana solo una quarta parte del sommerso è stata portata alla luce: i resti dei bagni termali, della piccola piazza e del sacrario fanno parte dei più importanti complessi archeologici della Croazia.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
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Jemaa El Fna, la piazza di Marrakech
📸 ✍️ Andrea Lessona
Labbra socchiuse soffiano magia, e incantano il serpente. Dritto e immobile nel suo nero più del nero, il cobra fissa ipnotizzato l'ammaestratore. Un nuovo soffio, e il rettile si riavvolge sull'asfalto bollente di Jemaa El Fna, la piazza di Marrakech.
Pago dieci Dirham per portare via in un click uno spettacolo che qui nella Medina, cuore della Città Vecchia, è esistenza quotidiana di umanità variopinta. La incontro ovunque camminando questo girone dal caldo infernale: colori intensi come il cielo meravigliano i miei occhi, li invadano insistenti, e ne rapiscono lo sguardo.
A ogni passo, danzatori, cantastorie, musicisti mi chiedono denaro per esibirsi: perché l'arte ha un prezzo, «e io bisogna mangiare» mi dice nel suo italiano uno dei tanti che fa del contrattare una tradizione tipica del luogo.
Piazza Jemaa El Fna è un proscenio in cui va in scena la vita, la storia e la cultura di un popolo. Non è solo un incrocio di due elle d'asfalto, calpestate ogni giorno da artisti effervescenti e da turisti estasiati e imbarazzati ma l'emblema di una delle più importanti città del Marocco.
Qui è un frinire vociante di cicale ammaliatrici: ognuno ad attirare l'attenzione. Come l'uomo anziano seduto a terra che, per un Dirham gettato nel suo cappello di paglia, mi intona una litania sfregando il violino antiquato: la musica si confonde con gli zufoli vicini, accompagnati dal tramestio sincopato di tamburi dalla pelle di capra.
Poco più in là, una donna dipinge di henné la pelle diafana di una bimba bionda: ricordo africano tatuato da portare domani in Europa. «No, niente foto. Pagare, pagare». E così dirigo lo sguardo e la sete verso le bancarelle che vendono succhi d'arancia: vengono spremuti da frutti enormi, grossi come un cocomero. Appena dopo, un uomo ha disteso nel suo spazio immaginario, l'halqa, un semicerchio di bevande confezionate.
Cerco l'ombra che qualcuno si è fatto da sé, portando un ombrellone sotto cui si ripara, distendendosi su tappeti maestosi. «Piace? Compare, comprare». Non cedo all'insistenza che mi segue come i raggi del sole, e proseguo dove una fila disordinata di carrozze aspetta i viaggiatori per un viaggio ne La Place.
Qui, dove le palme danno un po' di ristoro, i vetturini si dividono i clienti e i loro soldi. Ognuno a offrire il prezzo migliore per un giro trainato da cavalli imbellettati di piume. Trottano stanchi nella calura del pomeriggio, mentre un fabbro improvvisato ripara le loro scarpe di ferro. Le piega sul fuoco e poi le batte sino a renderle della giusta misura.
Ormai sono arrivato alla fine della piazza. Dall'altra parte della strada, divisa dall'asfalto brulicante di auto e motorette su cui viaggiano sempre due persone, vedo nel cielo blu trasparente l'imponente minareto annesso alla Moschea Koutoubia. Con i suoi settanta metri, è l'edificio più alto di Marrakech.
Torno sui miei passi verso dove il sole si allarga come un lampadario fluorescente e illumina il cuore largo di Jemaa El Fna. Cerco di evitare con garbo nuove richieste che questa volta mi vengono da dentisti improvvisati. Per convincermi mi mostrano barattoli pieni di denti estratti, simbolo della loro abilità.
Sorrido, a bocca chiusa, pensando che in questo anfiteatro dove oggi si estraggono canini, ieri si tagliavano teste. Il nome della piazza infatti significa raduno dei morti. Intorno al 1050, i condannati venivano portati in questo luogo per essere giustiziati. I loro capi divelti dal corpo erano lasciati in mostra come memento per gli altri.
Alzo lo sguardo verso gli edifici che cingono il catino colorato: Il Cafè della Francia, il Cafè Argana, il Cafè Ghiacciaio hanno terrazze arabe da cui godere lo spettacolo che io vivo da qui. Getto un ultimo sguardo su Jemaa El Fna, proclamata nel 2001 dall'Unesco Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità. Ed entro nei souk.
📸 ✍️ Andrea Lessona
Labbra socchiuse soffiano magia, e incantano il serpente. Dritto e immobile nel suo nero più del nero, il cobra fissa ipnotizzato l'ammaestratore. Un nuovo soffio, e il rettile si riavvolge sull'asfalto bollente di Jemaa El Fna, la piazza di Marrakech.
Pago dieci Dirham per portare via in un click uno spettacolo che qui nella Medina, cuore della Città Vecchia, è esistenza quotidiana di umanità variopinta. La incontro ovunque camminando questo girone dal caldo infernale: colori intensi come il cielo meravigliano i miei occhi, li invadano insistenti, e ne rapiscono lo sguardo.
A ogni passo, danzatori, cantastorie, musicisti mi chiedono denaro per esibirsi: perché l'arte ha un prezzo, «e io bisogna mangiare» mi dice nel suo italiano uno dei tanti che fa del contrattare una tradizione tipica del luogo.
Piazza Jemaa El Fna è un proscenio in cui va in scena la vita, la storia e la cultura di un popolo. Non è solo un incrocio di due elle d'asfalto, calpestate ogni giorno da artisti effervescenti e da turisti estasiati e imbarazzati ma l'emblema di una delle più importanti città del Marocco.
Qui è un frinire vociante di cicale ammaliatrici: ognuno ad attirare l'attenzione. Come l'uomo anziano seduto a terra che, per un Dirham gettato nel suo cappello di paglia, mi intona una litania sfregando il violino antiquato: la musica si confonde con gli zufoli vicini, accompagnati dal tramestio sincopato di tamburi dalla pelle di capra.
Poco più in là, una donna dipinge di henné la pelle diafana di una bimba bionda: ricordo africano tatuato da portare domani in Europa. «No, niente foto. Pagare, pagare». E così dirigo lo sguardo e la sete verso le bancarelle che vendono succhi d'arancia: vengono spremuti da frutti enormi, grossi come un cocomero. Appena dopo, un uomo ha disteso nel suo spazio immaginario, l'halqa, un semicerchio di bevande confezionate.
Cerco l'ombra che qualcuno si è fatto da sé, portando un ombrellone sotto cui si ripara, distendendosi su tappeti maestosi. «Piace? Compare, comprare». Non cedo all'insistenza che mi segue come i raggi del sole, e proseguo dove una fila disordinata di carrozze aspetta i viaggiatori per un viaggio ne La Place.
Qui, dove le palme danno un po' di ristoro, i vetturini si dividono i clienti e i loro soldi. Ognuno a offrire il prezzo migliore per un giro trainato da cavalli imbellettati di piume. Trottano stanchi nella calura del pomeriggio, mentre un fabbro improvvisato ripara le loro scarpe di ferro. Le piega sul fuoco e poi le batte sino a renderle della giusta misura.
Ormai sono arrivato alla fine della piazza. Dall'altra parte della strada, divisa dall'asfalto brulicante di auto e motorette su cui viaggiano sempre due persone, vedo nel cielo blu trasparente l'imponente minareto annesso alla Moschea Koutoubia. Con i suoi settanta metri, è l'edificio più alto di Marrakech.
Torno sui miei passi verso dove il sole si allarga come un lampadario fluorescente e illumina il cuore largo di Jemaa El Fna. Cerco di evitare con garbo nuove richieste che questa volta mi vengono da dentisti improvvisati. Per convincermi mi mostrano barattoli pieni di denti estratti, simbolo della loro abilità.
Sorrido, a bocca chiusa, pensando che in questo anfiteatro dove oggi si estraggono canini, ieri si tagliavano teste. Il nome della piazza infatti significa raduno dei morti. Intorno al 1050, i condannati venivano portati in questo luogo per essere giustiziati. I loro capi divelti dal corpo erano lasciati in mostra come memento per gli altri.
Alzo lo sguardo verso gli edifici che cingono il catino colorato: Il Cafè della Francia, il Cafè Argana, il Cafè Ghiacciaio hanno terrazze arabe da cui godere lo spettacolo che io vivo da qui. Getto un ultimo sguardo su Jemaa El Fna, proclamata nel 2001 dall'Unesco Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità. Ed entro nei souk.
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Finlandia, in motoslitta sul lago Saimaa
📸 ✍️ Andrea Lessona
Scie bianche di motoslitta si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa. Seduto sul mezzo che ne sfregia il ghiaccio, attraverso il Parco Nazionale di Linnansaari - infinita distesa d'acqua congelata di questa zona dei Mille Laghi della Finlandia.
«Guarda quelle rocce - dice l'autista del mezzo dopo averlo fermato -: lì sotto, le foche degli anelli allattano i loro cuccioli. In meno di due minuti, sono capaci di forare un metro di pack per respirare».
Istituito nel 1956, il Parco Nazionale di Linnansaari è la loro casa come anche di grandi lucci. Per vederne uno enorme, basta qualche chilometro: la motoslitta si spegne un’altra volta proprio a fianco di un uomo nel mezzo del bianco nulla.
Intirizzito per lui, lo guardo immergere le mani nude nel foro d'acqua gelida e staccare dalle maglie blu della rete alcuni pesci. Ancor più stupito, apprendo che quello sarà il mio pranzo.
Dopo altri chilometri scivolati sul ghiaccio, arrivo sull'isola di Linnansaari. Dalla neve ondulata spuntano alcuni cottage e un capanno. Mi siedo nel suo tepore vicino al fuoco, mentre l'autista taglia la legna per alimentarlo. Poi, con movenze degne del miglior chirurgo, seziona il luccio in piccoli dadi.
Il pesce si scioglie nel palato e, grazie al brodo, scalda lo stomaco. Poco più in là, alcune persone mangiano all’aperto su un tavolo da picnic. Stupito e infreddolito anche per loro, mi alzo e cammino sulla neve fresca.
Con lo sguardo cerco il volo dei falchi pescatori, tipici della zona. Ma nel cielo basso c'è solo il grigio che cade plumbeo sulle betulle intorno al piccolo molo, dove d'estate attraccano le imbarcazioni.
Dopo mezz’ora, la motoslitta è pronta: risalgo a bordo per ripartire verso il villaggio di Oravi. Gli ultimi chilometri dei trenta dell'intero percorso iniziato stamattina. Mentre il mezzo scivola sul ghiaccio, mi guardo indietro per un attimo. Scie bianche si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Scie bianche di motoslitta si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa. Seduto sul mezzo che ne sfregia il ghiaccio, attraverso il Parco Nazionale di Linnansaari - infinita distesa d'acqua congelata di questa zona dei Mille Laghi della Finlandia.
«Guarda quelle rocce - dice l'autista del mezzo dopo averlo fermato -: lì sotto, le foche degli anelli allattano i loro cuccioli. In meno di due minuti, sono capaci di forare un metro di pack per respirare».
Istituito nel 1956, il Parco Nazionale di Linnansaari è la loro casa come anche di grandi lucci. Per vederne uno enorme, basta qualche chilometro: la motoslitta si spegne un’altra volta proprio a fianco di un uomo nel mezzo del bianco nulla.
Intirizzito per lui, lo guardo immergere le mani nude nel foro d'acqua gelida e staccare dalle maglie blu della rete alcuni pesci. Ancor più stupito, apprendo che quello sarà il mio pranzo.
Dopo altri chilometri scivolati sul ghiaccio, arrivo sull'isola di Linnansaari. Dalla neve ondulata spuntano alcuni cottage e un capanno. Mi siedo nel suo tepore vicino al fuoco, mentre l'autista taglia la legna per alimentarlo. Poi, con movenze degne del miglior chirurgo, seziona il luccio in piccoli dadi.
Il pesce si scioglie nel palato e, grazie al brodo, scalda lo stomaco. Poco più in là, alcune persone mangiano all’aperto su un tavolo da picnic. Stupito e infreddolito anche per loro, mi alzo e cammino sulla neve fresca.
Con lo sguardo cerco il volo dei falchi pescatori, tipici della zona. Ma nel cielo basso c'è solo il grigio che cade plumbeo sulle betulle intorno al piccolo molo, dove d'estate attraccano le imbarcazioni.
Dopo mezz’ora, la motoslitta è pronta: risalgo a bordo per ripartire verso il villaggio di Oravi. Gli ultimi chilometri dei trenta dell'intero percorso iniziato stamattina. Mentre il mezzo scivola sul ghiaccio, mi guardo indietro per un attimo. Scie bianche si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa.
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Széchenyi, il Ponte delle catene di Budapest
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella notte di Budapest, il ponte delle catene è un tratto di luci attraverso il blu del Danubio: 375 metri arcuati d'acciaio e cemento che dal 1849 legano due città diventate una.
I lavori per la costruzione della struttura iniziarono dieci anni prima per volere del conte István Széchenyi. Il nobile, da cui l'opera prende il nome in lingua ungherese, fu uno dei più grandi statisti d'Ungheria.
Commissionò la realizzazione del ponte delle catene all'inglese William Tienery Clark e allo scozzese Adam Clark. I due ingegneri del Regno Unito, dal cognome comune senza alcun grado di parentela, impiegarono dieci anni.
L'idea del conte Széchenyi era quella di edificare una gittata permanente che collegasse Buda a Pest: in passato le due città erano tenute insieme da un ponte su chiatte che, prima dell'inverno veniva smantellato, per essere ricostruito la stagione successiva.
Così per unire ciò che il Danubio aveva diviso, si decise di realizzare un ponte sospeso: vennero innalzati due piloni in stile neoclassico la cui campata centrale misura 202 metri – una delle più lunghe al mondo per quel periodo.
All'entrata, dalla parte della città imperiale, il ponte delle catene è decorato da statue di leoni. A guardarle bene, si vede che i re della foresta, criniera folta, posa possente, non hanno la lingua. Simbolo muto di forza perduta.
Il traffico automobilistico scorre sotto i due piloni del ponte delle catene. Chi vuole può attraversarlo a piedi. Basta imboccare sia dalla parte di Buda sia da quella di Pest i marciapiedi che scorrono lungo gli archi.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la struttura fu fatta saltare dai nazisti per impedire l'avanzata dei liberatori russi. Gli stessi che da lì a poco si sarebbero trasformati in occupanti.
Ricostruito nel 1949, oltre che emblema e attrazione turistica principale della città, il ponte delle catene è diventato simbolo della libertà ungherese.
ℹ️ Visit Hungary
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella notte di Budapest, il ponte delle catene è un tratto di luci attraverso il blu del Danubio: 375 metri arcuati d'acciaio e cemento che dal 1849 legano due città diventate una.
I lavori per la costruzione della struttura iniziarono dieci anni prima per volere del conte István Széchenyi. Il nobile, da cui l'opera prende il nome in lingua ungherese, fu uno dei più grandi statisti d'Ungheria.
Commissionò la realizzazione del ponte delle catene all'inglese William Tienery Clark e allo scozzese Adam Clark. I due ingegneri del Regno Unito, dal cognome comune senza alcun grado di parentela, impiegarono dieci anni.
L'idea del conte Széchenyi era quella di edificare una gittata permanente che collegasse Buda a Pest: in passato le due città erano tenute insieme da un ponte su chiatte che, prima dell'inverno veniva smantellato, per essere ricostruito la stagione successiva.
Così per unire ciò che il Danubio aveva diviso, si decise di realizzare un ponte sospeso: vennero innalzati due piloni in stile neoclassico la cui campata centrale misura 202 metri – una delle più lunghe al mondo per quel periodo.
All'entrata, dalla parte della città imperiale, il ponte delle catene è decorato da statue di leoni. A guardarle bene, si vede che i re della foresta, criniera folta, posa possente, non hanno la lingua. Simbolo muto di forza perduta.
Il traffico automobilistico scorre sotto i due piloni del ponte delle catene. Chi vuole può attraversarlo a piedi. Basta imboccare sia dalla parte di Buda sia da quella di Pest i marciapiedi che scorrono lungo gli archi.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la struttura fu fatta saltare dai nazisti per impedire l'avanzata dei liberatori russi. Gli stessi che da lì a poco si sarebbero trasformati in occupanti.
Ricostruito nel 1949, oltre che emblema e attrazione turistica principale della città, il ponte delle catene è diventato simbolo della libertà ungherese.
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La Settimana de il Reporter
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Casa di Monet, Giverny impressionista
✍️ Andrea Lessona
Incorniciato da un immenso giardino in fiore, l'intonaco rosa della casa di Monet risalta tra il verde di Giverny: quasi irreale, tanto da sembrare dipinto, contraddistingue questo paesino della Alta Normandia.
Arrivato qui nel 1890, il maestro dell'Impressionismo acquistò il casolare per creare un grande ornamentale. «Il giardinaggio è un'attività che ho imparato nella mia giovinezza quando ero infelice. Forse devo ai fiori l'essere diventato un pittore», disse.
Quella che ho di fronte fu la sua alcova artistica dal 1883 sino al il 5 dicembre 1926 quando morì. Dal 1980, per volere del figlio, è anche la sede della Fondazione a lui dedicata.
Ristrutturata in collaborazione con l'Accademia delle Belle Arti e i fondi di mecenati francesi e americani, la casa di Monet conserva i tratti e le invenzioni dell’artista sia all'interno che all'esterno.
Dopo aver tinto l'edificio di rosa e verde, realizzò il Clos Normand: il giardino inno di luce, arte e vita dai lunghi sentieri, archi metallici con rose canine, gelsomini e ninfee nate dal piccolo stagno creato dalla confluenza del fiume Epte.
Superato da un ponte verde brillante, simil giapponese, lo specchio d'acqua si arricchì poi di peonie, glicini viola e bianchi, ciliegi ornamentali, ontani, tamerici, agrifogli, frassini, salici piangenti.
La visita alla dimora inizia dalla piccola sala blu, l’area di lettura coi grandi mobili a muro in cui sono conservati tè e olio di oliva. Subito dopo c’è il primo atelier in cui il maestro dipinse sino al 1899. Salendo le scale, si arriva alla sua camera: qui spicca l'adorata scrivania e il cassettone del XVIII secolo.
Proseguendo, si arriva nella sala da toilette del pittore, quella della moglie Alice e la camera con la tappezzeria damascata. Oltre, si trovano la sala da pranzo e la cucina. Sia quando si cammina nella casa di Monet sia tra i gli amati giardini, sembra davvero di vivere un tempo di sensazioni impressioniste.
ℹ️ Explore France
✍️ Andrea Lessona
Incorniciato da un immenso giardino in fiore, l'intonaco rosa della casa di Monet risalta tra il verde di Giverny: quasi irreale, tanto da sembrare dipinto, contraddistingue questo paesino della Alta Normandia.
Arrivato qui nel 1890, il maestro dell'Impressionismo acquistò il casolare per creare un grande ornamentale. «Il giardinaggio è un'attività che ho imparato nella mia giovinezza quando ero infelice. Forse devo ai fiori l'essere diventato un pittore», disse.
Quella che ho di fronte fu la sua alcova artistica dal 1883 sino al il 5 dicembre 1926 quando morì. Dal 1980, per volere del figlio, è anche la sede della Fondazione a lui dedicata.
Ristrutturata in collaborazione con l'Accademia delle Belle Arti e i fondi di mecenati francesi e americani, la casa di Monet conserva i tratti e le invenzioni dell’artista sia all'interno che all'esterno.
Dopo aver tinto l'edificio di rosa e verde, realizzò il Clos Normand: il giardino inno di luce, arte e vita dai lunghi sentieri, archi metallici con rose canine, gelsomini e ninfee nate dal piccolo stagno creato dalla confluenza del fiume Epte.
Superato da un ponte verde brillante, simil giapponese, lo specchio d'acqua si arricchì poi di peonie, glicini viola e bianchi, ciliegi ornamentali, ontani, tamerici, agrifogli, frassini, salici piangenti.
La visita alla dimora inizia dalla piccola sala blu, l’area di lettura coi grandi mobili a muro in cui sono conservati tè e olio di oliva. Subito dopo c’è il primo atelier in cui il maestro dipinse sino al 1899. Salendo le scale, si arriva alla sua camera: qui spicca l'adorata scrivania e il cassettone del XVIII secolo.
Proseguendo, si arriva nella sala da toilette del pittore, quella della moglie Alice e la camera con la tappezzeria damascata. Oltre, si trovano la sala da pranzo e la cucina. Sia quando si cammina nella casa di Monet sia tra i gli amati giardini, sembra davvero di vivere un tempo di sensazioni impressioniste.
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