Dublino e le storie del fiume Liffey
✍️ Andrea Lessona
Nelle luci sfumate del Liffey, Dublino scivola via verso il mare. Barlumi indefiniti di notti lontane raccontano di quando era solo un nucleo celtico, Baile Atha Cliath, e più tardi di quando i vichinghi fecero dello stagno nero, Dubh Linn, un centro permanente.
Storie e nomi annegati nel fiume che la divide e la unisce, in cui si specchia ogni giorno per restituire di sé l’immagine sfregiata dal giogo britannico e la fotografia sbiadita della Libertà ritrovata.
Anni di buia povertà per rinascere simbolo di benessere. Ma nelle arterie di Dublino, oltre al traffico caotico, scorre la storia di un popolo fiero e colto che ha regalato al mondo arte, letteratura, musica.
Ogni via della capitale d’Irlanda, percorsa sui i pullman a due piani, i Double Decker, o a piedi, è intrisa di questo passato che un futuro ultramoderno vuol piegare al turismo di massa. Ma i simboli di ieri vivono ovunque.
Negli edifici georgiani di Parnell Square e O’ Connell Street, il centro della città, dove i fori dei proiettili sulle mura della Posta Centrale raccontano dell’Insurrezione di Pasqua del 1916.
Nelle melodie dei menestrelli a Temple Bar, il quartiere intellettuale, a pochi passi dalla Bank of Ireland - struttura imponente, costruita per il parlamento irlandese, “cancellato” nel 1801 con l’Act Of Union.
Nell’università d’Irlanda, il Trinity College, fondato da Elisabetta I nel 1592, dove c’è il Book Of Kells - uno dei libri più antichi e preziosi al mondo con i quattro vangeli in latino e fini illustrazioni complesse.
Nei boccali alla Guinness Storehouse, dove la birra è primato. Dal settimo piano del Gravity Bar, si intuiscono il campanile cattolico della Christ Church e quello protestante della cattedrale di San Patrizio.
Nei Docks, dove le macchine dei moli hanno sostituito le povere braccia di ieri: lavorano merci che le navi nel porto distribuiranno in tutto il mondo, come le storie di Dublino che il Liffey porta al mare ogni giorno.
ℹ️ Turismo Irlandese
✍️ Andrea Lessona
Nelle luci sfumate del Liffey, Dublino scivola via verso il mare. Barlumi indefiniti di notti lontane raccontano di quando era solo un nucleo celtico, Baile Atha Cliath, e più tardi di quando i vichinghi fecero dello stagno nero, Dubh Linn, un centro permanente.
Storie e nomi annegati nel fiume che la divide e la unisce, in cui si specchia ogni giorno per restituire di sé l’immagine sfregiata dal giogo britannico e la fotografia sbiadita della Libertà ritrovata.
Anni di buia povertà per rinascere simbolo di benessere. Ma nelle arterie di Dublino, oltre al traffico caotico, scorre la storia di un popolo fiero e colto che ha regalato al mondo arte, letteratura, musica.
Ogni via della capitale d’Irlanda, percorsa sui i pullman a due piani, i Double Decker, o a piedi, è intrisa di questo passato che un futuro ultramoderno vuol piegare al turismo di massa. Ma i simboli di ieri vivono ovunque.
Negli edifici georgiani di Parnell Square e O’ Connell Street, il centro della città, dove i fori dei proiettili sulle mura della Posta Centrale raccontano dell’Insurrezione di Pasqua del 1916.
Nelle melodie dei menestrelli a Temple Bar, il quartiere intellettuale, a pochi passi dalla Bank of Ireland - struttura imponente, costruita per il parlamento irlandese, “cancellato” nel 1801 con l’Act Of Union.
Nell’università d’Irlanda, il Trinity College, fondato da Elisabetta I nel 1592, dove c’è il Book Of Kells - uno dei libri più antichi e preziosi al mondo con i quattro vangeli in latino e fini illustrazioni complesse.
Nei boccali alla Guinness Storehouse, dove la birra è primato. Dal settimo piano del Gravity Bar, si intuiscono il campanile cattolico della Christ Church e quello protestante della cattedrale di San Patrizio.
Nei Docks, dove le macchine dei moli hanno sostituito le povere braccia di ieri: lavorano merci che le navi nel porto distribuiranno in tutto il mondo, come le storie di Dublino che il Liffey porta al mare ogni giorno.
ℹ️ Turismo Irlandese
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
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I Mulini a vento di Mykonos
✍️ Andrea Lessona
Sulle coline di Mykonos, un filare di mulini a vento tratteggia l’orizzonte azzurro: grandi pale di legno sovrastano i vecchi tetti in paglia che coprono le antiche mura intonacate di bianco.
Per circa quattrocento anni, le strutture che ho davanti sono state indispensabili per l’economia di quest’isola delle Cicladi. Realizzate nel XVI secolo e alimentate da venti in burrasca, macinavano grano che veniva poi esportato in Grecia come nel resto del mondo.
Dei 16 mulini a vento originali, oggi ne rimangono solo sette. Uno di loro – il Boni – è stato trasformato in museo: per sentire raccontare la sua storia, così come quella dei suoi simili, ho seguito il sentiero che dal porto conduce alle colline.
Qualche minuto zigzagato tra le stradine dell’isola, e sono arrivato quassù da dove si gode una vista unica: respirato lo iodio che sale dall’Egeo intorno, entro nel piccolo spazio adibito a memoria.
Qui ci sono mostre che tutti i giorni raccontano gratis i mulini a vento e come sono stati realizzati. Lo fanno sia in greco sia in inglese, spiegando a me come agli altri presenti stretti a sé il ruolo chiave di Mykonos nelle rotte commerciali.
Fotografie dettagliate dicono delle altre strutture a fianco: istanti fermati su carta per imprimere negli occhi quello che si può vedere a pochi passi da qui, sulle colline di quest’isola greca delle Cicladi.
Un filare di mulini a vento che tratteggia l’orizzonte azzurro: grandi pale di legno che sovrastano i vecchi tetti in paglia e che coprono le antiche mura intonacate di bianco. Storia della memoria.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Sulle coline di Mykonos, un filare di mulini a vento tratteggia l’orizzonte azzurro: grandi pale di legno sovrastano i vecchi tetti in paglia che coprono le antiche mura intonacate di bianco.
Per circa quattrocento anni, le strutture che ho davanti sono state indispensabili per l’economia di quest’isola delle Cicladi. Realizzate nel XVI secolo e alimentate da venti in burrasca, macinavano grano che veniva poi esportato in Grecia come nel resto del mondo.
Dei 16 mulini a vento originali, oggi ne rimangono solo sette. Uno di loro – il Boni – è stato trasformato in museo: per sentire raccontare la sua storia, così come quella dei suoi simili, ho seguito il sentiero che dal porto conduce alle colline.
Qualche minuto zigzagato tra le stradine dell’isola, e sono arrivato quassù da dove si gode una vista unica: respirato lo iodio che sale dall’Egeo intorno, entro nel piccolo spazio adibito a memoria.
Qui ci sono mostre che tutti i giorni raccontano gratis i mulini a vento e come sono stati realizzati. Lo fanno sia in greco sia in inglese, spiegando a me come agli altri presenti stretti a sé il ruolo chiave di Mykonos nelle rotte commerciali.
Fotografie dettagliate dicono delle altre strutture a fianco: istanti fermati su carta per imprimere negli occhi quello che si può vedere a pochi passi da qui, sulle colline di quest’isola greca delle Cicladi.
Un filare di mulini a vento che tratteggia l’orizzonte azzurro: grandi pale di legno che sovrastano i vecchi tetti in paglia e che coprono le antiche mura intonacate di bianco. Storia della memoria.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
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Varaždinske Toplice, le terme più antiche della Croazia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflessi nelle acque termali di Varaždinske Toplice, i resti romani vivono del loro vecchio splendore: uno splendore costruito intorno alla fonte che da sempre caratterizza questo villaggio nella regione di Hrvastko Zagorje dove si trovano le terme più antiche della Croazia.
Un dono della Natura sfruttato nei secoli dall'uomo per realizzare l'abitato e curarsi: due milioni di litri al giorno con una temperatura di 58 gradi alla sorgente fluiscono costanti e tracciano percorsi sotterranei per poi emergere e regalare benessere.
I romani chiamarono il luogo Aquae Iasae dal nome dei suoi abitanti Iasi pannonici. Grazie a loro, Varaždinske Toplice divenne un importante luogo di cura, culto, cultura in quella che era l'Alta Pannonia.
Devastata dai Goti nel III secolo, la località viene fatta ricostruire da Costantino il Grande. Dopo il disfacimento dell'Impero romano entra sotto il controllo di Zagabria e vi resta per oltre otto secoli.
Solo nel 1829, Varaždinske Toplice diventa un luogo di cura moderno con l'introduzione del controllo medico permanente. La sua fama cresce così tanto da diventare ben presto uno dei luoghi mitteleuropei più conosciuti del suo genere.
Ed è a quel periodo che risalgono le scoperte architettoniche che ho di fronte: mentre si sistema il parco delle terme emergono le pareti del Ninfeo romano – un santuario dedicato alle ninfe.
La maggior parte dei reperti vengono usati per abbellire il complesso di Varaždinske Toplice. Resta solo il portale costruito nel 1865 in cui sono inseriti due leoni di marmo con coda di pesce, un frammento dell'immagine di una ninfa e la tabella che allude al periodo del Ninfeo.
Dell'antica struttura romana solo una quarta parte del sommerso è stata portata alla luce: i resti dei bagni termali, della piccola piazza e del sacrario fanno parte dei più importanti complessi archeologici della Croazia.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Riflessi nelle acque termali di Varaždinske Toplice, i resti romani vivono del loro vecchio splendore: uno splendore costruito intorno alla fonte che da sempre caratterizza questo villaggio nella regione di Hrvastko Zagorje dove si trovano le terme più antiche della Croazia.
Un dono della Natura sfruttato nei secoli dall'uomo per realizzare l'abitato e curarsi: due milioni di litri al giorno con una temperatura di 58 gradi alla sorgente fluiscono costanti e tracciano percorsi sotterranei per poi emergere e regalare benessere.
I romani chiamarono il luogo Aquae Iasae dal nome dei suoi abitanti Iasi pannonici. Grazie a loro, Varaždinske Toplice divenne un importante luogo di cura, culto, cultura in quella che era l'Alta Pannonia.
Devastata dai Goti nel III secolo, la località viene fatta ricostruire da Costantino il Grande. Dopo il disfacimento dell'Impero romano entra sotto il controllo di Zagabria e vi resta per oltre otto secoli.
Solo nel 1829, Varaždinske Toplice diventa un luogo di cura moderno con l'introduzione del controllo medico permanente. La sua fama cresce così tanto da diventare ben presto uno dei luoghi mitteleuropei più conosciuti del suo genere.
Ed è a quel periodo che risalgono le scoperte architettoniche che ho di fronte: mentre si sistema il parco delle terme emergono le pareti del Ninfeo romano – un santuario dedicato alle ninfe.
La maggior parte dei reperti vengono usati per abbellire il complesso di Varaždinske Toplice. Resta solo il portale costruito nel 1865 in cui sono inseriti due leoni di marmo con coda di pesce, un frammento dell'immagine di una ninfa e la tabella che allude al periodo del Ninfeo.
Dell'antica struttura romana solo una quarta parte del sommerso è stata portata alla luce: i resti dei bagni termali, della piccola piazza e del sacrario fanno parte dei più importanti complessi archeologici della Croazia.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
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Jemaa El Fna, la piazza di Marrakech
📸 ✍️ Andrea Lessona
Labbra socchiuse soffiano magia, e incantano il serpente. Dritto e immobile nel suo nero più del nero, il cobra fissa ipnotizzato l'ammaestratore. Un nuovo soffio, e il rettile si riavvolge sull'asfalto bollente di Jemaa El Fna, la piazza di Marrakech.
Pago dieci Dirham per portare via in un click uno spettacolo che qui nella Medina, cuore della Città Vecchia, è esistenza quotidiana di umanità variopinta. La incontro ovunque camminando questo girone dal caldo infernale: colori intensi come il cielo meravigliano i miei occhi, li invadano insistenti, e ne rapiscono lo sguardo.
A ogni passo, danzatori, cantastorie, musicisti mi chiedono denaro per esibirsi: perché l'arte ha un prezzo, «e io bisogna mangiare» mi dice nel suo italiano uno dei tanti che fa del contrattare una tradizione tipica del luogo.
Piazza Jemaa El Fna è un proscenio in cui va in scena la vita, la storia e la cultura di un popolo. Non è solo un incrocio di due elle d'asfalto, calpestate ogni giorno da artisti effervescenti e da turisti estasiati e imbarazzati ma l'emblema di una delle più importanti città del Marocco.
Qui è un frinire vociante di cicale ammaliatrici: ognuno ad attirare l'attenzione. Come l'uomo anziano seduto a terra che, per un Dirham gettato nel suo cappello di paglia, mi intona una litania sfregando il violino antiquato: la musica si confonde con gli zufoli vicini, accompagnati dal tramestio sincopato di tamburi dalla pelle di capra.
Poco più in là, una donna dipinge di henné la pelle diafana di una bimba bionda: ricordo africano tatuato da portare domani in Europa. «No, niente foto. Pagare, pagare». E così dirigo lo sguardo e la sete verso le bancarelle che vendono succhi d'arancia: vengono spremuti da frutti enormi, grossi come un cocomero. Appena dopo, un uomo ha disteso nel suo spazio immaginario, l'halqa, un semicerchio di bevande confezionate.
Cerco l'ombra che qualcuno si è fatto da sé, portando un ombrellone sotto cui si ripara, distendendosi su tappeti maestosi. «Piace? Compare, comprare». Non cedo all'insistenza che mi segue come i raggi del sole, e proseguo dove una fila disordinata di carrozze aspetta i viaggiatori per un viaggio ne La Place.
Qui, dove le palme danno un po' di ristoro, i vetturini si dividono i clienti e i loro soldi. Ognuno a offrire il prezzo migliore per un giro trainato da cavalli imbellettati di piume. Trottano stanchi nella calura del pomeriggio, mentre un fabbro improvvisato ripara le loro scarpe di ferro. Le piega sul fuoco e poi le batte sino a renderle della giusta misura.
Ormai sono arrivato alla fine della piazza. Dall'altra parte della strada, divisa dall'asfalto brulicante di auto e motorette su cui viaggiano sempre due persone, vedo nel cielo blu trasparente l'imponente minareto annesso alla Moschea Koutoubia. Con i suoi settanta metri, è l'edificio più alto di Marrakech.
Torno sui miei passi verso dove il sole si allarga come un lampadario fluorescente e illumina il cuore largo di Jemaa El Fna. Cerco di evitare con garbo nuove richieste che questa volta mi vengono da dentisti improvvisati. Per convincermi mi mostrano barattoli pieni di denti estratti, simbolo della loro abilità.
Sorrido, a bocca chiusa, pensando che in questo anfiteatro dove oggi si estraggono canini, ieri si tagliavano teste. Il nome della piazza infatti significa raduno dei morti. Intorno al 1050, i condannati venivano portati in questo luogo per essere giustiziati. I loro capi divelti dal corpo erano lasciati in mostra come memento per gli altri.
Alzo lo sguardo verso gli edifici che cingono il catino colorato: Il Cafè della Francia, il Cafè Argana, il Cafè Ghiacciaio hanno terrazze arabe da cui godere lo spettacolo che io vivo da qui. Getto un ultimo sguardo su Jemaa El Fna, proclamata nel 2001 dall'Unesco Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità. Ed entro nei souk.
📸 ✍️ Andrea Lessona
Labbra socchiuse soffiano magia, e incantano il serpente. Dritto e immobile nel suo nero più del nero, il cobra fissa ipnotizzato l'ammaestratore. Un nuovo soffio, e il rettile si riavvolge sull'asfalto bollente di Jemaa El Fna, la piazza di Marrakech.
Pago dieci Dirham per portare via in un click uno spettacolo che qui nella Medina, cuore della Città Vecchia, è esistenza quotidiana di umanità variopinta. La incontro ovunque camminando questo girone dal caldo infernale: colori intensi come il cielo meravigliano i miei occhi, li invadano insistenti, e ne rapiscono lo sguardo.
A ogni passo, danzatori, cantastorie, musicisti mi chiedono denaro per esibirsi: perché l'arte ha un prezzo, «e io bisogna mangiare» mi dice nel suo italiano uno dei tanti che fa del contrattare una tradizione tipica del luogo.
Piazza Jemaa El Fna è un proscenio in cui va in scena la vita, la storia e la cultura di un popolo. Non è solo un incrocio di due elle d'asfalto, calpestate ogni giorno da artisti effervescenti e da turisti estasiati e imbarazzati ma l'emblema di una delle più importanti città del Marocco.
Qui è un frinire vociante di cicale ammaliatrici: ognuno ad attirare l'attenzione. Come l'uomo anziano seduto a terra che, per un Dirham gettato nel suo cappello di paglia, mi intona una litania sfregando il violino antiquato: la musica si confonde con gli zufoli vicini, accompagnati dal tramestio sincopato di tamburi dalla pelle di capra.
Poco più in là, una donna dipinge di henné la pelle diafana di una bimba bionda: ricordo africano tatuato da portare domani in Europa. «No, niente foto. Pagare, pagare». E così dirigo lo sguardo e la sete verso le bancarelle che vendono succhi d'arancia: vengono spremuti da frutti enormi, grossi come un cocomero. Appena dopo, un uomo ha disteso nel suo spazio immaginario, l'halqa, un semicerchio di bevande confezionate.
Cerco l'ombra che qualcuno si è fatto da sé, portando un ombrellone sotto cui si ripara, distendendosi su tappeti maestosi. «Piace? Compare, comprare». Non cedo all'insistenza che mi segue come i raggi del sole, e proseguo dove una fila disordinata di carrozze aspetta i viaggiatori per un viaggio ne La Place.
Qui, dove le palme danno un po' di ristoro, i vetturini si dividono i clienti e i loro soldi. Ognuno a offrire il prezzo migliore per un giro trainato da cavalli imbellettati di piume. Trottano stanchi nella calura del pomeriggio, mentre un fabbro improvvisato ripara le loro scarpe di ferro. Le piega sul fuoco e poi le batte sino a renderle della giusta misura.
Ormai sono arrivato alla fine della piazza. Dall'altra parte della strada, divisa dall'asfalto brulicante di auto e motorette su cui viaggiano sempre due persone, vedo nel cielo blu trasparente l'imponente minareto annesso alla Moschea Koutoubia. Con i suoi settanta metri, è l'edificio più alto di Marrakech.
Torno sui miei passi verso dove il sole si allarga come un lampadario fluorescente e illumina il cuore largo di Jemaa El Fna. Cerco di evitare con garbo nuove richieste che questa volta mi vengono da dentisti improvvisati. Per convincermi mi mostrano barattoli pieni di denti estratti, simbolo della loro abilità.
Sorrido, a bocca chiusa, pensando che in questo anfiteatro dove oggi si estraggono canini, ieri si tagliavano teste. Il nome della piazza infatti significa raduno dei morti. Intorno al 1050, i condannati venivano portati in questo luogo per essere giustiziati. I loro capi divelti dal corpo erano lasciati in mostra come memento per gli altri.
Alzo lo sguardo verso gli edifici che cingono il catino colorato: Il Cafè della Francia, il Cafè Argana, il Cafè Ghiacciaio hanno terrazze arabe da cui godere lo spettacolo che io vivo da qui. Getto un ultimo sguardo su Jemaa El Fna, proclamata nel 2001 dall'Unesco Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità. Ed entro nei souk.
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Finlandia, in motoslitta sul lago Saimaa
📸 ✍️ Andrea Lessona
Scie bianche di motoslitta si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa. Seduto sul mezzo che ne sfregia il ghiaccio, attraverso il Parco Nazionale di Linnansaari - infinita distesa d'acqua congelata di questa zona dei Mille Laghi della Finlandia.
«Guarda quelle rocce - dice l'autista del mezzo dopo averlo fermato -: lì sotto, le foche degli anelli allattano i loro cuccioli. In meno di due minuti, sono capaci di forare un metro di pack per respirare».
Istituito nel 1956, il Parco Nazionale di Linnansaari è la loro casa come anche di grandi lucci. Per vederne uno enorme, basta qualche chilometro: la motoslitta si spegne un’altra volta proprio a fianco di un uomo nel mezzo del bianco nulla.
Intirizzito per lui, lo guardo immergere le mani nude nel foro d'acqua gelida e staccare dalle maglie blu della rete alcuni pesci. Ancor più stupito, apprendo che quello sarà il mio pranzo.
Dopo altri chilometri scivolati sul ghiaccio, arrivo sull'isola di Linnansaari. Dalla neve ondulata spuntano alcuni cottage e un capanno. Mi siedo nel suo tepore vicino al fuoco, mentre l'autista taglia la legna per alimentarlo. Poi, con movenze degne del miglior chirurgo, seziona il luccio in piccoli dadi.
Il pesce si scioglie nel palato e, grazie al brodo, scalda lo stomaco. Poco più in là, alcune persone mangiano all’aperto su un tavolo da picnic. Stupito e infreddolito anche per loro, mi alzo e cammino sulla neve fresca.
Con lo sguardo cerco il volo dei falchi pescatori, tipici della zona. Ma nel cielo basso c'è solo il grigio che cade plumbeo sulle betulle intorno al piccolo molo, dove d'estate attraccano le imbarcazioni.
Dopo mezz’ora, la motoslitta è pronta: risalgo a bordo per ripartire verso il villaggio di Oravi. Gli ultimi chilometri dei trenta dell'intero percorso iniziato stamattina. Mentre il mezzo scivola sul ghiaccio, mi guardo indietro per un attimo. Scie bianche si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Scie bianche di motoslitta si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa. Seduto sul mezzo che ne sfregia il ghiaccio, attraverso il Parco Nazionale di Linnansaari - infinita distesa d'acqua congelata di questa zona dei Mille Laghi della Finlandia.
«Guarda quelle rocce - dice l'autista del mezzo dopo averlo fermato -: lì sotto, le foche degli anelli allattano i loro cuccioli. In meno di due minuti, sono capaci di forare un metro di pack per respirare».
Istituito nel 1956, il Parco Nazionale di Linnansaari è la loro casa come anche di grandi lucci. Per vederne uno enorme, basta qualche chilometro: la motoslitta si spegne un’altra volta proprio a fianco di un uomo nel mezzo del bianco nulla.
Intirizzito per lui, lo guardo immergere le mani nude nel foro d'acqua gelida e staccare dalle maglie blu della rete alcuni pesci. Ancor più stupito, apprendo che quello sarà il mio pranzo.
Dopo altri chilometri scivolati sul ghiaccio, arrivo sull'isola di Linnansaari. Dalla neve ondulata spuntano alcuni cottage e un capanno. Mi siedo nel suo tepore vicino al fuoco, mentre l'autista taglia la legna per alimentarlo. Poi, con movenze degne del miglior chirurgo, seziona il luccio in piccoli dadi.
Il pesce si scioglie nel palato e, grazie al brodo, scalda lo stomaco. Poco più in là, alcune persone mangiano all’aperto su un tavolo da picnic. Stupito e infreddolito anche per loro, mi alzo e cammino sulla neve fresca.
Con lo sguardo cerco il volo dei falchi pescatori, tipici della zona. Ma nel cielo basso c'è solo il grigio che cade plumbeo sulle betulle intorno al piccolo molo, dove d'estate attraccano le imbarcazioni.
Dopo mezz’ora, la motoslitta è pronta: risalgo a bordo per ripartire verso il villaggio di Oravi. Gli ultimi chilometri dei trenta dell'intero percorso iniziato stamattina. Mentre il mezzo scivola sul ghiaccio, mi guardo indietro per un attimo. Scie bianche si perdono nell'orizzonte del lago Saimaa.
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