Mudam, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel quartiere di Kirchberg, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo è una lanterna accesa che con la sua cupola trasparente illumina l'altipiano della capitale del Granducato. Conosciuto come Mudam, è uno scrigno di vetro e cemento di oltre cento opere.
La struttura si estende per dieci mila quadri nell'area nord orientale della città. E si incastona perfetta con il vicino Forte Thughen. L'architetto Ieoh Ming Pei, che ne ha curato il progetto, l'ha disegnata in modo che non stonasse col paesaggio.
Il parco intorno il museo d'arte moderna di Lussemburgo è preludio verde alla visita dell'edificio inaugurato il 1° Luglio 2006 e dedicato al Granduca Jean - figura molto amata dai lussemburghesi per il suo coraggio durante la II Guerra Mondiale.
Due ponti d’accesso permettono di superare il vecchio fossato della fortezza e di entrare nella hall principale del Mudam dove tutto è luce. L'interno dilata gli spazi in verticale come i sensi travolti dal bianco traslucido di pavimenti e pareti.
Strutture metalliche e vetro altre 33 metri creano l'effetto lanterna della cupola. Le finestre incorniciano la vista sul parco mentre la balconata del museo d'arte moderna di Lussemburgo si affaccia sulla città.
Oltre 115 mila persone hanno visitato il Mudam nel primo anno di vita e passo dopo passo hanno scoperto i suoi tre livelli, rimanendone rapiti dalle esposizioni permanenti di grandi artisti.
I lavori di Stephan Balkenhol, Tobias Putrih, Andrea Blum, Su-Mei Tse, David Zink Yi, Kostantin Gric e Nitzan Cohen, nikolay Polissky, Bert Theis, Fernando Sanchez Castillo, Gaston Damag, David Dubois, Wim Delvoye esposti al Museo d'arte moderna di Lussemburgo ammaliano per la loro forza espressiva.
E insieme alle mostre temporanee fanno del Mudam un punto di riferimento culturale imperdibile. Una vera e propria lanterna sempre accesa che sotto la sua cupola illumina gli eventi artistici più importanti del Granducato e d'Europa.
ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel quartiere di Kirchberg, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo è una lanterna accesa che con la sua cupola trasparente illumina l'altipiano della capitale del Granducato. Conosciuto come Mudam, è uno scrigno di vetro e cemento di oltre cento opere.
La struttura si estende per dieci mila quadri nell'area nord orientale della città. E si incastona perfetta con il vicino Forte Thughen. L'architetto Ieoh Ming Pei, che ne ha curato il progetto, l'ha disegnata in modo che non stonasse col paesaggio.
Il parco intorno il museo d'arte moderna di Lussemburgo è preludio verde alla visita dell'edificio inaugurato il 1° Luglio 2006 e dedicato al Granduca Jean - figura molto amata dai lussemburghesi per il suo coraggio durante la II Guerra Mondiale.
Due ponti d’accesso permettono di superare il vecchio fossato della fortezza e di entrare nella hall principale del Mudam dove tutto è luce. L'interno dilata gli spazi in verticale come i sensi travolti dal bianco traslucido di pavimenti e pareti.
Strutture metalliche e vetro altre 33 metri creano l'effetto lanterna della cupola. Le finestre incorniciano la vista sul parco mentre la balconata del museo d'arte moderna di Lussemburgo si affaccia sulla città.
Oltre 115 mila persone hanno visitato il Mudam nel primo anno di vita e passo dopo passo hanno scoperto i suoi tre livelli, rimanendone rapiti dalle esposizioni permanenti di grandi artisti.
I lavori di Stephan Balkenhol, Tobias Putrih, Andrea Blum, Su-Mei Tse, David Zink Yi, Kostantin Gric e Nitzan Cohen, nikolay Polissky, Bert Theis, Fernando Sanchez Castillo, Gaston Damag, David Dubois, Wim Delvoye esposti al Museo d'arte moderna di Lussemburgo ammaliano per la loro forza espressiva.
E insieme alle mostre temporanee fanno del Mudam un punto di riferimento culturale imperdibile. Una vera e propria lanterna sempre accesa che sotto la sua cupola illumina gli eventi artistici più importanti del Granducato e d'Europa.
ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
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I Dodici Apostoli, meraviglia australiana
✍️ Andrea Lessona
Il tramonto si posa sui Dodici Apostoli, imporporandoli: sfoca il loro profilo contorto e accende la costa sud-occidentale di Melbourne, in Australia. A guardarli da qui, questi faraglioni alti sessanta metri, ti sembrano caduti dal cielo. Invece, a crearli è stata l'erosione delle acque che, secondo gli scienziati, hanno attaccato la scogliera 20 milioni di anni fa, infrangendola poco a poco.
Nonostante tutti continuino a chiamarli Dodici Apostoli, sino al 2001 ce ne erano solo nove. Poi, improvviso, uno di loro è crollato su se stesso sprofondando in mare. Dei suoi 50 metri, ne sono rimasti dieci di macerie che si dividono i fondali con i resti erosi della costa primordiale.
Così, ciò che sopravvive al divenire infinito dell'oceano sono queste otto torri calcaree che mutano colore con il transitare del sole. Ma è nel crepuscolo del mattino, come in quello della sera, che i pinnacoli sembrano accendersi, dando tonalità alla Shipreck Coast.
La costa dei naufraghi, di fronte alla quale si trovano i faraglioni, è uno dei tratti più difficili della Great Ocean Road - la strada che si snoda lungo il litorale sud dello stato di Victoria. Proprio qui sotto oltre 80 navi sono naufragate.
La più nota tra loro è la goletta Loch Ard: fu “sepolta” dalle gelide acque nel giugno del 1873. A bordo c'erano 53 persone e solo due sopravvissero. La forza di volontà permise ai naufraghi di raggiungere una caverna dentro una gola stretta.
Oggi, grazie a scalette in legno e percorsi in sicurezza si può visitare il rifugio che ha preso il nome dell'imbarcazione e “ritornare” con il pensiero a quel giorno terribile. L'ancora della goletta, invece, è custodita nel Museo del Naufragio della città di Port Campbell.
Quando il tramonto si dilegua nella notte e la luna fa capolino all'orizzonte, dalla costa puoi vedere danzare nelle acque calme i pinguini: forse i veri “proprietari” della Shipreck Coast e dei Dodici Apostoli.
ℹ️ Tourism Australia
✍️ Andrea Lessona
Il tramonto si posa sui Dodici Apostoli, imporporandoli: sfoca il loro profilo contorto e accende la costa sud-occidentale di Melbourne, in Australia. A guardarli da qui, questi faraglioni alti sessanta metri, ti sembrano caduti dal cielo. Invece, a crearli è stata l'erosione delle acque che, secondo gli scienziati, hanno attaccato la scogliera 20 milioni di anni fa, infrangendola poco a poco.
Nonostante tutti continuino a chiamarli Dodici Apostoli, sino al 2001 ce ne erano solo nove. Poi, improvviso, uno di loro è crollato su se stesso sprofondando in mare. Dei suoi 50 metri, ne sono rimasti dieci di macerie che si dividono i fondali con i resti erosi della costa primordiale.
Così, ciò che sopravvive al divenire infinito dell'oceano sono queste otto torri calcaree che mutano colore con il transitare del sole. Ma è nel crepuscolo del mattino, come in quello della sera, che i pinnacoli sembrano accendersi, dando tonalità alla Shipreck Coast.
La costa dei naufraghi, di fronte alla quale si trovano i faraglioni, è uno dei tratti più difficili della Great Ocean Road - la strada che si snoda lungo il litorale sud dello stato di Victoria. Proprio qui sotto oltre 80 navi sono naufragate.
La più nota tra loro è la goletta Loch Ard: fu “sepolta” dalle gelide acque nel giugno del 1873. A bordo c'erano 53 persone e solo due sopravvissero. La forza di volontà permise ai naufraghi di raggiungere una caverna dentro una gola stretta.
Oggi, grazie a scalette in legno e percorsi in sicurezza si può visitare il rifugio che ha preso il nome dell'imbarcazione e “ritornare” con il pensiero a quel giorno terribile. L'ancora della goletta, invece, è custodita nel Museo del Naufragio della città di Port Campbell.
Quando il tramonto si dilegua nella notte e la luna fa capolino all'orizzonte, dalla costa puoi vedere danzare nelle acque calme i pinguini: forse i veri “proprietari” della Shipreck Coast e dei Dodici Apostoli.
ℹ️ Tourism Australia
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Il Museo di Sherlock Holmes di Londra
✍️ Andrea Lessona
Dal caminetto acceso, un tenue tepore si diffonde per la stanza insieme all'odore di pipa. È appoggiata lì, con la lente e due cappelli, sul tavolinetto rotondo che divide le poltrone vuote – il cuore del salotto e del museo di Sherlock Holmes a Londra.
Aperta nel 1990, la struttura museale si trova tra il 237 e 241 di Baker Street, non lontano dal 221 B – l'indirizzo originale in cui Sir Arthur Conan Doyle fece abitare il più grande investigatore di sempre dal 1881 al 1904.
In quegli anni, il suo acume fu ospite della signora Hudson e si confrontò con quello dell'amico e collega Dottor John H. Watson – almeno sino a quando l'ex medico militare non convolò a giuste nozze e abbandonò l'attuale museo di Sherlock Holmes.
Eppure qui, anche la sua assenza è presenza: guardando la stanza sembra di vederli discutere dell'ultimo caso, dissentire e ritirarsi nel silenzio rotto dallo stridere del violino di Holmes, mentre la testa bassa di Watson scrive una nuova storia.
Gestita dall'organizzazione no profit Sherlock Holmes International Society, la struttura museale si divide su tre piani. Se al primo c’è lo studio del grande detective, ricco di oggetti per risolvere i casi intricati, quelli successivi non sono meno interessanti.
Salite le scale in legno del museo di Sherlock Holmes, ci si trova di fronte la camera da letto della padrona di casa, la fedele e discreta signora Hudson. Sul retro, invece, c’è quella più arredata del dottor Watson.
Tra gli effetti personali del fidato amico, spicca il suo diario con alcune note manoscritte ed estratti del romanzo The Hound of the Baskervilles, titolo originale de Il mastino dei Baskerville.
Al terzo piano del museo di Sherlock Holmes, le stanze ospitano diverse statue in cera dei personaggi più famosi creati da Conan Doyle: quella dell'investigatore e del suo nemico mortale, il professor James Moriarty, sono così vicine che sembrano sfidare ancora nell'eterna lotta del bene contro il male.
ℹ️ Visit Britain
✍️ Andrea Lessona
Dal caminetto acceso, un tenue tepore si diffonde per la stanza insieme all'odore di pipa. È appoggiata lì, con la lente e due cappelli, sul tavolinetto rotondo che divide le poltrone vuote – il cuore del salotto e del museo di Sherlock Holmes a Londra.
Aperta nel 1990, la struttura museale si trova tra il 237 e 241 di Baker Street, non lontano dal 221 B – l'indirizzo originale in cui Sir Arthur Conan Doyle fece abitare il più grande investigatore di sempre dal 1881 al 1904.
In quegli anni, il suo acume fu ospite della signora Hudson e si confrontò con quello dell'amico e collega Dottor John H. Watson – almeno sino a quando l'ex medico militare non convolò a giuste nozze e abbandonò l'attuale museo di Sherlock Holmes.
Eppure qui, anche la sua assenza è presenza: guardando la stanza sembra di vederli discutere dell'ultimo caso, dissentire e ritirarsi nel silenzio rotto dallo stridere del violino di Holmes, mentre la testa bassa di Watson scrive una nuova storia.
Gestita dall'organizzazione no profit Sherlock Holmes International Society, la struttura museale si divide su tre piani. Se al primo c’è lo studio del grande detective, ricco di oggetti per risolvere i casi intricati, quelli successivi non sono meno interessanti.
Salite le scale in legno del museo di Sherlock Holmes, ci si trova di fronte la camera da letto della padrona di casa, la fedele e discreta signora Hudson. Sul retro, invece, c’è quella più arredata del dottor Watson.
Tra gli effetti personali del fidato amico, spicca il suo diario con alcune note manoscritte ed estratti del romanzo The Hound of the Baskervilles, titolo originale de Il mastino dei Baskerville.
Al terzo piano del museo di Sherlock Holmes, le stanze ospitano diverse statue in cera dei personaggi più famosi creati da Conan Doyle: quella dell'investigatore e del suo nemico mortale, il professor James Moriarty, sono così vicine che sembrano sfidare ancora nell'eterna lotta del bene contro il male.
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San Martino in Monte, rustico paesino dell’Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Da San Martino in Monte, respiro l’orizzonte ghiacciato della catena dell’Ortles: profilo frastagliato dell’Alto Adige che declina nell’ombra della valle di sotto, incisa dalla strada e dalla ferrovia che si incrociano a Laces.
È lì che dal 2002 partono le carrozze fumé della funivia: un’alternativa sicura alla vecchia strada impervia che in otto minuti porta quassù, sul Monte Sole, dove a 1740 metri si disegna questo paesino rustico della Val Venosta.
Un bar ristorante con vista cielo, qualche abitazione sparsa in pietra o in legno che danno casa a 120 abitanti. E la chiesa a strapiombo di San Martino in Monte. Dalla stazione della funivia, una stradina d’asfalto porta davanti alle sue mura.
Dentro, il mio respiro attraversa i raggi di sole che filtrano dalle finestre: indicano la grotta naturale dove si trova la statua del Santo. La leggenda racconta che un giorno dalla chiesa di Covelano sparì una sua scultura che venne ritrovata proprio qui.
Portata indietro, la statua di San Martino tornò dove sono io adesso. Allora un uomo, Geor Platzer, chiuse l’oggetto nella propria abitazione. Ancora una volta la scultura si materializzò nella grotta.
E fu così che sopra vi costruirono la chiesetta. L’altare venne consacrato il 1° Maggio del 1510 dal vescovo Stefan von Veltlin. La cantoria è del 1830, mentre la decorazione neo barocca degli interni risale a metà del XIX secolo.
Uscito dalla chiesa di San Martino, un tempo meta di pellegrinaggio contadino per la protezione del bestiame e delle messi, riprendo il sentiero che attraversa il Monte Sole innevato.
Qui vicino ci sono diverse coppelle: si tratta di curiosi incavi di epoca neolitica scavati nelle rocce. Sempre da qui, si parte per i duemila metri della malga di San Martino o i tremila delle vette della Punta di Vermoi e della Cima Cermigna.
Mentre si sale, la vista sul gruppo dell’Ortles, sulla Val Martello e sull’Orecchia di Lepre è emozione da vivere.
ℹ️ Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Da San Martino in Monte, respiro l’orizzonte ghiacciato della catena dell’Ortles: profilo frastagliato dell’Alto Adige che declina nell’ombra della valle di sotto, incisa dalla strada e dalla ferrovia che si incrociano a Laces.
È lì che dal 2002 partono le carrozze fumé della funivia: un’alternativa sicura alla vecchia strada impervia che in otto minuti porta quassù, sul Monte Sole, dove a 1740 metri si disegna questo paesino rustico della Val Venosta.
Un bar ristorante con vista cielo, qualche abitazione sparsa in pietra o in legno che danno casa a 120 abitanti. E la chiesa a strapiombo di San Martino in Monte. Dalla stazione della funivia, una stradina d’asfalto porta davanti alle sue mura.
Dentro, il mio respiro attraversa i raggi di sole che filtrano dalle finestre: indicano la grotta naturale dove si trova la statua del Santo. La leggenda racconta che un giorno dalla chiesa di Covelano sparì una sua scultura che venne ritrovata proprio qui.
Portata indietro, la statua di San Martino tornò dove sono io adesso. Allora un uomo, Geor Platzer, chiuse l’oggetto nella propria abitazione. Ancora una volta la scultura si materializzò nella grotta.
E fu così che sopra vi costruirono la chiesetta. L’altare venne consacrato il 1° Maggio del 1510 dal vescovo Stefan von Veltlin. La cantoria è del 1830, mentre la decorazione neo barocca degli interni risale a metà del XIX secolo.
Uscito dalla chiesa di San Martino, un tempo meta di pellegrinaggio contadino per la protezione del bestiame e delle messi, riprendo il sentiero che attraversa il Monte Sole innevato.
Qui vicino ci sono diverse coppelle: si tratta di curiosi incavi di epoca neolitica scavati nelle rocce. Sempre da qui, si parte per i duemila metri della malga di San Martino o i tremila delle vette della Punta di Vermoi e della Cima Cermigna.
Mentre si sale, la vista sul gruppo dell’Ortles, sulla Val Martello e sull’Orecchia di Lepre è emozione da vivere.
ℹ️ Alto Adige
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Torre dell'orologio di Victoria, tempo delle Seychelles
📸 ✍️ Andrea Lessona
È un tempo lento, quasi sospeso, quello che da oltre cent'anni la torre dell'orologio di Victoria scandisce a Mahé: istanti infiniti che sembrano non passare mai come il traffico che sfreccia incurante intorno al monumento simbolo della capitale delle Seychelles.
Qui, sull'isola più grande dell'arcipelago, nel cuore della sua città più grande e più importante, è un frinire assordante di auto clacsonanti e frenate urlate per chi deve e vuole passare prima.
Intorno alla torre dell'orologio di Victoria tutto è cambiato negli anni: nuovi edifici sono stati abbattuti e sorti, la circolazione di mezzi e persone è aumentata sino a rendere l'aria irrespirabile di smog.
Solo la Lorloz, nome creolo del monumento, è rimasto uguale - punto fermo e di riferimento eretto nel 1903 e pagato in parte con una sottoscrizione pubblica in onore della regina Vitoria.
Il simbolo di Mahé venne eretto proprio lo stesso anno in cui le Seychelles celebrarono il nuovo status di colonia della Corona, amministrata direttamente da un governatore nominato da Londra anziché da Mauritius.
La torre dell'orologio di Victoria è replica elegante di quella realizzata nella capitale britannica nel 1897: la stessa che si trova all'incrocio tra Vauxhall Bridge Road e Victoria Street, vicino all’omonima stazione.
Sir Ernest Sweet-Escott, governatore delle Seychelles, se ne era innamorato durante una visita a Londra. Così decise che anche l'arcipelago dovesse averne una simile da innalzare in onore della sovrana.
Gillet e Johnson di Croydon vennero incaricati di realizzare la torre dell'orologio di Victoria. Nonostante fosse previsto nel progetto, non riuscirono a dotarla di suoneria.
Per sentire scandire le ore, si aspettò sino al 1999 quando un moderno sistema al quarzo sostituì quello vecchio e stanco che per quasi un secolo aveva fatto il suo dovere e insieme alla struttura tutta era monumento nazionale delle Seychelles.
ℹ️ Tourism Seychelles
📸 ✍️ Andrea Lessona
È un tempo lento, quasi sospeso, quello che da oltre cent'anni la torre dell'orologio di Victoria scandisce a Mahé: istanti infiniti che sembrano non passare mai come il traffico che sfreccia incurante intorno al monumento simbolo della capitale delle Seychelles.
Qui, sull'isola più grande dell'arcipelago, nel cuore della sua città più grande e più importante, è un frinire assordante di auto clacsonanti e frenate urlate per chi deve e vuole passare prima.
Intorno alla torre dell'orologio di Victoria tutto è cambiato negli anni: nuovi edifici sono stati abbattuti e sorti, la circolazione di mezzi e persone è aumentata sino a rendere l'aria irrespirabile di smog.
Solo la Lorloz, nome creolo del monumento, è rimasto uguale - punto fermo e di riferimento eretto nel 1903 e pagato in parte con una sottoscrizione pubblica in onore della regina Vitoria.
Il simbolo di Mahé venne eretto proprio lo stesso anno in cui le Seychelles celebrarono il nuovo status di colonia della Corona, amministrata direttamente da un governatore nominato da Londra anziché da Mauritius.
La torre dell'orologio di Victoria è replica elegante di quella realizzata nella capitale britannica nel 1897: la stessa che si trova all'incrocio tra Vauxhall Bridge Road e Victoria Street, vicino all’omonima stazione.
Sir Ernest Sweet-Escott, governatore delle Seychelles, se ne era innamorato durante una visita a Londra. Così decise che anche l'arcipelago dovesse averne una simile da innalzare in onore della sovrana.
Gillet e Johnson di Croydon vennero incaricati di realizzare la torre dell'orologio di Victoria. Nonostante fosse previsto nel progetto, non riuscirono a dotarla di suoneria.
Per sentire scandire le ore, si aspettò sino al 1999 quando un moderno sistema al quarzo sostituì quello vecchio e stanco che per quasi un secolo aveva fatto il suo dovere e insieme alla struttura tutta era monumento nazionale delle Seychelles.
ℹ️ Tourism Seychelles
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Dublino e le storie del fiume Liffey
✍️ Andrea Lessona
Nelle luci sfumate del Liffey, Dublino scivola via verso il mare. Barlumi indefiniti di notti lontane raccontano di quando era solo un nucleo celtico, Baile Atha Cliath, e più tardi di quando i vichinghi fecero dello stagno nero, Dubh Linn, un centro permanente.
Storie e nomi annegati nel fiume che la divide e la unisce, in cui si specchia ogni giorno per restituire di sé l’immagine sfregiata dal giogo britannico e la fotografia sbiadita della Libertà ritrovata.
Anni di buia povertà per rinascere simbolo di benessere. Ma nelle arterie di Dublino, oltre al traffico caotico, scorre la storia di un popolo fiero e colto che ha regalato al mondo arte, letteratura, musica.
Ogni via della capitale d’Irlanda, percorsa sui i pullman a due piani, i Double Decker, o a piedi, è intrisa di questo passato che un futuro ultramoderno vuol piegare al turismo di massa. Ma i simboli di ieri vivono ovunque.
Negli edifici georgiani di Parnell Square e O’ Connell Street, il centro della città, dove i fori dei proiettili sulle mura della Posta Centrale raccontano dell’Insurrezione di Pasqua del 1916.
Nelle melodie dei menestrelli a Temple Bar, il quartiere intellettuale, a pochi passi dalla Bank of Ireland - struttura imponente, costruita per il parlamento irlandese, “cancellato” nel 1801 con l’Act Of Union.
Nell’università d’Irlanda, il Trinity College, fondato da Elisabetta I nel 1592, dove c’è il Book Of Kells - uno dei libri più antichi e preziosi al mondo con i quattro vangeli in latino e fini illustrazioni complesse.
Nei boccali alla Guinness Storehouse, dove la birra è primato. Dal settimo piano del Gravity Bar, si intuiscono il campanile cattolico della Christ Church e quello protestante della cattedrale di San Patrizio.
Nei Docks, dove le macchine dei moli hanno sostituito le povere braccia di ieri: lavorano merci che le navi nel porto distribuiranno in tutto il mondo, come le storie di Dublino che il Liffey porta al mare ogni giorno.
ℹ️ Turismo Irlandese
✍️ Andrea Lessona
Nelle luci sfumate del Liffey, Dublino scivola via verso il mare. Barlumi indefiniti di notti lontane raccontano di quando era solo un nucleo celtico, Baile Atha Cliath, e più tardi di quando i vichinghi fecero dello stagno nero, Dubh Linn, un centro permanente.
Storie e nomi annegati nel fiume che la divide e la unisce, in cui si specchia ogni giorno per restituire di sé l’immagine sfregiata dal giogo britannico e la fotografia sbiadita della Libertà ritrovata.
Anni di buia povertà per rinascere simbolo di benessere. Ma nelle arterie di Dublino, oltre al traffico caotico, scorre la storia di un popolo fiero e colto che ha regalato al mondo arte, letteratura, musica.
Ogni via della capitale d’Irlanda, percorsa sui i pullman a due piani, i Double Decker, o a piedi, è intrisa di questo passato che un futuro ultramoderno vuol piegare al turismo di massa. Ma i simboli di ieri vivono ovunque.
Negli edifici georgiani di Parnell Square e O’ Connell Street, il centro della città, dove i fori dei proiettili sulle mura della Posta Centrale raccontano dell’Insurrezione di Pasqua del 1916.
Nelle melodie dei menestrelli a Temple Bar, il quartiere intellettuale, a pochi passi dalla Bank of Ireland - struttura imponente, costruita per il parlamento irlandese, “cancellato” nel 1801 con l’Act Of Union.
Nell’università d’Irlanda, il Trinity College, fondato da Elisabetta I nel 1592, dove c’è il Book Of Kells - uno dei libri più antichi e preziosi al mondo con i quattro vangeli in latino e fini illustrazioni complesse.
Nei boccali alla Guinness Storehouse, dove la birra è primato. Dal settimo piano del Gravity Bar, si intuiscono il campanile cattolico della Christ Church e quello protestante della cattedrale di San Patrizio.
Nei Docks, dove le macchine dei moli hanno sostituito le povere braccia di ieri: lavorano merci che le navi nel porto distribuiranno in tutto il mondo, come le storie di Dublino che il Liffey porta al mare ogni giorno.
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La Settimana de il Reporter
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