La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Hanami, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone
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Il Ponte dei Calzolai di Lubiana
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Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna
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Orologio Anker, il tempo di Vienna
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Le perle della Polinesia
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Cabo da Roca, dove la terra finisce e comincia il mare
📸 ✍️ Andrea Lessona
Da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito. Qui, sul punto più occidentale d’Europa, «dove la terra finisce e comincia il mare», mi sembra davvero di essere arrivato alla fine del mondo.
Un pensiero che sino al XIV secolo era certezza: per tutti, queste scogliere impervie e frastagliate del Portogallo, sferzate dal vento freddo dell'Atlantico, erano il confine naturale della Terra.
Nel tempo, il luogo ha conservato il suo fascino antico: vergato dalla natura selvaggia che lo contorna, Cabo da Roca è però diventato un'attrazione turistica di troppe voci e poco rispetto.
Situato nella frazione di Colares del comune di Sintra, nel distretto di Lisbona, il Capo è parte del Parco Naturale di Sintra-Cascais: una riserva naturale ricca di molte specie di animali.
Una strada stretta lungo la costa arriva a Cabo da Roca, dove sul piazzale parcheggiano auto e pullman carichi di turisti. Appena scesi, la curiosità pacchiana li spinge nel negozio di souvenir.
Mentre davanti c'è il blu infinito dell'orizzonte, sotto si sentono le onde infrangersi sofferenti contro le scogliere. Da uno dei sentieri che incidono la terra, le vedo arricciarsi e deflagrare in miliardi di spruzzi.
A destra del promontorio, scontornato dalla nebbia, scorgo il faro di Cabo da Roca. Costruito nel 1772, fu il primo del Portogallo. La foggia attuale risale al 1842. Edificato a circa 150 metri sul livello del mare, la sua luce di mille watt si vede sino a 46 chilometri di distanza.
Lasciatolo alle spalle, seguo il sentiero e arrivo al monumento in pietra con una croce in cima. Su uno dei lati, sporge la lapide con una citazione tratta da I Lusiadi, il poema scritto dal poeta Luís Vaz de Camões (1524-1580).
«Aqui... Onde a terra se acaba e o mar começa...». Mentre la penso in italiano «Qui... dove la terra finisce e comincia il mare...», da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito.
ℹ️ Visit Portugal
📸 ✍️ Andrea Lessona
Da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito. Qui, sul punto più occidentale d’Europa, «dove la terra finisce e comincia il mare», mi sembra davvero di essere arrivato alla fine del mondo.
Un pensiero che sino al XIV secolo era certezza: per tutti, queste scogliere impervie e frastagliate del Portogallo, sferzate dal vento freddo dell'Atlantico, erano il confine naturale della Terra.
Nel tempo, il luogo ha conservato il suo fascino antico: vergato dalla natura selvaggia che lo contorna, Cabo da Roca è però diventato un'attrazione turistica di troppe voci e poco rispetto.
Situato nella frazione di Colares del comune di Sintra, nel distretto di Lisbona, il Capo è parte del Parco Naturale di Sintra-Cascais: una riserva naturale ricca di molte specie di animali.
Una strada stretta lungo la costa arriva a Cabo da Roca, dove sul piazzale parcheggiano auto e pullman carichi di turisti. Appena scesi, la curiosità pacchiana li spinge nel negozio di souvenir.
Mentre davanti c'è il blu infinito dell'orizzonte, sotto si sentono le onde infrangersi sofferenti contro le scogliere. Da uno dei sentieri che incidono la terra, le vedo arricciarsi e deflagrare in miliardi di spruzzi.
A destra del promontorio, scontornato dalla nebbia, scorgo il faro di Cabo da Roca. Costruito nel 1772, fu il primo del Portogallo. La foggia attuale risale al 1842. Edificato a circa 150 metri sul livello del mare, la sua luce di mille watt si vede sino a 46 chilometri di distanza.
Lasciatolo alle spalle, seguo il sentiero e arrivo al monumento in pietra con una croce in cima. Su uno dei lati, sporge la lapide con una citazione tratta da I Lusiadi, il poema scritto dal poeta Luís Vaz de Camões (1524-1580).
«Aqui... Onde a terra se acaba e o mar começa...». Mentre la penso in italiano «Qui... dove la terra finisce e comincia il mare...», da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito.
ℹ️ Visit Portugal
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Kapellbrücke, il Ponte di Lucerna
✍️ Andrea Lessona
Illuminato dalla luna e dalle luci intorno, il ponte di Lucerna tremula lungo il fiume Reuss: riflesso d’antica foggia ricostruito per preservarne storia e memoria bruciate via da un fuoco distruttore.
Era una notte come questa quando tra il 17 e il 18 agosto del 1993 un incendio lo devastò: le fiamme salirono da uno dei battelli che a quei tempi potevano ancora avvicinarsi alla struttura.
In pochi minuti le fiamme si estesero ad altre 12 imbarcazioni sino a raggiungere il Kapellbrücke. I 150 pompieri intervenuti domarono il rogo in soli sette minuti. Nonostante il loro coraggio, più dei due terzi del più antico ponte in legno della Svizzera e d'Europa bruciarono.
In otto mesi, con un costo di 3,4 milioni di franchi, venne ricostruito e inaugurato nel 1994. A guardarlo ora, mentre ne cammino i suoi 170 metri scricchiolanti non sembra vero. La gente sorride e si fa fotografare vicino ai fiori che ne adornano le balaustre.
Si interrompono là, a metà, dove la torre che dà nome al ponte di Lucerna si alza dalle acque: fu costruita trent’anni prima della gittata. Durante i secoli, i suoi 34,5 metri verticali hanno fatto da prigione, camera di tortura e poi da archivio comunale.
Seppur chiusa al pubblico, resta simbolo di questa cittadina svizzera insieme al ponte di Lucerna: edificato nel 1336 come parte delle fortificazioni, collegava la città vecchia sulla riva destra del Reuss a quella sinistra, proteggendola dagli attacchi del vicino lago.
Nel XVII secolo, il ponte di Lucerna venne abbellito di 111 dipinti triangolari che ne ornavano i pignoni. Le immagini rappresentavano il martirio di San Leodegario, santo patrono della città, così come eventi importanti della storia cittadina e della Svizzera.
A causa dell’incendio, 86 di loro bruciarono. Le 25 tavole risparmiate sono state restaurate e ricollocate alle due estremità del Kapellbrücke. Quando lo si attraversa tra turisti in posa e abitanti locali di fretta si guarda la storia.
ℹ️ Svizzera Turismo
✍️ Andrea Lessona
Illuminato dalla luna e dalle luci intorno, il ponte di Lucerna tremula lungo il fiume Reuss: riflesso d’antica foggia ricostruito per preservarne storia e memoria bruciate via da un fuoco distruttore.
Era una notte come questa quando tra il 17 e il 18 agosto del 1993 un incendio lo devastò: le fiamme salirono da uno dei battelli che a quei tempi potevano ancora avvicinarsi alla struttura.
In pochi minuti le fiamme si estesero ad altre 12 imbarcazioni sino a raggiungere il Kapellbrücke. I 150 pompieri intervenuti domarono il rogo in soli sette minuti. Nonostante il loro coraggio, più dei due terzi del più antico ponte in legno della Svizzera e d'Europa bruciarono.
In otto mesi, con un costo di 3,4 milioni di franchi, venne ricostruito e inaugurato nel 1994. A guardarlo ora, mentre ne cammino i suoi 170 metri scricchiolanti non sembra vero. La gente sorride e si fa fotografare vicino ai fiori che ne adornano le balaustre.
Si interrompono là, a metà, dove la torre che dà nome al ponte di Lucerna si alza dalle acque: fu costruita trent’anni prima della gittata. Durante i secoli, i suoi 34,5 metri verticali hanno fatto da prigione, camera di tortura e poi da archivio comunale.
Seppur chiusa al pubblico, resta simbolo di questa cittadina svizzera insieme al ponte di Lucerna: edificato nel 1336 come parte delle fortificazioni, collegava la città vecchia sulla riva destra del Reuss a quella sinistra, proteggendola dagli attacchi del vicino lago.
Nel XVII secolo, il ponte di Lucerna venne abbellito di 111 dipinti triangolari che ne ornavano i pignoni. Le immagini rappresentavano il martirio di San Leodegario, santo patrono della città, così come eventi importanti della storia cittadina e della Svizzera.
A causa dell’incendio, 86 di loro bruciarono. Le 25 tavole risparmiate sono state restaurate e ricollocate alle due estremità del Kapellbrücke. Quando lo si attraversa tra turisti in posa e abitanti locali di fretta si guarda la storia.
ℹ️ Svizzera Turismo
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Mudam, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel quartiere di Kirchberg, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo è una lanterna accesa che con la sua cupola trasparente illumina l'altipiano della capitale del Granducato. Conosciuto come Mudam, è uno scrigno di vetro e cemento di oltre cento opere.
La struttura si estende per dieci mila quadri nell'area nord orientale della città. E si incastona perfetta con il vicino Forte Thughen. L'architetto Ieoh Ming Pei, che ne ha curato il progetto, l'ha disegnata in modo che non stonasse col paesaggio.
Il parco intorno il museo d'arte moderna di Lussemburgo è preludio verde alla visita dell'edificio inaugurato il 1° Luglio 2006 e dedicato al Granduca Jean - figura molto amata dai lussemburghesi per il suo coraggio durante la II Guerra Mondiale.
Due ponti d’accesso permettono di superare il vecchio fossato della fortezza e di entrare nella hall principale del Mudam dove tutto è luce. L'interno dilata gli spazi in verticale come i sensi travolti dal bianco traslucido di pavimenti e pareti.
Strutture metalliche e vetro altre 33 metri creano l'effetto lanterna della cupola. Le finestre incorniciano la vista sul parco mentre la balconata del museo d'arte moderna di Lussemburgo si affaccia sulla città.
Oltre 115 mila persone hanno visitato il Mudam nel primo anno di vita e passo dopo passo hanno scoperto i suoi tre livelli, rimanendone rapiti dalle esposizioni permanenti di grandi artisti.
I lavori di Stephan Balkenhol, Tobias Putrih, Andrea Blum, Su-Mei Tse, David Zink Yi, Kostantin Gric e Nitzan Cohen, nikolay Polissky, Bert Theis, Fernando Sanchez Castillo, Gaston Damag, David Dubois, Wim Delvoye esposti al Museo d'arte moderna di Lussemburgo ammaliano per la loro forza espressiva.
E insieme alle mostre temporanee fanno del Mudam un punto di riferimento culturale imperdibile. Una vera e propria lanterna sempre accesa che sotto la sua cupola illumina gli eventi artistici più importanti del Granducato e d'Europa.
ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel quartiere di Kirchberg, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo è una lanterna accesa che con la sua cupola trasparente illumina l'altipiano della capitale del Granducato. Conosciuto come Mudam, è uno scrigno di vetro e cemento di oltre cento opere.
La struttura si estende per dieci mila quadri nell'area nord orientale della città. E si incastona perfetta con il vicino Forte Thughen. L'architetto Ieoh Ming Pei, che ne ha curato il progetto, l'ha disegnata in modo che non stonasse col paesaggio.
Il parco intorno il museo d'arte moderna di Lussemburgo è preludio verde alla visita dell'edificio inaugurato il 1° Luglio 2006 e dedicato al Granduca Jean - figura molto amata dai lussemburghesi per il suo coraggio durante la II Guerra Mondiale.
Due ponti d’accesso permettono di superare il vecchio fossato della fortezza e di entrare nella hall principale del Mudam dove tutto è luce. L'interno dilata gli spazi in verticale come i sensi travolti dal bianco traslucido di pavimenti e pareti.
Strutture metalliche e vetro altre 33 metri creano l'effetto lanterna della cupola. Le finestre incorniciano la vista sul parco mentre la balconata del museo d'arte moderna di Lussemburgo si affaccia sulla città.
Oltre 115 mila persone hanno visitato il Mudam nel primo anno di vita e passo dopo passo hanno scoperto i suoi tre livelli, rimanendone rapiti dalle esposizioni permanenti di grandi artisti.
I lavori di Stephan Balkenhol, Tobias Putrih, Andrea Blum, Su-Mei Tse, David Zink Yi, Kostantin Gric e Nitzan Cohen, nikolay Polissky, Bert Theis, Fernando Sanchez Castillo, Gaston Damag, David Dubois, Wim Delvoye esposti al Museo d'arte moderna di Lussemburgo ammaliano per la loro forza espressiva.
E insieme alle mostre temporanee fanno del Mudam un punto di riferimento culturale imperdibile. Una vera e propria lanterna sempre accesa che sotto la sua cupola illumina gli eventi artistici più importanti del Granducato e d'Europa.
ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
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I Dodici Apostoli, meraviglia australiana
✍️ Andrea Lessona
Il tramonto si posa sui Dodici Apostoli, imporporandoli: sfoca il loro profilo contorto e accende la costa sud-occidentale di Melbourne, in Australia. A guardarli da qui, questi faraglioni alti sessanta metri, ti sembrano caduti dal cielo. Invece, a crearli è stata l'erosione delle acque che, secondo gli scienziati, hanno attaccato la scogliera 20 milioni di anni fa, infrangendola poco a poco.
Nonostante tutti continuino a chiamarli Dodici Apostoli, sino al 2001 ce ne erano solo nove. Poi, improvviso, uno di loro è crollato su se stesso sprofondando in mare. Dei suoi 50 metri, ne sono rimasti dieci di macerie che si dividono i fondali con i resti erosi della costa primordiale.
Così, ciò che sopravvive al divenire infinito dell'oceano sono queste otto torri calcaree che mutano colore con il transitare del sole. Ma è nel crepuscolo del mattino, come in quello della sera, che i pinnacoli sembrano accendersi, dando tonalità alla Shipreck Coast.
La costa dei naufraghi, di fronte alla quale si trovano i faraglioni, è uno dei tratti più difficili della Great Ocean Road - la strada che si snoda lungo il litorale sud dello stato di Victoria. Proprio qui sotto oltre 80 navi sono naufragate.
La più nota tra loro è la goletta Loch Ard: fu “sepolta” dalle gelide acque nel giugno del 1873. A bordo c'erano 53 persone e solo due sopravvissero. La forza di volontà permise ai naufraghi di raggiungere una caverna dentro una gola stretta.
Oggi, grazie a scalette in legno e percorsi in sicurezza si può visitare il rifugio che ha preso il nome dell'imbarcazione e “ritornare” con il pensiero a quel giorno terribile. L'ancora della goletta, invece, è custodita nel Museo del Naufragio della città di Port Campbell.
Quando il tramonto si dilegua nella notte e la luna fa capolino all'orizzonte, dalla costa puoi vedere danzare nelle acque calme i pinguini: forse i veri “proprietari” della Shipreck Coast e dei Dodici Apostoli.
ℹ️ Tourism Australia
✍️ Andrea Lessona
Il tramonto si posa sui Dodici Apostoli, imporporandoli: sfoca il loro profilo contorto e accende la costa sud-occidentale di Melbourne, in Australia. A guardarli da qui, questi faraglioni alti sessanta metri, ti sembrano caduti dal cielo. Invece, a crearli è stata l'erosione delle acque che, secondo gli scienziati, hanno attaccato la scogliera 20 milioni di anni fa, infrangendola poco a poco.
Nonostante tutti continuino a chiamarli Dodici Apostoli, sino al 2001 ce ne erano solo nove. Poi, improvviso, uno di loro è crollato su se stesso sprofondando in mare. Dei suoi 50 metri, ne sono rimasti dieci di macerie che si dividono i fondali con i resti erosi della costa primordiale.
Così, ciò che sopravvive al divenire infinito dell'oceano sono queste otto torri calcaree che mutano colore con il transitare del sole. Ma è nel crepuscolo del mattino, come in quello della sera, che i pinnacoli sembrano accendersi, dando tonalità alla Shipreck Coast.
La costa dei naufraghi, di fronte alla quale si trovano i faraglioni, è uno dei tratti più difficili della Great Ocean Road - la strada che si snoda lungo il litorale sud dello stato di Victoria. Proprio qui sotto oltre 80 navi sono naufragate.
La più nota tra loro è la goletta Loch Ard: fu “sepolta” dalle gelide acque nel giugno del 1873. A bordo c'erano 53 persone e solo due sopravvissero. La forza di volontà permise ai naufraghi di raggiungere una caverna dentro una gola stretta.
Oggi, grazie a scalette in legno e percorsi in sicurezza si può visitare il rifugio che ha preso il nome dell'imbarcazione e “ritornare” con il pensiero a quel giorno terribile. L'ancora della goletta, invece, è custodita nel Museo del Naufragio della città di Port Campbell.
Quando il tramonto si dilegua nella notte e la luna fa capolino all'orizzonte, dalla costa puoi vedere danzare nelle acque calme i pinguini: forse i veri “proprietari” della Shipreck Coast e dei Dodici Apostoli.
ℹ️ Tourism Australia
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