il Reporter
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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna

✍️ Andrea Lessona

Lungo il molo di Conwy, guardo il rosso sgargiante della Quay House brillare vicino le antiche mura del castello - contrasto unico tra la casa più piccola della Gran Bretagna e uno dei manieri più grandi del Galles.

Davanti la porta, una signora in abiti tradizionali, cuffietta e grembiale bianchi, ne racconta la storia. In un inglese dall’accento rude, tipico di questa cittadina nella zona costiera del Regno Unito, dice che il minuscolo edificio fu costruito nel XVI secolo e usato sino al 1900.

Poi, l’ultimo inquilino, un pescatore alto ben 1,91 metri, stanco di piegare la schiena e battere la testa contro il soffitto, si trasferì e il consiglio comunale dichiarò l’inagibilità dello stabile, diventato poi la casa più piccola della Gran Bretagna.

A decretarla tale, una dettagliata relazione di circa 150 anni fa dell’editore del North Wales Weekly News, Roger Dawson, poi confermata dal Guinness dei primati – un vanto per questa bella ma povera terra di fronte la baia di Liverpool.

Mentre altri curiosi si avvicinano alla Quay House, la signora si aggiusta la cuffia e lega più stretto il grembiale che il vento vuole rubarle. Con un sorriso, mi dice che con un paio di sterline posso entrare tra i 3,05 x 1,8 metri della casa più piccola della Gran Bretagna.

Impossibile resistere e così, con un passo soltanto, mi trovo nella zona giorno del primo piano con spazio per il carbone, il fuoco e un rubinetto dell'acqua che le scale a pioli nascondono.

Pur essendo solo, fatico a muovermi come vorrei ma sempre più curioso provo a salire al piano superiore. Un cordone spesso e il dito alzato della signora me lo impediscono: problemi strutturali.

Così, dai primi gradini delle scale mi devo accontentare di intravedere la minuscola camera da letto con tanto di piccola nicchia per il deposito. Mentre mi giro per uscire, fuori, una fila ordinata di persone aspettano di entrare nella Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna.

ℹ️ Visit Wales
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Una breve clip rimasterizzata di Sinfonia di una grande città, film muto tedesco diretto da Walter Ruttmen, che racconta in un giorno solo la Berlino del 1927.

Questa pellicola di grande successo non fu pensata per esigenze turistiche ma per descrivere la vita quotidiana dei berlinesi durante la Repubblica di Weimar, poco prima dell’avvento di Hitler e del Nazismo in Germania.
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Orologio Anker, il tempo di Vienna

📸 ✍️ Andrea Lessona

Scandisce il tempo di Vienna, e ne racconta la storia: ponte liberty tra due edifici, l'orologio Anker fa muovere ogni ora 12 importanti figure viennesi con la musica caratteristica dell’epoca.

A mezzogiorno, invece, mentre l’Hoher Markt si riempie di gente, tutta la dozzina di personalità raffigurate appaiono lungo le finestrelle della struttura, quasi a salutare le persone assiepate nella piazza più antica della capitale austriaca.

Lo spettacolo caratteristico dell'orologio Anker si ripete ogni giorno sempre uguale e sempre affascinante. Tranne nel periodo dell’Avvento, quando tra le cinque e le sei del pomeriggio si sentono le canzoni di Natale.

Creato dal pittore e scultore Franz von Matsch, fu costruito in stile art nouveau tra il 1911 e il 1914. Il ponte collega i due edifici monumentali dell'Anker-Hof, sede della compagnia assicurativa Anker.

Così, curioso tra i curiosi, ho aspettato il tempo giusto. E quando è arrivato, ho visto sfilare per i dieci metri in lunghezza e i 7,5 in larghezza uno a uno i personaggi che hanno caratterizzato Vienna e la sua storia durante i secoli passati.

Tra gli altri ho riconosciuto Eugenio di Savoia, Carlo Magno, Marco Aurelio governatore romano di Vindobona, l'imperatrice Maria Teresa d'Austria e il suo sposo, l'imperatore Francesco I di Lotaringia e per ultimo il compositore Josef Haydn.

Era accompagnato dalla melodia Die Himmel erzählen die Ehre Gottes tratta dalla Creazione. Fu quest'opera che per motivi politici andò a sostituire l'Inno dell'Imperatore dopo la fine della monarchia austro-ungarica.

Terminata la sfilata, anche la gente si è diradata e ha lasciato l’Hoher Markt. Così, con più tranquillità, ho potuto leggere la targa multilingua sul muro sotto l'orologio Anker con i nomi degli altri personaggi che ogni ora la musica scandisce e il tempo non dimentica.

ℹ️ Wien Info
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«Non sono avventuriero per scelta, ma per destino».
Vincent van Gogh
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Le perle della Polinesia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sulla riva di Rangiroa, le mani a conchiglia di una donna cullano le perle della Polinesia: brivido prezioso che scivola via sul velluto della sua pelle giovane come un desiderio irraggiungibile.

Troppe per essere comprate tutte, poche per raccontarne i milioni di esemplari coltivati qui, alla Gauguin’s Pearl, la fattoria perlifera nata negli anni 90 sul più grande atollo delle Isole Tuamotu.

È da allora che piccole ostriche sono messe in mare. La sua balia e i coltivatori le fissano ai supporti di legno immerso per allevarle sino a maturità. Poi, dopo tre anni, vengono ripescate.

Un esperto inserisce una sfera nelle gonadi dell'animale, e un pezzetto di madreperla di un'altra ostrica. Greffeurs, li chiamano: trapiantatori di vita e colore che creano le perle della Polinesia.

Trascorso il periodo minimo di gestazione, solo 25-30 ostriche al massimo su cento generano il gioiello tanto atteso. Pochi i gusci aperti uno a uno in cui trovare il tesoro grezzo da trasformare in orecchini, braccialetti e collane.

Occhi e mani abili iniziano a scegliere le migliori perle della Polinesia. A decretarle tali incidono diversi fattori. Primo fra tutti la grandezza: più l'esemplare è grande, più è prezioso.

Un altro aspetto è il colore: dal nero sino ad alcuni rari o alla moda che ne fanno aumentare il prezzo come il rosa, il verde, l'azzurro. Anche la forma è elemento essenziale: più son sferiche, più son pregiate.

Lustro oriente è il riflesso con cui le perle della Polinesia rifrangono la luce: il lucido è pregiato, l'opaco meno. Ultimo fattore è la superficie: poche imperfezioni, maggiore è il valore.

Mentre i pescatori tornano con nuovi carichi di ostriche, sulla riva di Rangiroa, le mani a conchiglia della donna cullano un sogno: sul velluto della sua pelle giovane c'è solo il mare.

ℹ️ Tahiti Tourisme
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«In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare».
Andrej Tarkowsky
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La Settimana de il Reporter

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Cabo da Roca, dove la terra finisce e comincia il mare

📸 ✍️ Andrea Lessona

Da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito. Qui, sul punto più occidentale d’Europa, «dove la terra finisce e comincia il mare», mi sembra davvero di essere arrivato alla fine del mondo.

Un pensiero che sino al XIV secolo era certezza: per tutti, queste scogliere impervie e frastagliate del Portogallo, sferzate dal vento freddo dell'Atlantico, erano il confine naturale della Terra.

Nel tempo, il luogo ha conservato il suo fascino antico: vergato dalla natura selvaggia che lo contorna, Cabo da Roca è però diventato un'attrazione turistica di troppe voci e poco rispetto.

Situato nella frazione di Colares del comune di Sintra, nel distretto di Lisbona, il Capo è parte del Parco Naturale di Sintra-Cascais: una riserva naturale ricca di molte specie di animali.

Una strada stretta lungo la costa arriva a Cabo da Roca, dove sul piazzale parcheggiano auto e pullman carichi di turisti. Appena scesi, la curiosità pacchiana li spinge nel negozio di souvenir.

Mentre davanti c'è il blu infinito dell'orizzonte, sotto si sentono le onde infrangersi sofferenti contro le scogliere. Da uno dei sentieri che incidono la terra, le vedo arricciarsi e deflagrare in miliardi di spruzzi.

A destra del promontorio, scontornato dalla nebbia, scorgo il faro di Cabo da Roca. Costruito nel 1772, fu il primo del Portogallo. La foggia attuale risale al 1842. Edificato a circa 150 metri sul livello del mare, la sua luce di mille watt si vede sino a 46 chilometri di distanza.

Lasciatolo alle spalle, seguo il sentiero e arrivo al monumento in pietra con una croce in cima. Su uno dei lati, sporge la lapide con una citazione tratta da I Lusiadi, il poema scritto dal poeta Luís Vaz de Camões (1524-1580).

«Aqui... Onde a terra se acaba e o mar começa...». Mentre la penso in italiano «Qui... dove la terra finisce e comincia il mare...», da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito.

ℹ️ Visit Portugal
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«… seguire la Via della Seta significa seguire un fantasma…
La Via si biforca e vaga ovunque voi siate. Non è solo una strada, na molte: una rete di scelte».
Colin Thubron
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Kapellbrücke, il Ponte di Lucerna

✍️ Andrea Lessona

Illuminato dalla luna e dalle luci intorno, il ponte di Lucerna tremula lungo il fiume Reuss: riflesso d’antica foggia ricostruito per preservarne storia e memoria bruciate via da un fuoco distruttore.

Era una notte come questa quando tra il 17 e il 18 agosto del 1993 un incendio lo devastò: le fiamme salirono da uno dei battelli che a quei tempi potevano ancora avvicinarsi alla struttura.

In pochi minuti le fiamme si estesero ad altre 12 imbarcazioni sino a raggiungere il Kapellbrücke. I 150 pompieri intervenuti domarono il rogo in soli sette minuti. Nonostante il loro coraggio, più dei due terzi del più antico ponte in legno della Svizzera e d'Europa bruciarono.

In otto mesi, con un costo di 3,4 milioni di franchi, venne ricostruito e inaugurato nel 1994. A guardarlo ora, mentre ne cammino i suoi 170 metri scricchiolanti non sembra vero. La gente sorride e si fa fotografare vicino ai fiori che ne adornano le balaustre.

Si interrompono là, a metà, dove la torre che dà nome al ponte di Lucerna si alza dalle acque: fu costruita trent’anni prima della gittata. Durante i secoli, i suoi 34,5 metri verticali hanno fatto da prigione, camera di tortura e poi da archivio comunale.

Seppur chiusa al pubblico, resta simbolo di questa cittadina svizzera insieme al ponte di Lucerna: edificato nel 1336 come parte delle fortificazioni, collegava la città vecchia sulla riva destra del Reuss a quella sinistra, proteggendola dagli attacchi del vicino lago.

Nel XVII secolo, il ponte di Lucerna venne abbellito di 111 dipinti triangolari che ne ornavano i pignoni. Le immagini rappresentavano il martirio di San Leodegario, santo patrono della città, così come eventi importanti della storia cittadina e della Svizzera.

A causa dell’incendio, 86 di loro bruciarono. Le 25 tavole risparmiate sono state restaurate e ricollocate alle due estremità del Kapellbrücke. Quando lo si attraversa tra turisti in posa e abitanti locali di fretta si guarda la storia.

ℹ️ Svizzera Turismo
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«La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo».
Herman Keyserling
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Mudam, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel quartiere di Kirchberg, il Museo d'arte moderna di Lussemburgo è una lanterna accesa che con la sua cupola trasparente illumina l'altipiano della capitale del Granducato. Conosciuto come Mudam, è uno scrigno di vetro e cemento di oltre cento opere.

La struttura si estende per dieci mila quadri nell'area nord orientale della città. E si incastona perfetta con il vicino Forte Thughen. L'architetto Ieoh Ming Pei, che ne ha curato il progetto, l'ha disegnata in modo che non stonasse col paesaggio.

Il parco intorno il museo d'arte moderna di Lussemburgo è preludio verde alla visita dell'edificio inaugurato il 1° Luglio 2006 e dedicato al Granduca Jean - figura molto amata dai lussemburghesi per il suo coraggio durante la II Guerra Mondiale.

Due ponti d’accesso permettono di superare il vecchio fossato della fortezza e di entrare nella hall principale del Mudam dove tutto è luce. L'interno dilata gli spazi in verticale come i sensi travolti dal bianco traslucido di pavimenti e pareti.

Strutture metalliche e vetro altre 33 metri creano l'effetto lanterna della cupola. Le finestre incorniciano la vista sul parco mentre la balconata del museo d'arte moderna di Lussemburgo si affaccia sulla città.

Oltre 115 mila persone hanno visitato il Mudam nel primo anno di vita e passo dopo passo hanno scoperto i suoi tre livelli, rimanendone rapiti dalle esposizioni permanenti di grandi artisti.

I lavori di Stephan Balkenhol, Tobias Putrih, Andrea Blum, Su-Mei Tse, David Zink Yi, Kostantin Gric e Nitzan Cohen, nikolay Polissky, Bert Theis, Fernando Sanchez Castillo, Gaston Damag, David Dubois, Wim Delvoye esposti al Museo d'arte moderna di Lussemburgo ammaliano per la loro forza espressiva.

E insieme alle mostre temporanee fanno del Mudam un punto di riferimento culturale imperdibile. Una vera e propria lanterna sempre accesa che sotto la sua cupola illumina gli eventi artistici più importanti del Granducato e d'Europa.

ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
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