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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Hanami, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone

✍️ Andrea Lessona

Tenui petali si vestono di colori sgargianti, rilasciano profumi intensi e riempiono della loro bellezza primaverile gli alberi: seduta tra l'erba, la famiglia Hokkan ammira estasiata questo spettacolo noto col nome di Hanami, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone.

Tradizione tramandata dal periodo Nara (710-794) sino a oggi, l'evento coinvolge ogni anno milioni di nipponici: disposti a tutto per attraversare il loro Paese e prendere il posto migliore per assistere alla fioritura.

Tale è infatti il significato della parola Hanami: godere di un istante infinito in simbiosi con la Natura. La festa dei ciliegi in fiore in Giappone è così sentita che anche l'Agenzia Meteorologica viene coinvolta.

L'Ente studia il clima e la nascita dei primi boccioli dei sakura (i ciliegi): in questo modo riesce a stabilire la data esatta della fioritura. Così è possibile prepararsi scegliendo in anticipo il luogo più adatto.

Per assistere all'Hanami, molti organizzano picnic a base di sushi, birra e sake: preparano tutto prima, non lasciando nulla al caso. Per l'occasione, si vendono anche stuoie, plaid, e termos particolari.

Altri, invece, preferiscono la frescura della sera per vivere con più tranquillità la festa dei ciliegi in fiore in Giappone. Questa particolarità è nota col nome di Yozakura, il sakura serale.

Grazie al bagliore lunare e alle lanterne di carta, le cochin, la luce si diffonde lungo i sentieri ai cui lati gli alberi fanno da guardiani contro il buio della notte. E le tante famiglie possono vivere in serenità l'Hanami.

Per loro non è solo un evento da celebrare ma un momento da vivere nel rispetto di ciò che la Terra sa dare: ecco perché la festa dei ciliegi in fiore in Giappone è un evento così sentito e particolare.

Tanto più che questi boccioli delicati e bellissimi sono per i nipponici sinonimo della fragilità ma anche della rinascita della vita – ciclo imperituro dettato dalle leggi di madre Natura.

ℹ️ 📷 Go Tokyo
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«Di tutti i libri, quello che preferisco è il mio passaporto, l’unico in ottavo che apre le frontiere».
Alain Borer
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Il Ponte dei Calzolai di Lubiana

✍️ Andrea Lessona

Tappeto selciato in pietra artificiale, il ponte dei Calzolai di Lubiana attraversa elegante il fiume Ljubljanica. Figlio moderno del genio creativo dell’architetto Jože Plečnik, è eredità antica di una struttura medievale.

La prima gittata di cui si ha memoria risale al Duecento: è quello il periodo in cui una passerella in legno, larga e robusta, univa l'area di Tranča e l’odierna piazza Jurčičev trg.

Sul vecchio ponte dei Calzolai di Lubiana sorsero delle capanne di artigiani da cui la struttura prende nome: Čevljarski o Šuštarski most in sloveno.

Mentre le loro ombre curve scorrevano nella Ljubljanica, questi uomini tagliavano e cucivano protetti dalla statua di Cristo. A quel tempo, si trovava sul lato meridionale della gittata: oggi è custodita nella chiesa di San Floriano.

Nel 1867 il ponte dei Calzolai di Lubiana costruito in legno venne sostituito con uno di ghisa. A crealo fu la fonderia di Dvor presso Žužemberk. Rimase lì per 65 anni. Poi nel periodo tra le due guerre mondiali, si decise di spostarlo nelle zona degli ospedali.

Fu così che negli anni 1931–1932, un'ampia piattaforma di cemento attraversò il fiume della capitale slovena: il progetto della nuova gittata era stato disegnato dall’architetto Jože Plečnik.

Il ponte dei Calzolai di Lubiana divenne una piazza sopra l’acqua protetta da balaustri cilindrici da cui si innalzano sei paia di colonne per reggere il tetto. Al centro, due candelabri danno risalto all'unico supporto della gittata.

Plečnik interrò le sponde ed eliminò le scale, trasformando la struttura in un tappeto selciato. Da lì al Triplice ponte, l’architetto mise un pianerottolo con dei “lavatoi” dove i salici, simbolo delle lavandaie di ieri, si chinano nell'acqua.

La struttura fu consolidata staticamente, la piattaforma superiore asfaltata e gli accessi selciati. Oggi, mentre la si attraversa, mercanti di strada offrono le loro mercanzie al ritmo melodico dei musicanti stonati.

ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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«Viaggiare è nascere e morire ad ogni istante».
Victor Hugo
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Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna

✍️ Andrea Lessona

Lungo il molo di Conwy, guardo il rosso sgargiante della Quay House brillare vicino le antiche mura del castello - contrasto unico tra la casa più piccola della Gran Bretagna e uno dei manieri più grandi del Galles.

Davanti la porta, una signora in abiti tradizionali, cuffietta e grembiale bianchi, ne racconta la storia. In un inglese dall’accento rude, tipico di questa cittadina nella zona costiera del Regno Unito, dice che il minuscolo edificio fu costruito nel XVI secolo e usato sino al 1900.

Poi, l’ultimo inquilino, un pescatore alto ben 1,91 metri, stanco di piegare la schiena e battere la testa contro il soffitto, si trasferì e il consiglio comunale dichiarò l’inagibilità dello stabile, diventato poi la casa più piccola della Gran Bretagna.

A decretarla tale, una dettagliata relazione di circa 150 anni fa dell’editore del North Wales Weekly News, Roger Dawson, poi confermata dal Guinness dei primati – un vanto per questa bella ma povera terra di fronte la baia di Liverpool.

Mentre altri curiosi si avvicinano alla Quay House, la signora si aggiusta la cuffia e lega più stretto il grembiale che il vento vuole rubarle. Con un sorriso, mi dice che con un paio di sterline posso entrare tra i 3,05 x 1,8 metri della casa più piccola della Gran Bretagna.

Impossibile resistere e così, con un passo soltanto, mi trovo nella zona giorno del primo piano con spazio per il carbone, il fuoco e un rubinetto dell'acqua che le scale a pioli nascondono.

Pur essendo solo, fatico a muovermi come vorrei ma sempre più curioso provo a salire al piano superiore. Un cordone spesso e il dito alzato della signora me lo impediscono: problemi strutturali.

Così, dai primi gradini delle scale mi devo accontentare di intravedere la minuscola camera da letto con tanto di piccola nicchia per il deposito. Mentre mi giro per uscire, fuori, una fila ordinata di persone aspettano di entrare nella Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna.

ℹ️ Visit Wales
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Una breve clip rimasterizzata di Sinfonia di una grande città, film muto tedesco diretto da Walter Ruttmen, che racconta in un giorno solo la Berlino del 1927.

Questa pellicola di grande successo non fu pensata per esigenze turistiche ma per descrivere la vita quotidiana dei berlinesi durante la Repubblica di Weimar, poco prima dell’avvento di Hitler e del Nazismo in Germania.
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Orologio Anker, il tempo di Vienna

📸 ✍️ Andrea Lessona

Scandisce il tempo di Vienna, e ne racconta la storia: ponte liberty tra due edifici, l'orologio Anker fa muovere ogni ora 12 importanti figure viennesi con la musica caratteristica dell’epoca.

A mezzogiorno, invece, mentre l’Hoher Markt si riempie di gente, tutta la dozzina di personalità raffigurate appaiono lungo le finestrelle della struttura, quasi a salutare le persone assiepate nella piazza più antica della capitale austriaca.

Lo spettacolo caratteristico dell'orologio Anker si ripete ogni giorno sempre uguale e sempre affascinante. Tranne nel periodo dell’Avvento, quando tra le cinque e le sei del pomeriggio si sentono le canzoni di Natale.

Creato dal pittore e scultore Franz von Matsch, fu costruito in stile art nouveau tra il 1911 e il 1914. Il ponte collega i due edifici monumentali dell'Anker-Hof, sede della compagnia assicurativa Anker.

Così, curioso tra i curiosi, ho aspettato il tempo giusto. E quando è arrivato, ho visto sfilare per i dieci metri in lunghezza e i 7,5 in larghezza uno a uno i personaggi che hanno caratterizzato Vienna e la sua storia durante i secoli passati.

Tra gli altri ho riconosciuto Eugenio di Savoia, Carlo Magno, Marco Aurelio governatore romano di Vindobona, l'imperatrice Maria Teresa d'Austria e il suo sposo, l'imperatore Francesco I di Lotaringia e per ultimo il compositore Josef Haydn.

Era accompagnato dalla melodia Die Himmel erzählen die Ehre Gottes tratta dalla Creazione. Fu quest'opera che per motivi politici andò a sostituire l'Inno dell'Imperatore dopo la fine della monarchia austro-ungarica.

Terminata la sfilata, anche la gente si è diradata e ha lasciato l’Hoher Markt. Così, con più tranquillità, ho potuto leggere la targa multilingua sul muro sotto l'orologio Anker con i nomi degli altri personaggi che ogni ora la musica scandisce e il tempo non dimentica.

ℹ️ Wien Info
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«Non sono avventuriero per scelta, ma per destino».
Vincent van Gogh
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Le perle della Polinesia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sulla riva di Rangiroa, le mani a conchiglia di una donna cullano le perle della Polinesia: brivido prezioso che scivola via sul velluto della sua pelle giovane come un desiderio irraggiungibile.

Troppe per essere comprate tutte, poche per raccontarne i milioni di esemplari coltivati qui, alla Gauguin’s Pearl, la fattoria perlifera nata negli anni 90 sul più grande atollo delle Isole Tuamotu.

È da allora che piccole ostriche sono messe in mare. La sua balia e i coltivatori le fissano ai supporti di legno immerso per allevarle sino a maturità. Poi, dopo tre anni, vengono ripescate.

Un esperto inserisce una sfera nelle gonadi dell'animale, e un pezzetto di madreperla di un'altra ostrica. Greffeurs, li chiamano: trapiantatori di vita e colore che creano le perle della Polinesia.

Trascorso il periodo minimo di gestazione, solo 25-30 ostriche al massimo su cento generano il gioiello tanto atteso. Pochi i gusci aperti uno a uno in cui trovare il tesoro grezzo da trasformare in orecchini, braccialetti e collane.

Occhi e mani abili iniziano a scegliere le migliori perle della Polinesia. A decretarle tali incidono diversi fattori. Primo fra tutti la grandezza: più l'esemplare è grande, più è prezioso.

Un altro aspetto è il colore: dal nero sino ad alcuni rari o alla moda che ne fanno aumentare il prezzo come il rosa, il verde, l'azzurro. Anche la forma è elemento essenziale: più son sferiche, più son pregiate.

Lustro oriente è il riflesso con cui le perle della Polinesia rifrangono la luce: il lucido è pregiato, l'opaco meno. Ultimo fattore è la superficie: poche imperfezioni, maggiore è il valore.

Mentre i pescatori tornano con nuovi carichi di ostriche, sulla riva di Rangiroa, le mani a conchiglia della donna cullano un sogno: sul velluto della sua pelle giovane c'è solo il mare.

ℹ️ Tahiti Tourisme
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«In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare».
Andrej Tarkowsky
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La Settimana de il Reporter

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Cabo da Roca, dove la terra finisce e comincia il mare

📸 ✍️ Andrea Lessona

Da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito. Qui, sul punto più occidentale d’Europa, «dove la terra finisce e comincia il mare», mi sembra davvero di essere arrivato alla fine del mondo.

Un pensiero che sino al XIV secolo era certezza: per tutti, queste scogliere impervie e frastagliate del Portogallo, sferzate dal vento freddo dell'Atlantico, erano il confine naturale della Terra.

Nel tempo, il luogo ha conservato il suo fascino antico: vergato dalla natura selvaggia che lo contorna, Cabo da Roca è però diventato un'attrazione turistica di troppe voci e poco rispetto.

Situato nella frazione di Colares del comune di Sintra, nel distretto di Lisbona, il Capo è parte del Parco Naturale di Sintra-Cascais: una riserva naturale ricca di molte specie di animali.

Una strada stretta lungo la costa arriva a Cabo da Roca, dove sul piazzale parcheggiano auto e pullman carichi di turisti. Appena scesi, la curiosità pacchiana li spinge nel negozio di souvenir.

Mentre davanti c'è il blu infinito dell'orizzonte, sotto si sentono le onde infrangersi sofferenti contro le scogliere. Da uno dei sentieri che incidono la terra, le vedo arricciarsi e deflagrare in miliardi di spruzzi.

A destra del promontorio, scontornato dalla nebbia, scorgo il faro di Cabo da Roca. Costruito nel 1772, fu il primo del Portogallo. La foggia attuale risale al 1842. Edificato a circa 150 metri sul livello del mare, la sua luce di mille watt si vede sino a 46 chilometri di distanza.

Lasciatolo alle spalle, seguo il sentiero e arrivo al monumento in pietra con una croce in cima. Su uno dei lati, sporge la lapide con una citazione tratta da I Lusiadi, il poema scritto dal poeta Luís Vaz de Camões (1524-1580).

«Aqui... Onde a terra se acaba e o mar começa...». Mentre la penso in italiano «Qui... dove la terra finisce e comincia il mare...», da Cabo da Roca, guardo l'orizzonte sfumare nel blu infinito.

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