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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Colonna di Alessandro, la San Pietroburgo dello zar

✍️ Andrea Lessona

Sulla piazza del Palazzo di San Pietroburgo, la colonna di Alessandro è memento alla gloria: imponente tributo allo zar che sconfisse l'armata di Napoleone nella Campagna di Russia del 1812.

Realizzata tra il 1830 e il 1834, venne progettata dall'architetto francese Auguste de Montferrand, e costruita dall'architetto svizzero Antonio Adamini. L'opera fu inaugurata il 30 agosto 1834.

Quando il sole è allo zenit, la sua ombra di 47,5 metri, lunga quanto la sua altezza, sfiora il Palazzo d'Inverno che ha di fronte. Tutto della colonna di Alessandro è immenso, a cominciare dal peso: 710 tonnellate complessive.

Il monumento ha un pilastro monolitico di granito rosso finlandese: è alto 25,5 metri con un diametro medio di 3,38 metri (3,66 m alla base e 3,20 alla sommità) e si poggia su un piedistallo a base quadrata dove si trova l'iscrizione: “Ad Alessandro I la Russia riconoscente”.

La base è decorata da bassorilievi con allegorie di vittorie militari: furono fatti dagli scultori russi P.V. Sintsov e J. Lepp grazie ai disegni del pittore e decoratore italiano naturalizzato russo, Giovanni Battista Scotti.

Sulla sommità della colonna di Alessandro, un angelo in bronzo regge una croce latina. La statua ha le sembianze dello zar ed è stata realizzata dallo scultore russo Boris Orlovskij.

Vista da sotto, l'opera è ancora più impressionante. Per trasportare il pilastro attraverso il golfo di Finlandia, venne costruita una chiatta che fu trainata da due piroscafi per oltre cento chilometri.

Giunta a destinazione con molte difficoltà, la colonna di Alessandro - il più alto monumento al mondo eretto senza supporti - fu innalzata in sole due ore da tremila uomini diretti dallo scozzese William Handyside.

Oggi è ancora lì nel cuore della piazza del Palazzo di San Pietroburgo, memento alla gloria di uno degli zar più grandi che la Russia abbia mai avuto. E a indicare, con la sua ombra, il Palazzo d'Inverno di fronte.

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«Se potessi rivivere la mia vita, nella prossima correrei più rischi, farei più viaggi, guarderei più tramonti».
Jorge Luis Borges
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Chott El Jerid, il lago salato della Tunisia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Infinita distesa cristallizzata, Chott El Jerid è riverbero denso di tante sfumature: con la sua superficie di oltre cinque mila chilometri quadrati, il lago salato della Tunisia delinea lo scenario nel sud ovest del Paese.

È lì, lungo la P16, la strada che lo attraversa e unisce le città di Tozeur e Douz, che vive da che se ne ha memoria: in passato si pensava fosse il bacino leggendario di Tritone, citato sia da Plinio sia da Erodoto nonostante non conoscessero la giusta posizione.

Oggi il lago salato della Tunisia è riserva preziosa di sale e trionfo degli occhi che, come i miei, ammirano increduli questo divenire estatico di colori differenti. Basta un raggio di sole, una venatura incisa dal tempo, l'ombra di una nube a cambiarne aspetto.

Il volto di Chott El Jerid è un agglomerato vivo di cristalli salini che poggia su un fondo sabbioso e argilloso. Si distende per oltre 250 chilometri, con una larghezza di venti che ne fanno il bacino più grande della Regione.

In estate, a causa delle temperature elevate che possono raggiungere anche i cinquanta gradi, il lago salato della Tunisia è secco: i cristalli distesi sembrano ghiaccio denso – un deserto bianco che finisce dove inizia quello del Sahara.

Le piogge - non più di cento millimetri all'anno - sciolgono la crosta, e il sale raggiunge la superficie di Chott El Jerid. Il vento la ricopre di sabbia, dandole tonalità uniche e cangianti che si possono vedere dall'asfalto della P16.

D'inverno, invece, la pochissima acqua in superficie rende il lago salato della Tunisia uno specchio tremulo: riflette le montagne intorno, corona preziosa a cingere la maestà di questo luogo unico.

A spezzare la perfezione di Chott El Jerid, oltre all'asfalto che lo sfregia, l'uomo e le sue creazioni: montagnole di sale e le macchine per raccoglierlo, una catapecchia in legno per vendere ricordi, e le statue di cristalli salati di fronte.

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«Solo chi rischia di andare troppo lontano avrà la possibilità di scoprire quanto lontano si può andare».
Thomas Stearns Eliot
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La Settimana de il Reporter

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Hanami, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone

✍️ Andrea Lessona

Tenui petali si vestono di colori sgargianti, rilasciano profumi intensi e riempiono della loro bellezza primaverile gli alberi: seduta tra l'erba, la famiglia Hokkan ammira estasiata questo spettacolo noto col nome di Hanami, la festa dei ciliegi in fiore in Giappone.

Tradizione tramandata dal periodo Nara (710-794) sino a oggi, l'evento coinvolge ogni anno milioni di nipponici: disposti a tutto per attraversare il loro Paese e prendere il posto migliore per assistere alla fioritura.

Tale è infatti il significato della parola Hanami: godere di un istante infinito in simbiosi con la Natura. La festa dei ciliegi in fiore in Giappone è così sentita che anche l'Agenzia Meteorologica viene coinvolta.

L'Ente studia il clima e la nascita dei primi boccioli dei sakura (i ciliegi): in questo modo riesce a stabilire la data esatta della fioritura. Così è possibile prepararsi scegliendo in anticipo il luogo più adatto.

Per assistere all'Hanami, molti organizzano picnic a base di sushi, birra e sake: preparano tutto prima, non lasciando nulla al caso. Per l'occasione, si vendono anche stuoie, plaid, e termos particolari.

Altri, invece, preferiscono la frescura della sera per vivere con più tranquillità la festa dei ciliegi in fiore in Giappone. Questa particolarità è nota col nome di Yozakura, il sakura serale.

Grazie al bagliore lunare e alle lanterne di carta, le cochin, la luce si diffonde lungo i sentieri ai cui lati gli alberi fanno da guardiani contro il buio della notte. E le tante famiglie possono vivere in serenità l'Hanami.

Per loro non è solo un evento da celebrare ma un momento da vivere nel rispetto di ciò che la Terra sa dare: ecco perché la festa dei ciliegi in fiore in Giappone è un evento così sentito e particolare.

Tanto più che questi boccioli delicati e bellissimi sono per i nipponici sinonimo della fragilità ma anche della rinascita della vita – ciclo imperituro dettato dalle leggi di madre Natura.

ℹ️ 📷 Go Tokyo
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«Di tutti i libri, quello che preferisco è il mio passaporto, l’unico in ottavo che apre le frontiere».
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Il Ponte dei Calzolai di Lubiana

✍️ Andrea Lessona

Tappeto selciato in pietra artificiale, il ponte dei Calzolai di Lubiana attraversa elegante il fiume Ljubljanica. Figlio moderno del genio creativo dell’architetto Jože Plečnik, è eredità antica di una struttura medievale.

La prima gittata di cui si ha memoria risale al Duecento: è quello il periodo in cui una passerella in legno, larga e robusta, univa l'area di Tranča e l’odierna piazza Jurčičev trg.

Sul vecchio ponte dei Calzolai di Lubiana sorsero delle capanne di artigiani da cui la struttura prende nome: Čevljarski o Šuštarski most in sloveno.

Mentre le loro ombre curve scorrevano nella Ljubljanica, questi uomini tagliavano e cucivano protetti dalla statua di Cristo. A quel tempo, si trovava sul lato meridionale della gittata: oggi è custodita nella chiesa di San Floriano.

Nel 1867 il ponte dei Calzolai di Lubiana costruito in legno venne sostituito con uno di ghisa. A crealo fu la fonderia di Dvor presso Žužemberk. Rimase lì per 65 anni. Poi nel periodo tra le due guerre mondiali, si decise di spostarlo nelle zona degli ospedali.

Fu così che negli anni 1931–1932, un'ampia piattaforma di cemento attraversò il fiume della capitale slovena: il progetto della nuova gittata era stato disegnato dall’architetto Jože Plečnik.

Il ponte dei Calzolai di Lubiana divenne una piazza sopra l’acqua protetta da balaustri cilindrici da cui si innalzano sei paia di colonne per reggere il tetto. Al centro, due candelabri danno risalto all'unico supporto della gittata.

Plečnik interrò le sponde ed eliminò le scale, trasformando la struttura in un tappeto selciato. Da lì al Triplice ponte, l’architetto mise un pianerottolo con dei “lavatoi” dove i salici, simbolo delle lavandaie di ieri, si chinano nell'acqua.

La struttura fu consolidata staticamente, la piattaforma superiore asfaltata e gli accessi selciati. Oggi, mentre la si attraversa, mercanti di strada offrono le loro mercanzie al ritmo melodico dei musicanti stonati.

ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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«Viaggiare è nascere e morire ad ogni istante».
Victor Hugo
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Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna

✍️ Andrea Lessona

Lungo il molo di Conwy, guardo il rosso sgargiante della Quay House brillare vicino le antiche mura del castello - contrasto unico tra la casa più piccola della Gran Bretagna e uno dei manieri più grandi del Galles.

Davanti la porta, una signora in abiti tradizionali, cuffietta e grembiale bianchi, ne racconta la storia. In un inglese dall’accento rude, tipico di questa cittadina nella zona costiera del Regno Unito, dice che il minuscolo edificio fu costruito nel XVI secolo e usato sino al 1900.

Poi, l’ultimo inquilino, un pescatore alto ben 1,91 metri, stanco di piegare la schiena e battere la testa contro il soffitto, si trasferì e il consiglio comunale dichiarò l’inagibilità dello stabile, diventato poi la casa più piccola della Gran Bretagna.

A decretarla tale, una dettagliata relazione di circa 150 anni fa dell’editore del North Wales Weekly News, Roger Dawson, poi confermata dal Guinness dei primati – un vanto per questa bella ma povera terra di fronte la baia di Liverpool.

Mentre altri curiosi si avvicinano alla Quay House, la signora si aggiusta la cuffia e lega più stretto il grembiale che il vento vuole rubarle. Con un sorriso, mi dice che con un paio di sterline posso entrare tra i 3,05 x 1,8 metri della casa più piccola della Gran Bretagna.

Impossibile resistere e così, con un passo soltanto, mi trovo nella zona giorno del primo piano con spazio per il carbone, il fuoco e un rubinetto dell'acqua che le scale a pioli nascondono.

Pur essendo solo, fatico a muovermi come vorrei ma sempre più curioso provo a salire al piano superiore. Un cordone spesso e il dito alzato della signora me lo impediscono: problemi strutturali.

Così, dai primi gradini delle scale mi devo accontentare di intravedere la minuscola camera da letto con tanto di piccola nicchia per il deposito. Mentre mi giro per uscire, fuori, una fila ordinata di persone aspettano di entrare nella Quay House, la casa più piccola della Gran Bretagna.

ℹ️ Visit Wales
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Una breve clip rimasterizzata di Sinfonia di una grande città, film muto tedesco diretto da Walter Ruttmen, che racconta in un giorno solo la Berlino del 1927.

Questa pellicola di grande successo non fu pensata per esigenze turistiche ma per descrivere la vita quotidiana dei berlinesi durante la Repubblica di Weimar, poco prima dell’avvento di Hitler e del Nazismo in Germania.
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