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La storia della parata del giorno di San Patrizio

Sin dalle sue origini, il giorno di San Patrizio fu una festa religiosa. Nel tempo, è diventato un evento celebrativo della cultura irlandese con sfilate, musica, balli, cibi speciali e verde ovunque.

A differenza di quanto si crede, la prima parata in onore del giorno di San Patrizio non si svolse in Irlanda ma negli Stati Uniti. Il 17 marzo 1762, i soldati irlandesi in servizio nelle forze armate inglesi marciarono per New York. L’evento aiutò i militari a non dimenticare le loro radici.

Nel corso dell'Ottocento, in un periodo in cui dovevano affrontare la discriminazione dell'America a maggioranza protestante, le parate per San Patrizio mostrarono la solidarietà e la forza dei cattolici irlandesi.

Oggi ci sono più di cento sfilate per il giorno di San Patrizio in tutti gli Stati Uniti. Boston (prima tappa per molti immigrati irlandesi) e New York su tutte. E naturalmente a Dublino, Belfast e nell’Irlanda intera.

Della festa religiosa delle origini, resta poco o niente. Oggi, il giorno di San Patrizio è più simile a un Carnevale e, in alcuni casi di poco gusto, a una carnevalata. (a.le.)
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La Settimana de il Reporter

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Fallas di Valencia, colori di Spagna

✍️ Andrea Lessona

Notte di fuochi d'artificio e balli per le strade. Notte d'emozioni e canzoni per cantare una passione e ricordare una tradizione. Notte del 19 marzo per bruciare i ninots e celebrare le Fallas di Valencia.

Nato alla fine del XVIII secolo, quest’evento deve le sue origini ai falegnami locali. Alla vigilia di San Giuseppe, loro patrono, preparavano il parot: la lampada in legno, con cui d’inverno illuminavano le botteghe, veniva vestita di vecchi stracci dandole un aspetto umano. Messa davanti ai laboratori, nelle piazze e nelle vie, finiva poi bruciata.

Alla metà del 1850, le dimensioni delle lanterne aumentarono e la foggia migliorò sino a diventare dei veri e propri fantocci: i ninots. Oggi sono il simbolo delle Fallas di Valencia.

Le celebrazioni della festività, divenuta patrimonio Unesco nel 2016, cominciano a inizio Marzo con le mascletás, gli spettacoli pirotecnici che si svolgono ogni giorno alle due del pomeriggio nella piazza del Municipio.

Poi arriva la notte del 15 Marzo, il momento della plantà delle Fallas di Valencia: oltre 700 figure vengono installate lungo le strade e nelle piazze. La mattina del 16, la città spagnola ha nuovi e ingombranti ospiti dai colori sgargianti: caricature e rappresentazioni satiriche di politici e personaggi famosi.

Il giorno dopo, si assiste a uno dei momenti più toccanti: l'Ofrenda, l'offerta dei fiori alla Virgen de los Desamparados, la Vergine degli abbandonati. Le commissioni fallere sfilano con le loro vesti regionali e arrivano a Plaza de la Virgen. Lì, vicino alla cattedrale, lasciano un mazzo di fiori con cui viene “ricamato” un arazzo che adorna il manto della Vergine.

Mentre la notte del 19 Marzo comincia a calare, si accendono le prime torce e inizia la cremà. È il momento delle Fallas di Valencia in cui i ninot vengono bruciati. Tutti, tranne uno: quello che, scelto da una votazione popolare, si salva dal fuoco ed entra nella collezione del Museo Fallero.

ℹ️ 📷 Visit Valencia
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«Un uomo percorre il mondo intero in cerca di ciò che gli serve e torna a casa per trovarlo».
George Moore
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Ponte di Øresund, Svezia e Danimarca unite per sempre

✍️ Andrea Lessona

Nel rosso del tramonto, guardo il Ponte di Øresund tendersi tra Svezia e Danimarca - opera moderna e ambizione antica di unire le due nazioni scandinave che il mare divide.

Dopo anni di lavoro e tre miliardi di dollari spesi, il 1° giugno del 2000 è stato inaugurata questa gittata strallata, la più lunga d'Europa, dove scorrono l'autostrada E20 e la ferrovia a doppio binario.

Ogni giorno sui suoi 15,9 chilometri passano migliaia di persone e tonnellate di merci, trionfo del commercio scandinavo in perenne movimento. La struttura disegnata dallo studio danese di architettura Dissing + Weitling comincia a Lernacken, a sud di Malmö.

È da lì che parte il ponte: 7845 metri lanciati nel cielo sopra l'insenatura di Öresund da cui l'opera prende nome. Circa 5,35 chilometri si trovano in territorio svedese. Il pilone che vedo svettare tra le nuvole rosse tocca i 203,5 metri. Ed è la costruzione più alta di tutto il Paese.

La gittata arriva dalla parte danese, sino all'isola artificiale di Peberholm - lunga ben 4,05 chilometri. La tratta continua poi attraverso un tunnel sotterraneo e riemerge vicino all'aeroporto Kastrup di Copenaghen.

La rampa occidentale ha 22 campate, quella orientale, 28: la maggior parte raggiungono un'altezza di 140 metri. In mezzo si innalza la vera e propria gittata dell'Oresund, la cui parte centrale è lunga 490 metri. I piloni in cemento armato misurano 206 metri.

Sul ponte di coperta si trova l'autostrada a quattro corsie e, appena sotto, la ferrovia. I ciclisti che qui abbondano e sono caratteristici quasi come le fiabe scandinave, non possono transitare. Quando le acque dello stretto sono calme, tra loro e la parte inferiore della struttura ci sono 57 metri: un’ottima distanza per consentire il transito navale.

Domani, percorrendo il Ponte di Øresund, ne vedrò qualcuna dal finestrino del treno scivolare via tra le onde.

ℹ️ Visit Sweden
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«Ci sono viaggi che si fanno con un unico bagaglio: il cuore».
Audrey Hepburn
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John o’ Groats, l’ultimo villaggio della Scozia

✍️ Andrea Lessona

Scrivo da John o’ Groats, l’ultimo villaggio della Scozia. Oltre non ci sono che i flutti increspati dell’Atlantico e le Orcadi. Dal molo fradicio di pioggia e immerso nel cielo basso, non riesco a vederle.

Eppure sono là, un arcipelago di settanta isole a solo dodici chilometri da questo insediamento di poche case e poche persone soltanto - il più a nord della regione del Caithness e di tutta la Gran Bretagna.

Da qui, spero almeno di scorgere il ferry che ogni giorno attraversa il Pentland Firth - il pericoloso stretto che divide la mainland dalle Orcadi. Invece c’è solo il bianco dei gabbiani radenti l’acqua densa dell’oceano.

Fu l’olandese Jan de Groot a ottenere nel 1496 la licenza per il servizio e a dare il nome a questo luogo. E sempre lui fece costruire una casa ottagonale con otto diverse entrate per i suoi otto litigiosi figli affinché non si incontrassero. Oggi l’edificio è diventato il John o’ Groats Hotel, un posto decadente dal fascino particolare.

Dall’altra parte del paese, una piccola costruzione si fregia di un nome importante: L’ultima casa in Scozia. All’interno è stato allestito un museo con i resti delle navi tedesche affondate nella zona durante le due guerre mondiali.

Qui sembra che il tempo si sia fermato ma per tornare alla realtà basta entrare nell’adiacente negozio di souvenir dove si può trovare di tutto. A cominciare dal superfluo.

Uscendo, mi imbatto nella statua vichinga di Eric. Ricorda che questa zona era infestata dai guerrieri norreni e le stesse Orcadi furono territorio norvegese sino al 1472. Poi vennero annesse alla Corona scozzese per il mancato pagamento della dote della moglie di James III, Margaret di Danimarca.

Ridiscendo verso il molo. Il vento ha spezzato le nubi e dalla banchina intravedo il ferry tornare dopo aver sfidato il Pentland Firth. Oltre, il cielo si sta aprendo sulle Orcadi. Chiudo il taccuino e mi preparo a raggiungerle.

ℹ️ Visit Scotland
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«Viaggiare tende a sublimare tutte le emozioni umane».
Peter Hoeg
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Colonna di Alessandro, la San Pietroburgo dello zar

✍️ Andrea Lessona

Sulla piazza del Palazzo di San Pietroburgo, la colonna di Alessandro è memento alla gloria: imponente tributo allo zar che sconfisse l'armata di Napoleone nella Campagna di Russia del 1812.

Realizzata tra il 1830 e il 1834, venne progettata dall'architetto francese Auguste de Montferrand, e costruita dall'architetto svizzero Antonio Adamini. L'opera fu inaugurata il 30 agosto 1834.

Quando il sole è allo zenit, la sua ombra di 47,5 metri, lunga quanto la sua altezza, sfiora il Palazzo d'Inverno che ha di fronte. Tutto della colonna di Alessandro è immenso, a cominciare dal peso: 710 tonnellate complessive.

Il monumento ha un pilastro monolitico di granito rosso finlandese: è alto 25,5 metri con un diametro medio di 3,38 metri (3,66 m alla base e 3,20 alla sommità) e si poggia su un piedistallo a base quadrata dove si trova l'iscrizione: “Ad Alessandro I la Russia riconoscente”.

La base è decorata da bassorilievi con allegorie di vittorie militari: furono fatti dagli scultori russi P.V. Sintsov e J. Lepp grazie ai disegni del pittore e decoratore italiano naturalizzato russo, Giovanni Battista Scotti.

Sulla sommità della colonna di Alessandro, un angelo in bronzo regge una croce latina. La statua ha le sembianze dello zar ed è stata realizzata dallo scultore russo Boris Orlovskij.

Vista da sotto, l'opera è ancora più impressionante. Per trasportare il pilastro attraverso il golfo di Finlandia, venne costruita una chiatta che fu trainata da due piroscafi per oltre cento chilometri.

Giunta a destinazione con molte difficoltà, la colonna di Alessandro - il più alto monumento al mondo eretto senza supporti - fu innalzata in sole due ore da tremila uomini diretti dallo scozzese William Handyside.

Oggi è ancora lì nel cuore della piazza del Palazzo di San Pietroburgo, memento alla gloria di uno degli zar più grandi che la Russia abbia mai avuto. E a indicare, con la sua ombra, il Palazzo d'Inverno di fronte.

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«Se potessi rivivere la mia vita, nella prossima correrei più rischi, farei più viaggi, guarderei più tramonti».
Jorge Luis Borges
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Chott El Jerid, il lago salato della Tunisia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Infinita distesa cristallizzata, Chott El Jerid è riverbero denso di tante sfumature: con la sua superficie di oltre cinque mila chilometri quadrati, il lago salato della Tunisia delinea lo scenario nel sud ovest del Paese.

È lì, lungo la P16, la strada che lo attraversa e unisce le città di Tozeur e Douz, che vive da che se ne ha memoria: in passato si pensava fosse il bacino leggendario di Tritone, citato sia da Plinio sia da Erodoto nonostante non conoscessero la giusta posizione.

Oggi il lago salato della Tunisia è riserva preziosa di sale e trionfo degli occhi che, come i miei, ammirano increduli questo divenire estatico di colori differenti. Basta un raggio di sole, una venatura incisa dal tempo, l'ombra di una nube a cambiarne aspetto.

Il volto di Chott El Jerid è un agglomerato vivo di cristalli salini che poggia su un fondo sabbioso e argilloso. Si distende per oltre 250 chilometri, con una larghezza di venti che ne fanno il bacino più grande della Regione.

In estate, a causa delle temperature elevate che possono raggiungere anche i cinquanta gradi, il lago salato della Tunisia è secco: i cristalli distesi sembrano ghiaccio denso – un deserto bianco che finisce dove inizia quello del Sahara.

Le piogge - non più di cento millimetri all'anno - sciolgono la crosta, e il sale raggiunge la superficie di Chott El Jerid. Il vento la ricopre di sabbia, dandole tonalità uniche e cangianti che si possono vedere dall'asfalto della P16.

D'inverno, invece, la pochissima acqua in superficie rende il lago salato della Tunisia uno specchio tremulo: riflette le montagne intorno, corona preziosa a cingere la maestà di questo luogo unico.

A spezzare la perfezione di Chott El Jerid, oltre all'asfalto che lo sfregia, l'uomo e le sue creazioni: montagnole di sale e le macchine per raccoglierlo, una catapecchia in legno per vendere ricordi, e le statue di cristalli salati di fronte.

ℹ️ Discover Tunisia
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