il Reporter
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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Casematte del Bock, Lussemburgo sotterranea

📸 ✍️ Andrea Lessona

Dedalo di roccia incisa nel promontorio che domina la città, le casematte del Block sono il cuore sotterraneo di Lussemburgo: un mondo scavato nelle viscere della terra per proteggere la vecchia roccaforte del conte Sigfrido e renderla inespugnabile.

Oggi, di quel labirinto armato costruito nel 1745 sulle varie fortificazioni, restano infiniti corridoi: per esplorarne gli oltre 1100 metri quadrati ho superato la porta girevole d'accesso e sono entrato nella cripta archeologica della struttura.

Si tratta di una vera e propria anticamera didattica dove ci sono i resti del castello dei primi conti di Lussemburgo e dove sono conservate le vestigia della fortezza. Appena scese le scale, inizia il percorso delle casematte del Bock.

Dapprima ci sono le cantine inferiori del torrione, e poi la galleria principale. Qui ho visto le camere dei cannoni. Sono stati tutti smantellati nel 1867 dopo la neutralizzazione del Lussemburgo.

Proseguendo, sono arrivato all'antica prigione del castello. Attraverso un corridoio stretto sono arrivato al pozzo delle casematte del Bock: 47 metri verticali da cui l'acqua veniva attinta per dissetare i soldati. Tornando sui miei passi, ho visto le stanze di roccia che hanno ospitato il fedmaresciallo de Bender.

Il militare ottantaduenne visse qui durante l'assedio del 1794-95: la sua “casa” aveva una camera da letto, lo studio e una piccola anticamera. Dalle inferriate lo sguardo abbraccia la vecchia Lussemburgo, antica e bellissima.

Superata la galleria per le mine per far saltare una parte delle casematte del Bock, sono entrato nella Batteria del Grund: qui, ieri, gli otto cannoni sparavano alternati tre colpi all'ora. Oggi si mettono in scena opere avanguardiste.

Per finire il giro, anziché prendere la scala a chiocciola e passare sotto la strada, ho preferito uscire sul Ponte del Castello: da qui la vista della città è meraviglia che riempie gli occhi in un solo sguardo.

ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
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Torre di Sydney, nel cielo australiano

✍️ Andrea Lessona

Dallo skywalk della torre di Sydney, guardo il suo profilo attraverso il vetro: acciaio e cemento scivolano giù verticali, e ne fanno l'edificio più alto della città australiana e uno dei più conosciuti grazie al parafulmine con cui raggiunge i 309 metri.

Arrivare sin quassù, è stato facile e veloce: gli ascensori ad alta velocità non ti lasciano nemmeno il tempo di immaginare cosa stia succedendo: e in un attimo ti trovi nel blu del cielo con una vista circolare che abbraccia l'orizzonte.

Questa passerella trasparente a 268 metri permette di camminare come se fossi sospeso nel vuoto. E invece i tuoi passi sono sicuri e ti regalano un'emozione unica e la felicità di essere sulla torre di Sydney.

L'idea di realizzarla fu presa alla fine degli Anni Sessanta dello scorso secolo e il progetto affidato all'architetto Donald Crone. La struttura venne terminata, con un costo di 26 milioni di dollari, solo nel 1981 quando fu inaugurata e poi aperta al pubblico nonostante non fosse stata del tutta finita.

Nel 1998 la torre di Sidney fu alzata da 279 a 309 metri grazie all'installazione del parafulmine che vedo da qui. Dieci anni più tardi, tutto il complesso è stato ristrutturato. Incluso il centro commerciale.

L'estremità della torre di Sydney assomiglia a un cesto dorato: ha 420 finestre disposte su otto piani 8 piani. Ci sono anche due ristoranti disposti su due livelli diversi. Seppur entrambi girevoli ruotano in senso opposto. Uno è à la carte e l'altro self-service.

Un'altra importante attrattiva del complesso è il cinema del quarto piano. Qui, comodamente seduto, si possono vedere immagini in 3D della città, delle spiagge e del porto.

Effetti speciali regalano la sensazione, quasi più vera del reale, di attraversare questi luoghi: il vento soffia forte, nel mare proiettato si forma la schiuma e il fuoco si ravviva sullo schermo. Un'altra magia della torre di Sydney.

ℹ️ Sydney Tower
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«Viaggiare è come innamorarsi: il mondo si fa nuovo…»
Jan Myrdal
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Speicherstadt, la città dei magazzini di Amburgo

✍️ Andrea Lessona

Nei canali del centro di Amburgo, il riflesso della Speicherstadt disegna figure crespe e oblunghe. Solo alzando gli occhi, ci si accorge dell’imponenza delle 17 strutture commerciali che formano la città dei magazzini.

Alti sette o otto piani, questi depositi si reggono su palafitte dalle fondamenta in legno di quercia e hanno la sovrastruttura di laterizio rosso, tipico dell'architettura dei centri anseatici.

Gli edifici che danno vita alla città dei magazzini sono resi meno squadrati da alcune torrette e pinnacoli. Vennero costruiti tra il 1884 e il 1888 su un'area di 330 mila metri quadrati grazie al progetto dell'ingegnere Franz Andreas Meyer.

Per l’epoca, furono considerati il più grande complesso del genere mai realizzato al mondo: servivano per lo stoccaggio di merci quali caffè, tè, spezie, cacao, tabacco, rum, tappeti orientali.

Realizzare la città magazzini divenne indispensabile nel 1881: in quell’anno venne firmato l’importantissimo contratto doganale tra la città-stato di Amburgo e il potente Impero Tedesco.

Costruire il complesso della Speicherstadted non fu facile né indolore: infatti moltissimi edifici furono rasi al suolo e circa 23 mila residenti vennero evacuati. La maggior parte di loro erano lavoratori portuali.

Per meglio conoscere i fatti di quel periodo economicamente rigoglioso ma socialmente delicato si può visitare lo Speicherstadtmuseum, il Museo della città dei magazzini.

Lì viene spiegato come l’insieme di queste strutture sia monumento protetto della città di Amburgo sin dal 1991. E come il 5 luglio 2015 l’area sia stata nominata patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco.

Ma per apprezzarne forma e vecchia atmosfera, il modo migliore è quello di visitare la zona: tour guidati danno un’idea più precisa di cosa sia stata in passato la città dei magazzini. E dell’impatto che ebbe su Amburgo e i suoi abitanti.

ℹ️ Hamburg Tourism
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«Vedo una crescita enorme della violenza nella nostra vita, tutti i rapporti diventano sempre più violenti. Ovviamente anche perché la società ci impone situazioni sempre più insostenibili, poco spazio, poco tempo, poca riflessione, poco amore, ma l'esempio di questa costante violenza televisiva mi sembra che aumenti ancora di più i modelli su cui per automatismi naturali ci adeguiamo. Si fa a gara a chi urla di più. Non siamo educati ad agire diversamente».
Tiziano Terzani
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La Settimana de il Reporter

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Stari Most, il Ponte Vecchio di Mostar

✍️ Andrea Lessona

Dal parapetto del Ponte Vecchio di Mostar, guardo la sua ombra scivolare via nel fiume Narenta - lama gelida che taglia la quarta città della Bosnia. Il suo scorrere è un flusso di memoria viva.

Fu in queste acque da brividi, dove oggi si tuffano i giovani per sfidare il loro coraggio, che il 9 novembre del 1993 annegarono le pietre dello Stari Most - il nome in lingua locale della struttura distrutta dalle truppe croate durante la guerra che spaccò per sempre la Jugoslavia.

Ricostruito dopo il conflitto sotto l'egida dell'Unesco, il Ponte Vecchio di Mostar è a schiena d'asino. Largo quattro metri, lungo trenta si alza sul Narenta per 24. Due torri, l'Helebija a nord est e Tara a sud ovest sono le mostari, le custodi.

L'arco è stato realizzato tutto con una pietra del posto, la tenelija. Invece che sulle fondamenta, la struttura poggia su piedritti calcarei collegati a muri lungo gli argini del fiume. I lavori sono costati circa 12 milioni di euro.

Il 22 luglio del 2004 lo Stari Most fu riaperto con cerimonia solenne. Ancora una volta doveva rappresentare ciò che era stato: un simbolo di integrazione tra culture e popoli diversi.

Oggi, le sue 1.088 pietre lavorate secondo tecniche medievali, tengono insieme una città divisa. Da una parte, la zona cristiana: dalle povere case, ancora forate dai proiettili della guerra. Dall'altra, quella mussulmana: ricca di minareti che bucano il cielo. In mezzo, a dividere e unire, il Ponte Vecchio di Mostar.

Eppure questo simbolo ha origini antiche. La storia racconta che la prima struttura in pietra, per sostituirne una in legno, fu commissionata dal sultano Solimano il Magnifico nel 1557 e realizzata secondo il calendario islamico tra il 1566 e il 1567 da Mimar Hayruddin, allievo del famoso architetto ottomano Sinan.

Già allora si credeva che fosse il ponte a singolo arco più grande di quel tempo. Oggi lo Stari Most è memoria viva, come lo scorrere del fiume Narenta in cui il suo riflesso scivola via.
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«Un Viaggio è sempre una scoperta, prima di luoghi nuovi è la scoperta di ciò che i luoghi nuovi fanno alla tua mente e al tuo cuore. Viaggiare è sempre, in qualche forma, esplorare se stessi».
Stephen Littleword
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Orologio astronomico di Strasburgo, tempo antico

✍️ Andrea Lessona

Le statue degli apostoli passano davanti a Gesù che benedice i presenti. Il gallo sbatte le ali e canta tre volte. L'orologio astronomico di Strasburgo ha appena battuto il mezzogiorno. Come sempre.

I miei occhi increduli, guardano all'insù questo meccanismo perfetto segnare un tempo antico quando il tempo era maestria, apriva dimensioni impensabili e si raccontava attraverso storie che oggi sono storia.

Ciò che ho di fronte è opera dell’orologiaio Jean Baptiste Schwilgué che nel 1842 finì di restaurare l'orologio dei Re Magi costruito tra il 1352 e il 1354 e irrimediabilmente rotto nel 1547 nella cattedrale della città tedesca diventata poi francese.

La cassa è alta 18 metri e poggia su un basamento di quattro, largo sette metri e trenta centimetri. Grazie alla scala a chiocciola, si può raggiungere il quadrante esterno e la torre dentro cui scorrono cinque pesi.

L'enorme quadrante dell'orologio astronomico di Strasburgo ha lancette argentate che segnano l'ora ufficiale e quelle dorate che indicano il tempo locale - in ritardo di circa mezz'ora. A loro sono sincronizzate le sonerie dei personaggi meccanici.

A scandire il primo quarto d'ora c'è un putto alato. Per il secondo un fanciullo adolescente. Per il terzo, un adulto. E per il quarto un uomo anziano. Ognuno passa davanti a uno scheletro: nelle mani, una falce e un battaglio con cui batte le ore. Dopo i rintocchi, un putto alato rovescia la clessidra che ha in mano.

A rappresentare le settimane, ci sono le divinità romane. L'anno è descritto da un calendario perpetuo a forma di anello con i mesi, i giorni e i rispettivi santi, le feste fisse e mobili.

L’orologio astronomico di Strasburgo ha anche un globo celeste con più di cinque mila stelle e i movimenti della volta celeste intorno alla Terra ferma al centro. Il meccanismo viene ricaricato ogni settimana: il tempo che i pesi impiegano per ridiscendere nella loro posizione originale. E regalare meraviglia.

ℹ️ Explore France
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«Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo».
Cesare Pavese
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Jeep Safari in Finlandia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nella neve profonda, la jeep avanza a fatica. Stretto al volante sfuggente, cerco di tenerla sui solchi scavati dalle auto davanti. Curva contro curva, sento la macchina sbandare sino a quando il ghiaccio morde forte le ruote senza catene. E le imprigiona.

Per liberarle, servono le spinte degli uomini che accompagnano me e il resto del gruppo in questo viaggio iniziato all’Holiday Village di Kuus-Hukkala - il centro turistico vicino a Juva, un paese di 7500 anime nella regione dei Mille Laghi della Finlandia.

È da lì che stamane è partito il serpente meccanico di cinque auto verdi guidate con istruttori professionisti al fianco. L’obiettivo è quello di far scoprire queste zone estreme vivendo un Jeep Safari in totale sicurezza.

Dopo avermi restituito l’auto con un sorriso, un membro dello staff mi spiega che «negli ultimi giorni, l'inverno ha scaricato mezzo metro di neve: poggiata sul ghiaccio, rende la guida molto più difficile. Ecco perché la macchina ha perso aderenza».

Stretto al volante sfuggente, riprendo la strada bianca. Delle due marce disponibili, uso solo la prima, mentre il motore sale di giri. Metri faticosi resi meno pesanti dalla bellezza sconfinata della Natura: boschi di betulle, intarsiati come corridoi, che nascondono il cielo niveo.

Poi l'orizzonte si apre come un sipario dinnanzi alla distesa di ghiaccio infinito. Intuisco le sagome verdi delle jeep con le catene che guidano la fila del nostro serpente meccanico, e anch’io arrivo vicino al capanno di legno.

Dal focolaio dove sono posate teiere in ferro, i membri dello staff mi prendono un tè caldo, corretto alcol. Scivola nella gola come miele ma nello stomaco brucia come fuoco. Simile a quello che crepita tra gli alberi intorno e rende la neve ancora più screziata.

Improvvisa, una folata di vento gelido soffia via le fiamme: è ora di ripartire. La testa verde del serpente meccanico si rimette in marcia. Io dietro, stretto al volante sfuggente.

ℹ️ Visit Finland
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«A volte un viaggio scaturisce dalla speranza e dall'istinto, da quell'inebriante convinzione che vi invade mentre il vostro dito scorre sulla carta».
Colin Thubron
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Schatzkammer, la Camera del tesoro del Liechtenstein

✍️ Andrea Lessona

Nel buio denso della camera del tesoro del Liechtenstein, la corona principesca irradia luce. Attraverso la teca ne vedo i diamanti, i rubini e le altre pietre preziose incastonate nell'oro brillare.

Nonostante sia una coppia, è il pezzo più ammirato tra quelli conservati qui. Sembra infatti che l’originale sia stata trafugato a metà Ottocento. E con molte probabilità sia stata fuso e le gemme tagliate e rivendute.

Nota come la Schatzkammer, la Camera del tesoro del Liechtenstein ha aperto al pubblico il 31 marzo del 2015: un insieme di reperti della famiglia principesca e di altri collezionisti privati possono essere ammirati nell'edificio vicino all'Ufficio del turismo di Vaduz – la capitale del principato.

Continuando ad attraversare il buio della sala, scorgo oggetti incredibili: armi, coltelli da caccia e doni presentati da re e imperatori, come Federico il Grande e l'imperatore Giuseppe II, ai principi del Liechtenstein.

Nella Schatzkammer, ci sono anche reperti del collezionista Peter Adulf Goop (1921-2011), che li ha donati al Principato il 9 giugno 2010. Tra loro, la famosa collezione di uova di Pasqua tra cui spicca una selezione di epoca zarista – la più bella fuori della Russia.

Ma nella Camera del tesoro del Liechtenstein c'è anche e soprattutto il famoso uovo di melo realizzato da Karl Fabergé. Lungo le pareti, c’è una selezione dei dipinti Viaggio sul Reno di Johann Ludwig (Louis) Bleuler.

In fondo alla sala, l'ultima teca conserva le pietre lunari delle missioni Apollo 11 e 17. Sono un dono della Nasa per il grande contributo dato dal Principato all'Ente spaziale americano. Tanto che sulla Luna c'è la bandiera del piccolo stato europeo.

Prima di lasciare il buio della Camera del tesoro del Liechtenstein, guardo la vetrina in cui c’è il disegno originale del primo francobollo emesso nel Principato. Fu creato dall’artista austriaco Koloman Moser. Fuori, il sole brilla su Vaduz.

ℹ️ Liechtenstein Marketing
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«Vivi, viaggia, avventurati, benedici e non dispiacerti».
Jack Kerouac
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Downpatrick, sulla tomba di San Patrizio

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sulla tomba di San Patrizio, l'ombra della cattedrale di Downpatrick cade obliqua e indica la pietra con inciso il nome Patric. Guardandola, fatico a immaginare che lì sotto ci siano i resti mortali del patrono d'Irlanda.

Secondo la tradizione, è qui che il cavaliere normanno del XII secolo, Sir John de Courcy, fece voto di seppellire le ossa del Santo insieme a quelle di San Columba, morto sull'isola di Iona nel 597, e di San Brigida, deceduta a Kildare nel 523.

Nessuno ha mai dimostrato con certezza che siano le spoglie di San Patrizio ma tutti lo credono. Tanto che nel 1901 sulla tomba venne distesa una lastra per impedire ai pellegrini di portare via zolle di terra consacrata.

Pellegrini che come flusso eterno, ogni giorno, arrivano a Downpatrick, capoluogo e centro amministrativo della contea di Down, 33 chilometri da Belfast, Irlanda del Nord. E qui, tra le nuvole alternate al sole, dove il profilo della cattedrale dedicata al Santo domina l'orizzonte, che anche io son voluto venire.

Entrato tra le sue pareti bianche, ho potuto vedere i rifacimenti degli Anni 80: sono di quel periodo le ultime modifiche che caratterizzano l’edificio odierno, risultato definitivo di 1600 anni di continue sovrapposizioni di stili.

I vichinghi rasero al suolo più volte ogni costruzione in onore di San Patrizio e consegnarono Downpatrick all'oblio. Almeno sino al XVII secolo quando la famiglia dei Southwell le diede nuovo vigore per rinascere.

Duecento anni dopo, la chiesa venne ricostruita e poi ampliata nell'Ottocento. Da allora è rimasta praticamente la stessa, mura antiche a trattenere le preghiere dei fedeli arrivati qui per scoprirne la storia.

Così, approfittando del loro ingresso nell’edificio, sono uscito nel silenzio della collina di Downpatrick. L'ombra obliqua della cattedrale mi ha indicato dove andare: lì dove una pietra, con inciso il suo nome, dice che San Patrizio rimarrà in Irlanda. Per sempre.

ℹ️ Turismo Irlandese
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