Le Seychelles, paradiso emerso
foto e testo di Andrea Lessona
Paradiso emerso di 115 isole, le Seychelles sono un arcipelago d'infinita bellezza disteso nell'oceano Indiano. Meta prediletta di viaggiatori e turisti, sanno dare grandi emozioni a chi le visita.
La flora, la fauna e un clima caldo come il cuore sincero della gente le rendono uniche: un luogo senza tempo dove il tempo sembra essersi fermato, e la vita scorre lenta e leggera secondo i ritmi della natura.
Le Seychelles offrono una grande varietà di cose e luoghi da vedere. Cominciando il viaggio da Mahé, l'isola più grande dell'arcipelago, non si può fare a meno di visitare Victoria, la capitale più piccola del mondo.
L'isola di Praslin, la seconda in grandezza, è una bellezza di granito attraversata da est a ovest da una catena montuosa che ne delimita il profilo. Il candore delle spiagge attira viaggiatori e turisti, tutti affascinati dal suo calore entro cui lasciarsi avvolgere per giorni.
L'isola di La Digue è la quarta più grande delle Seychelles. Grazie all'estesa barriera corallina, ha nella parte orientale un'ampia laguna dalle acque basse. Anch'essa composta da formazioni granitiche, regala forme spettacolari, come quelle di Anse Source d'Argent di Grand Anse, che l'hanno resa famosa in tutto il mondo.
Per scoprire le isole, oltre alla macchina, si può affittare la bicicletta e pedalare lungo la costa, fare gite in barca e scoprire gli atolli dell'arcipelago dove fermarsi per un barbecue cucinato con maestria dai seychellois.
La cucina dell’arcipelago è come le razze che compongono la sua popolazione: le finezze sfumate di quella francese, gli aromi esotici di quella indiana e i sapori piccanti dei piatti asiatici: un mix perfetto da gustare sia negli alberghi e resort sia nei piccoli ristoranti sulla costa dove il cibo preparato sul posto è una delizia per il palato.
Seduti ai tavolini all’aperto, si gode di clima sempre caldo ma senza eccessi e si ammira l’orizzonte del paradiso emerso delle Seychelles.
ℹ️ Tourism Seychelles
foto e testo di Andrea Lessona
Paradiso emerso di 115 isole, le Seychelles sono un arcipelago d'infinita bellezza disteso nell'oceano Indiano. Meta prediletta di viaggiatori e turisti, sanno dare grandi emozioni a chi le visita.
La flora, la fauna e un clima caldo come il cuore sincero della gente le rendono uniche: un luogo senza tempo dove il tempo sembra essersi fermato, e la vita scorre lenta e leggera secondo i ritmi della natura.
Le Seychelles offrono una grande varietà di cose e luoghi da vedere. Cominciando il viaggio da Mahé, l'isola più grande dell'arcipelago, non si può fare a meno di visitare Victoria, la capitale più piccola del mondo.
L'isola di Praslin, la seconda in grandezza, è una bellezza di granito attraversata da est a ovest da una catena montuosa che ne delimita il profilo. Il candore delle spiagge attira viaggiatori e turisti, tutti affascinati dal suo calore entro cui lasciarsi avvolgere per giorni.
L'isola di La Digue è la quarta più grande delle Seychelles. Grazie all'estesa barriera corallina, ha nella parte orientale un'ampia laguna dalle acque basse. Anch'essa composta da formazioni granitiche, regala forme spettacolari, come quelle di Anse Source d'Argent di Grand Anse, che l'hanno resa famosa in tutto il mondo.
Per scoprire le isole, oltre alla macchina, si può affittare la bicicletta e pedalare lungo la costa, fare gite in barca e scoprire gli atolli dell'arcipelago dove fermarsi per un barbecue cucinato con maestria dai seychellois.
La cucina dell’arcipelago è come le razze che compongono la sua popolazione: le finezze sfumate di quella francese, gli aromi esotici di quella indiana e i sapori piccanti dei piatti asiatici: un mix perfetto da gustare sia negli alberghi e resort sia nei piccoli ristoranti sulla costa dove il cibo preparato sul posto è una delizia per il palato.
Seduti ai tavolini all’aperto, si gode di clima sempre caldo ma senza eccessi e si ammira l’orizzonte del paradiso emerso delle Seychelles.
ℹ️ Tourism Seychelles
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Burren, Irlanda lunare
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel Burren, lucide distese calcaree disegnano scenari desolati. Il mio sguardo si perde nel grigio di colline scoscese che danno forma a una delle zone più selvagge d'Irlanda: oltre 40 mila ettari di apparente nulla dove la vita è nascosta tra le fessure delle rocce.
È tra questi solchi, i grykes, che in primavera fiori sgargianti regalano al terreno carsico, il clints, contrasti unici. È il fascino alterno del Boireann, il nome celtico del "Paese Roccioso" sulla costa ovest dell’Isola.
Eppure 350 milioni di anni fa, il Burren era un fondale marino dove si depositarono conchiglie e coralli che i fiumi immortalarono con limo e sabbia. L'incantesimo del tempo li imprigionò per sempre nella pietra.
Il ghiaccio levigò le colline sino a lucidarle, rendendole uno specchio in cui il cielo d'Irlanda brilla nelle ore senza nuvole. Oggi, nella zona diventata per la maggior parte Area speciale di conservazione, il grigio è ovunque.
È il colore che mi accompagna da stamane quando sono partito da Ennis, la cittadina della contea del Clare, per raggiungere le Scogliere di Moher. «Se vuoi vedere la Luna, non guardare lassù: vai nel Boireann» mi ha detto sorridendo il proprietario del B&B in cui ho dormito ieri sera.
Lungo la Burren way, il paesaggio costeggiato dai muretti a secco sale e scende in buche dove la pioggia della notte prima luccica ancora. Qui, cinque mila anni fa, gli eredi delle primi tribù nomadi innalzarono il Poulnabrone Dolmen, una delle 70 tombe della zona.
Lascio la macchina sul ciglio della strada e cammino il calcare lucido per ammirare uno dei monumenti più antichi d'Irlanda. In questa tomba a camera, qualcuno ha trovato riposo nell'età del Bronzo.
Ripreso l’asfalto, ai suoi lati vedo fiori rigogliosi farsi largo tra le fessure calcaree e piegarsi all'aria fredda della costa. Prima dell'ultima salita, fermo la macchina un'altra volta e scendo.
Lo sguardo si perde nell'infinito del Burren: sì, la Luna è caduta è qui.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel Burren, lucide distese calcaree disegnano scenari desolati. Il mio sguardo si perde nel grigio di colline scoscese che danno forma a una delle zone più selvagge d'Irlanda: oltre 40 mila ettari di apparente nulla dove la vita è nascosta tra le fessure delle rocce.
È tra questi solchi, i grykes, che in primavera fiori sgargianti regalano al terreno carsico, il clints, contrasti unici. È il fascino alterno del Boireann, il nome celtico del "Paese Roccioso" sulla costa ovest dell’Isola.
Eppure 350 milioni di anni fa, il Burren era un fondale marino dove si depositarono conchiglie e coralli che i fiumi immortalarono con limo e sabbia. L'incantesimo del tempo li imprigionò per sempre nella pietra.
Il ghiaccio levigò le colline sino a lucidarle, rendendole uno specchio in cui il cielo d'Irlanda brilla nelle ore senza nuvole. Oggi, nella zona diventata per la maggior parte Area speciale di conservazione, il grigio è ovunque.
È il colore che mi accompagna da stamane quando sono partito da Ennis, la cittadina della contea del Clare, per raggiungere le Scogliere di Moher. «Se vuoi vedere la Luna, non guardare lassù: vai nel Boireann» mi ha detto sorridendo il proprietario del B&B in cui ho dormito ieri sera.
Lungo la Burren way, il paesaggio costeggiato dai muretti a secco sale e scende in buche dove la pioggia della notte prima luccica ancora. Qui, cinque mila anni fa, gli eredi delle primi tribù nomadi innalzarono il Poulnabrone Dolmen, una delle 70 tombe della zona.
Lascio la macchina sul ciglio della strada e cammino il calcare lucido per ammirare uno dei monumenti più antichi d'Irlanda. In questa tomba a camera, qualcuno ha trovato riposo nell'età del Bronzo.
Ripreso l’asfalto, ai suoi lati vedo fiori rigogliosi farsi largo tra le fessure calcaree e piegarsi all'aria fredda della costa. Prima dell'ultima salita, fermo la macchina un'altra volta e scendo.
Lo sguardo si perde nell'infinito del Burren: sì, la Luna è caduta è qui.
ℹ️ Turismo Irlandese
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
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Il muro di John Lennon a Praga, simbolo di Libertà
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sul muro di John Lennon a Praga, la scritta “Gesù ti ama” spicca in grande sulle altre – lettere variopinte che compongono parole e raccontano la storia di uno dei luoghi simbolo della capitale della Repubblica Ceca.
Quella di una parete in piazza del Gran Priorato (Velkopřevorské náměstí) nella città piccola di Mala Strana diventata, a partire dagli anni 80, simbolo di pace e libertà per la popolazione. In particolare per i giovani.
Furono loro, ispirandosi al leader dei Beatles a vergare il cemento di graffiti e disegni e a trasformare questo angolo nel muro di John Lennon a Praga. Un grande manifesto di sfogo e pensiero libero.
Non gradendo affatto né il luogo né il significato che andava assumendo, nel 1988 il regime comunista guidato da Gustav Husak cercò di screditare agli occhi dell'opinione pubblica luogo e significato.
Definì “Lennoniani” i seguaci del movimento pacifista ceco che vedevano proprio nel muro di John Lennon a Praga e nel personaggio reale che lo aveva ispirato un leader da seguire per i suoi ideali.
Per i governanti, quei ragazzi erano solo dei violenti, alcolisti, psicopatici e "paladini del capitalismo". Così, in special modo di notte, cercarono di ridipingere la parete più e più volte. Mossa inutile perché i ragazzi la ricoprivamo dei loro graffiti.
Nel novembre del 2014 alcuni artisti di strada hanno imbiancato il muro di John Lennon a Praga coprendo così tutti i disegni colorati. Sulla parete bianca è stato scritto "The wall is over" per ricordare la caduta del muro di Berlino, poi modificato in "The war is over".
Ancora oggi la parete di Mala Strana è un simbolo di pace, amore e fratellanza riconosciuto da tutti. È di proprietà dei Cavalieri di Malta che permettono a chiunque di dipingerlo senza alcun divieto. E a chi passa di lì di ammirarne le scritte e ricordarne la storia.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sul muro di John Lennon a Praga, la scritta “Gesù ti ama” spicca in grande sulle altre – lettere variopinte che compongono parole e raccontano la storia di uno dei luoghi simbolo della capitale della Repubblica Ceca.
Quella di una parete in piazza del Gran Priorato (Velkopřevorské náměstí) nella città piccola di Mala Strana diventata, a partire dagli anni 80, simbolo di pace e libertà per la popolazione. In particolare per i giovani.
Furono loro, ispirandosi al leader dei Beatles a vergare il cemento di graffiti e disegni e a trasformare questo angolo nel muro di John Lennon a Praga. Un grande manifesto di sfogo e pensiero libero.
Non gradendo affatto né il luogo né il significato che andava assumendo, nel 1988 il regime comunista guidato da Gustav Husak cercò di screditare agli occhi dell'opinione pubblica luogo e significato.
Definì “Lennoniani” i seguaci del movimento pacifista ceco che vedevano proprio nel muro di John Lennon a Praga e nel personaggio reale che lo aveva ispirato un leader da seguire per i suoi ideali.
Per i governanti, quei ragazzi erano solo dei violenti, alcolisti, psicopatici e "paladini del capitalismo". Così, in special modo di notte, cercarono di ridipingere la parete più e più volte. Mossa inutile perché i ragazzi la ricoprivamo dei loro graffiti.
Nel novembre del 2014 alcuni artisti di strada hanno imbiancato il muro di John Lennon a Praga coprendo così tutti i disegni colorati. Sulla parete bianca è stato scritto "The wall is over" per ricordare la caduta del muro di Berlino, poi modificato in "The war is over".
Ancora oggi la parete di Mala Strana è un simbolo di pace, amore e fratellanza riconosciuto da tutti. È di proprietà dei Cavalieri di Malta che permettono a chiunque di dipingerlo senza alcun divieto. E a chi passa di lì di ammirarne le scritte e ricordarne la storia.
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Aurora boreale in Norvegia, l'incanto
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cielo delle Vesterålen, ali d'aurora boreale volano oltre il faro di Andenes: luce nella luce di uno degli spettacoli più affascinanti che la Norvegia regala anche qui, in questo villaggio, trecento chilometri oltre il circolo polare artico.
In piedi vicino al porto, mentre mi soffiavo caldo tra le mani, ho alzato gli occhi e d’improvviso ho visto la notte dipingersi di un colore che l'uomo non può disegnare. E ho cercato di catturarlo in un click.
Rubandone la tonalità, ne ho lasciato l'intensità: troppo vera per essere riprodotta. L'aurora boreale è emozione da vivere dentro: arriva improvvisa, stupisce e se ne va come un soffio di vento.
Velo diafano, attraversa la Norvegia per regalare magia tra l'autunno e la primavera - il periodo migliore, senza garanzia, per poterla vedere. Sfuggente, si nega spesso. E nonostante possa apparire ovunque, preferisce l'estremo.
È lì, oltre il circolo polare artico, nella Norvegia del Nord, nelle isole Svalbard e stasera anche nell'arcipelago delle Vesterålen, che l'aurora boreale si disegna di forme e lunghezze cangianti. Così diverse e così uguali, almeno nello stupore che sempre dona.
Anche a chi le dà caccia: di tutto punto vestito, armato di cavalletto, macchina fotografica, torcia per vincere il buio, sfida da solo o in gruppo il freddo intenso e il tempo che sembra non passare mai.
Safari all'aurora boreale, chiamano questa esperienza: turismo senza tante comodità superflue e pochi fronzoli intorno. Solo l'uomo e la maestà della Natura che decide quando e come esaudire un sogno.
Succede, a volte che, nonostante le condizioni favorevoli del clima secco e del cielo limpido, lei, signora vezzosa che ama farsi attendere, non appaia.
Troppo ballerina nella sua voluttà, quanto ferma nella sua volontà. Così, mentre nel cielo delle Vesterålen, guardo le ali dell'aurora boreale volare oltre il faro di Andenes, ringrazio Dio.
ℹ️ Visit Norway
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cielo delle Vesterålen, ali d'aurora boreale volano oltre il faro di Andenes: luce nella luce di uno degli spettacoli più affascinanti che la Norvegia regala anche qui, in questo villaggio, trecento chilometri oltre il circolo polare artico.
In piedi vicino al porto, mentre mi soffiavo caldo tra le mani, ho alzato gli occhi e d’improvviso ho visto la notte dipingersi di un colore che l'uomo non può disegnare. E ho cercato di catturarlo in un click.
Rubandone la tonalità, ne ho lasciato l'intensità: troppo vera per essere riprodotta. L'aurora boreale è emozione da vivere dentro: arriva improvvisa, stupisce e se ne va come un soffio di vento.
Velo diafano, attraversa la Norvegia per regalare magia tra l'autunno e la primavera - il periodo migliore, senza garanzia, per poterla vedere. Sfuggente, si nega spesso. E nonostante possa apparire ovunque, preferisce l'estremo.
È lì, oltre il circolo polare artico, nella Norvegia del Nord, nelle isole Svalbard e stasera anche nell'arcipelago delle Vesterålen, che l'aurora boreale si disegna di forme e lunghezze cangianti. Così diverse e così uguali, almeno nello stupore che sempre dona.
Anche a chi le dà caccia: di tutto punto vestito, armato di cavalletto, macchina fotografica, torcia per vincere il buio, sfida da solo o in gruppo il freddo intenso e il tempo che sembra non passare mai.
Safari all'aurora boreale, chiamano questa esperienza: turismo senza tante comodità superflue e pochi fronzoli intorno. Solo l'uomo e la maestà della Natura che decide quando e come esaudire un sogno.
Succede, a volte che, nonostante le condizioni favorevoli del clima secco e del cielo limpido, lei, signora vezzosa che ama farsi attendere, non appaia.
Troppo ballerina nella sua voluttà, quanto ferma nella sua volontà. Così, mentre nel cielo delle Vesterålen, guardo le ali dell'aurora boreale volare oltre il faro di Andenes, ringrazio Dio.
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Casematte del Bock, Lussemburgo sotterranea
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dedalo di roccia incisa nel promontorio che domina la città, le casematte del Block sono il cuore sotterraneo di Lussemburgo: un mondo scavato nelle viscere della terra per proteggere la vecchia roccaforte del conte Sigfrido e renderla inespugnabile.
Oggi, di quel labirinto armato costruito nel 1745 sulle varie fortificazioni, restano infiniti corridoi: per esplorarne gli oltre 1100 metri quadrati ho superato la porta girevole d'accesso e sono entrato nella cripta archeologica della struttura.
Si tratta di una vera e propria anticamera didattica dove ci sono i resti del castello dei primi conti di Lussemburgo e dove sono conservate le vestigia della fortezza. Appena scese le scale, inizia il percorso delle casematte del Bock.
Dapprima ci sono le cantine inferiori del torrione, e poi la galleria principale. Qui ho visto le camere dei cannoni. Sono stati tutti smantellati nel 1867 dopo la neutralizzazione del Lussemburgo.
Proseguendo, sono arrivato all'antica prigione del castello. Attraverso un corridoio stretto sono arrivato al pozzo delle casematte del Bock: 47 metri verticali da cui l'acqua veniva attinta per dissetare i soldati. Tornando sui miei passi, ho visto le stanze di roccia che hanno ospitato il fedmaresciallo de Bender.
Il militare ottantaduenne visse qui durante l'assedio del 1794-95: la sua “casa” aveva una camera da letto, lo studio e una piccola anticamera. Dalle inferriate lo sguardo abbraccia la vecchia Lussemburgo, antica e bellissima.
Superata la galleria per le mine per far saltare una parte delle casematte del Bock, sono entrato nella Batteria del Grund: qui, ieri, gli otto cannoni sparavano alternati tre colpi all'ora. Oggi si mettono in scena opere avanguardiste.
Per finire il giro, anziché prendere la scala a chiocciola e passare sotto la strada, ho preferito uscire sul Ponte del Castello: da qui la vista della città è meraviglia che riempie gli occhi in un solo sguardo.
ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dedalo di roccia incisa nel promontorio che domina la città, le casematte del Block sono il cuore sotterraneo di Lussemburgo: un mondo scavato nelle viscere della terra per proteggere la vecchia roccaforte del conte Sigfrido e renderla inespugnabile.
Oggi, di quel labirinto armato costruito nel 1745 sulle varie fortificazioni, restano infiniti corridoi: per esplorarne gli oltre 1100 metri quadrati ho superato la porta girevole d'accesso e sono entrato nella cripta archeologica della struttura.
Si tratta di una vera e propria anticamera didattica dove ci sono i resti del castello dei primi conti di Lussemburgo e dove sono conservate le vestigia della fortezza. Appena scese le scale, inizia il percorso delle casematte del Bock.
Dapprima ci sono le cantine inferiori del torrione, e poi la galleria principale. Qui ho visto le camere dei cannoni. Sono stati tutti smantellati nel 1867 dopo la neutralizzazione del Lussemburgo.
Proseguendo, sono arrivato all'antica prigione del castello. Attraverso un corridoio stretto sono arrivato al pozzo delle casematte del Bock: 47 metri verticali da cui l'acqua veniva attinta per dissetare i soldati. Tornando sui miei passi, ho visto le stanze di roccia che hanno ospitato il fedmaresciallo de Bender.
Il militare ottantaduenne visse qui durante l'assedio del 1794-95: la sua “casa” aveva una camera da letto, lo studio e una piccola anticamera. Dalle inferriate lo sguardo abbraccia la vecchia Lussemburgo, antica e bellissima.
Superata la galleria per le mine per far saltare una parte delle casematte del Bock, sono entrato nella Batteria del Grund: qui, ieri, gli otto cannoni sparavano alternati tre colpi all'ora. Oggi si mettono in scena opere avanguardiste.
Per finire il giro, anziché prendere la scala a chiocciola e passare sotto la strada, ho preferito uscire sul Ponte del Castello: da qui la vista della città è meraviglia che riempie gli occhi in un solo sguardo.
ℹ️ Luxembourg City Tourist Office
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Torre di Sydney, nel cielo australiano
✍️ Andrea Lessona
Dallo skywalk della torre di Sydney, guardo il suo profilo attraverso il vetro: acciaio e cemento scivolano giù verticali, e ne fanno l'edificio più alto della città australiana e uno dei più conosciuti grazie al parafulmine con cui raggiunge i 309 metri.
Arrivare sin quassù, è stato facile e veloce: gli ascensori ad alta velocità non ti lasciano nemmeno il tempo di immaginare cosa stia succedendo: e in un attimo ti trovi nel blu del cielo con una vista circolare che abbraccia l'orizzonte.
Questa passerella trasparente a 268 metri permette di camminare come se fossi sospeso nel vuoto. E invece i tuoi passi sono sicuri e ti regalano un'emozione unica e la felicità di essere sulla torre di Sydney.
L'idea di realizzarla fu presa alla fine degli Anni Sessanta dello scorso secolo e il progetto affidato all'architetto Donald Crone. La struttura venne terminata, con un costo di 26 milioni di dollari, solo nel 1981 quando fu inaugurata e poi aperta al pubblico nonostante non fosse stata del tutta finita.
Nel 1998 la torre di Sidney fu alzata da 279 a 309 metri grazie all'installazione del parafulmine che vedo da qui. Dieci anni più tardi, tutto il complesso è stato ristrutturato. Incluso il centro commerciale.
L'estremità della torre di Sydney assomiglia a un cesto dorato: ha 420 finestre disposte su otto piani 8 piani. Ci sono anche due ristoranti disposti su due livelli diversi. Seppur entrambi girevoli ruotano in senso opposto. Uno è à la carte e l'altro self-service.
Un'altra importante attrattiva del complesso è il cinema del quarto piano. Qui, comodamente seduto, si possono vedere immagini in 3D della città, delle spiagge e del porto.
Effetti speciali regalano la sensazione, quasi più vera del reale, di attraversare questi luoghi: il vento soffia forte, nel mare proiettato si forma la schiuma e il fuoco si ravviva sullo schermo. Un'altra magia della torre di Sydney.
ℹ️ Sydney Tower
✍️ Andrea Lessona
Dallo skywalk della torre di Sydney, guardo il suo profilo attraverso il vetro: acciaio e cemento scivolano giù verticali, e ne fanno l'edificio più alto della città australiana e uno dei più conosciuti grazie al parafulmine con cui raggiunge i 309 metri.
Arrivare sin quassù, è stato facile e veloce: gli ascensori ad alta velocità non ti lasciano nemmeno il tempo di immaginare cosa stia succedendo: e in un attimo ti trovi nel blu del cielo con una vista circolare che abbraccia l'orizzonte.
Questa passerella trasparente a 268 metri permette di camminare come se fossi sospeso nel vuoto. E invece i tuoi passi sono sicuri e ti regalano un'emozione unica e la felicità di essere sulla torre di Sydney.
L'idea di realizzarla fu presa alla fine degli Anni Sessanta dello scorso secolo e il progetto affidato all'architetto Donald Crone. La struttura venne terminata, con un costo di 26 milioni di dollari, solo nel 1981 quando fu inaugurata e poi aperta al pubblico nonostante non fosse stata del tutta finita.
Nel 1998 la torre di Sidney fu alzata da 279 a 309 metri grazie all'installazione del parafulmine che vedo da qui. Dieci anni più tardi, tutto il complesso è stato ristrutturato. Incluso il centro commerciale.
L'estremità della torre di Sydney assomiglia a un cesto dorato: ha 420 finestre disposte su otto piani 8 piani. Ci sono anche due ristoranti disposti su due livelli diversi. Seppur entrambi girevoli ruotano in senso opposto. Uno è à la carte e l'altro self-service.
Un'altra importante attrattiva del complesso è il cinema del quarto piano. Qui, comodamente seduto, si possono vedere immagini in 3D della città, delle spiagge e del porto.
Effetti speciali regalano la sensazione, quasi più vera del reale, di attraversare questi luoghi: il vento soffia forte, nel mare proiettato si forma la schiuma e il fuoco si ravviva sullo schermo. Un'altra magia della torre di Sydney.
ℹ️ Sydney Tower
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Speicherstadt, la città dei magazzini di Amburgo
✍️ Andrea Lessona
Nei canali del centro di Amburgo, il riflesso della Speicherstadt disegna figure crespe e oblunghe. Solo alzando gli occhi, ci si accorge dell’imponenza delle 17 strutture commerciali che formano la città dei magazzini.
Alti sette o otto piani, questi depositi si reggono su palafitte dalle fondamenta in legno di quercia e hanno la sovrastruttura di laterizio rosso, tipico dell'architettura dei centri anseatici.
Gli edifici che danno vita alla città dei magazzini sono resi meno squadrati da alcune torrette e pinnacoli. Vennero costruiti tra il 1884 e il 1888 su un'area di 330 mila metri quadrati grazie al progetto dell'ingegnere Franz Andreas Meyer.
Per l’epoca, furono considerati il più grande complesso del genere mai realizzato al mondo: servivano per lo stoccaggio di merci quali caffè, tè, spezie, cacao, tabacco, rum, tappeti orientali.
Realizzare la città magazzini divenne indispensabile nel 1881: in quell’anno venne firmato l’importantissimo contratto doganale tra la città-stato di Amburgo e il potente Impero Tedesco.
Costruire il complesso della Speicherstadted non fu facile né indolore: infatti moltissimi edifici furono rasi al suolo e circa 23 mila residenti vennero evacuati. La maggior parte di loro erano lavoratori portuali.
Per meglio conoscere i fatti di quel periodo economicamente rigoglioso ma socialmente delicato si può visitare lo Speicherstadtmuseum, il Museo della città dei magazzini.
Lì viene spiegato come l’insieme di queste strutture sia monumento protetto della città di Amburgo sin dal 1991. E come il 5 luglio 2015 l’area sia stata nominata patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco.
Ma per apprezzarne forma e vecchia atmosfera, il modo migliore è quello di visitare la zona: tour guidati danno un’idea più precisa di cosa sia stata in passato la città dei magazzini. E dell’impatto che ebbe su Amburgo e i suoi abitanti.
ℹ️ Hamburg Tourism
✍️ Andrea Lessona
Nei canali del centro di Amburgo, il riflesso della Speicherstadt disegna figure crespe e oblunghe. Solo alzando gli occhi, ci si accorge dell’imponenza delle 17 strutture commerciali che formano la città dei magazzini.
Alti sette o otto piani, questi depositi si reggono su palafitte dalle fondamenta in legno di quercia e hanno la sovrastruttura di laterizio rosso, tipico dell'architettura dei centri anseatici.
Gli edifici che danno vita alla città dei magazzini sono resi meno squadrati da alcune torrette e pinnacoli. Vennero costruiti tra il 1884 e il 1888 su un'area di 330 mila metri quadrati grazie al progetto dell'ingegnere Franz Andreas Meyer.
Per l’epoca, furono considerati il più grande complesso del genere mai realizzato al mondo: servivano per lo stoccaggio di merci quali caffè, tè, spezie, cacao, tabacco, rum, tappeti orientali.
Realizzare la città magazzini divenne indispensabile nel 1881: in quell’anno venne firmato l’importantissimo contratto doganale tra la città-stato di Amburgo e il potente Impero Tedesco.
Costruire il complesso della Speicherstadted non fu facile né indolore: infatti moltissimi edifici furono rasi al suolo e circa 23 mila residenti vennero evacuati. La maggior parte di loro erano lavoratori portuali.
Per meglio conoscere i fatti di quel periodo economicamente rigoglioso ma socialmente delicato si può visitare lo Speicherstadtmuseum, il Museo della città dei magazzini.
Lì viene spiegato come l’insieme di queste strutture sia monumento protetto della città di Amburgo sin dal 1991. E come il 5 luglio 2015 l’area sia stata nominata patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco.
Ma per apprezzarne forma e vecchia atmosfera, il modo migliore è quello di visitare la zona: tour guidati danno un’idea più precisa di cosa sia stata in passato la città dei magazzini. E dell’impatto che ebbe su Amburgo e i suoi abitanti.
ℹ️ Hamburg Tourism
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«Vedo una crescita enorme della violenza nella nostra vita, tutti i rapporti diventano sempre più violenti. Ovviamente anche perché la società ci impone situazioni sempre più insostenibili, poco spazio, poco tempo, poca riflessione, poco amore, ma l'esempio di questa costante violenza televisiva mi sembra che aumenti ancora di più i modelli su cui per automatismi naturali ci adeguiamo. Si fa a gara a chi urla di più. Non siamo educati ad agire diversamente».
Tiziano Terzani
Tiziano Terzani
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Stari Most, il Ponte Vecchio di Mostar
✍️ Andrea Lessona
Dal parapetto del Ponte Vecchio di Mostar, guardo la sua ombra scivolare via nel fiume Narenta - lama gelida che taglia la quarta città della Bosnia. Il suo scorrere è un flusso di memoria viva.
Fu in queste acque da brividi, dove oggi si tuffano i giovani per sfidare il loro coraggio, che il 9 novembre del 1993 annegarono le pietre dello Stari Most - il nome in lingua locale della struttura distrutta dalle truppe croate durante la guerra che spaccò per sempre la Jugoslavia.
Ricostruito dopo il conflitto sotto l'egida dell'Unesco, il Ponte Vecchio di Mostar è a schiena d'asino. Largo quattro metri, lungo trenta si alza sul Narenta per 24. Due torri, l'Helebija a nord est e Tara a sud ovest sono le mostari, le custodi.
L'arco è stato realizzato tutto con una pietra del posto, la tenelija. Invece che sulle fondamenta, la struttura poggia su piedritti calcarei collegati a muri lungo gli argini del fiume. I lavori sono costati circa 12 milioni di euro.
Il 22 luglio del 2004 lo Stari Most fu riaperto con cerimonia solenne. Ancora una volta doveva rappresentare ciò che era stato: un simbolo di integrazione tra culture e popoli diversi.
Oggi, le sue 1.088 pietre lavorate secondo tecniche medievali, tengono insieme una città divisa. Da una parte, la zona cristiana: dalle povere case, ancora forate dai proiettili della guerra. Dall'altra, quella mussulmana: ricca di minareti che bucano il cielo. In mezzo, a dividere e unire, il Ponte Vecchio di Mostar.
Eppure questo simbolo ha origini antiche. La storia racconta che la prima struttura in pietra, per sostituirne una in legno, fu commissionata dal sultano Solimano il Magnifico nel 1557 e realizzata secondo il calendario islamico tra il 1566 e il 1567 da Mimar Hayruddin, allievo del famoso architetto ottomano Sinan.
Già allora si credeva che fosse il ponte a singolo arco più grande di quel tempo. Oggi lo Stari Most è memoria viva, come lo scorrere del fiume Narenta in cui il suo riflesso scivola via.
✍️ Andrea Lessona
Dal parapetto del Ponte Vecchio di Mostar, guardo la sua ombra scivolare via nel fiume Narenta - lama gelida che taglia la quarta città della Bosnia. Il suo scorrere è un flusso di memoria viva.
Fu in queste acque da brividi, dove oggi si tuffano i giovani per sfidare il loro coraggio, che il 9 novembre del 1993 annegarono le pietre dello Stari Most - il nome in lingua locale della struttura distrutta dalle truppe croate durante la guerra che spaccò per sempre la Jugoslavia.
Ricostruito dopo il conflitto sotto l'egida dell'Unesco, il Ponte Vecchio di Mostar è a schiena d'asino. Largo quattro metri, lungo trenta si alza sul Narenta per 24. Due torri, l'Helebija a nord est e Tara a sud ovest sono le mostari, le custodi.
L'arco è stato realizzato tutto con una pietra del posto, la tenelija. Invece che sulle fondamenta, la struttura poggia su piedritti calcarei collegati a muri lungo gli argini del fiume. I lavori sono costati circa 12 milioni di euro.
Il 22 luglio del 2004 lo Stari Most fu riaperto con cerimonia solenne. Ancora una volta doveva rappresentare ciò che era stato: un simbolo di integrazione tra culture e popoli diversi.
Oggi, le sue 1.088 pietre lavorate secondo tecniche medievali, tengono insieme una città divisa. Da una parte, la zona cristiana: dalle povere case, ancora forate dai proiettili della guerra. Dall'altra, quella mussulmana: ricca di minareti che bucano il cielo. In mezzo, a dividere e unire, il Ponte Vecchio di Mostar.
Eppure questo simbolo ha origini antiche. La storia racconta che la prima struttura in pietra, per sostituirne una in legno, fu commissionata dal sultano Solimano il Magnifico nel 1557 e realizzata secondo il calendario islamico tra il 1566 e il 1567 da Mimar Hayruddin, allievo del famoso architetto ottomano Sinan.
Già allora si credeva che fosse il ponte a singolo arco più grande di quel tempo. Oggi lo Stari Most è memoria viva, come lo scorrere del fiume Narenta in cui il suo riflesso scivola via.
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Orologio astronomico di Strasburgo, tempo antico
✍️ Andrea Lessona
Le statue degli apostoli passano davanti a Gesù che benedice i presenti. Il gallo sbatte le ali e canta tre volte. L'orologio astronomico di Strasburgo ha appena battuto il mezzogiorno. Come sempre.
I miei occhi increduli, guardano all'insù questo meccanismo perfetto segnare un tempo antico quando il tempo era maestria, apriva dimensioni impensabili e si raccontava attraverso storie che oggi sono storia.
Ciò che ho di fronte è opera dell’orologiaio Jean Baptiste Schwilgué che nel 1842 finì di restaurare l'orologio dei Re Magi costruito tra il 1352 e il 1354 e irrimediabilmente rotto nel 1547 nella cattedrale della città tedesca diventata poi francese.
La cassa è alta 18 metri e poggia su un basamento di quattro, largo sette metri e trenta centimetri. Grazie alla scala a chiocciola, si può raggiungere il quadrante esterno e la torre dentro cui scorrono cinque pesi.
L'enorme quadrante dell'orologio astronomico di Strasburgo ha lancette argentate che segnano l'ora ufficiale e quelle dorate che indicano il tempo locale - in ritardo di circa mezz'ora. A loro sono sincronizzate le sonerie dei personaggi meccanici.
A scandire il primo quarto d'ora c'è un putto alato. Per il secondo un fanciullo adolescente. Per il terzo, un adulto. E per il quarto un uomo anziano. Ognuno passa davanti a uno scheletro: nelle mani, una falce e un battaglio con cui batte le ore. Dopo i rintocchi, un putto alato rovescia la clessidra che ha in mano.
A rappresentare le settimane, ci sono le divinità romane. L'anno è descritto da un calendario perpetuo a forma di anello con i mesi, i giorni e i rispettivi santi, le feste fisse e mobili.
L’orologio astronomico di Strasburgo ha anche un globo celeste con più di cinque mila stelle e i movimenti della volta celeste intorno alla Terra ferma al centro. Il meccanismo viene ricaricato ogni settimana: il tempo che i pesi impiegano per ridiscendere nella loro posizione originale. E regalare meraviglia.
ℹ️ Explore France
✍️ Andrea Lessona
Le statue degli apostoli passano davanti a Gesù che benedice i presenti. Il gallo sbatte le ali e canta tre volte. L'orologio astronomico di Strasburgo ha appena battuto il mezzogiorno. Come sempre.
I miei occhi increduli, guardano all'insù questo meccanismo perfetto segnare un tempo antico quando il tempo era maestria, apriva dimensioni impensabili e si raccontava attraverso storie che oggi sono storia.
Ciò che ho di fronte è opera dell’orologiaio Jean Baptiste Schwilgué che nel 1842 finì di restaurare l'orologio dei Re Magi costruito tra il 1352 e il 1354 e irrimediabilmente rotto nel 1547 nella cattedrale della città tedesca diventata poi francese.
La cassa è alta 18 metri e poggia su un basamento di quattro, largo sette metri e trenta centimetri. Grazie alla scala a chiocciola, si può raggiungere il quadrante esterno e la torre dentro cui scorrono cinque pesi.
L'enorme quadrante dell'orologio astronomico di Strasburgo ha lancette argentate che segnano l'ora ufficiale e quelle dorate che indicano il tempo locale - in ritardo di circa mezz'ora. A loro sono sincronizzate le sonerie dei personaggi meccanici.
A scandire il primo quarto d'ora c'è un putto alato. Per il secondo un fanciullo adolescente. Per il terzo, un adulto. E per il quarto un uomo anziano. Ognuno passa davanti a uno scheletro: nelle mani, una falce e un battaglio con cui batte le ore. Dopo i rintocchi, un putto alato rovescia la clessidra che ha in mano.
A rappresentare le settimane, ci sono le divinità romane. L'anno è descritto da un calendario perpetuo a forma di anello con i mesi, i giorni e i rispettivi santi, le feste fisse e mobili.
L’orologio astronomico di Strasburgo ha anche un globo celeste con più di cinque mila stelle e i movimenti della volta celeste intorno alla Terra ferma al centro. Il meccanismo viene ricaricato ogni settimana: il tempo che i pesi impiegano per ridiscendere nella loro posizione originale. E regalare meraviglia.
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