Casco Viejo, cuore di Bilbao
foto e testo di Andrea Lessona
Dedalo di sette antiche vie, il quartiere di Casco Viejo è il centro storico di Bilbao. Un intarsio prezioso che risale al 1300, periodo di fondazione della capitale dei Paesi Baschi. E che ancora oggi ne è il cuore.
Mentre lo cammino, ne respiro la storia e il profumo dei tanti negozi di alimentari al pian terreno dei palazzi: sono così stretti gli uni agli altri da rubarsi l'aria e il sole che filtra a stento.
Ogni tanto, una folata di vento muove i panni appesi su una corda distesa tra due finestre – stenditoio ardito per asciugare il bucato in cielo. Lo spazio è poco a Casco Viejo: quando fu realizzato, il quartiere era circondato da mura difensive.
Le case, costruite vicine per meglio difendersi, erano divise solo da passaggi stretti e dalle famose sette vie che danno nome alla zona: Somera, la strada superiore Artekale, quella di mezzo, Tendería, dei negozianti.
Poi c'era: Belostikale, la strada veloce, Carnicería Vieja, quella del vecchio macello, la Barrenkale, la più bassa, e in ultimo la Barrenkale Barrena, la via ancora più bassa. In realtà a Casco Viejo c'è un'ottava strada, la Ronda.
Si trova fuori dalle antiche mura. Vicino al Ponte de la Mercede, invece, il convento di San Giuseppe de la Naja, poi chiesa de la Mercede, ospita la sede di Bilborock, il teatro musicale della gioventù.
L'interno di Casco Viejo è caratterizzato dalla cattedrale di Bilbao. Dedicata a Santiago, il patrono della città, è stata costruita su un tratto del famoso percorso di pellegrinaggio.
Un'altra chiesa del quartiere è San Anton. Edificata alla fine del XIV secolo sulle rovine del vecchio alcazar, vanta una preziosa pala d’altare di Guiot de Beaugrant.
Mentre esco dal dedalo delle sette antiche vie di Casco Viejo verso Plaza Mayor ne vedo il profilo gotico. Vicino, c'è il Mercato coperto de la Ribera, costruito nel 1929 dall’architetto de Ispizua Bermeo y Susunaga. Prossima tappa del mio viaggio nel cuore di Bilbao.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
foto e testo di Andrea Lessona
Dedalo di sette antiche vie, il quartiere di Casco Viejo è il centro storico di Bilbao. Un intarsio prezioso che risale al 1300, periodo di fondazione della capitale dei Paesi Baschi. E che ancora oggi ne è il cuore.
Mentre lo cammino, ne respiro la storia e il profumo dei tanti negozi di alimentari al pian terreno dei palazzi: sono così stretti gli uni agli altri da rubarsi l'aria e il sole che filtra a stento.
Ogni tanto, una folata di vento muove i panni appesi su una corda distesa tra due finestre – stenditoio ardito per asciugare il bucato in cielo. Lo spazio è poco a Casco Viejo: quando fu realizzato, il quartiere era circondato da mura difensive.
Le case, costruite vicine per meglio difendersi, erano divise solo da passaggi stretti e dalle famose sette vie che danno nome alla zona: Somera, la strada superiore Artekale, quella di mezzo, Tendería, dei negozianti.
Poi c'era: Belostikale, la strada veloce, Carnicería Vieja, quella del vecchio macello, la Barrenkale, la più bassa, e in ultimo la Barrenkale Barrena, la via ancora più bassa. In realtà a Casco Viejo c'è un'ottava strada, la Ronda.
Si trova fuori dalle antiche mura. Vicino al Ponte de la Mercede, invece, il convento di San Giuseppe de la Naja, poi chiesa de la Mercede, ospita la sede di Bilborock, il teatro musicale della gioventù.
L'interno di Casco Viejo è caratterizzato dalla cattedrale di Bilbao. Dedicata a Santiago, il patrono della città, è stata costruita su un tratto del famoso percorso di pellegrinaggio.
Un'altra chiesa del quartiere è San Anton. Edificata alla fine del XIV secolo sulle rovine del vecchio alcazar, vanta una preziosa pala d’altare di Guiot de Beaugrant.
Mentre esco dal dedalo delle sette antiche vie di Casco Viejo verso Plaza Mayor ne vedo il profilo gotico. Vicino, c'è il Mercato coperto de la Ribera, costruito nel 1929 dall’architetto de Ispizua Bermeo y Susunaga. Prossima tappa del mio viaggio nel cuore di Bilbao.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Tra montagne alte 2.000 metri, la costa frastagliata con uno degli arcipelaghi più belli al mondo e una cultura unica che l’ha fatta entrare nella lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco, la regione dell’Helgeland è un luogo incantato nel Nord della Norvegia.
Ecco la sua drammatica bellezza raccontata in un video di poco più di un minuto per scoprire questo paradiso costiero e montuoso nella contea di Nordland, a sud del Circolo Polare Artico. (a.le.)
Ecco la sua drammatica bellezza raccontata in un video di poco più di un minuto per scoprire questo paradiso costiero e montuoso nella contea di Nordland, a sud del Circolo Polare Artico. (a.le.)
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Ponte di Poseidone, l'arco strallato della Grecia
di Andrea Lessona
Arco d’acciaio e cemento teso nel cielo della Grecia, il ponte di Poseidone attraversa il golfo di Corinto e unisce Rion nel Peloponneso e Antirion nel territorio continentale. Con la sua gittata di 2883 metri è la struttura strallata del suo genere più lunga al mondo.
E vanta addirittura tre nomi: quello di Charilaos Trikoupis, il presidente del Consiglio greco che già nel 1885 ne aveva sognata la costruzione senza vederla realizzata. Quello delle due cittadine che collega Rion-Antirion, e quello del dio del mare.
Aperto al traffico il 12 agosto del 2004 in occasione dei giochi olimpici di Atene, il ponte di Poseidone ferisce l'orizzonte con i 164 metri dei suoi piloni portanti mentre il piano stradale curva sessanta metri sopra il mare.
Grazie alla sua gittata, per attraversare il golfo di Corinto bastano cinque minuti contro i 45 che normalmente impiega il traghetto. E i camion e le auto che prima congestionavano le due sponde sono ora flusso veloce in entrambi i sensi.
Disegnato dall’architetto Berdj Mikaëlianet, il ponte di Poseidone è stato costruito dal gruppo di BTP francese Vinci. Ed è costato 771 milioni di euro. La prima pietra è stata posata dal premier Costas Simitis, il 19 luglio 1998, simbolo di un'opera che ancora oggi è modello invidiato di eleganza e sicurezza.
La struttura può infatti resistere a terremoti superiori al settimo livello della scala Richter. E in caso di scontro con una petroliera o di venti di 250 chilometri all'ora oscillare senza spezzarsi. Come un'altalena bambina che taglia l'aria.
I numeri del ponte di Poseidone sono impressionanti: il suo arco di cemento armato e acciaio è sorretto da quattro torri larghe 90 metri e pensanti 150 mila tonnellate ognuna. Ecco perché mentre attraverso il cielo della Grecia, guido tranquillo sopra il mare di Corinto.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
di Andrea Lessona
Arco d’acciaio e cemento teso nel cielo della Grecia, il ponte di Poseidone attraversa il golfo di Corinto e unisce Rion nel Peloponneso e Antirion nel territorio continentale. Con la sua gittata di 2883 metri è la struttura strallata del suo genere più lunga al mondo.
E vanta addirittura tre nomi: quello di Charilaos Trikoupis, il presidente del Consiglio greco che già nel 1885 ne aveva sognata la costruzione senza vederla realizzata. Quello delle due cittadine che collega Rion-Antirion, e quello del dio del mare.
Aperto al traffico il 12 agosto del 2004 in occasione dei giochi olimpici di Atene, il ponte di Poseidone ferisce l'orizzonte con i 164 metri dei suoi piloni portanti mentre il piano stradale curva sessanta metri sopra il mare.
Grazie alla sua gittata, per attraversare il golfo di Corinto bastano cinque minuti contro i 45 che normalmente impiega il traghetto. E i camion e le auto che prima congestionavano le due sponde sono ora flusso veloce in entrambi i sensi.
Disegnato dall’architetto Berdj Mikaëlianet, il ponte di Poseidone è stato costruito dal gruppo di BTP francese Vinci. Ed è costato 771 milioni di euro. La prima pietra è stata posata dal premier Costas Simitis, il 19 luglio 1998, simbolo di un'opera che ancora oggi è modello invidiato di eleganza e sicurezza.
La struttura può infatti resistere a terremoti superiori al settimo livello della scala Richter. E in caso di scontro con una petroliera o di venti di 250 chilometri all'ora oscillare senza spezzarsi. Come un'altalena bambina che taglia l'aria.
I numeri del ponte di Poseidone sono impressionanti: il suo arco di cemento armato e acciaio è sorretto da quattro torri larghe 90 metri e pensanti 150 mila tonnellate ognuna. Ecco perché mentre attraverso il cielo della Grecia, guido tranquillo sopra il mare di Corinto.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
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Cotswolds, raffinato mosaico della campagna inglese
di Andrea Lessona
Nella campagna inglese, dolci colline in fiore profilano l'orizzonte di Cotswolds: custodiscono centinaia di villaggi in pietra calcare color miele in cui arte, storia e cultura sono ricchezza viva.
A poco più di un'ora da Londra, si può varcare il tempo e lo spazio e attraversare quaranta chilometri in larghezza e 145 chilometri in lunghezza di una delle più belle regioni della Gran Bretagna, dichiarata nel 1996 Area of Outstanding Natural Beauty o AONB (Area di eccezionale bellezza naturalistica).
Un riconoscimento importante che viene concesso a una zona rurale considerata di particolare rilievo paesaggistico e naturalistico in tre dei quattro paesi che compongono il Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord).
Nell'area centrale britannica, la catena collinare di Cotswolds è un raffinato mosaico di campagna inglese in cui il retrò e il vintage si sposano con confort e modernità senza perdere valore.
Come dicono qui, il periodo migliore per visitare la regione «è sempre». Primavera, estate, autunno e inverno mutano solo colore all'area ma non ne tradiscono lo spirito ospitale e le attività che continuano per tutto l'anno.
La natura fa da sfondo e ben si combina al paesaggio idilliaco di questa parte di campagna inglese che l'uomo ha disegnato nella città distretto di Gloucester, con la sua imperiosa cattedrale, e nei villaggi dalle case in pietra color miele che il sole ravviva al tramonto.
Dalle finestre aperte entra il profumo dei fiori sui davanzali e il gorgoglio dei ruscelli che attraversano gli antichi paesi e ne raccontano la storia secolare. Giardini sublimi fanno loro da cornice, e il verde delle colline li custodisce come un tesoro.
È il sogno vivo di una angolo di campagna inglese, un'oasi che la gente cortese e affabile di Cotswolds ha saputo conservare e condividere con chi arriva qui ed entra in un piccolo mondo antico britannico.
ℹ️ Visit Britain
di Andrea Lessona
Nella campagna inglese, dolci colline in fiore profilano l'orizzonte di Cotswolds: custodiscono centinaia di villaggi in pietra calcare color miele in cui arte, storia e cultura sono ricchezza viva.
A poco più di un'ora da Londra, si può varcare il tempo e lo spazio e attraversare quaranta chilometri in larghezza e 145 chilometri in lunghezza di una delle più belle regioni della Gran Bretagna, dichiarata nel 1996 Area of Outstanding Natural Beauty o AONB (Area di eccezionale bellezza naturalistica).
Un riconoscimento importante che viene concesso a una zona rurale considerata di particolare rilievo paesaggistico e naturalistico in tre dei quattro paesi che compongono il Regno Unito (Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord).
Nell'area centrale britannica, la catena collinare di Cotswolds è un raffinato mosaico di campagna inglese in cui il retrò e il vintage si sposano con confort e modernità senza perdere valore.
Come dicono qui, il periodo migliore per visitare la regione «è sempre». Primavera, estate, autunno e inverno mutano solo colore all'area ma non ne tradiscono lo spirito ospitale e le attività che continuano per tutto l'anno.
La natura fa da sfondo e ben si combina al paesaggio idilliaco di questa parte di campagna inglese che l'uomo ha disegnato nella città distretto di Gloucester, con la sua imperiosa cattedrale, e nei villaggi dalle case in pietra color miele che il sole ravviva al tramonto.
Dalle finestre aperte entra il profumo dei fiori sui davanzali e il gorgoglio dei ruscelli che attraversano gli antichi paesi e ne raccontano la storia secolare. Giardini sublimi fanno loro da cornice, e il verde delle colline li custodisce come un tesoro.
È il sogno vivo di una angolo di campagna inglese, un'oasi che la gente cortese e affabile di Cotswolds ha saputo conservare e condividere con chi arriva qui ed entra in un piccolo mondo antico britannico.
ℹ️ Visit Britain
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
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Rosenborg, il castello di Copenaghen
foto e testo di Andrea Lessona
Dai giardini reali che lo circondano, guardo il castello di Copenaghen alzarsi nel centro della capitale danese. Elegante tratteggio rinascimentale, il maniero di Rosenborg è oggi scrigno d'antico gloria.
I lavori per costruirlo come residenza reale, secondo il volere di re Cristiano IV, iniziano nel 1606 grazie all'architetto Bertel Lange - poi sostituito da Hans van Steenwinckel il Giovane.
Ampliato e modificato diverse volte nei successivi 18 anni, il castello di Copenaghen venne usato come dimora dalla famiglia reale sino al 1720. Poi, quando Federico IV fece costruire il maniero di Frederiksberg, il Rosenborg perse d'importanza.
Dal 1838, la struttura è sede della Danske Kongers Kronologiske Samling, il museo della Collezioni Reali Danesi. I tre piani in cui è diviso ospitano manufatti, pitture e arazzi - testimoni della cultura e dell'arte dei re danesi dal XVII al XIX secolo.
Il pian terreno racconta di re Cristiano IV. La stanza d'inverno, lo studio, la camera da letto, la toilette. Salite le scale a chiocciola, si entra nel mondo di Federico IV con studio e la sala che porta il suo nome. Poi, stanza dopo stanza, si scopre il nome e la storia dei sovrani successivi che hanno abitato il castello di Copenaghen.
Al terzo piano del Rosenborg, c'è la Sala dei Cavalieri completata nel 1624. Pensata come Salone da ballo, dal 1700 viene usata per i ricevimenti reali. A metà dell'800 prende il nome attuale e diventa Sala del Trono.
Alle pareti pendono dodici arazzi di Gobelins, voluti da Cristiano V: immortalano le Vittorie reali nella Guerra di Scania. L'impressionante volte a botte del soffitto ha stucchi del 600 con gli stemmi della Casa reale danese, dell'Ordine dell'Elefante e del Dannebrog.
Prima di lasciare il castello di Copenaghen, scendo le scale a chiocciola e arrivo nei sotterranei: sto per entrare nella stanza del tesoro dove i gioielli della corona danese brillano d'antica gloria.
ℹ️ VisitDenmark
foto e testo di Andrea Lessona
Dai giardini reali che lo circondano, guardo il castello di Copenaghen alzarsi nel centro della capitale danese. Elegante tratteggio rinascimentale, il maniero di Rosenborg è oggi scrigno d'antico gloria.
I lavori per costruirlo come residenza reale, secondo il volere di re Cristiano IV, iniziano nel 1606 grazie all'architetto Bertel Lange - poi sostituito da Hans van Steenwinckel il Giovane.
Ampliato e modificato diverse volte nei successivi 18 anni, il castello di Copenaghen venne usato come dimora dalla famiglia reale sino al 1720. Poi, quando Federico IV fece costruire il maniero di Frederiksberg, il Rosenborg perse d'importanza.
Dal 1838, la struttura è sede della Danske Kongers Kronologiske Samling, il museo della Collezioni Reali Danesi. I tre piani in cui è diviso ospitano manufatti, pitture e arazzi - testimoni della cultura e dell'arte dei re danesi dal XVII al XIX secolo.
Il pian terreno racconta di re Cristiano IV. La stanza d'inverno, lo studio, la camera da letto, la toilette. Salite le scale a chiocciola, si entra nel mondo di Federico IV con studio e la sala che porta il suo nome. Poi, stanza dopo stanza, si scopre il nome e la storia dei sovrani successivi che hanno abitato il castello di Copenaghen.
Al terzo piano del Rosenborg, c'è la Sala dei Cavalieri completata nel 1624. Pensata come Salone da ballo, dal 1700 viene usata per i ricevimenti reali. A metà dell'800 prende il nome attuale e diventa Sala del Trono.
Alle pareti pendono dodici arazzi di Gobelins, voluti da Cristiano V: immortalano le Vittorie reali nella Guerra di Scania. L'impressionante volte a botte del soffitto ha stucchi del 600 con gli stemmi della Casa reale danese, dell'Ordine dell'Elefante e del Dannebrog.
Prima di lasciare il castello di Copenaghen, scendo le scale a chiocciola e arrivo nei sotterranei: sto per entrare nella stanza del tesoro dove i gioielli della corona danese brillano d'antica gloria.
ℹ️ VisitDenmark
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Nel deserto di Marrakech in quad (1)
foto e testo di Andrea Lessona
Sulle montagne dell'Atlante, ricami di neve disegnano l'orizzonte intorno al deserto di Marrakech. Lo attraverso in quad, guardando questa immensità brulla nella visiera azzurra del casco: obbligo pesante per cavalcare la moto a quattro ruote, e seguire la scia di polvere rosa della mia guida.
Alef è un abile equilibrista, zigzaga sul terreno squilibrato, fa la strada e non mi perde mai di vista nel suo sguardo protettore. L'ho incontrato stamane al Maroc Loisirs, un centro sportivo polifunzionale al chilometro 11 sulla Route d'Ourika, a pochi minuti di macchina dalla città rossa.
I servizi offerti sono molti: nella struttura nata nel 2005 si può godere di nuotate rilassanti nella piscina, giocare a ping pong o a bocce e cavalcare pony e puledri sotto la supervisione di insegnanti qualificati. Dallo spiazzo antistante il centro, buggy e quad parcheggiati aspettano i visitatori più coraggiosi per affrontare il deserto di Marrakech.
Poche dettagliate spiegazioni di come funzionano i mezzi, il casco ben calato sulla testa e via verso un viaggio che, a seconda dei pacchetti, dura due giorni come due ore. Io ho scelto questa opzione e, sin dai primi metri, ho iniziato a star dietro alla mia guida.
Prima abbiamo attraversato la distesa di terra brulla vicino al Maroc Loisirs, e abbiamo tagliato verso un agglomerato di case in fango dove svetta un edificio dalla torre altissima. Superata la sua ombra in una curva stretta, ho visto molte abitazioni basse, le mura scrostate e bruciate dal caldo, in cui la gente vive con grande dignità.
Un asinello a mangiare nella sua greppia, la bottega di un fabbro a picchiare il ferro, qualche ragazzo ad accelerare il proprio motorino sul cavalletto, e siamo usciti sulla strada che costeggia uno dei canali in cui scorre l'acqua vitale per questa zona. Poi, abbiamo percorso l'asfalto per mezzo chilometro sino a una deviazione che porta nel deserto di Marrakech. (1. continua)
ℹ️ Maroc Loisirs
foto e testo di Andrea Lessona
Sulle montagne dell'Atlante, ricami di neve disegnano l'orizzonte intorno al deserto di Marrakech. Lo attraverso in quad, guardando questa immensità brulla nella visiera azzurra del casco: obbligo pesante per cavalcare la moto a quattro ruote, e seguire la scia di polvere rosa della mia guida.
Alef è un abile equilibrista, zigzaga sul terreno squilibrato, fa la strada e non mi perde mai di vista nel suo sguardo protettore. L'ho incontrato stamane al Maroc Loisirs, un centro sportivo polifunzionale al chilometro 11 sulla Route d'Ourika, a pochi minuti di macchina dalla città rossa.
I servizi offerti sono molti: nella struttura nata nel 2005 si può godere di nuotate rilassanti nella piscina, giocare a ping pong o a bocce e cavalcare pony e puledri sotto la supervisione di insegnanti qualificati. Dallo spiazzo antistante il centro, buggy e quad parcheggiati aspettano i visitatori più coraggiosi per affrontare il deserto di Marrakech.
Poche dettagliate spiegazioni di come funzionano i mezzi, il casco ben calato sulla testa e via verso un viaggio che, a seconda dei pacchetti, dura due giorni come due ore. Io ho scelto questa opzione e, sin dai primi metri, ho iniziato a star dietro alla mia guida.
Prima abbiamo attraversato la distesa di terra brulla vicino al Maroc Loisirs, e abbiamo tagliato verso un agglomerato di case in fango dove svetta un edificio dalla torre altissima. Superata la sua ombra in una curva stretta, ho visto molte abitazioni basse, le mura scrostate e bruciate dal caldo, in cui la gente vive con grande dignità.
Un asinello a mangiare nella sua greppia, la bottega di un fabbro a picchiare il ferro, qualche ragazzo ad accelerare il proprio motorino sul cavalletto, e siamo usciti sulla strada che costeggia uno dei canali in cui scorre l'acqua vitale per questa zona. Poi, abbiamo percorso l'asfalto per mezzo chilometro sino a una deviazione che porta nel deserto di Marrakech. (1. continua)
ℹ️ Maroc Loisirs
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