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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Nella Lapponia svedese con i cani da slitta

Sulla neve della Lapponia svedese, tratti incisi dalle slitte trainate dai cani disegnano linee sinuose. Attraversano le foreste boreali vicino Skellefteå - la città eco sostenibile a 200 chilometri a sud del circolo polare artico.

Per arrivare qui, vicino al Mar Baltico, in questo zona di 73 mila abitanti dove si sono trasferiti anche alcuni italiani, basta atterrare nell'aeroporto fossil free con la torre di controllo del traffico aereo in legno e una stazione di rifornimento per ricaricare gli aerei elettrici.

Poi, saliti su uno degli autobus urbani con biogas prodotto in loco, si può raggiunge l’albergo The Wood hotel - un capolavoro architettonico senza acciaio né cemento ma tutto in legno che con i suoi venti piani e i quasi ottanta metri è uno degli edifici più alti nel mondo del suo genere.

Chi ha fretta, invece, può andare direttamente in una delle tante strutture della zona che permettono di vivere l’emozione di un viaggio tra la neve della Lapponia svedese meridionale con le ciaspole o con i cani da slitta.

Col cielo negli occhi, il pelo folto, la bocca aperta da cui la lingua penzola e il fiato si fa grosso, gli husky sono pronti. Imbragati, guardano l’istruttore pronto a farli partire non appena gli ospiti si sono seduti.

Poi, con un urlo che sa di libertà, l’istruttore dà loro il via. Il primo tratto è lento ma un po’ alla volta, i cani cominciano ad accelerare: l’aria si fa più fredda, il cielo più basso e nella mezz’ora in cui di norma dura il giro, nuove linee sinuose si disegnano sulla neve della Lapponia svedese. (a.le.)

ℹ️ 📷 Visit Skellefteå
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«Il viaggio non è mai una questione di soldi, ma di coraggio».
Paolo Coelho
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Carnevale di Binche, il più famoso del Belgio

di Andrea Lessona

Vestiti di preziosi costumi e grandi cappelli con piume di struzzo, i Gilles attraversano le antiche strade: le riempiono di gioia e colori, e danno vita al Carnevale di Binche - il più famoso del Belgio.

Qui, nella provincia vallone di Hainaut, questo evento che è patrimonio Orale e Immateriale dell’Unesco dal 2003, comincia diverse settimane prima rispetto a quanto stabilito dal calendario.

L’inizio, conosciuto come le Répétition de Batterie, avviene la sesta e la quinta domenica prima del carnevale di Binche. I Gilles - figuranti tradizionali che fanno parte di diverse associazioni - escono senza costumi al suono sincopato dei tamburi.

La quarta e terza domenica, invece, c’è la Soumonces: si caratterizza di danze scandite ancora dai tamburi. In questa occasione, i membri delle associazioni si mascherano calzando i sabot (zoccoli di legno), l'apertintaille (cinturone di sonagli) e il ramon (canestro) in mano.

Le due domeniche che precedono il carnevale di Binche, compaiono gli strumenti di ottone e insieme agli immancabili tamburi suonano i ventisei motivi tradizionali di questa festa particolare.

I tre sabato prima, diverse associazioni organizzano i Bals de Carnaval – veri e propri eventi di gala in cui i partecipanti si sfidano per preparare i travestimenti in base ai temi proposti dai loro comitati organizzativi.

Finalmente il lunedì, sei giorni prima del carnevale di Binche, con le Trouilles de Nouilles, gli abitanti della città girano in maschera per le strade e cercano di capire chi si cela dietro i vari travestimenti.

Durante i tre giorni grassi di domenica, lunedì e martedì, i membri delle società attraversano questa città della Vallonia mettendo in mostra gli abiti preparati in gran segreto. E danzano al ritmo dei tamburi e dell’organo di Barberia sino a quando la notte li sfinisce e li inghiotte.

ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo
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«C’è un significato in ogni viaggio che è sconosciuto al viaggiatore».
Dietrich Bonhoeffer
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La Settimana de il Reporter

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Rangiroa, l'oasi della Polinesia

foto e testo di Andrea Lessona

Nella vastità dell'oceano Pacifico, Rangiroa è un'esile striscia di 240 isole sabbiose circondate di blu. È così che la vedo dall'oblò mentre l'aereo sta per atterrare ad Avatoru.

Il capoluogo di questa zona, che appartiene all'arcipelago delle Tuamotu, è anche il villaggio principale dove arrivare da Tahiti per poi esplorare l'atollo - uno dei più grandi al mondo.

Su Cielo lungo, il suo nome in lingua locale, abitano 2500 persone che vivono di pesca e turismo. Le prime popolazioni a sbarcare qui nel X secolo d. C. furono quelle che attraversarono l'infinità del mare che divide la Polinesia dall'Indonesia.

Poi, nel XVII secolo, gli esploratori olandesi Jacob Le Maire e Willem Schouten si affacciarono al largo di Rangiroa e la chiamarono Vileghen Island. John Byron, passandola durante la sua circumnavigazione nel 1765, la battezzò Principe di Galles.

L’apertura dell’aeroporto dove sto per atterrare ha aumentato il turismo. E fatto conoscere l’isola per le perle che vengono coltivate ed esportate in tutto il globo e per i suoi resort specchiati nella baia corallina.

Da quassù mi basta guardare questa sterminata spiaggia di sabbia bianca. E immaginare quelle più conosciute di Blue Lagoon Motu, la Tiputa Point e l'ile Aux Recifs, famosa anche per i suoi coralli fossilizzati da non perdere durante le immersioni.

Con una visibilità sott'acqua di 50 metri, gli appassionati possono vedere pesci di ogni colore e dimensione. Per i meno avventurosi ci sono battelli con fondo in vetro per le escursioni in mare.

Li organizzano gli alberghi o i resort portando i turisti vicino alla barriera corallina o su uno dei tanti atolli di Rangiroa dove fare un pic-nic e nuotare in mezzo agli squali, i famosi pinna nera.

Tornati sulla terra ferma si affitta un taxi o un motorino per scoprire Rangiroa: quella vera dove la gente vive in case umili, basse, calde. Come il sorriso che sanno regalarmi appena sbarcato all'aeroporto.

ℹ️ Tahiti Tourisme
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«Tra vent'anni sarai più deluso dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. Naviga lontano dal porto sicuro. Cattura gli alisei nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri».
Mark Twain
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La Porta dell'Aurora di Vilnius

di Andrea Lessona

Nella cappella della Porta dell'Aurora di Vilnius, le candele brillano di fede e preghiera e illuminano il dipinto della Vergine Maria Madre della Misericordia. Da secoli oggetto di culto di cattolici e ortodossi che vengono nella capitale lituana per venerarla.

Realizzato nel 1671 dai Carmelitani Scalzi, l'antro - in cui c'è l'effigie nera della madre del Cristo - è incastonato nell'ultimo ingresso alla città rimasto. Tutte gli altri otto vennero demoliti per ordine del governo alla fine del XVIII secolo.

La Porta dell'Aurora fu edificata tra il 1503 e il 1522 come parte integrante delle fortificazioni della città. Il suo nome deriva dal quartiere di Ostry Koniec che era, appunto, fuori porta.

Ancora oggi è uno dei luoghi più rinomati della capitale lituana. E chiunque le arrivi di fronte vede i tanti devoti che fanno la fila per salire le scale e raggiungere la cappella.

Adornata da migliaia di tavolette votive, l'icona mariana nella Porta dell'Aurora è visitata dai pellegrini che vengono dai paesi confinanti. In silenzio, pregano davanti alla Vergine Maria Madre della Misericordia.

Completato nella prima metà del XVII secolo, il dipinto raffigura la Madonna senza però il Gesù Bambino. In accordo con la tradizione cristiano ortodossa orientale, l'opera è stata ricoperta d'argento e oro lasciando in vista solo il viso e le mani.

Da secoli questo dipinto nella Porta dell'Aurora, che appartiene alla tradizione iconografica delle Madonne nere, è considerato miracoloso. Tanto da diventare determinante nella vita religiosa di Vilnius.

Infatti, dell'opera rinascimentale, sono state realizzate diverse coppie sia in Lituania sia in Polonia. Altre si possono trovare nelle comunità della diaspora, sparse in tutto il mondo.

Qui, si ricordano ancora quando, nel 1993, papa Giovanni Paolo II arrivò davanti alla Porta dell'Aurora, salì le scale, entrò nella cappella, si inginocchiò davanti al dipinto della Madonna nera. E recitò il rosario.

ℹ️ Lituania Travel
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«Viaggiare è vivere».
Hans Christian Andersen
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