Slieve League, scogliere d'Irlanda
📸 ✍️ Andrea Lessona
Le onde dell’Atlantico vivono di vento, si alzano violente sulle scogliere di Slieve League e muoiono per tornare mare. Dalla costa del Donegal ne respiro il divenire infinito, mentre il cielo basso e grigio nega l’orizzonte al bianco dei gabbiani in volo.
Li vedo librarsi e rimanere sospesi tra folate che mi spingono via dal parapetto e mi tolgono il fiato. Vorrei liberare l’istinto, lasciarmi trasportare e capire cosa c’è Oltre. Ma l'aria fredda mi entra negli occhi, mi riga il volto di lacrime e mi ridesta in un brivido.
Qui, sui faraglioni più alti d'Europa, il richiamo dell'Eterno è forte. L'ho percepito sin dal parcheggio laggiù, dove ho lasciato la mia auto a nolo. L'ho raggiunto dopo aver superato Killybegs, il più importante porto di pesca d'Irlanda, e guidato sulla R263 per imboccare la stradina rurale.
Curve e contro curve sterrate che finiscono sullo spiazzo di ghiaia circondato da rocce. Poi, passo dopo passo, ho iniziato la mia salita lungo il percorso asfaltato che si inerpica a ridosso del mare sotto: 300 metri dentro le nuvole basse e il vento che le sposta come onde di cielo.
Il primo tratto è un saliscendi tra mura rocciose che negano l'Atlantico, ma non il suo fragore. Superata la prima collina, il mio fiato grosso si è liberato nell'orizzonte acqueo della Baia di Donegal: e gli occhi hanno potuto spaziare sino alla linea grigia dell'orizzonte.
Da qui il percorso si è fatto meno accidentato, mentre le scogliere iniziavano a declinare vertiginose verso il blu delle acque. A fianco del sentiero, il poco verde era preda di qualche pecora in libertà: brucavano l'erba, attente a fuggire ai miei passi e a quelli dei pochi altri viaggiatori.
Cercando la loro fuga bianca, lo sguardo si è imbattuto in una piccola costruzione, innalzata su uno sperone di roccia, proprio a picco sul mare. Non è lontana dal Little Lough Agh, il laghetto che, dall'altra parte del sentiero, occupa uno dei pochi spazi piani lasciati da Sliabh Liag: il nome gaelico, traducibile in montagna dei lastroni, di Slieve League.
In realtà, secondo gli esperti, con questa denominazione vengono identificati la penisola, la scogliera e la catena montuosa, associata a Bunglass, l'altro braccio dei monti che si getta nel mare. Ormai, però, nessuno le distingue più: tutte a formare uno spettacolo che qui, dove sono adesso, sullo spiazzo dove solo pullman autorizzati arrivano e l'asfalto finisce, è gioia dei sensi.
Un parapetto in legno protegge la mia voglia di scendere il declivio accidentato e andare là. Là dove le acque sono risacca verde nell'insenatura dalla spiaggia dorata. Poi rapito dal desiderio di raggiungere l'Estremo, mi incammino sul sentiero accidentato, il One Man's Path.
Sale zigzagando tra la flora alpina, scivoloso e malfermo, sotto i miei passi stentati. Ma i seicento metri di altezza da cui, nei giorni di sole, si gode la vista della baia più grande d'Irlanda sono lassù. A metà, mi fermo un attimo e mi volto indietro: Donegal Bay è avvolta dalle nuvole e da un senso di pace che pervade l'anima.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Le onde dell’Atlantico vivono di vento, si alzano violente sulle scogliere di Slieve League e muoiono per tornare mare. Dalla costa del Donegal ne respiro il divenire infinito, mentre il cielo basso e grigio nega l’orizzonte al bianco dei gabbiani in volo.
Li vedo librarsi e rimanere sospesi tra folate che mi spingono via dal parapetto e mi tolgono il fiato. Vorrei liberare l’istinto, lasciarmi trasportare e capire cosa c’è Oltre. Ma l'aria fredda mi entra negli occhi, mi riga il volto di lacrime e mi ridesta in un brivido.
Qui, sui faraglioni più alti d'Europa, il richiamo dell'Eterno è forte. L'ho percepito sin dal parcheggio laggiù, dove ho lasciato la mia auto a nolo. L'ho raggiunto dopo aver superato Killybegs, il più importante porto di pesca d'Irlanda, e guidato sulla R263 per imboccare la stradina rurale.
Curve e contro curve sterrate che finiscono sullo spiazzo di ghiaia circondato da rocce. Poi, passo dopo passo, ho iniziato la mia salita lungo il percorso asfaltato che si inerpica a ridosso del mare sotto: 300 metri dentro le nuvole basse e il vento che le sposta come onde di cielo.
Il primo tratto è un saliscendi tra mura rocciose che negano l'Atlantico, ma non il suo fragore. Superata la prima collina, il mio fiato grosso si è liberato nell'orizzonte acqueo della Baia di Donegal: e gli occhi hanno potuto spaziare sino alla linea grigia dell'orizzonte.
Da qui il percorso si è fatto meno accidentato, mentre le scogliere iniziavano a declinare vertiginose verso il blu delle acque. A fianco del sentiero, il poco verde era preda di qualche pecora in libertà: brucavano l'erba, attente a fuggire ai miei passi e a quelli dei pochi altri viaggiatori.
Cercando la loro fuga bianca, lo sguardo si è imbattuto in una piccola costruzione, innalzata su uno sperone di roccia, proprio a picco sul mare. Non è lontana dal Little Lough Agh, il laghetto che, dall'altra parte del sentiero, occupa uno dei pochi spazi piani lasciati da Sliabh Liag: il nome gaelico, traducibile in montagna dei lastroni, di Slieve League.
In realtà, secondo gli esperti, con questa denominazione vengono identificati la penisola, la scogliera e la catena montuosa, associata a Bunglass, l'altro braccio dei monti che si getta nel mare. Ormai, però, nessuno le distingue più: tutte a formare uno spettacolo che qui, dove sono adesso, sullo spiazzo dove solo pullman autorizzati arrivano e l'asfalto finisce, è gioia dei sensi.
Un parapetto in legno protegge la mia voglia di scendere il declivio accidentato e andare là. Là dove le acque sono risacca verde nell'insenatura dalla spiaggia dorata. Poi rapito dal desiderio di raggiungere l'Estremo, mi incammino sul sentiero accidentato, il One Man's Path.
Sale zigzagando tra la flora alpina, scivoloso e malfermo, sotto i miei passi stentati. Ma i seicento metri di altezza da cui, nei giorni di sole, si gode la vista della baia più grande d'Irlanda sono lassù. A metà, mi fermo un attimo e mi volto indietro: Donegal Bay è avvolta dalle nuvole e da un senso di pace che pervade l'anima.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Quartiere Kallio, Helsinki bohémien
✍️ Andrea Lessona
Il quartiere di Kallio è uno stato mentale. Lo dicono a gran voce, qui, a Helsinki. La zona si trova a soli 15 minuti a piedi dal centro della capitale finlandese. E rappresenta la libertà un po' trasgressiva che tanto piace ai giovani finnici.
La storia racconta che questa area iniziò a crescere durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Grandi palazzi, quasi schiacciati l'uno contro l'altro, vennero innalzati in pochissimo tempo.
Il quartiere di Kallio diventò così casa temporanea per i lavoratori della classe operaia, molti dei quali provenivano dalle aree rurali della Finlandia.
Soli, senza la famiglia al seguito, avevano bisogno di poco spazio: lo stretto necessario per vivere con dignità e riposarsi dalle lunghe ore passate al lavoro. Soprattutto d'inverno quando la luce è solo un fievole ricordo
Col passare del tempo, però, il quartiere di Kallio si è trasformato. Gli operai di ieri hanno lasciato posto agli studenti di oggi. E anche a diversi artisti finlandesi che vivono e producono qui i loro lavori.
Cosicché l'area gode di reputazione liberal e bohémien, e ospita un effervescente mix di pub, sexy shop e strip club. I primi due chilometri di via Helsinginkatu sono un concentrato di bar dove acquistare birra a prezzi stracciati.
Camminandola capita spesso di incontrare simpatici e innocui ubriaconi seduti lungo il marciapiede a cantare alla luna e a smaltire la sbornia di giornata. Nel quartiere di Kallio, infatti, gli happy hour sono nelle ore mattutine. Di rado alla sera.
In quelle ore, infatti, la zona si popola di giovani attratti dai vari concerti all'aperto ma anche da musica elettronica o indie rock, suonata nei club più trendy come il Kuudes Linja e il Liberte.
Mostre, esposizioni, performance culturali di diverso genere fanno del quartiere Kallio uno dei posti meno turistici di Helsinki ma anche e soprattutto una delle zone più affascinanti della capitale finlandese.
ℹ️ Visit Finland
✍️ Andrea Lessona
Il quartiere di Kallio è uno stato mentale. Lo dicono a gran voce, qui, a Helsinki. La zona si trova a soli 15 minuti a piedi dal centro della capitale finlandese. E rappresenta la libertà un po' trasgressiva che tanto piace ai giovani finnici.
La storia racconta che questa area iniziò a crescere durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Grandi palazzi, quasi schiacciati l'uno contro l'altro, vennero innalzati in pochissimo tempo.
Il quartiere di Kallio diventò così casa temporanea per i lavoratori della classe operaia, molti dei quali provenivano dalle aree rurali della Finlandia.
Soli, senza la famiglia al seguito, avevano bisogno di poco spazio: lo stretto necessario per vivere con dignità e riposarsi dalle lunghe ore passate al lavoro. Soprattutto d'inverno quando la luce è solo un fievole ricordo
Col passare del tempo, però, il quartiere di Kallio si è trasformato. Gli operai di ieri hanno lasciato posto agli studenti di oggi. E anche a diversi artisti finlandesi che vivono e producono qui i loro lavori.
Cosicché l'area gode di reputazione liberal e bohémien, e ospita un effervescente mix di pub, sexy shop e strip club. I primi due chilometri di via Helsinginkatu sono un concentrato di bar dove acquistare birra a prezzi stracciati.
Camminandola capita spesso di incontrare simpatici e innocui ubriaconi seduti lungo il marciapiede a cantare alla luna e a smaltire la sbornia di giornata. Nel quartiere di Kallio, infatti, gli happy hour sono nelle ore mattutine. Di rado alla sera.
In quelle ore, infatti, la zona si popola di giovani attratti dai vari concerti all'aperto ma anche da musica elettronica o indie rock, suonata nei club più trendy come il Kuudes Linja e il Liberte.
Mostre, esposizioni, performance culturali di diverso genere fanno del quartiere Kallio uno dei posti meno turistici di Helsinki ma anche e soprattutto una delle zone più affascinanti della capitale finlandese.
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Castello di Conwy, la fortezza del Galles
📸 ✍️ Andrea Lessona
Le otto torri del castello presidiano il cielo di Conwy, e lo annuvolano. Lo intuisco appena mentre cammino per la strada principale della città, e cerco l'ingresso della fortezza del Galles.
Le sue mura, distese per oltre 1.273 metri, sono così impenetrabili da non distinguere l'entrata. Solo l'insegna sbiadita, vicino a un cartello stradale, la indica appena: la seguo e, salite le scale in pietra, posso varcare la soglia del maniero voluto da Edoardo I d'Inghilterra.
Era il 1283 quando il sovrano decise di affidare i lavori a James of St. George, uno dei più grandi architetti militari dell'epoca, e all'ingegnere Richard di Chester. Il motivo era semplice: il castello avrebbe fatto da presidio alle sue truppe.
Durante la Seconda Campagna del Galles, le milizie inglesi erano riuscite a occupare la Snowdonia e la valle del fiume Conwy, e non intendevano arretrare per ridar voce e fiato alle volontà indipendentiste della regione guidata da Llywelyn ap Gruffud.
Così, come spesso accadeva in quel periodo, gli uomini dei luoghi occupati vennero costretti a lavorare senza sosta alla struttura: nella sola estate del 1285, furono impiegate 1.500 persone. Due anni dopo il maniero era finito.
L'interno del castello attuale è un insieme di ruderi, resti antichi e sfregiati di quella che fu la prima della quattro fortezze fatte costruire nel nord del Galles da Edoardo. Tutte insieme formavano il famoso "Anello di Ferro".
Eppure, ancora oggi, Conwy è una delle meglio conservate del Galles settentrionale. Forse anche per questo è inserita con gli altri manieri nella lista del Patrimonio dell'Umanità voluta dall'Unesco.
Continuo ad aggirarmi tra le sue mura ferite dal tempo: pannelli esplicativi vicino alle pareti, raccontano la lunga storia fatta di scontri, battaglie, guerre combattute nella zona e del ruolo fondamentale del castello.
Nell'autunno del 1294, fu usato dagli Inglesi come base per fermare la rivolta gallese capeggiata da Madoc ap Llywelyn. Per colpa della sua posizione sul fiume Conwy, ideale come presidio, ma deleteria per le fondamenta, la costruzione rischiò il collasso.
Solo nel 1346 venne avviata la prima opera di restauro per ordine di Edoardo il Principe Nero. Poco più di 50 anni dopo, il castello fu occupato dai seguaci di Owain Glyndŵr che lo tennero per sé sino al 1624 quando venne poi ceduto al Visconte di Conwy per la mirabolante cifra di 100 sterline.
Il maniero perse definitivamente la sua funzione strategica alla metà del Seicento durante la Guerra Civile: per tre mesi del 1646 venne occupato dalle truppe repubblicane guidate da Oliver Cromwell. Da allora nessuno più ha pensato di restaurarlo.
Oggi, il castello è gestito dal Cadw, l'organismo del governo gallese che ha lo scopo di proteggere, conservare e promuovere il patrimonio architettonico del Galles. Continuo il mio giro sino ad arrivare in cima a una delle otto torri che prima avevo visto dalla strada: 70 piedi di altezza che mi regalano il cielo di Conwy e la sua città distesa ai miei piedi.
ℹ️ Visit Wales
📸 ✍️ Andrea Lessona
Le otto torri del castello presidiano il cielo di Conwy, e lo annuvolano. Lo intuisco appena mentre cammino per la strada principale della città, e cerco l'ingresso della fortezza del Galles.
Le sue mura, distese per oltre 1.273 metri, sono così impenetrabili da non distinguere l'entrata. Solo l'insegna sbiadita, vicino a un cartello stradale, la indica appena: la seguo e, salite le scale in pietra, posso varcare la soglia del maniero voluto da Edoardo I d'Inghilterra.
Era il 1283 quando il sovrano decise di affidare i lavori a James of St. George, uno dei più grandi architetti militari dell'epoca, e all'ingegnere Richard di Chester. Il motivo era semplice: il castello avrebbe fatto da presidio alle sue truppe.
Durante la Seconda Campagna del Galles, le milizie inglesi erano riuscite a occupare la Snowdonia e la valle del fiume Conwy, e non intendevano arretrare per ridar voce e fiato alle volontà indipendentiste della regione guidata da Llywelyn ap Gruffud.
Così, come spesso accadeva in quel periodo, gli uomini dei luoghi occupati vennero costretti a lavorare senza sosta alla struttura: nella sola estate del 1285, furono impiegate 1.500 persone. Due anni dopo il maniero era finito.
L'interno del castello attuale è un insieme di ruderi, resti antichi e sfregiati di quella che fu la prima della quattro fortezze fatte costruire nel nord del Galles da Edoardo. Tutte insieme formavano il famoso "Anello di Ferro".
Eppure, ancora oggi, Conwy è una delle meglio conservate del Galles settentrionale. Forse anche per questo è inserita con gli altri manieri nella lista del Patrimonio dell'Umanità voluta dall'Unesco.
Continuo ad aggirarmi tra le sue mura ferite dal tempo: pannelli esplicativi vicino alle pareti, raccontano la lunga storia fatta di scontri, battaglie, guerre combattute nella zona e del ruolo fondamentale del castello.
Nell'autunno del 1294, fu usato dagli Inglesi come base per fermare la rivolta gallese capeggiata da Madoc ap Llywelyn. Per colpa della sua posizione sul fiume Conwy, ideale come presidio, ma deleteria per le fondamenta, la costruzione rischiò il collasso.
Solo nel 1346 venne avviata la prima opera di restauro per ordine di Edoardo il Principe Nero. Poco più di 50 anni dopo, il castello fu occupato dai seguaci di Owain Glyndŵr che lo tennero per sé sino al 1624 quando venne poi ceduto al Visconte di Conwy per la mirabolante cifra di 100 sterline.
Il maniero perse definitivamente la sua funzione strategica alla metà del Seicento durante la Guerra Civile: per tre mesi del 1646 venne occupato dalle truppe repubblicane guidate da Oliver Cromwell. Da allora nessuno più ha pensato di restaurarlo.
Oggi, il castello è gestito dal Cadw, l'organismo del governo gallese che ha lo scopo di proteggere, conservare e promuovere il patrimonio architettonico del Galles. Continuo il mio giro sino ad arrivare in cima a una delle otto torri che prima avevo visto dalla strada: 70 piedi di altezza che mi regalano il cielo di Conwy e la sua città distesa ai miei piedi.
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Palazzo pretorio di Capodistria, gotico veneziano
📸 ✍️ Andrea Lessona
Stretto dalle due torri, il palazzo pretorio di Capodistria tratteggia il cielo con la sua merlatura elegante. Un orlo antico e fine che ne delimita i due piani, e ne racconta la storia.
Quella che oggi è la sede del Comune fu edificata sull'attuale piazza Tito, dove già nel 1254 c'era un edificio a uso pubblico. Rifatta nel 1348 a seguito di una rivolta, la struttura fu distrutta nel 1380 a causa di un incendio appiccato dai genovesi.
Per vedere il palazzo pretorio di Capodistria così come è ora, nella sua tipica veste gotico veneziana, fu necessario aspettare la meta del XVI secolo quando i lavori iniziati nel 1447 finirono.
Sin quando la Repubblica d Venezia cadde nel 1797, fu la sede del potere civile. Durante il periodo della dominazione austriaca, il sindaco occupava invece il vicino palazzo dell'Armeria.
Dopo l'indipendenza della Slovenia dalla Repubblica Socialista Federale Jugoslava nel 1991, il palazzo pretorio di Capodistria è stato restaurato. E dal 2001 è di nuovo sede del comune.
Così oggi, mentre si cammina nel cuore della città, lo si ammira fiero nella parte meridionale della piazza. Impossibile non notare l'ampia facciata delimitata dalle due torri laterali con una serie di finestre costituite da bifore, trifore e quadrifore.
Non da meno è la scalinata e balaustra che domina il portale rinascimentale semicircolare del 1505 retto da due colonne. Altrettanto caratteristiche sono le sette arcate del palazzo pretorio di Capodistria.
All'angolo, c'è una bocca di leone: in passato i cittadini la usavano per inserire dei fogli con denunce anonime da presentare ai rettori capodistriani nella speranza che potessero intervenire per risolvere i loro problemi.
Sempre sulla facciata dell'edificio, si trovano murati la statua romana di Cibele, quattro stemmi di podestà veneziani, iscrizioni e leoni marciani. All'interno si trovano gli uffici comunali, lo studio del sindaco e l'aula del consiglio cittadino.
📸 ✍️ Andrea Lessona
Stretto dalle due torri, il palazzo pretorio di Capodistria tratteggia il cielo con la sua merlatura elegante. Un orlo antico e fine che ne delimita i due piani, e ne racconta la storia.
Quella che oggi è la sede del Comune fu edificata sull'attuale piazza Tito, dove già nel 1254 c'era un edificio a uso pubblico. Rifatta nel 1348 a seguito di una rivolta, la struttura fu distrutta nel 1380 a causa di un incendio appiccato dai genovesi.
Per vedere il palazzo pretorio di Capodistria così come è ora, nella sua tipica veste gotico veneziana, fu necessario aspettare la meta del XVI secolo quando i lavori iniziati nel 1447 finirono.
Sin quando la Repubblica d Venezia cadde nel 1797, fu la sede del potere civile. Durante il periodo della dominazione austriaca, il sindaco occupava invece il vicino palazzo dell'Armeria.
Dopo l'indipendenza della Slovenia dalla Repubblica Socialista Federale Jugoslava nel 1991, il palazzo pretorio di Capodistria è stato restaurato. E dal 2001 è di nuovo sede del comune.
Così oggi, mentre si cammina nel cuore della città, lo si ammira fiero nella parte meridionale della piazza. Impossibile non notare l'ampia facciata delimitata dalle due torri laterali con una serie di finestre costituite da bifore, trifore e quadrifore.
Non da meno è la scalinata e balaustra che domina il portale rinascimentale semicircolare del 1505 retto da due colonne. Altrettanto caratteristiche sono le sette arcate del palazzo pretorio di Capodistria.
All'angolo, c'è una bocca di leone: in passato i cittadini la usavano per inserire dei fogli con denunce anonime da presentare ai rettori capodistriani nella speranza che potessero intervenire per risolvere i loro problemi.
Sempre sulla facciata dell'edificio, si trovano murati la statua romana di Cibele, quattro stemmi di podestà veneziani, iscrizioni e leoni marciani. All'interno si trovano gli uffici comunali, lo studio del sindaco e l'aula del consiglio cittadino.
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Douz, la porta del Sahara tunisino
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il mercato di Douz è un frinire di voci ammaliatrici e colori svolazzanti, museo vivo di cultura e tradizioni. Basta camminare la piazza in cui si trova per attraversare il tempo e scoprire le usanze senza tempo di questa città, porta del Sahara tunisino.
È qui, nel sud ovest del Paese, che l'oasi più importante della zona è diventato nei secoli villaggio e poi, dal 2004, municipalità di 24 mila abitanti. Molti appartengono all'etnia M'razig, popolo beduino discendente dalla tribù Banu Sulaim.
Anche loro contribuiscono a fare del mercato di Douz un proscenio da vivere. Semi nascosti dai portici, negozi di ogni tipo e per ogni tasca conservano e vendono qualsiasi oggetto: preziosi manufatti berberi, pelli conciate, stoffe pregiate, oli, profumi, spezie.
Contrattazioni sfinenti e cantilenanti sono preludio alla vendita di asini e dromedari: ne ho visti molti alla periferia della città dove il Sahara sbatte contro le oltre 500 mila palme della zona che proteggono la città dalla sua avanzata muta ma devastante.
È proprio da queste piante che deriva una delle fonti primarie di Douz: i datteri. L'area è una delle maggiori produttrici di frutti che, insieme al turismo sempre più crescente, contribuiscono al discreto benessere della regione.
Da qui partono escursioni a dorso di dromedario o safari per fare l'esperienza unica e antica di esplorare il deserto, vivere come i vecchi carovanieri, mangiare intorno al fuoco, dormire sotto una tenda o sotto un cielo di stelle.
Ma Douz è conosciuta anche per il Festival del Sahara, la manifestazione folcloristica che si svolge nei mesi di novembre e dicembre, e che richiama intorno alla città le tribù nomadi provenienti da Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto.
La sera, mostre, spettacoli artistici e musicali diventano bazar. Molto simile a quello che camminando la piazza del mercato di Douz posso vedere anche io. Nell'attesa di partire per il Sahara tunisino. E viverlo.
ℹ️ Discover Tunisia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il mercato di Douz è un frinire di voci ammaliatrici e colori svolazzanti, museo vivo di cultura e tradizioni. Basta camminare la piazza in cui si trova per attraversare il tempo e scoprire le usanze senza tempo di questa città, porta del Sahara tunisino.
È qui, nel sud ovest del Paese, che l'oasi più importante della zona è diventato nei secoli villaggio e poi, dal 2004, municipalità di 24 mila abitanti. Molti appartengono all'etnia M'razig, popolo beduino discendente dalla tribù Banu Sulaim.
Anche loro contribuiscono a fare del mercato di Douz un proscenio da vivere. Semi nascosti dai portici, negozi di ogni tipo e per ogni tasca conservano e vendono qualsiasi oggetto: preziosi manufatti berberi, pelli conciate, stoffe pregiate, oli, profumi, spezie.
Contrattazioni sfinenti e cantilenanti sono preludio alla vendita di asini e dromedari: ne ho visti molti alla periferia della città dove il Sahara sbatte contro le oltre 500 mila palme della zona che proteggono la città dalla sua avanzata muta ma devastante.
È proprio da queste piante che deriva una delle fonti primarie di Douz: i datteri. L'area è una delle maggiori produttrici di frutti che, insieme al turismo sempre più crescente, contribuiscono al discreto benessere della regione.
Da qui partono escursioni a dorso di dromedario o safari per fare l'esperienza unica e antica di esplorare il deserto, vivere come i vecchi carovanieri, mangiare intorno al fuoco, dormire sotto una tenda o sotto un cielo di stelle.
Ma Douz è conosciuta anche per il Festival del Sahara, la manifestazione folcloristica che si svolge nei mesi di novembre e dicembre, e che richiama intorno alla città le tribù nomadi provenienti da Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto.
La sera, mostre, spettacoli artistici e musicali diventano bazar. Molto simile a quello che camminando la piazza del mercato di Douz posso vedere anche io. Nell'attesa di partire per il Sahara tunisino. E viverlo.
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Rheinturm, la Torre di Düsseldorf
✍️ Andrea Lessona
Da qua sotto, sembra non finire mai: 240,5 metri di acciaio e cemento che salgono nel cielo, e fanno della Torre di Düsseldorf l'edificio più alto della capitale della Renania Settentrionale-Vestfalia.
Progettata dall'architetto tedesco Harald Deilmann (1920-2008), la struttura ha un profilo inconfondibile. Grazie alla sua altezza, può essere vista da qualsiasi parte della città teutonica.
I lavori per realizzala sono iniziati il 20 gennaio del 1979 e si sono conclusi il 1° dicembre del 1981. Inaugurata il 1° marzo dell'anno dopo, la Torre di Düsseldorf è subito diventata un'icona del centro tedesco.
Il suo nome tedesco, Rheinturm, significa la torre del Reno. È nota anche come Fernsehturm – la torre della televisione. Infatti tale è: una torre di trasmissione su cui si può salire sino al suo piano più alto grazie a un comodo ascensore.
A 170 metri d’altezza della Torre di Düsseldorf si trova una balaustra da cui si può vedere la città tedesca a 360 gradi. Questo particolare punto di osservazione è aperto al pubblico dalle 10 del mattino sino alle 11 e mezza della sera.
Poco più sopra, a circa 175 metri, si trova un ristorante girevole: comodamente seduti a uno die tavoli, mentre si pranza o si beve semplicemente un drink, l'orizzonte gira lento intorno a sé.
A rendere ancora più unica e spettacolare la Torre di Düsseldorf c'è una particolarità sul suo albero. Progettata da Horst H. Baumann, si chiama Lichtzeitpegel, ed è una vera e propria scultura di luce. Nonché il più grande orologio digitale nel mondo.
✍️ Andrea Lessona
Da qua sotto, sembra non finire mai: 240,5 metri di acciaio e cemento che salgono nel cielo, e fanno della Torre di Düsseldorf l'edificio più alto della capitale della Renania Settentrionale-Vestfalia.
Progettata dall'architetto tedesco Harald Deilmann (1920-2008), la struttura ha un profilo inconfondibile. Grazie alla sua altezza, può essere vista da qualsiasi parte della città teutonica.
I lavori per realizzala sono iniziati il 20 gennaio del 1979 e si sono conclusi il 1° dicembre del 1981. Inaugurata il 1° marzo dell'anno dopo, la Torre di Düsseldorf è subito diventata un'icona del centro tedesco.
Il suo nome tedesco, Rheinturm, significa la torre del Reno. È nota anche come Fernsehturm – la torre della televisione. Infatti tale è: una torre di trasmissione su cui si può salire sino al suo piano più alto grazie a un comodo ascensore.
A 170 metri d’altezza della Torre di Düsseldorf si trova una balaustra da cui si può vedere la città tedesca a 360 gradi. Questo particolare punto di osservazione è aperto al pubblico dalle 10 del mattino sino alle 11 e mezza della sera.
Poco più sopra, a circa 175 metri, si trova un ristorante girevole: comodamente seduti a uno die tavoli, mentre si pranza o si beve semplicemente un drink, l'orizzonte gira lento intorno a sé.
A rendere ancora più unica e spettacolare la Torre di Düsseldorf c'è una particolarità sul suo albero. Progettata da Horst H. Baumann, si chiama Lichtzeitpegel, ed è una vera e propria scultura di luce. Nonché il più grande orologio digitale nel mondo.
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I tre velieri di Copenaghen
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cielo di Copenaghen, alberi maestri orfani di vele e vento si alzano orgogliosi dai loro bastimenti: tre velieri ormeggiati vicino all'hotel Admiral, proprio dove inizia il fronte del porto della capitale danese.
È lì che le imbarcazioni vivono da aprile a settembre, scrigni di legno elegante per partecipare a meeting, assistere a conferenze e godere di party respirando il mare quasi dalla terra ferma.
I più avventurosi, invece, possono chiedere che i tre velieri di Copenaghen puntino la prua verso l'orizzonte e guadagnino il largo: così da vivere l'ebrezza unica che solo le onde sanno dare quando lo scafo le sfregia e sprigiona profumi inconfondibili.
Infatti le imbarcazioni sono pronte ad accogliere per giorni interi diversi ospiti, essendo dotate di tutti i comfort. Così i turisti possono partecipare a regate, prendere lezione di navigazione o semplicemente godere l'infinità del mare.
È così che le immagino mentre le scopro una ad una, camminando sulla banchina dove sono attraccate. La prima è la Halmø, una goletta di due alberi con una storia interessante da raccontare.
Varata nel 1900 a Faabarg in Danimarca solcò le acque come mercantile e portò in salvo in Svezia molti ebrei danesi durante la II Guerra Mondiale. Oggi può ospitare sino a 42 passeggeri durante il giorno con dieci posti per la notte.
Appena dopo scorgo il profilo della Mira, anch'essa goletta a due alberi costruita sempre a Faabarg ma nel 1898. Definita la Prima Donna di Nyhavn per la sua bellezza elegante ha 12 cuccette e 22 posti in coperta.
Vicina c'è la terza imbarcazione: la Lilla Dan. È stata realizzata nel 1951 a Svendborg in Danimarca come scafo da training per la J. Lauritzen Company che ancora oggi ne è proprietario insieme all'Admiral hotel.
Il veliero ha 16 cuccette per la notte e 40 posti durante il giorno. Il suo concept è chiaro: far scoprire ai tirocinanti il vero senso del mare. Quello che mi appresto a vivere salendo a bordo.
ℹ️ VisitDenmark
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cielo di Copenaghen, alberi maestri orfani di vele e vento si alzano orgogliosi dai loro bastimenti: tre velieri ormeggiati vicino all'hotel Admiral, proprio dove inizia il fronte del porto della capitale danese.
È lì che le imbarcazioni vivono da aprile a settembre, scrigni di legno elegante per partecipare a meeting, assistere a conferenze e godere di party respirando il mare quasi dalla terra ferma.
I più avventurosi, invece, possono chiedere che i tre velieri di Copenaghen puntino la prua verso l'orizzonte e guadagnino il largo: così da vivere l'ebrezza unica che solo le onde sanno dare quando lo scafo le sfregia e sprigiona profumi inconfondibili.
Infatti le imbarcazioni sono pronte ad accogliere per giorni interi diversi ospiti, essendo dotate di tutti i comfort. Così i turisti possono partecipare a regate, prendere lezione di navigazione o semplicemente godere l'infinità del mare.
È così che le immagino mentre le scopro una ad una, camminando sulla banchina dove sono attraccate. La prima è la Halmø, una goletta di due alberi con una storia interessante da raccontare.
Varata nel 1900 a Faabarg in Danimarca solcò le acque come mercantile e portò in salvo in Svezia molti ebrei danesi durante la II Guerra Mondiale. Oggi può ospitare sino a 42 passeggeri durante il giorno con dieci posti per la notte.
Appena dopo scorgo il profilo della Mira, anch'essa goletta a due alberi costruita sempre a Faabarg ma nel 1898. Definita la Prima Donna di Nyhavn per la sua bellezza elegante ha 12 cuccette e 22 posti in coperta.
Vicina c'è la terza imbarcazione: la Lilla Dan. È stata realizzata nel 1951 a Svendborg in Danimarca come scafo da training per la J. Lauritzen Company che ancora oggi ne è proprietario insieme all'Admiral hotel.
Il veliero ha 16 cuccette per la notte e 40 posti durante il giorno. Il suo concept è chiaro: far scoprire ai tirocinanti il vero senso del mare. Quello che mi appresto a vivere salendo a bordo.
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