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Municipio di Anversa, fiammingo rinascimentale

✍️ Andrea Lessona

Insieme sublime d'arte fiamminga e rinascimentale, il municipio di Anversa è simbolo orgoglioso della città belga e della sua storia. Eretto sul lato occidentale di Grote Markt, la piazza del Grande Mercato, fu realizzato tra il 1561 e il 1565.

Il progetto venne disegnato dall'architetto e scultore Cornelis Floris de Vriendt. Fu lui, insieme a molti altri artisti dell'epoca che presero parte ai lavori, a dare alla costruzione questa foggia.

I materiali per costruire il municipio di Anversa vennero usati per puntellare le difese cittadine. Quando poi nel 1560 la situazione mutò per il meglio, il gotico non era più di moda: e si scelse lo stile rinascimentale da valorizzare col fiammingo.

Orgoglio e costruzione andarono in fumo a seguito dell'incendio appiccato dagli spagnoli nel 1576. Ciononostante gli abitanti della città belga non si persero d'animo e riedificarono l'edificio tre anni dopo.

L'ultima ristrutturazione del municipio di Anversa risale al XIX secolo quando l'architetto Pierre Bruno Bourla ne modificò gli interni con decorazioni signorili, chiudendo poi con un tetto il cortile interno a cielo aperto.

Ma la bellezza dell'edificio è senza dubbio nella sua facciata principale, quella che si spechhia su Grote Markt. Il basso porticato del piano terra è in pietra bugnata, e un tempo ospitava piccoli negozi. Sopra ci sono due piani con colonne doriche e ioniche che separano grandi bifore, e poi ancora un quarto piano a formare il loggiato.

La sezione centrale del municipio di Anversa è riccamente decorata: in una nicchia si trova la statua della Vergine Maria, e nelle altre due le sculture della Giustizia e della Prudenza. A sinistra c'è lo stemma del ducato di Brabante, in mezzo quello di Filippo II e sulla destra quella del marchesato di Anversa.
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Eilean Donan, il castello più famoso di Scozia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Dalla sommità delle Highlands i raggi del sole si allungano nella valle, brillano nelle acque dei tre laghi salati e dipingono l'Eilean Donan. Qui, dove il Loch Duich incontra il Loch Long e il Loch Alsh, un lembo di terra si è fatta isola per ospitare il castello più famoso di Scozia.

Superata la garrita del custode su cui sventola la bandiera scozzese, cammino il ponte in pietra che unisce il maniero alla terra ferma. Dall'altra parte, i miei passi affondano nella ghiaia spessa che porta all'entrata.

Un portone dal legno pesante e intarsiato si apre su una sala dai soffitti bassi: il bagliore artificiale di luci soffuse illumina a stento i pannelli e i plastici che raccontano la storia di quest'isola.

A darle nome fu un monaco irlandese, Donan, che nel 580 venne in Scozia per evangelizzare la terra degli Highlanders. I suoi seguaci si stabilirono qui, formando un comunità cristiana tra il VI e il VII secolo.

Ma solo intorno al 1220 venne edificato il primo castello da Alessandro II come baluardo contro le razzie dei vichinghi. Alcuni sostengono che Robert Bruce, in fuga dagli inglesi, vi trovò rifugio.

Inglesi che nel 1719 durante una delle insurrezioni giacobite per l'indipendenza della Scozia bombardarono il castello e i suoi occupanti: 46 soldati spagnoli arrivati per aiutare gli Stuart a riprendersi il trono su cui sedevano gli Hannover.

Il castello rimase abbandonato a se stesso sino al 1912 quando il Tenente Colonnello John MacRae-Gilstrap decise di ricostruirlo. Massi enormi vennero tagliati nella zona, legni pregiati per gli interni arrivarono da Edimburgo, i pesanti tetti d'ardesia dalla regione del Caithness. Tutti trasportati via nave.

I lavori, che subirono una pausa durante la Prima Guerra Mondiale, costarono un quarto di milione di sterline. Il castello venne inaugurato nel 1932, e oggi è uno dei simboli della Scozia, grazie alla lucida follia di quest'uomo.

Entro nella Billeting Room, un soffitto a botte sembra schiacciare il cammino acceso, dove brucia fuoco di torba. L'odore acre impregna la stanza e i suoi mobili. Qui il Dottor Samuel Johnson e James Boswell si fermarono a prendere “un buon té” durante il loro epico viaggio alle Ebridi.

Ma la sala più grande, che trattiene cimeli e la storia della Scozia è la Great Hall: intorno al tavolo rettangolare le pareti ospitano ritratti, bandiere, armi di chi credette in un sogno e morì per realizzarlo: la Libertà della Scozia.

Dopo una visita veloce alle Camere da letto e alle Cucine, esco dal castello e cammino intorno al suo perimetro. Arrivo davanti a due cannoni puntati verso il mare aperto: fanno la guardia al War Memorial del maniero. Una lapide ricorda i caduti del Clan MacRaes durante la Prima Guerra Mondiale.

Tra i loro nomi spicca la frase del Tenente Colonello: “In Flanders fields the poppies blow between the crosses, row and row”. Per tutti la poesia simbolo del primo conflitto mondiale. Il mio sguardo cade sui fiori appassiti davanti al monumento.

Attraverso il ponte per ultimo, mentre il custode ammaina la bandiera scozzese. Dalla sommità delle Highlands, le ombre della sera si allungano nella valle, scuriscono le acque dei tre laghi salati, e chiudono l'Eilean Donan Castle.

ℹ️ Visit Scotland
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Arco di Riccardo, Trieste romana

📸 ✍️ Andrea Lessona

Illuminato dal sole che l'attraversa, l'arco di Riccardo si tende stretto tra gli edifici moderni di piazzetta Barbacan. Ritenuto un'antica porta della cinta muraria di Trieste, è uno dei più importanti monumenti romani della città.

Costruita all’epoca di Ottaviano Augusto intorno al 33 a.C., la struttura si trovava su una vecchia strada. Trovarla oggi non è facile: ho dovuto camminare il dedalo di strette vie che la circondano e la nascondono a chi non è di qui.

Secondo un'altra ipotesi, l'arco di Riccardo potrebbe essere stato l'ingresso di una zona sacra realizzata in onore della Magna Mater – antica divinità anatolica e dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici.

Di certo, del monumento che ho di fronte, resta l'imponenza e la sua importanza artistica e storica come centro nevralgico di Tergeste – il vecchio nome della città di Trieste, oggi capoluogo del Friuli-Venezia Giulia.

Alto 7,2 metri, largo 5,3, profondo due, l'arco di Riccardo ha un coronamento superiore orfano di decorazioni. Delle due lesene a scanalature con sopra capitelli di ordine corinzio, se ne vede solo una. L'altra è murata dentro un edificio moderno.

Anche sul nome della struttura esistono diverse interpretazioni. E gli storici non hanno ancora stabilito quale sia la più vera. Una leggenda vuole essere legato a Riccardo Cuor di Leone che di ritorno dalla Terra Santa, sarebbe stato imprigionato a Trieste.

Un'altra ipotesi vuole che l'arco di Riccardo sia stato dedicato a Carlo Magno di passaggio nella città alabardata. Qualche studioso pensa invece che sia una deformazione della parola “cardo” - nome di uno dei classici assi viari romani.

Tra le varie possibilità, esiste poi quella secondo cui sia una deformazione di “ricario” - la magistratura medievale la cui sede non era molto lontano da qui. Al di là dei nomi, l'arco di Riccardo resta tra i simboli più preziosi e di valore di Trieste.
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Bettmeralp, Svizzera dipinta

📸 ✍️ Andrea Lessona

Fine tratteggio sulla tela della natura svizzera, Bettmeralp è un filare di chalet di fronte alla valle del Rodano. Dai loro balconi in fiore, si respira aria trasparente e si vedono le Alpi Vallesi con Corno Bianco, Dom e Cervino.

Lo spettacolo riempie gli occhi, e fa bene al cuore. Come il camminare lungo la strada principale, priva di auto: quassù, a 1950 metri sul livello del mare, possono circolare solo mezzi elettrici. Il rumore, il traffico e lo smog appartengono a un altro mondo.

Quello che inizia laggiù a Betten e che solo la funivia, che sale e scende con precisione svizzera ogni trenta minuti, lega a Bettmeralp. Qui, d'estate come d'inverno, tutto sembra avvolto da una quiete irreale ma splendida.

Così, lasciato l'hotel con vista orizzonte, esco sulla strada maestra. Dal suo asfalto rivoli di sentieri salgono verso le case in alto e scendono verso la terrazza naturale dove si trova la piccola chiesa del villaggio.

Entro in questo spazio stretto da pareti bianche: pochi banchi in legno portano all'altare dalla foggia barocca. Fuori dalla chiesetta di Bettmeralp, una panchina per sedersi e guardare l'infinito di montagne incappucciate di bianco.

Dopo minuti senza tempo, riprendo la via principale e tra il parlare sussurrato dei pochi abitanti e dei molti turisti vedo sfilare alcuni negozi di artigianato locale, una fontana da cui scende acqua ghiacciata e casette in legno degne di una fiaba.

Come il sole che qui sembra splendere sempre: trecento giorni all'anno dicono gli esperti. Luce per illuminare Bettmeralp, il suo parco avventura nel romantico bosco dei larici e la zona intorno.

Oltre cento chilometri di piste, 35 impianti di risalita che ne fanno un'attrattiva irrinunciabile per gli amanti dello sci che d'inverno arrivano qui numerosi e rendono il villaggio effervescente.

ℹ️ Svizzera Turismo Aletsch Arena AG
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Slieve League, scogliere d'Irlanda

📸 ✍️ Andrea Lessona

Le onde dell’Atlantico vivono di vento, si alzano violente sulle scogliere di Slieve League e muoiono per tornare mare. Dalla costa del Donegal ne respiro il divenire infinito, mentre il cielo basso e grigio nega l’orizzonte al bianco dei gabbiani in volo.

Li vedo librarsi e rimanere sospesi tra folate che mi spingono via dal parapetto e mi tolgono il fiato. Vorrei liberare l’istinto, lasciarmi trasportare e capire cosa c’è Oltre. Ma l'aria fredda mi entra negli occhi, mi riga il volto di lacrime e mi ridesta in un brivido.

Qui, sui faraglioni più alti d'Europa, il richiamo dell'Eterno è forte. L'ho percepito sin dal parcheggio laggiù, dove ho lasciato la mia auto a nolo. L'ho raggiunto dopo aver superato Killybegs, il più importante porto di pesca d'Irlanda, e guidato sulla R263 per imboccare la stradina rurale.

Curve e contro curve sterrate che finiscono sullo spiazzo di ghiaia circondato da rocce. Poi, passo dopo passo, ho iniziato la mia salita lungo il percorso asfaltato che si inerpica a ridosso del mare sotto: 300 metri dentro le nuvole basse e il vento che le sposta come onde di cielo.

Il primo tratto è un saliscendi tra mura rocciose che negano l'Atlantico, ma non il suo fragore. Superata la prima collina, il mio fiato grosso si è liberato nell'orizzonte acqueo della Baia di Donegal: e gli occhi hanno potuto spaziare sino alla linea grigia dell'orizzonte.

Da qui il percorso si è fatto meno accidentato, mentre le scogliere iniziavano a declinare vertiginose verso il blu delle acque. A fianco del sentiero, il poco verde era preda di qualche pecora in libertà: brucavano l'erba, attente a fuggire ai miei passi e a quelli dei pochi altri viaggiatori.

Cercando la loro fuga bianca, lo sguardo si è imbattuto in una piccola costruzione, innalzata su uno sperone di roccia, proprio a picco sul mare. Non è lontana dal Little Lough Agh, il laghetto che, dall'altra parte del sentiero, occupa uno dei pochi spazi piani lasciati da Sliabh Liag: il nome gaelico, traducibile in montagna dei lastroni, di Slieve League.

In realtà, secondo gli esperti, con questa denominazione vengono identificati la penisola, la scogliera e la catena montuosa, associata a Bunglass, l'altro braccio dei monti che si getta nel mare. Ormai, però, nessuno le distingue più: tutte a formare uno spettacolo che qui, dove sono adesso, sullo spiazzo dove solo pullman autorizzati arrivano e l'asfalto finisce, è gioia dei sensi.

Un parapetto in legno protegge la mia voglia di scendere il declivio accidentato e andare là. Là dove le acque sono risacca verde nell'insenatura dalla spiaggia dorata. Poi rapito dal desiderio di raggiungere l'Estremo, mi incammino sul sentiero accidentato, il One Man's Path.

Sale zigzagando tra la flora alpina, scivoloso e malfermo, sotto i miei passi stentati. Ma i seicento metri di altezza da cui, nei giorni di sole, si gode la vista della baia più grande d'Irlanda sono lassù. A metà, mi fermo un attimo e mi volto indietro: Donegal Bay è avvolta dalle nuvole e da un senso di pace che pervade l'anima.

ℹ️ Turismo Irlandese
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Quartiere Kallio, Helsinki bohémien

✍️ Andrea Lessona

Il quartiere di Kallio è uno stato mentale. Lo dicono a gran voce, qui, a Helsinki. La zona si trova a soli 15 minuti a piedi dal centro della capitale finlandese. E rappresenta la libertà un po' trasgressiva che tanto piace ai giovani finnici.

La storia racconta che questa area iniziò a crescere durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Grandi palazzi, quasi schiacciati l'uno contro l'altro, vennero innalzati in pochissimo tempo.

Il quartiere di Kallio diventò così casa temporanea per i lavoratori della classe operaia, molti dei quali provenivano dalle aree rurali della Finlandia.

Soli, senza la famiglia al seguito, avevano bisogno di poco spazio: lo stretto necessario per vivere con dignità e riposarsi dalle lunghe ore passate al lavoro. Soprattutto d'inverno quando la luce è solo un fievole ricordo

Col passare del tempo, però, il quartiere di Kallio si è trasformato. Gli operai di ieri hanno lasciato posto agli studenti di oggi. E anche a diversi artisti finlandesi che vivono e producono qui i loro lavori.

Cosicché l'area gode di reputazione liberal e bohémien, e ospita un effervescente mix di pub, sexy shop e strip club. I primi due chilometri di via Helsinginkatu sono un concentrato di bar dove acquistare birra a prezzi stracciati.

Camminandola capita spesso di incontrare simpatici e innocui ubriaconi seduti lungo il marciapiede a cantare alla luna e a smaltire la sbornia di giornata. Nel quartiere di Kallio, infatti, gli happy hour sono nelle ore mattutine. Di rado alla sera.

In quelle ore, infatti, la zona si popola di giovani attratti dai vari concerti all'aperto ma anche da musica elettronica o indie rock, suonata nei club più trendy come il Kuudes Linja e il Liberte.

Mostre, esposizioni, performance culturali di diverso genere fanno del quartiere Kallio uno dei posti meno turistici di Helsinki ma anche e soprattutto una delle zone più affascinanti della capitale finlandese.

ℹ️ Visit Finland
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