Fontana di Gefion, leggenda di Copenaghen
📸 ✍️ Andrea Lessona
La fontana di Gefion zampilla storia, flusso d'acqua eterno a raccontare la nascita di Selandia. Terra arata via alla Svezia per diventare patria di una dea norrena dove oggi sorge Copenaghen.
Così la capitale danese ha voluto che questa leggenda, apparsa per la prima volta nel poema epico Ragnarsdrápa del IX secolo, diventasse testimonianza tangibile della sua origine.
Seconda la storia la dea norrena, da cui il monumento prende nome, andò da re Gulfe per domandargli una patria. Il sovrano svedese le promise tutta la terra che sarebbe stata in grado di arare in una notte. Allora Gefion trasformò i suoi quattro figli in tori.
Insieme lavorarono il tempo concesso, e delimitarono la zona corrispondente all'attuale lago Vänerm: seconda la tradizione, Gulfe avrebbe poi spostato l'area nel Baltico al largo della penisola di Jyland, creando così l'isola di Selandia.
In accordo con la leggenda la dea norrena appartiene alla stirpe degli Æsir, i signori assoluti del cielo. Lei e i suoi quattro figli tori sono oggi bronzo, storia viva che zampilla ogni giorno dalla fontana di Gefion per raccontare la nascita di Selandia.
E ha accettato il dono della Fondazione Carlsberg che, in occasione del 50° anniversario della famosa fabbrica di birra, regalò alla città la fontana di Gefion. A realizzarla fu Anders Bundgaard.
Lo scultore creò tra il 1897 e il 1899 le figure naturalistiche, le vasche e le decorazione furono completate nel 1908. Dopo aver pensato di allocarla davanti dal municipio, la struttura fu messa vicino al fronte del porto, a poca distanza dalla Sirenetta.
Il 14 luglio del 1908, la fontana di Gefion venne inaugurata diventando da allora il più grande monumento di Copenaghen. Oggi è pozzo dei desideri dei danesi come dei turisti che nelle sue acque grigie buttano qualche moneta e qualche sogno.
ℹ️ VisitDenmark
📸 ✍️ Andrea Lessona
La fontana di Gefion zampilla storia, flusso d'acqua eterno a raccontare la nascita di Selandia. Terra arata via alla Svezia per diventare patria di una dea norrena dove oggi sorge Copenaghen.
Così la capitale danese ha voluto che questa leggenda, apparsa per la prima volta nel poema epico Ragnarsdrápa del IX secolo, diventasse testimonianza tangibile della sua origine.
Seconda la storia la dea norrena, da cui il monumento prende nome, andò da re Gulfe per domandargli una patria. Il sovrano svedese le promise tutta la terra che sarebbe stata in grado di arare in una notte. Allora Gefion trasformò i suoi quattro figli in tori.
Insieme lavorarono il tempo concesso, e delimitarono la zona corrispondente all'attuale lago Vänerm: seconda la tradizione, Gulfe avrebbe poi spostato l'area nel Baltico al largo della penisola di Jyland, creando così l'isola di Selandia.
In accordo con la leggenda la dea norrena appartiene alla stirpe degli Æsir, i signori assoluti del cielo. Lei e i suoi quattro figli tori sono oggi bronzo, storia viva che zampilla ogni giorno dalla fontana di Gefion per raccontare la nascita di Selandia.
E ha accettato il dono della Fondazione Carlsberg che, in occasione del 50° anniversario della famosa fabbrica di birra, regalò alla città la fontana di Gefion. A realizzarla fu Anders Bundgaard.
Lo scultore creò tra il 1897 e il 1899 le figure naturalistiche, le vasche e le decorazione furono completate nel 1908. Dopo aver pensato di allocarla davanti dal municipio, la struttura fu messa vicino al fronte del porto, a poca distanza dalla Sirenetta.
Il 14 luglio del 1908, la fontana di Gefion venne inaugurata diventando da allora il più grande monumento di Copenaghen. Oggi è pozzo dei desideri dei danesi come dei turisti che nelle sue acque grigie buttano qualche moneta e qualche sogno.
ℹ️ VisitDenmark
👍4❤3🔥1👏1👌1💯1🆒1
Pylos, la Baia di Navarino
✍️ Andrea Lessona
Nel sole della Messenia, Platia Trion Navarhon è riverbero soffocante d'asfalto e pietra lastricata. Il cuore di Pylos è caldo vivo, e neanche il vecchio platano al centro della piazza riesce ad attenuarlo con la sua ombra timida.
Solo dai colonnati dei caffè intorno, con i loro tavolini colorati pieni di bibite ghiacciate, si può vedere il centro di questa cittadina elegante sorta su una dei più bei porti naturali della Grecia: la Baia di Navarino.
Proprio lì di fronte c'è il monumento in onore dei tre ammiragli che sconfissero i turchi e gli egiziani di Ibrahim Pasha nella battaglia navale combattuta qui il 8 ottobre 1827. I nomi di Sir Edward Cordington d'Inghilterra, Chevalier de Rigny di Francia e Login Petrovich Geiden di Russia sono incisi nella memoria di Pylos.
Intorno alla piazza spiccano edifici neoclassici, costruiti nell'epoca di Capodistria. Su Megalos Dromos (la strada di Re Costantino), l'edificio che risalta di più è l'attuale municipio di Nauplia – nel 1833 ospitò la prima scuola superiore di Grecia per ordine del re Ottone.
Lì vicino si trova la prima farmacia della Grecia un tempo di proprietà dell'italiano Vonifatio Vonafin - l'uomo che imbalsamò il corpo di Ioannis Kapodistrias, il governatore greco assassinato. L'esercizio operò a Pylos dal 1828 sino al 1972.
Anche Dimitrios Ypsilantis, capo dell'esercito regolare del Peloponneso, ha il suo monumento nel cuore di Platia Trion Navarhon. Il militare prese parte all'assedio di Nauplia e Argo e alla battaglia di Dervenakia. Morì a Nafplio nel 1832.
Appena dietro la statua di Ypsilantis, c'è quella dedicata a re Ottone: fu eretta nel 1995 in riconoscimento dell'amore del re per la Grecia, nonostante il suo comportamento autocratico. E Pylos ha voluto ricordarlo così.
Lasciata la piazza principale della città si incontra il museo Antonopouleion dove sono conservati i reperti della battaglia di Navarino e i resti archeologici della regione della Messenia.
Poco oltre si trova la chiesa metropolitana di Pylos dedicata a Agios Georgios (San Giorgio). Venne costruita agli inizi del XVI secolo come basilica a cupola dai veneziani nel periodo in cui dominavano la zona.
Durante la successiva occupazione turca, l'edificio venne trasformato in moschea e poi di nuovo in chiesa al ritorno della Serenissima. Al suo interno c'è un affresco che raffigura l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci e il trono scarlatto su cui sedeva re Ottone durante la messa.
Proseguendo verso la fortezza di Methoni si incontra il Neo Kastro, l'altra attrattiva storica di Pylos. Costruito dai turchi nel 1572, il castello nuovo è oggi baluardo visitabile: si può camminare sui bastioni sovrastati da grandi arcate, lunghe un chilometro e mezzo.
Nei secoli XVIII e XIX, il maniero servì da prigione e il suo spazio interno venne diviso in cortili stretti, separati da mura altissime. Oggi sono state abbattute per restaurare il Neo Kastro e farne un museo di archeologia subacquea.
La fortificazione come tutta la città è circondata da colline colme d'ulivi e da strade strette che le attraversano. Seguendole si raggiunge il crinale su cui si trovano i resti del palazzo di Nestore: da lassù il saggio re citato da Omero guardava la baia di Navarino e l'antica Pylos.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Nel sole della Messenia, Platia Trion Navarhon è riverbero soffocante d'asfalto e pietra lastricata. Il cuore di Pylos è caldo vivo, e neanche il vecchio platano al centro della piazza riesce ad attenuarlo con la sua ombra timida.
Solo dai colonnati dei caffè intorno, con i loro tavolini colorati pieni di bibite ghiacciate, si può vedere il centro di questa cittadina elegante sorta su una dei più bei porti naturali della Grecia: la Baia di Navarino.
Proprio lì di fronte c'è il monumento in onore dei tre ammiragli che sconfissero i turchi e gli egiziani di Ibrahim Pasha nella battaglia navale combattuta qui il 8 ottobre 1827. I nomi di Sir Edward Cordington d'Inghilterra, Chevalier de Rigny di Francia e Login Petrovich Geiden di Russia sono incisi nella memoria di Pylos.
Intorno alla piazza spiccano edifici neoclassici, costruiti nell'epoca di Capodistria. Su Megalos Dromos (la strada di Re Costantino), l'edificio che risalta di più è l'attuale municipio di Nauplia – nel 1833 ospitò la prima scuola superiore di Grecia per ordine del re Ottone.
Lì vicino si trova la prima farmacia della Grecia un tempo di proprietà dell'italiano Vonifatio Vonafin - l'uomo che imbalsamò il corpo di Ioannis Kapodistrias, il governatore greco assassinato. L'esercizio operò a Pylos dal 1828 sino al 1972.
Anche Dimitrios Ypsilantis, capo dell'esercito regolare del Peloponneso, ha il suo monumento nel cuore di Platia Trion Navarhon. Il militare prese parte all'assedio di Nauplia e Argo e alla battaglia di Dervenakia. Morì a Nafplio nel 1832.
Appena dietro la statua di Ypsilantis, c'è quella dedicata a re Ottone: fu eretta nel 1995 in riconoscimento dell'amore del re per la Grecia, nonostante il suo comportamento autocratico. E Pylos ha voluto ricordarlo così.
Lasciata la piazza principale della città si incontra il museo Antonopouleion dove sono conservati i reperti della battaglia di Navarino e i resti archeologici della regione della Messenia.
Poco oltre si trova la chiesa metropolitana di Pylos dedicata a Agios Georgios (San Giorgio). Venne costruita agli inizi del XVI secolo come basilica a cupola dai veneziani nel periodo in cui dominavano la zona.
Durante la successiva occupazione turca, l'edificio venne trasformato in moschea e poi di nuovo in chiesa al ritorno della Serenissima. Al suo interno c'è un affresco che raffigura l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci e il trono scarlatto su cui sedeva re Ottone durante la messa.
Proseguendo verso la fortezza di Methoni si incontra il Neo Kastro, l'altra attrattiva storica di Pylos. Costruito dai turchi nel 1572, il castello nuovo è oggi baluardo visitabile: si può camminare sui bastioni sovrastati da grandi arcate, lunghe un chilometro e mezzo.
Nei secoli XVIII e XIX, il maniero servì da prigione e il suo spazio interno venne diviso in cortili stretti, separati da mura altissime. Oggi sono state abbattute per restaurare il Neo Kastro e farne un museo di archeologia subacquea.
La fortificazione come tutta la città è circondata da colline colme d'ulivi e da strade strette che le attraversano. Seguendole si raggiunge il crinale su cui si trovano i resti del palazzo di Nestore: da lassù il saggio re citato da Omero guardava la baia di Navarino e l'antica Pylos.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
💯4❤2👍2🔥1🥰1🆒1
Notre Dame, la cattedrale di Papeete
📸 ✍️ Andrea Lessona
Con il suo campanile rosso, la cattedrale di Papeete buca le nubi e fa uscire il sole nel capoluogo di Tahiti. Lo stesso che scivola sul suo profilo gotico, e ne illumina i colori pastello di cui è vestita.
Intitolata a Nostra Signora dell'Immacolata concezione, la chiesa di Notre Dame venne costruita nel 1856 da missionari cattolici. Fu il primo vescovo della Polinesia francese, monsignor Tepano Jaussen, a favorire la sua realizzazione.
Impegnato personalmente, presenziò quasi quotidianamente ai lavori fatti dagli isolani di Mangareva: gente capace e ingegnosa che, sotto la supervisione del presule, edificarono la cattedrale di Papeete in poco tempo.
Per motivi finanziari la chiesa di Notre Dame ebbe dimensioni ridotte con una lunghezza di venti metri per una larghezza di cinquanta. Venne realizzata con blocchi di granito portati dai Gambier per sostenere le pareti spesse.
Furono progettati finestre ogivali e cancelli. Purtroppo un anno più tardi, i lavori si fermarono a causa della mancanza di risorse. Per due lustri, il progetto della cattedrale di Papeete rimase fermo e l'edificio ecclesiastico venne definitivamente distrutto nel 1867.
Due anni dopo, la chiesa di Notre Dame fu ricostruita - seppur con dimensioni ulteriormente ridotte - e completata nel 1875. Da allora, ci sono stati diversi restauri: nel 1967, 1988. L'ultimo, abbastanza recente, risale al 2005.
Realizzata al chilometro zero della strada che fa il giro di Tahiti, come ricorda una pietra miliare davanti al prato verde della cattedrale di Papeete, è un punto di riferimento importante per gli isolani.
Anche i turisti considerano la chiesa di Notre Dame uno dei monumenti più apprezzati: e la visitano soprattutto durante le messe quando i magnifici inni religiosi riempiono il suo piccolo spazio gotico e lo impregnano di fede.
ℹ️ Tahiti Tourisme
📸 ✍️ Andrea Lessona
Con il suo campanile rosso, la cattedrale di Papeete buca le nubi e fa uscire il sole nel capoluogo di Tahiti. Lo stesso che scivola sul suo profilo gotico, e ne illumina i colori pastello di cui è vestita.
Intitolata a Nostra Signora dell'Immacolata concezione, la chiesa di Notre Dame venne costruita nel 1856 da missionari cattolici. Fu il primo vescovo della Polinesia francese, monsignor Tepano Jaussen, a favorire la sua realizzazione.
Impegnato personalmente, presenziò quasi quotidianamente ai lavori fatti dagli isolani di Mangareva: gente capace e ingegnosa che, sotto la supervisione del presule, edificarono la cattedrale di Papeete in poco tempo.
Per motivi finanziari la chiesa di Notre Dame ebbe dimensioni ridotte con una lunghezza di venti metri per una larghezza di cinquanta. Venne realizzata con blocchi di granito portati dai Gambier per sostenere le pareti spesse.
Furono progettati finestre ogivali e cancelli. Purtroppo un anno più tardi, i lavori si fermarono a causa della mancanza di risorse. Per due lustri, il progetto della cattedrale di Papeete rimase fermo e l'edificio ecclesiastico venne definitivamente distrutto nel 1867.
Due anni dopo, la chiesa di Notre Dame fu ricostruita - seppur con dimensioni ulteriormente ridotte - e completata nel 1875. Da allora, ci sono stati diversi restauri: nel 1967, 1988. L'ultimo, abbastanza recente, risale al 2005.
Realizzata al chilometro zero della strada che fa il giro di Tahiti, come ricorda una pietra miliare davanti al prato verde della cattedrale di Papeete, è un punto di riferimento importante per gli isolani.
Anche i turisti considerano la chiesa di Notre Dame uno dei monumenti più apprezzati: e la visitano soprattutto durante le messe quando i magnifici inni religiosi riempiono il suo piccolo spazio gotico e lo impregnano di fede.
ℹ️ Tahiti Tourisme
❤4👍2🔥2🥰1💯1🆒1
Museo delle marionette di Pilsen, magica emozione
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel museo delle marionette di Pilsen, i burattini danzano al ritmo dell'organetto. Melodiosa e allegra, la musica attraversa i tre piani dell'edificio patrizio al 23 di náměstí Republiky – cuore della quarta città della Repubblica Ceca.
Qui, in questo luogo, dove viene preservato l'ingegno meccanico e il talento manuale, si racconta la storia di un'arte iniziata verso la fine del XIX secolo. E sopravvissuta alla modernità.
Nel museo delle marionette di Pilsen si narra degli spettacoli di strada che la gente tanto amava e aspettava con impazienza: gli artisti arrivavano con i loro cavalli belli e stanchi per aver trainato carri pieni di gioia e meraviglia.
Grandi e piccoli si facevano loro intorno e, nella magia del vento che dilatava la musica degli organetti, li vedevano muovere con mani invisibili marionette e passione per raccontare che la principessa aveva baciato il suo bello e il drago soffiato l'ultimo fuoco.
Erano tante, allora, le famiglie ad attraversare le strade e il tempo per poter narrare storie e guadagnare due spicci: i nomi di Kopecký, Maizner, Dubský, Kočka o Fink sono eco vivo nel museo delle marionette di Pilsen.
Come quello del Teatro Skoda, il primo ad avere un unico modello animato realizzato grazie a un negativo ben preservato. Al secondo piano dell'edificio, il mondo dei bambini si unisce a quello degli adulti e diventa uno sull'asse del tempo immaginario.
Una magia riuscita agli artisti Karel Novák, Josef Skupa e Jiri Trinka il cui teatro è stato ricostruito e meccanizzato. Esposto al museo delle marionette di Pilsen, regala ai visitatori di oggi l'incanto di ieri.
Al terzo piano dell'edificio patrizio, ci sono spazi espositivi e una sala dove i visitatori possono gestire pupazzi e conoscere le varie tecniche. Nella sala si organizzano conferenze e spettacoli teatrali perché la meraviglia non abbia fine.
ℹ️ V isit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel museo delle marionette di Pilsen, i burattini danzano al ritmo dell'organetto. Melodiosa e allegra, la musica attraversa i tre piani dell'edificio patrizio al 23 di náměstí Republiky – cuore della quarta città della Repubblica Ceca.
Qui, in questo luogo, dove viene preservato l'ingegno meccanico e il talento manuale, si racconta la storia di un'arte iniziata verso la fine del XIX secolo. E sopravvissuta alla modernità.
Nel museo delle marionette di Pilsen si narra degli spettacoli di strada che la gente tanto amava e aspettava con impazienza: gli artisti arrivavano con i loro cavalli belli e stanchi per aver trainato carri pieni di gioia e meraviglia.
Grandi e piccoli si facevano loro intorno e, nella magia del vento che dilatava la musica degli organetti, li vedevano muovere con mani invisibili marionette e passione per raccontare che la principessa aveva baciato il suo bello e il drago soffiato l'ultimo fuoco.
Erano tante, allora, le famiglie ad attraversare le strade e il tempo per poter narrare storie e guadagnare due spicci: i nomi di Kopecký, Maizner, Dubský, Kočka o Fink sono eco vivo nel museo delle marionette di Pilsen.
Come quello del Teatro Skoda, il primo ad avere un unico modello animato realizzato grazie a un negativo ben preservato. Al secondo piano dell'edificio, il mondo dei bambini si unisce a quello degli adulti e diventa uno sull'asse del tempo immaginario.
Una magia riuscita agli artisti Karel Novák, Josef Skupa e Jiri Trinka il cui teatro è stato ricostruito e meccanizzato. Esposto al museo delle marionette di Pilsen, regala ai visitatori di oggi l'incanto di ieri.
Al terzo piano dell'edificio patrizio, ci sono spazi espositivi e una sala dove i visitatori possono gestire pupazzi e conoscere le varie tecniche. Nella sala si organizzano conferenze e spettacoli teatrali perché la meraviglia non abbia fine.
ℹ️ V isit Czech Republic
👍4❤1🔥1🥰1💯1💔1🆒1
Cari amiche e amici de il Reporter
il giornalismo di viaggio libero e indipendente ha grandi costi per realizzare ogni giorno testi, foto e video da tutto il mondo.
Se anche tu credi in quel che faccio per regalarti l’emozione di luoghi nuovi, sostieni il mio lavoro con una donazione attraverso il conto corrente bancario:
IT20J0623010010000063709208 Credit Agricole, Andrea Lessona, causale DONAZIONE
Oppure tramite PayPal: andrea.lessona@gmail.com
Grazie e buon viaggio insieme!
il giornalismo di viaggio libero e indipendente ha grandi costi per realizzare ogni giorno testi, foto e video da tutto il mondo.
Se anche tu credi in quel che faccio per regalarti l’emozione di luoghi nuovi, sostieni il mio lavoro con una donazione attraverso il conto corrente bancario:
IT20J0623010010000063709208 Credit Agricole, Andrea Lessona, causale DONAZIONE
Oppure tramite PayPal: andrea.lessona@gmail.com
Grazie e buon viaggio insieme!
❤2🔥2👏1💯1🆒1
Castello di Skoloster, il più grande edificio privato di Svezia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il Castello di Skoloster si specchia nel lago Mälaren, ricordo riflesso dell'epoca d'oro svedese. Edificato in stile barocco nel XVII secolo quando la Svezia era al massimo della sua potenza continentale, oggi è l'edificio privato più grande del paese scandinavo.
Imponente nella sua fattura, acceca di bianco l'orizzonte mentre il battello si avvicina all'attracco. A metà strada tra Stoccolma e Uppsala, da dove sto arrivando a bordo del traghetto, il maniero è una importante attrazione turistica grazie ai tesori che conserva.
Appena superate le mura, gli occhi si aprono sul cortile intorno a cui sono disposti gli edifici. In cima, due torri sormontate da cupole a lanterna brillano nel cielo. Accompagnato dalla guida del castello di Skoloster, salgo le scale contornate da balaustre intarsiate e arrivo al primo piano.
Qui, i lunghi corridoi hanno 151 frasi dipinte in svedese, latino, italiano, spagnolo, francese, inglese e tedesco. Il primo a introdurre questa curiosa usanza fu nel 1700 Abraham Brahe, il nipote di Carl Gustav Wrangel, l'uomo che diede ordine all'architetto Nicodemus Tessin il vecchio di progettare il maniero.
Da allora e sino al XIX secolo la strana moda del luogo è continuata per finire nel 1930 quando l'edificio venne acquistato dalla famiglia von Essens: che, a sua volta, lo cedette definitivamente al governo svedese nel 1967. Dopo un po' Skoloster venne aperto al pubblico, curioso come me di scoprirne le ricchezze.
Così, dopo aver letto alcune scritte, arrivo agli appartamenti di Wrangel dove spicca la Hall del Re con il suo soffitto a stucco del 1664 dipinto di colori vividi. Ai quattro lati ci sono rappresentazioni esotiche dei continenti conosciuti in quel tempo: America, Asia, Africa, Europa.
Anche la vicina Stanza da letto del Conte non è da meno: sempre Wrangel la volle ricca di raffinati arazzi. Il baldacchino è rivestito di rossa seta preziosa mentre alle pareti spiccano tappeti intrecciati fatti nei Paesi Bassi.
Pure il Conte Magnus Brahe, proprietario del palazzo all'inizio del XIX secolo, si fece costruire una stanza commemorativa in una delle due torri in cui risalta la statua marmorea di Marte, il re della guerra per i Romani.
Camminati altri corridoi, raggiungo l'ala ovest del palazzo, l'Appartamento di Brahe: lo sfarzo barocco si manifesta nel pomposo salotto alle cui parete il colore si intravede appena a causa di tutti i ritratti di famiglia appesi. A compensare il troppo, nella più raffinata Sala da pranzo, c'è il camino finemente lavorato su cui è dipinto l'emblema di famiglia.
Salite di nuovo le scale, arrivo nella biblioteca voluta da Carl Gustav Wrangel: i suoi trenta mila titoli sono suddivisi in sette diverse stanze. La collezione spazia dal 1466 al 1840 e copre numerose aree di interesse tra cui la botanica, la storia e la geografia.
Interessi, questi, che trovano espressione nei numerosi mappamondi e nelle cartine appese alle mura di una delle camere della torre dove si trovano molti antichi strumenti di misurazione.
Sempre quassù è ospitata la più grande collezione privata di armi al mondo: armature, moschetti, pistole, spade – persino quelle giapponesi -, piccoli cannoni, balestre, archibugi. In mezzo a questa Santa Barbara si trova pure il modello del castello di Skoloster in scala originale che l'architetto Tessin fece per mostrarlo a Wrangel.
Ridiscese le scale arrivo a quella che doveva essere la Sala dei banchetti. Qui tutto è come nel 1676 quando i costruttori assunti abbandonarono il lavoro perché i nuovi proprietari, i Brahe, non avevano intenzione di spendere denaro per terminarli.
Possedenti di altri castelli, lasciarono quest'ala al destino che, grazie alle favorevoli condizioni climatiche del lago Mälaren, l'ha conservata intatta sino a giorni nostri.
ℹ️ Visit Sweden
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il Castello di Skoloster si specchia nel lago Mälaren, ricordo riflesso dell'epoca d'oro svedese. Edificato in stile barocco nel XVII secolo quando la Svezia era al massimo della sua potenza continentale, oggi è l'edificio privato più grande del paese scandinavo.
Imponente nella sua fattura, acceca di bianco l'orizzonte mentre il battello si avvicina all'attracco. A metà strada tra Stoccolma e Uppsala, da dove sto arrivando a bordo del traghetto, il maniero è una importante attrazione turistica grazie ai tesori che conserva.
Appena superate le mura, gli occhi si aprono sul cortile intorno a cui sono disposti gli edifici. In cima, due torri sormontate da cupole a lanterna brillano nel cielo. Accompagnato dalla guida del castello di Skoloster, salgo le scale contornate da balaustre intarsiate e arrivo al primo piano.
Qui, i lunghi corridoi hanno 151 frasi dipinte in svedese, latino, italiano, spagnolo, francese, inglese e tedesco. Il primo a introdurre questa curiosa usanza fu nel 1700 Abraham Brahe, il nipote di Carl Gustav Wrangel, l'uomo che diede ordine all'architetto Nicodemus Tessin il vecchio di progettare il maniero.
Da allora e sino al XIX secolo la strana moda del luogo è continuata per finire nel 1930 quando l'edificio venne acquistato dalla famiglia von Essens: che, a sua volta, lo cedette definitivamente al governo svedese nel 1967. Dopo un po' Skoloster venne aperto al pubblico, curioso come me di scoprirne le ricchezze.
Così, dopo aver letto alcune scritte, arrivo agli appartamenti di Wrangel dove spicca la Hall del Re con il suo soffitto a stucco del 1664 dipinto di colori vividi. Ai quattro lati ci sono rappresentazioni esotiche dei continenti conosciuti in quel tempo: America, Asia, Africa, Europa.
Anche la vicina Stanza da letto del Conte non è da meno: sempre Wrangel la volle ricca di raffinati arazzi. Il baldacchino è rivestito di rossa seta preziosa mentre alle pareti spiccano tappeti intrecciati fatti nei Paesi Bassi.
Pure il Conte Magnus Brahe, proprietario del palazzo all'inizio del XIX secolo, si fece costruire una stanza commemorativa in una delle due torri in cui risalta la statua marmorea di Marte, il re della guerra per i Romani.
Camminati altri corridoi, raggiungo l'ala ovest del palazzo, l'Appartamento di Brahe: lo sfarzo barocco si manifesta nel pomposo salotto alle cui parete il colore si intravede appena a causa di tutti i ritratti di famiglia appesi. A compensare il troppo, nella più raffinata Sala da pranzo, c'è il camino finemente lavorato su cui è dipinto l'emblema di famiglia.
Salite di nuovo le scale, arrivo nella biblioteca voluta da Carl Gustav Wrangel: i suoi trenta mila titoli sono suddivisi in sette diverse stanze. La collezione spazia dal 1466 al 1840 e copre numerose aree di interesse tra cui la botanica, la storia e la geografia.
Interessi, questi, che trovano espressione nei numerosi mappamondi e nelle cartine appese alle mura di una delle camere della torre dove si trovano molti antichi strumenti di misurazione.
Sempre quassù è ospitata la più grande collezione privata di armi al mondo: armature, moschetti, pistole, spade – persino quelle giapponesi -, piccoli cannoni, balestre, archibugi. In mezzo a questa Santa Barbara si trova pure il modello del castello di Skoloster in scala originale che l'architetto Tessin fece per mostrarlo a Wrangel.
Ridiscese le scale arrivo a quella che doveva essere la Sala dei banchetti. Qui tutto è come nel 1676 quando i costruttori assunti abbandonarono il lavoro perché i nuovi proprietari, i Brahe, non avevano intenzione di spendere denaro per terminarli.
Possedenti di altri castelli, lasciarono quest'ala al destino che, grazie alle favorevoli condizioni climatiche del lago Mälaren, l'ha conservata intatta sino a giorni nostri.
ℹ️ Visit Sweden
👍4💯2❤1🔥1👌1🆒1
Municipio di Anversa, fiammingo rinascimentale
✍️ Andrea Lessona
Insieme sublime d'arte fiamminga e rinascimentale, il municipio di Anversa è simbolo orgoglioso della città belga e della sua storia. Eretto sul lato occidentale di Grote Markt, la piazza del Grande Mercato, fu realizzato tra il 1561 e il 1565.
Il progetto venne disegnato dall'architetto e scultore Cornelis Floris de Vriendt. Fu lui, insieme a molti altri artisti dell'epoca che presero parte ai lavori, a dare alla costruzione questa foggia.
I materiali per costruire il municipio di Anversa vennero usati per puntellare le difese cittadine. Quando poi nel 1560 la situazione mutò per il meglio, il gotico non era più di moda: e si scelse lo stile rinascimentale da valorizzare col fiammingo.
Orgoglio e costruzione andarono in fumo a seguito dell'incendio appiccato dagli spagnoli nel 1576. Ciononostante gli abitanti della città belga non si persero d'animo e riedificarono l'edificio tre anni dopo.
L'ultima ristrutturazione del municipio di Anversa risale al XIX secolo quando l'architetto Pierre Bruno Bourla ne modificò gli interni con decorazioni signorili, chiudendo poi con un tetto il cortile interno a cielo aperto.
Ma la bellezza dell'edificio è senza dubbio nella sua facciata principale, quella che si spechhia su Grote Markt. Il basso porticato del piano terra è in pietra bugnata, e un tempo ospitava piccoli negozi. Sopra ci sono due piani con colonne doriche e ioniche che separano grandi bifore, e poi ancora un quarto piano a formare il loggiato.
La sezione centrale del municipio di Anversa è riccamente decorata: in una nicchia si trova la statua della Vergine Maria, e nelle altre due le sculture della Giustizia e della Prudenza. A sinistra c'è lo stemma del ducato di Brabante, in mezzo quello di Filippo II e sulla destra quella del marchesato di Anversa.
✍️ Andrea Lessona
Insieme sublime d'arte fiamminga e rinascimentale, il municipio di Anversa è simbolo orgoglioso della città belga e della sua storia. Eretto sul lato occidentale di Grote Markt, la piazza del Grande Mercato, fu realizzato tra il 1561 e il 1565.
Il progetto venne disegnato dall'architetto e scultore Cornelis Floris de Vriendt. Fu lui, insieme a molti altri artisti dell'epoca che presero parte ai lavori, a dare alla costruzione questa foggia.
I materiali per costruire il municipio di Anversa vennero usati per puntellare le difese cittadine. Quando poi nel 1560 la situazione mutò per il meglio, il gotico non era più di moda: e si scelse lo stile rinascimentale da valorizzare col fiammingo.
Orgoglio e costruzione andarono in fumo a seguito dell'incendio appiccato dagli spagnoli nel 1576. Ciononostante gli abitanti della città belga non si persero d'animo e riedificarono l'edificio tre anni dopo.
L'ultima ristrutturazione del municipio di Anversa risale al XIX secolo quando l'architetto Pierre Bruno Bourla ne modificò gli interni con decorazioni signorili, chiudendo poi con un tetto il cortile interno a cielo aperto.
Ma la bellezza dell'edificio è senza dubbio nella sua facciata principale, quella che si spechhia su Grote Markt. Il basso porticato del piano terra è in pietra bugnata, e un tempo ospitava piccoli negozi. Sopra ci sono due piani con colonne doriche e ioniche che separano grandi bifore, e poi ancora un quarto piano a formare il loggiato.
La sezione centrale del municipio di Anversa è riccamente decorata: in una nicchia si trova la statua della Vergine Maria, e nelle altre due le sculture della Giustizia e della Prudenza. A sinistra c'è lo stemma del ducato di Brabante, in mezzo quello di Filippo II e sulla destra quella del marchesato di Anversa.
❤4👏2👍1🔥1👌1💯1🆒1